EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2021, n. 3-4 anno VI - ISSN 2531-7334
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L’essere all’antica e il vivere come se. Intervista a Duccio Demetrio

 

di Federica Biolzi

Duccio Demetrio, filosofo, pedagogo,  fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, nel suo ultimo libro edito dalla Raffaello Cortina (2021), ci rivela come essere all’antica sia uno stato d’animo, una maniera di esistere, ma anche una percezione emotiva ed un richiamo della voce della memoria in ognuno di noi, una presenza costante e illimitata. L’essere all’antica si manifesta in diversi modi, nel vivere la quotidianità, nel trascorrere il tempo, ma anche nella scrittura di sé:  il vero tirocinio  per avvicinarsi ad una sensibilità di questa maniera esistenziale.

– Professore, lei inizia il suo volume pieno d’interessanti stimoli, con un simpatico aneddoto legato agli anni della scuola. Di fatto pone sul piatto una delle questioni che hanno afflitto, e affliggono, non solo i filosofi di professione: il come se. Perché, secondo lei, il problema mimetico è così centrale nella ricerca del senso?

  – La scoperta in quegli anni ginnasiali che la storia non si fa con i “se” e nemmeno, mi venne ribadito, con i “come se”, ha rappresentato per me una scommessa e un destino esistenziale. Poiché questa seconda locuzione mi si rivelò quanto mai feconda, sia sul piano personale, che intellettuale. Naturalmente ben oltre quel tempo di iniziazione alla vita, alle sue esperienze apicali, alla lenta costruzione di un’immagine di sé, di me. Soprattutto accettabile ai miei occhi e non solo.  Nella mia adolescenza liceale il desiderio di sfidare l’idea di realtà (complice autorevole mi fu Platone) come unica strada lungo la quale pervenire alla conoscenza, rappresentò la sfida più importante di quel tempo ormai remoto. Già allora, nell’ amore agli esordi per la poesia, per l’arte, per la letteratura biografica e autobiografica, mi appariva troppo angusta la via positivistica e marxista inneggiante alla spiegazione delle verità dei fenomeni secondo il punto di vista  realistico. Allo stesso tempo, come alcuni dipinti riprodotti nel libro testimoniano, non potei che dimostrarmi fedele nel momento in cui scopersi Morandi, Casorati, Donghi, Balthus, Hopper, Sironi, ecc, tanto alla corrente pittorica internazionale  anti-futurista e anti-astrattista definita “realismo magico”, quanto all’ ermetismo lirico delle poetiche anti-dannunziane di Montale, Sbarbaro, Ungaretti, Quasimodo, Luzi. Per i quali, poeti e pittori, il rapporto con le cose, le figure, le scene reali è imprescindibile ma allo stesso tempo viene trasfigurato, “come se” il divenire si arrestasse per un misterioso incantamento dei corpi, degli oggetti, delle emozioni. “Come se” nell’ essere ieratico parmenideo e non nel divenire eracliteo, si nascondessero le verità ultime.

 La cifra “come se” mi consentì inoltre di prendere le distanze dalle pretese di oggettivare e quindi esautorare le dimensioni soggettive, e cioè emotive, irrazionali, inaccessibili alla ragione dell’esistenza umana. Iniziai presto poi in università, alla Statale di Milano, ad occuparmi delle tematiche inerenti le soggettività individuali, personali, interiori. “Come se” queste cercassero un loro riscatto, reagendo ad ogni tentativo epistemico di ridurle sempre a oggetti da distendere e sezionare sul tavolo anatomico predisposto dai ricercatori di verità inconfutabili di ogni genere. Infatti, ciò che veniva ricondotto al principio di realtà (dalla scienza, dalla storia, da alcuni indirizzi filosofici, persino da alcune scuole estetiche) mi appariva insufficiente e fallace. Anzi, pericoloso e disumano. Il conferimento di senso alle rappresentazioni soggettuali e singolari della vita, mi sorprendevo a pensare, nella loro straordinaria e affascinante molteplicità, mi condusse ad adottare il “come se”, eguagliandolo ad un paradigma ermeneutico, ad un dispositivo (termine alla Foucault allora non ancora usato) di carattere interpretativo e veritativo. Dove l’eventualità, la possibilità, la relatività furono le categorie mentali che mi dischiusero ben altri orizzonti. Anche da un punto di vista etico e politico, ciò mi educò al rispetto, alla valorizzazione delle diversità, ad ascoltarne ora le voci, ora ad ammirarne le forme e le continue metamorfosi. Il “come se”, dunque applicato anche alle mie scoperte crescenti, alla vocazionale e socratica ininterrotta ricerca di me stesso, mi permise non tanto di divagare nella più assoluta e estrema libertà inventiva, ovvero di assecondarne i deliri “mimetici”; quanto di trovare – tra realtà e fantastico – quella via di mezzo che fosse in grado di offrirmi versioni alternative al cosiddetto operare per “esami di realtà”. Ogni esistente è ciò che appare e, contemporaneamente, ciò che nasconde: il reale è come se non lo fosse, e, l’immaginario, è come se fosse un reale fittizio ma comunque indispensabile all’ avventura della conoscenza. Queste le domande che insorsero: ogni cosa è (potrebbe) essere allora sempre diversa da come si presenta? Ciò dovrebbe indurci ad un paranoico e demoniaco sospettare di quanto vediamo, tocchiamo, amiamo, scriviamo, ecc.?

