EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
ovadia

Mai cedere alla gastronomia della spiritualità – intervista a Moni Ovadia

intervista di Gianfranco Brevetto

 

Moni Ovadia, per le sue radici culturali profonde, per la sua esperienza di attore e di uomo impegnato nel sociale, è una tappa obbligata per l’approccio ai rapporti tra l’anima e la corporeità.

Oggi, come è possibile ragionare oggi su corpo e anima?

– Quando noi facciamo riferimento al concetto di anima interviene subito l’idea che questa richiami un contesto religioso e di spiritualità, anche non religiosa. La spiritualità è ciò che unisce le religioni e le culture e permette di metterle a confronto. Per le religioni io penso che ognuno ha la sua e aggiungo sempre : se la tenga! Si sa, io non sono interessato al fenomeno religioso se non come fenomeno culturale, personalmente sono agnostico. Qualcuno mi accusa di essere un credente camuffato, ma non è vero.

Tornando alla sua domanda, la relazione con il nostro corpo  è cambiata nel tempo, abbiamo acquisito conoscenze sul corpo di carattere medico e scientifico che ci hanno permesso di saperne sempre di più. Per un credente l’anima è quella parte di scintilla divina che è in noi, insufflata dal divino, in diretta connessione col fatto di essere creati, da una divinità che è diventata un Dio unico per la maggior parte dell’umanità. Oggi il corpo viene considerato, dalla nostra società consumistica, come oggetto di consumo. La cura, l’aspetto, sono prevalenti.  Il corpo è considerato solo per il suo valore esterno, non come termine dialettico di quello che noi chiamiamo l’anima. La psicanalisi e la psicologia  hanno cambiato la nostra visione classica dell’anima e hanno introdotto concetti paralleli.

– Quindi cosa è l’anima secondo lei?

– L’anima è lo statuto interiore, la capacità di pensarci e sentirci anche sul piano della coscienza, nelle relazioni con noi stessi e con l’altro. Il primo moto che noi abbiamo, per esempio, nei confronti di una persona in difficoltà suscita in noi un’emozione nei suoi confronti.  Un moto che può essere d’indifferenza o di simpatia. Questo sentimento si declina come elemento di pensiero che discende dalla nostra formazione, l’anima è un’eredità che noi riceviamo dal contesto familiare, l’anima è insieme pensiero e sentimento in una successione che dipende dalle circostanze. L’anima contiene in sé la coscienza e anche l’istinto. L’anima, che appartiene a tutti gli uomini, ha spazi enormi per accogliere in sé una ricchezza che si articola in emozioni, sentimenti e pensieri,   reagisce all’alterità del mondo secondo principi etici.

– Trovo interessante questa rappresentazione di un’anima laica, sui suoi principi etici ho qualche dubbio…

– La seconda guerra mondiale, ed i suoi tragici eventi, hanno fatto emergere una depravazione dello stato dell’anima, attraverso un’alienazione a favore del potere. Se c’è qualcosa che non ha anima è il potere,  è autoreferenziale, millanta di averla rispetto alle convenienze e alle circostante. Per esempio, quando c’erano i partiti tradizionali questi appartenevano ad uno statuto ideale, l’anima era attivata da idealità. Oggi il potere  è un mestiere e non un servizio,  il potere non ha sentimenti propri ma solo sentimenti funzionali.

– Mi sembra che, spesso, partiti e movimenti siano divenuti solo captatori di voti.

– Hanno semplicemente un interesse ad alimentare se stessi con la gestione di uno spazio autoreferenziale. Noi dovremmo ricercare gli spazi dell’anima, in primo luogo nel rapporto con il nostro essere, coi nostri stati più intimi. Il corpo ha una relazione con tutto questo, esso non è semplicemente una materia che va plasmata solo attraverso funzioni meccaniche, come dimostra la straordinaria filosofia Zen: un corpo temprato all’interiorità, attraverso le decostruzione delle certezze fino ad un perfetta adesione tra interiorità e corpo. Come nel caso dell’arciere che riesce a colpire il bersaglio, bendato e senza tensione muscolare. Nello Zen si acquisisce l’educazione alle relazione tra esteriorità del corpo e interiorità. Io ritengo che si possa identificare l’interiorità come sede dell’anima. Il luogo in cui stiamo con noi stessi, in cui percepiamo travagli o disagi oppure la necessità di trasformarci. Gli orientali hanno molto da insegnare, ad esempio nel percepire  questa relazione che ci permette di accedere a statuti di esistenza molto più alti e molto meno necessitati da meccanismi di consumo.

