EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

L’Io esiste solo in quanto frutto delle sue relazioni. Intervista a Vito Mancuso

di Gianfranco Brevetto

La lettura degli scritti di Vito Mancuso è sempre un’esperienza di arricchimento, di riflessione. Nel suo saggio, La vita autentica, l’autore tocca e sollecita sensibilità spesso dimenticate e soffocate da una quotidianità che ci rende irriconoscibili. Ringraziamo il professor Mancuso per aver, amabilmente, accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

– Il suo saggio pone questioni centrali per l’uomo, ad iniziare dalla libertà. L’uomo autentico, per lei, è l’uomo libero, libero da se stesso e che vive per la giustizia e il bene. Ma, nella vita di tutti i giorni, come facciamo a distinguere l’autentico dal falso?

– Occorre precisare, in primo luogo, che questi giudizi vanno riferiti a se stessi. Nel Vangelo, considerato anche come fonte di sapienza di vita, Gesù ci dice, nel discorso della montagna, di non giudicare e, nel Vangelo di Luca, ci chiede: perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?

Bisogna stare molto attenti ad attribuire alle persone un giudizio così pesante come quello d’inautenticità, non possiamo giudicare l’intimo di una persona. Mentre possiamo farlo per le sue azioni, le sue parole, ma bisogna essere molto cauti nel dire a qualcuno: sei falso!

Seguendo le due citazioni evangeliche, vediamo ora cosa accade rispetto all’autenticità di se stessi. In proposito, mi viene in mente la parola armonia. Essa è, al contempo, il risultato dell’accordo con sé e con gli altri che compongono i vari sistemi di cui facciamo parte, la famiglia, l’azienda, la classe, il condominio. L’armonia con sé è anche la base su cui si costruisce l’armonia con gli altri. Essa è il criterio, oggettivo e soggettivo al contempo, sul quale misurare l’autenticità della propria vita. Ma presuppone equilibrio. Non possiamo raggiungere l’armonia con gli altri a scapito di quella con noi stessi, se ci si dedica completamente agli altri, ma dentro si è infelici, scontenti, insoddisfatti, ci si trova di fronte ad una vita non ancora giunta all’autenticità. Allo stesso modo quando si raggiunge una presunta armonia di se stessi ma si producono disarmonie e conflitti con gli altri, parimenti siamo di fronte a qualcosa d’imperfetto.

– Sempre per restare nel discorso evangelico, la ricerca di una presunta libertà, può anche portare a fughe e al rifiuto del quotidiano. Mi riferisco alla parabola del cosiddetto figliol prodigo.

– La partenza del figlio più giovane è una trappola dell’Ego, quella di cui parlo nel libro. A volte, proprio da sé stessi emergono le maggiori insidie, le maggiori trappole. Il figlio che decide di andare via, e richiede la sua parte di eredità, in un certo modo uccide il padre. La sua richiesta equivale a dire non voglio avere più nulla a che fare con te perché è come tu fossi morto. In questa apparente ricerca di autenticità, di vita vera, c’è molto narcisismo, superficialità. Il Vangelo, alla fine della parabola, ricorda che il figlio rientrò in se stesso. In questa conversione, nel rientro a casa dal padre, vi è anche una parodia dell’essere autentico. L’autenticità, etimologicamente, indica qualcosa che è vera dentro, non possiamo trovare l’autenticità fuori da noi stessi.

– Diciamo, però,  che questa possibilità è legata anche a fattori storici, sociali, culturali.

– Nel passato, anche recente, le costrizioni sociali erano tali da impedire le manifestazioni della natura profonda di ciascuno. Tutti dovevano, più o meno, rientrare, comportarsi, presentarsi, all’interno di alcune categorie prefissate, da qui la falsità, la recitazione. Oggi la morale individuale è più importante di quella sociale, un tempo l’individuo si doveva conformare, oggi non è più così. Penso, ad esempio, all’ambito della sessualità dove questo passaggio appare più evidente. Questa nuova situazione, a volte, comporta problemi sul fronte della coesione sociale, l’individuo è pervaso dalla sensazione di uno sfilacciamento della società, di una mancanza di un’identità sociale. Occorre, però, dire che, se queste identità sono venute meno, è anche perché non avevano ragione di essere, erano mantenute a spese di tante sofferenze, di tanti dissidi ed ipocrisie. Volendo avere come criterio l’autenticità io non cambierei questo mio tempo con nessun altro.

– Nei suoi studi, lei ritorna spesso sul concetto di Io come relazione. Nel libro lei sostiene che l’io esiste solo in quanto frutto delle sue relazioni.

– Sì, ogni cosa esiste in quanto relazione, anche un’isola esiste come relazione, se non ci fosse il mare a circondarla non sarebbe tale, la relazione è la logica dell’essere. Aristotele, nel descrivere le sue categorie, poneva solo al quarto posto le relazioni. Oggi sappiamo dalla fisica, dalla psicologia, dall’esperienza personale, che in realtà prima ci sono le relazioni. Io e lei abbiamo le nostre individualità e, mettere al primo posto le relazioni, non vuol dire negare questa identità, come si sostiene a volte nel dibattito politico. L’identità non nasce dal conflitto ma dalla relazione, non c’è nulla al mondo che non sia un sistema, la natura, il nostro corpo, il linguaggio, tutto è un sistema. Pindaro diceva: diventa ciò che sei, ed è questa la maniera matura di vedere il mondo. Divento me stesso quanto più approfondisco le mie relazioni sia con me, in quanto io stesso sono un sistema di relazioni, che con gli altri. Nel farlo ci posso essere momenti di conflitto, ma il conflitto è fatto per sciogliersi.

– Il vivere autenticamente è un cammino che ci offre anche molte speranze, ma come ci può essere di aiuto in questo momento in cui sembra che la pandemia prevalga su tutto.

– Io penso che la più grande speranza che noi possiamo avere è quella di essere fedeli a noi stessi. In proposito, c’è un brano di Marco Aurelio che dice: Vivi con gli dèi. E vive davvero con gli dèi chi ad ogni istante mostra la propria anima soddisfatta della sorte che le è toccata, mentre compie tutto quanto vuole il demone, frammento divino che Zeus ha dato ad ogni uomo come suo difensore e guida. E questo demone è la mente e la ragione di ognuno. (Pensieri, V, 27)

Marco Aurelio lo dice con immagini mitiche, gli dèi, il demone, ma vuole dirci che noi possiamo attingere al contatto con la verità, possiamo, ogni giorno, avere esperienza di questo regno della bellezza, della giustizia, a patto di essere fedeli alla nostra interiorità, a questo demone che Zeus ha dato ad ogni uomo. Qui vi è la connessione profonda alla verità, alla giustizia, alla bellezza. A questa dimensione si può accedere quotidianamente, essa è l’ancora della salvezza immanente. Salvezza nella vita, qui ed ora, perché possiamo fallire come esseri umani, oppure possiamo realizzarci come individui liberi e consapevoli.

Vito Mancuso

La vita autentica

Cortina Editore, 2021

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