Nient’ affatto: il “come se”, e posso assicurare di averlo sperimentato sempre di persona, ci aiuta – direbbe Italo Calvino – a dotarci dell’ironia dell’intelligenza, di un sospetto non distruttivo, che non si suicida nello scetticismo più estremo, e della attenzione per la delicata saggezza dei forse, dei chissà, dei può darsi. Il che, tradotto in giudizi morali, equivale a farsi interpreti di valori quali la tolleranza, la disponibilità, la comprensione reciproca, l’apertura mentale, la gentilezza…Guarda caso in quei modi e in quelle maniere di esistere che nel mio libro attribuisco a coloro che pensano, vivono, agiscono anche soltanto un po’ all’antica.

– Veniamo al titolo allora. All’antica evoca con evidenza un rapporto stretto tra passato, presente e memoria. Ci può precisare cosa significa questa espressione per lei?

Ho voluto, e mi è accaduto in altre circostanze, mettere in discussione tale espressione. Troppo stereotipata, eppure frequente negli scambi verbali abitati dai pregiudizi verso il nostro prossimo. In altri miei saggi mi sono occupato di adultità, memoria, scrittura di sé, timidezza, mancanza di figli, silenzio, ingratitudine e a lungo di narrazione. Questa volta invece, sempre avvalendomi della chiave interpretativa “come se” mi sono azzardato ad introdurla nella serratura delicatissima della stanza delle parole dedicate al tempo. Per liberare il termine “antico” dall’ angustia di quelle concezioni che lo riconducono soltanto alle più disparate manifestazioni del passato storico più remoto. In buona compagnia però: mi riferisco non agli storici di professione, ma alla lunga sequela di coloro che ebbero e hanno del sentimento del tempo, mi riferisco naturalmente ai poeti e a qualche filosofo, una concezione acronica. Non vincolata –come in Bergson o in Bachelard -al concetto di durata: in base alla quale c’ è un tempo, quello interiore, che sfugge ad ogni tentativo di ricondurlo ad un’età definita. I poeti, con i filosofi citati, ci offrono liriche o visioni della temporalità non imprigionate nel suo trascorrere fatto di date, ore, giorni e anni. L’antico dunque, da non confondersi con la categoria di antichità (che invece, e giustamente, ci chiama a determinarne le successioni o le cronologie), è una dimensione del nostro sentire, è – per la fenomenologia husserliana e nell’ ispirazione di arti diverse– un tempo vissuto. Quindi, per tornare alle mie risposte precedenti, un dato di fatto quanto mai, nuovamente, relativo e soggettivo. Per cui si rivela uno stato d’ animo, una percezione emotiva. O, anche, una presenza anzi un richiamo della voce della memoria dentro ognuno di noi costante e illimitata. Segreta e irraggiungibile. Se ti accade di essere abitato da tale daimon affettivo, i cui sintomi, come accadde a me – e di cui racconto nel libro -, si dischiudono già nell’ infanzia come una vocazione e un’attrazione estetica per cose e esseri umani, oltre che come un temperamento verso la dimensione intima, silenziosa, del tuo stare al mondo. Nel libro racconto quando nella mia prima infanzia probabilmente fece la prima apparizione la consapevolezza dell’antico, come una sorta di attrazione fatale e straniante per tutto ciò (racconti famigliari, oggetti, gesti, mobili, libri, canzoni, dipinti ecc.) che evocasse il passato: “L’ antico nella mia mente – scrivo – cominciò a definirsi come qualcosa di inconoscibile: negli accenni esitanti ad accogliere l’ambivalenza del mondo”. E fu così che incominciai a “guardare all’ antico poeticamente”, in una maturazione successiva che trovò molto presto nella scrittura di sé (di quanto provavo, vedevo, ammiravo) la possibilità di trattenere per me ogni istante fugace e illuminato dalle meraviglie e dalle tragedie dell’esistenza.

