EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

L’intelligenza artificiale ci chiede solo una cosa: di essere umani.

 di Federica Biolzi

Il presente non è il peggiore dei mondi possibili e le macchine hanno e avranno sempre bisogno degli umani. L’essere pessimista, in questo omento, significa rifiutare di lottare per sé per gli altri.  Maurizio Ferraris, docente all’università di Torino, è tra i filosofi italiani che maggiormente stanno contribuendo ad alimentare la capacità di interrogarsi sui temi della modernità. In occasione dell’uscita del suo ultimo libro Documanità, Filosofia del mondo nuovo, ci ha gentilmente concesso questa intervista.

–  Il suo interessantissimo libro pone una serie di problemi e prospettive, in primo luogo in termini di segni, tracce, metodo. Ma andiamo con ordine, iniziando dal titolo accattivante, cosa è la Documanità?

È l’umanità che ha smesso di pensarsi come produttrice di beni, e ha incominciato a concepirsi come produttrice valore. Una volta, fino a non molto tempo fa, gli esseri umani erano spesso la semplice appendice delle macchine, un’appendice che oltretutto consisteva spesso nell’apporto di forza fisica. Ma nel momento in cui l’automazione raggiunge il grado di efficienza e di complessità a cui si sta avvicinando attraverso il Web, l’umanità può smettere di essere una appendice per diventare il cuore pulsante della automazione.

Senza umani nessuna macchina avrebbe senso, e questo è vero da sempre. Diventa però particolarmente importante nel momento in cui la macchina, come accade nell’intelligenza artificiale, ci chiede soltanto una cosa: “Siate umani, comportatevi come umani nella vostra intelligenza così come nella vostra stupidità, nella vostra razionalità come nella vostra totale irrazionalità. Io registrerò ogni vostro atto e lo trasformerò in automazione. Perché ‘automazione’ significa solo questo: abilitare una macchina ad agire come un umano. E se siete preoccupati di perdere il lavoro, considerate due cose. Primo che ogni lavoro che può essere sostituito da una macchina è in ultima analisi indegno di un umano. In secondo luogo, considerate che se ogni atto produttivo può essere in linea di principio sostituito vantaggiosamente da una macchina, resta che il consumo, in quanto caratteristica essenziale di ogni organismo, cioè anche degli umani, non potrà mai essere sostituito.”

Il modo in cui una macchina ha bisogno di elettricità o di benzina è radicalmente differente dal modo in cui un organismo bisogno di cibo o di acqua. Se l’energia viene meno, la macchina si ferma ma può sempre ricominciare a funzionare. Se l’energia viene meno, l’organismo muore. Questo significa che gli organismi hanno urgenze, temporalità, desideri e significati che le macchine non potranno mai avere. Ed è per questo che le macchine non vanno da nessuna parte senza la volontà degli umani, che ne sono i padroni assoluti anche se, per sgravarsi delle loro responsabilità, preferiscono pensarsene come gli schiavi.

Una volta riconosciuta l’impossibilità di automatizzare il consumo, è necessario riconoscere un secondo elemento di importanza capitale, e cioè il fatto che prima del Web, che è una macchina di registrazione universale, il consumo non lasciava tracce, che non fossero degli scarti inutilizzabili. Ma nel momento in cui ogni nostro atto può venir registrato – e dunque capitalizzato in termini di automazione, distribuzione, ricchezza –  allora il consumo degli umani si trasforma in una produzione di valore. È proprio questa la grande prospettiva che si apre a noi umani nel momento in cui smetteremo di coltivare superstizioni che ci vogliono schiavi di macchine demoniache e onnipotenti, o magari interessate a frugare nella nostra interiorità, e capiremo di essere operai che generano valore in una fabbrica, la piattaforma, che si arricchisce enormemente per un ottimo motivo, e cioè che non ci paga.