– Concetti attuali e validi, al di là delle derive a cui faceva riferimento.

– Oggi  assistiamo alla gastronomia della spiritualità, si cerca di appropriarsi del tutto, senza avere le opportune conoscenze. Prendiamo ad esempio la Qabbālā, da me vengono diverse persone per studiarne i meccanismi ma, per poterli approfondire, occorre conoscere la Torah e il Talmud a menadito. Ci vogliono anni di studio e di rimessa in questione di se stessi. La gente pensa che sia sufficiente andare da uno che gli racconta, magari, due storielle.  La Qabbālā mette in luce una delle relazioni più pregnanti ed inquietanti tra anima e corpo: la mistica della Qabbālā. La scoperta dell’anima non può avvenire in modo gastronomico.

-Forse è solo una volontà di appropriarsi di tecniche?

– Socrate dice so di non sapere, Lao Tzu dice che sommamente sublime è non sapere di sapere. Indica cioè il depensamento, quando hai tolto alla conoscenza ogni atto velleitario, compiaciuto, narcisista. In poche parole hai interiorizzato. Il training del tuo corpo ti ha permesso di interiorizzare. Noi invece siamo una società che vive totalmente all’esterno, ci serviamo di mezzi esteriori, la nostra è una società esternalizzata. Pochi uomini sanno coltivare l’interiorità per stabilire un rapporto tra corpo e anima che faccia dell’essere umano quello a cui è destinato  e cioè amare, contemplare, celebrare, creare giustizia e dignità.

– L’esteriorità, come il moltiplicarsi dei segni sul corpo.

– Una volta il tatuaggio era legato ad una condizione esistenziale ed aveva un significato, era un segno identitario ad esempio per galeotti e marinai. Oggi è solo esibizione. Noi siamo passati dal cogito ergo sum al mi esibisco ergo sum. Sono in quanto appaio, non saremo mai in grado di percepire la nostra anima se questo è quello che ci orienta.

– Veniamo al suo essere anche attore. Il corpo per un attore è qualcosa di diverso.

– È un mezzo espressivo. Il teatro del ‘900 ha scoperto il corpo, prima lo aveva scoperto solo la commedia dell’arte. È un mezzo espressivo, dicevo, e ciò che ti permette di rivelare la tua intenzione interpretativa, oltre che con la parola e la voce, con la tua presenza fisica. Ma non è solo  presenza fisica, più le espressioni del tuo corpo vengono dall’interiorità più queste hanno la possibilità di coinvolgere lo spettatore, di toccarlo e permettergli di accedere a ciò che vuoi comunicare. Il discorso è però complesso, io sostengo che il teatro è uno dei pochissimi luoghi di verità, quando non è teatro d’intrattenimento. Il teatro ti permette di comunicare ciò che non è comunicabile altrimenti, perché il teatro può utilizzare la pietas della finzione. In un sonetto in romanesco Gigi Proietti dice: viva il teatro dove tutto è finto ma niente c’è di falso. Il teatro, attraverso la finzione, fa emergere una verità possibile per l’uomo, una verità che non uccide come quella dei tiranni, una verità che non raggira e uccide come quella dei chierici fanatici. La pietas della finzione permette al teatro di parlare delle cose più terrificanti, ma la finzione è il suo scudo di Perseo. Essa impedisce alla Medusa dell’orrore di pietrificare, la finzione vale anche nella narrativa per certi versi. Per esempio nella tragedia narrata da Primo Levi in Se questo è un uomo.  Il criminale più efferato sulla scena teatrale viene accolto e lasciato esprimere nella sua radicalità, cosa che non succede nella realtà.

– Esempio ne è la tragedia greca con il meccanismo della catarsi..

– È una forma di psicoanalisi collettiva. Il popolo greco, nel teatro,  si rispecchiava in se stesso, si misurava con ciò che lo aveva portato ad essere quello che era divenuto.  I greci scendevano al teatro per misurarsi, confrontarsi e formarsi. Ma l’uso del corpo è stata la grande scoperta teatrale del novecento , per esempio con la biomeccanica teatrale di Grotowski e Eugenio Barba.

Però il corpo diventa grande strumento, poderoso e sconvolgente, di comunicazione quando la sua formazione e la sua espressività nel movimento germinano anche  dall’interiorità. Non è solo un fatto ginnico, ma è comunicazione emotiva e può arrivare ad esprimere tutto.

 

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