– Ha dedicato un capitolo del suo volume alle delizie e le insidie del carpe diem, locuzione tra le più gettonata tra i giovani che tatuano, spesso, in bella vista. Quali sono le diverse accezioni e le insidie, appunto, di questo antichissimo motto?

Per comprendere il senso con il quale mi sono intrattenuto a lungo su tale espressione aforistica, pregnante davvero in una discussione sulla sua storia filosofica e letteraria, non potevo che connetterla al suo contrario. Ovverossia al rapporto che noi intratteniamo con il passato, con la memoria. Dedicandovi pensosità, lentezza, meditazione. Sia personale che collettiva. Oggi, i tempi che andiamo vivendo quasi ci impongono di dimenticare il più velocemente possibile che cosa abbiamo fatto, detto, desiderato, amato e perso il giorno prima. Viviamo in una permanente nevrosi che si placa soltanto – ma all’ apparenza – nell’ idolatrare il presente. La tragedia a tutti comune di questi mesi, del resto, ha evidenziato le nostre incapacità di tollerare le ansie e le angosce di quanti paventano tutto ciò che non sia temporaneo e fugace e che li obbliga a volgere lo sguardo al “prima” non con coraggio, con una nostalgia pietosa, affettuosa, persino premurosa e consapevole verso i giorni che non torneranno più. Ma che ci hanno formato, messo a contatto anche con le verità più dure delle nostre esistenze. Con i passaggi iniziatici attraversati che, quali essi siano stati, dovremmo invece saper difendere dall’ oblio. Perché non può darsi alcune identità, morale oltre che psicologica, se crediamo di salvarci cancellando i nostri passi, non sostando mai su quelli fonte di errori o di successi. Da qui l’incapacità diffusa di far tesoro del silenzio, della solitudine, del raccoglimento. Ecco allora che nella mia ricerca di una fisionomia non ideale ma umana  delle donne o degli  uomini “dabbene”, come Leopardi definiva le persone all’ antica del suo tempo – ed è questo dunque il significato profondo e primo del libro -, non potevano che emergere tra i primi e fondanti tratti di coloro reputo essere provvisti di “maniere antiche” di esistere e vocati invece ad essere affascinati da un amore, anche coraggioso, per tutto ciò, per qualsiasi vicenda, che abbia contrassegnato la nostra vita. Laddove il “carpe diem”, non si rivela fallacemente nel suo senso letterale: in un comportamento che vuole in modalità rapaci “carpire”, e cioè rubare con voracità per il proprio esclusivo piacere e egotistico vantaggio, ogni istante profittevole che ci sia dato attraversare e conquistare a qualsiasi prezzo. Confondendo il bisogno di desiderare e di farsi desiderare, un processo dalla lenta gestazione, con il godimento dell’attimo. Nella incapacità di dargli un vissuto, una storia, una narrazione, una collocazione nella trama di ogni biografia iniziando dalla propria.  Quindi ben venga in noi lo spirito più alto e generoso del carpe diem, la cui memoria subito non sia da distruggere e umiliare il giorno dopo, forse anche un’ora dopo, quando ciò che ha rappresentato una fonte di piacere, di incontro con la bellezza e l’onestà, con le sue piccole e grandi virtù, viene piuttosto gelosamente salvato e offerto – scriveva sant’ Agostino, poi ripreso da Pascal – all’ intelligenza del cuore.

– Nelle pagine, che si lasciano divorare velocemente, del suo libro lei non si lascia sfuggire, questa volta citando Gozzano, un altro aspetto essenziale dell’identità: il come essere. Perché è fondamentale questo approccio?

L’ ultima parte del libro offre ai lettori una via, se vogliamo, di trasformazione felice e morale della filosofia epicurea del carpe diem attraverso quel riscatto che può offrirci una condotta all’ antica contrassegnata dalle anime congiunte del culto della pensosità filosofica e della poesia. Quando al filosofo greco si sostituisce la saggezza stoica di Seneca.  Ho scelto non a caso Guido Gozzano, non soltanto per gli echi autobiografici cui accenno, per il suo crepuscolarismo radioso, a rappresentare un “tipo umano”. Indifferentemente al maschile e al femminile, nel quale -fin da ragazzo- mi riconoscevo: perché la sua storia e la sua poetica sono un emblema di quell’ essere all’antica che non tollera etichette e viete definizioni. In quanto coincide con una filosofia di vita, uno stile, una maniera come recita il sottotitolo del mio saggio, che considera valori ispiratori la gentilezza, la cortesia, la delicatezza d’ animo, l’adesione agli ideali nobili (già antichi) della giustizia, della pace, della solidarietà…Nel ripudio di quelle posizioni che ritengono il mostrare l’esaltazione dell’antico all’ insegna del più squallido, volgare, violento conservatorismo e tradizionalismo. Il “come essere” all’ antica non può di conseguenza che ispirarsi a quanto si è messo in luce, e che naturalmente le pagine del libro approfondiscono, al fine di tracciare l’adozione (anzi il riconoscerli e autorizzarli ad essere se già presenti in noi) di atteggiamenti non modaioli, né vintage: ma poeticamente e filosoficamente ispirati da scelte esistenziali in aperta controtendenza rispetto a quelle oggi maggioritarie.