Una volta compreso questo si apre la possibilità di un webfare, di un welfare digitale, ossia di una equa tassazione delle piattaforme. Una tassazione basata non sull’argomento moralistico e illiberale per cui le piattaforme sono ricche, giacché la ricchezza non è mai stata una colpa né un merito non più di quanto la povertà sia mai stata una virtù o un demerito. Bensì sull’argomento per cui si tratta di pagare un enorme lavoro nascosto e compiuto da tutta l’umanità, che non viene a oggi riconosciuto come lavoro.

– Citando Hobsbawm, lei ci dice che il secolo breve, il ‘900 dalla prima guerra mondiale, in realtà si è concluso nel 2020, con un ottimismo non celato verso il futuro? Quali sono questi segni che farebbero ben sperare?

Gli umani tendono sottovalutare il presente, e spesso a considerarlo il peggiore dei mondi e dei tempi possibili, semplicemente perché non si prendono la pena di fare il confronto con il passato. Se da oggi torniamo indietro di cent’anni, che cosa troviamo? Una umanità uscita di fresco da due catastrofi senza comune misura: la Spagnola (diffusasi senza web, globalizzazione, turbocapitale ecc. ecc.) e un conflitto in cui si considerava doveroso e patriottico mandare a morire ogni giorno migliaia di giovani. Tutto questo attualmente appare del tutto inconcepibile. Vogliamo con questo negare che il 2021 è un’epoca preferibile al 1921? A un incontentabile che trovasse qualche motivo di nostalgia per la vita dei nostri bisnonni propongo di tornare al 1621. L’Europa è attraversata dalla peste e dilaniata dalla guerra dei trent’anni. Vogliamo tornare indietro al 1521? Il 13 agosto di quell’anno Cortés espugna definitivamente Tenochtitlán, almeno duecentomila aztechi sono morti di fame durante l’assedio, e presto i nove decimi della popolazione del Messico moriranno, principalmente per una influenza portata dai Conquistadores immunizzati.

L’ironia, se così possiamo dire, è che questo catastrofismo ha luogo nel momento in cui diviene possibile pensare a una umanità liberata dal lavoro, dopo che si è liberata dal ricorso sistematico alla guerra e dall’idea che ci siano esseri umani che la natura destina alla schiavitù! Il fatto è che il pessimismo è un atteggiamento alla portata di tutti che soprattutto esenta il pessimista da lottare per sé e per l’umanità in nome di un mondo migliore. Per questo considero l’ottimismo un dovere morale, perché se davvero noi fossimo convinti che nulla di tutto quello che facciamo migliori la sorte dell’umanità, o se addirittura fossimo convinti che ciò che facciamo non fa che peggiorarla, allora dovremmo avere il coraggio di chiudere baracca e burattini, togliere il disturbo, e spegnere la luce.

– L’ultimo di questi segni, l’interruzione signoria e servitù, pone l’accento su un tema classico dell’economia e anche della filosofia: la produzione del valore. Cosa può significare in concreto?

Consideriamo la moneta da cinquanta lire in corso nella Repubblica italiana per buona parte del secolo scorso.

moneta

Dubito che l’uomo nudo martelli per consumare delle calorie, a quei tempi l’umanità non aveva simili problemi perché era spesso impegnata in lavori duri, nocivi e defatiganti. Il lavoro nobilita l’uomo? Dipende.  Piuttosto che starsene in un angolo sdraiato per terra con la sola compagnia e passatempo di un cattivo liquore è meglio andare a picchiare con un martello sopra un’incudine per ricavarne di che sostentare sé e i propri cari. Ma sarebbe ancora meglio che a battere sull’incudine fosse una macchina, e che l’umano si limitasse a controllare il processo produttivo: l’evoluzione della economia industriale è andata proprio in questa direzione. E una volta che disponiamo di sistemi di intelligenza artificiale che fanno sì che non sia neanche necessario controllare il processo produttivo, e magari neanche il processo distributivo, ha ancora un senso rimpiangere i bei tempi in cui ci stava nelle fucine a dare martellate sopra del ferro incandescente?

Io credo che nessuna persona sensata o non prevenuta ideologicamente potrebbe asserire qualcosa di simile, e se è troppo aspettarsi una umanità pienamente sensata, resta un po’ malinconica l’immagine dei tantissimi che  rivendicano la necessità dei lavori manuali, magari senza aver chiaro che anche scrivere è un lavoro manuale, e molto più degno di un umano che picchiare su un’incudine. Immagino un’ovvia obiezione: “L’automazione sarà anche la gran cosa che tu dici che sia, ma ci porterà via il lavoro”. A costoro rispondo che proprio perché, come ricordavo prima, il consumo non può essere automatizzato, e tutta la produzione di questo mondo non può aver luogo senza consumo, allora l’umanità ha di fronte a sé una grandissima opportunità, che deve comprendere e orientare politicamente: il fatto di diventare non più produttrice o distributrice di beni, ossia appendice delle macchine, bensì produttrice di valori.

Invece di rimpiangere, non so quanto sinceramente e di certo ben poco sensatamente, i campi e le officine, consideriamo, con un lavoro tutt’altro che disprezzabile benché sia intellettuale e non manuale, che adesso, grazie al Web, avviene qualcosa di importantissimo e cioè il fatto che il consumo diviene automaticamente produzione di valore. Sicché gli umani, nel momento in cui agiscono non come umani e non come attrezzi, stanno ponendo le basi per una crescente liberazione dal lavoro come fatica e ripetizione, cioè per l’universalizzazione del solo lavoro degno di un umano, il lavoro dello spirito.

– In modo particolare, nel suo volume, attrae il capitolo relativo a quella che lei chiama la rivoluzione copernicana: il web determina una rivoluzione copernicana per cui la comunicazione segue alla registrazione. Perché?

Per un particolare infimo all’esordio, che all’inizio nessuno considerato perché a giusto titolo non poteva coglierne l’importanza che si è poi dispiegata storicamente. Nell’analogico, per esempio nella radio o nella televisione tradizionale, o nel parlare non mediato da un apparato digitale, prima ha luogo la comunicazione e poi, se mai – dunque quasi mai, visto che ogni operazione successiva richiede sforzo – la registrazione. Ecco perché  si registrano e si trascrivono i discorsi dei parlamentari in Parlamento ma non al ristorante.

Ma il digitale funziona diversamente: per poter comunicare, il messaggio digitale deve essere codificato, e per essere codificato richiede di essere registrato. Ne deriva che ogni comunicazione e più in generale ogni atto, comunicativo o meno che sia, viene registrato e genera una docusfera ben più ampia e decisiva dell’infosfera a cui spesso, e a torto, si riduce il Web. Perché è dalla registrazione della mobilitazione umana sul Web che nasce l’intelligenza artificiale, e di qui la possibilità di liberare l’umanità dal lavoro.

– il libro, come lei ricorda, completa una quadrilogia della sua carriera. Dopo Storia dell’ermeneutica, Estetica razionale e Documentalità. Ci aiuti a riassumere il significato di questo percorso?

È molto gentile a pormi un quesito che non necessariamente interessa i nostri lettori. Con Storia dell’ermeneutica cercavo di comprendere il significato nella tradizione filosofica in cui mi ero formato l’università di Torino. Dieci anni dopo, con Estetica razionale, ho cercato di esaminare il grande rimosso di quella tradizione, ossia la percezione. Con Documentalità ho messo a fuoco un altro rimosso, la tecnologia della registrazione, e quello che è successo dopo mi ha dato ragione. A questo punto mi sono permesso aprire un quarto capitolo, provando a suggerire le vie per una umanità più felice e più libera.

Maurizio Ferraris

Documanità, Filosofia del mondo nuovo

Laterza Editore, 2021

 

Share this Post!
error: Content is protected !!