– Se ce ne fosse bisogno, ricordiamo che lei è fondatore e direttore del Centro Studi della Libera Università di Anghiari.  Perché è così importante occuparsi dell’ auto-bio-grafia?

– Innanzitutto perché la scrittura di sé, per il piacere e il valore come si è detto di non disperdere i nostri vissuti giorno per giorno, si rende mezzo per capovolgere ogni abuso edonistico e dissipativo del carpe diem. Infatti lo scrivere strada facendo la nostra storia, prendersi cura di quei giorni speciali e esemplari degni di ricordanze o della più umile quotidianità, la cui incuria potrebbe distruggerli man mano, sono invece da riporre in un diario, in un memoir. Tali atti, vere passioni, ci rendono custodi di noi stessi e non irresponsabili dissipatori del tempo prezioso offertoci fin che non ci vedremo costretti a lasciare per sempre i sui istanti fra loro intrecciati e tale da disegnare quale fu, è e forse sarà il nostro destino.  La scrittura autobiografica è un insieme di modalità narrative (diari, memorie, appunti, le lettere, ecc.) che rientra nel genere delle “storie vere”. Non perché abbia il potere di condurci – per lo meno non sempre- a svelare in modo veritiero fatti, esperienze, emozioni che abbiamo attraversato. E’ un genere che si discosta dalle scritture di finzione, dichiarate o taciute; da quelle cosiddette creative, di fantasia, evasione. Le quali in molte circostanze, come quelle citate, ci distraggono e distolgono dal dovere di guardare in volto, con responsabilità, talune realtà scomode che preferiremmo dimenticare. Invece le scritture autobiografiche nella loro gamma ci permettono di educare nel corso del tempo quelle attitudini morali di cui si è detto: si tratta perciò di prassi “veritative” autoprodotte in piena libertà, per libera scelta: esse hanno il compito morale di condurci a ricostruire quanto con sincerità “crediamo” di aver realmente vissuto e non inventato. “Come se“ dunque le avessimo vissute realmente. La letteratura non è altro che questo, in fondo, anche la scrittura che testimoni una esperienza lo è, diceva Roland Barthes. Sono scritture affidate alla più assoluta discrezione dell’autore, che certamente potrebbe anche mirare ad ingannare il lettore (dal momento che chiunque scrive per svelarsi, confessarsi, affidarsi a qualcuno). Il quale è invitato ad accoglierle come altrettante dichiarazioni di “fiducia” e occasioni per dar inizio ad una conversazione a distanza o in presenza. Il che fa si che, come da tempo già si afferma, ogni autobiografia possa essere ritenuta una autofiction. Non perché gli autori intendano intenzionalmente ingannarci, ma in quanto la scrittura autobiografica enfatizza il senso della appartenenza a se stessi non per autocompiacimento. Semmai per intenti valutativi anche ostinati e critici verso gli eccessi narcisistici. Il che fa si che la scelta di scrutinare la propria soggettività rappresenti il vertice di un’avventura personale, di una libera scelta, ripeto, che non mira (o non dovrebbe mirare) a dimostrarsi soltanto una produzione di carattere letterario. Per tale motivo, prima ancora di ritenerla un oggetto di tal natura le pagine che scriviamo su di noi vanno considerate un artefatto e una testimonianza narrativa non affidata alla voce, ma all’ inchiostro. Anche la pagina più elementare e grammaticalmente discutibile nella quale ci si racconti in prima persona, costituisce una manifestazione dell’umano, anche la più elementare e malferma, che ci chiede di essere comunque ascoltata e letta. Ne consegue che ogni “reperto” o documento autobiografico anche effimero è traccia, lascito, eredità di una presenza che ha sentito il bisogno, per i motivi più disparati, di farci sapere della sua esistenza, del proprio essere stata al mondo.

Insomma, per avvicinarsi alla sensibilità all’antica, per avvertirne il soffio delle sue poetiche mai aggressive, la scrittura di sé è il più straordinario tirocinio che ci sia offerto.

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Duccio Demetrio

All’ antica. Una maniera di esistere

Raffaello Cortina editore, 2021.

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