EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto 2020, n. 7 - 8 anno V - ISSN 2531-7334
ACAE87

Malattia. Quando il riflesso è la sua negazione. Intervista a Claire Marin

di Gianfranco Brevetto

(ITA/FRA – versione originale in fondo)

Claire Marin, filosofa e docente, è una tra le personalità, in questo campo, particolarmente interessanti in Francia. Si è occupata di  temi come quello del corpo, fornendoci, di volta in volta, risposte  che rendono di stringente attualità lo strumento della riflessione filosofica. E’ autrice di numerosi saggi tra i quali La maladie, catastrophe intime (Paris, PUF, 2014), Rupture(s) (Paris, L’Observatoire,  2019) , Mon corps est-il bien à moi? (Gallimard Jeunesse, 2020)

–        In Europa viviamo nel bel mezzo di un evento inatteso, un’epidemia che ha messo in gioco i nostri punti di riferimento e, in primo luogo, la nostra visione della vita, degli affetti, della salute. Siamo di fronte ad una malattia di cui sappiamo ancora molto poco. In cosa questa epidemia sta cambiando il nostro approccio alla malattia e al corpo ?

–        Forse, alla fine,  saremo più coscienti della vulnerabilità di ognuno di fronte a fenomeni biologici che minacciano tutti. Durante questa pandemia abbiamo visto come certe patologie preesistenti, come l’obesità e il diabete, indeboliscano i pazienti. Spero che questo porterà a maggiori informazioni sul modo in cui la nostra alimentazione ci mette, direttamente o indirettamente, in pericolo. Occorre una vera  e propria educazione alimentare, dall’infanzia, per prendere coscienza delle cattive abitudini e cercare di prevenirle prima che si consolidino. La gente si è ritrovata, in questa occasione, davanti al cibo. Sembrerebbe un’esperienza poco filosofica, ma è, in effetti, fondamentale : ciò che mangiamo, la maniera in cui prepariamo i nostri piatti, il tempo che ci occorre per condividerli, le persone con le quali li condividiamo, sono  rivelatori del rapporto con il nostro corpo e con la nostra salute e con quella dei nostri cari.

Questa esperienza ci ha obbligati anche a guardare al di fuori. A pensare anche alla salute degli altri. A preoccuparci dei più deboli, coprendoci il viso per proteggerli facendo la spesa, rendendo loro una piccola cortesia, mantenendo, comunque, anche a distanza, dalla finestra, un contatto con loro. Ora, questo comportamento, l’agire in modo da avere cura per gli altri, attraverso piccoli gesti essenziali, è anche un’esperienza  che avevamo trascurato nelle nostre società divenute troppo individualiste.

Inoltre, queste epidemia ci riporta a una forma di umiltà. Noi non comprendiamo tutto, non possiamo prevedere tutto, non sappiamo curare tutto. Abbiamo scoperto che la medicina presuppone un lungo lavoro di ricerca e che essa non è nulla senza le donne e gli uomini che la sostengono, comprese le condizioni impegnative nelle quali hanno affrontato il loro compito. Nel momento in cui molti fantasticavano su di un avvenire transumanista, questo virus, che ci ha lasciato così poveri, dovrebbe ricondurci a ripensare le nostre priorità in materia di sviluppo biotecnologico.

–        In una sua recente intervista su France Culture lei ha citato Camus e, in particolar modo, La Peste. E’ interessante notare come gli atteggiamenti di alcuni personaggi, di questo prezioso romanzo, si ritrovino nei nostri contemporanei : vivono come se nulla fosse. La nozione di illusione fa parte della storia della filosofia. Può questo concetto aiutarci meglio a comprendere l’attualità ?

–        Di fronte ad un evento smisurato, eccezionale e minaccioso, la cui rappresentazione sembra sorpassare sia le nostre capacità intellettuali (poiché non possiamo anticiparne lo sviluppo) che le nostre capacità psichiche (evoca la possibilità di una morte imminente), il nostro riflesso è la negazione. L’abbiamo visto bene quando i francesi continuavano a vivere senza grandi preoccupazioni, mentre i loro vicini italiani erano già in una situazione tragica. Ma questo atteggiamento è assai comune di fronte alle prove degli altri : cominciamo a pensare, come in una forma di pensiero magico, che non toccherà mai a noi. Come se la malattia fosse in un certo senso « meritata », o come se si giustificasse in un modo  o nell’altro (evocando, ad esempio, le differenze tra i sistemi sanitari). A questo proposito, alcuni dati specifici sul Covid, come il fatto che interessi maggiormente  le persone anziane, hanno potuto alimentare, in una gran parte della popolazione, un sentimento di invulnerabilità. E’ questa un’altra caratteristica della malattia, essa rivela, in maniera spietata il nostro egoismo e la nostra ingenuità.

–        In generale, qual è per lei il rapporto tra la narrazione e la malattia, tanto a livello individuale che a quello collettivo ? Perché si sente la necessità di raccontare e di raccontarsi in queste occasioni ?

–        Si è visto fino a che punto abbiamo avuto bisogno di discorsi in questo periodo : discorsi di specialisti, per cercare di capire e nella speranza di rassicurarsi, discorsi di filosofi, per tentare di dare un senso a questa esperienza. Ma anche bisogno di storie ; sui social, alla radio, non ci sono stati mai tanti consigli per la lettura. La  letteratura ci aiuta a capire (lei avete evocato La peste poco fa, le vendite di questo libro sono esplose in tutta Europa), la letteratura ci consola e ci diverte. Abbiamo letto i racconti degli uni e degli altri, le lettere dei romanzieri e degli intellettuali ascoltate alla radio, i loro diari della quarantena – più o meno riusciti .  Qualunque sia il valore di queste produzioni, esse ci ricordano che la messa in forma di racconto è, a volte, la sola risorsa che ci resta quando il reale ci sfugge e ci mette alla prova. La medicina narrativa, questo approccio terapeutico che si fonda sulla narrazione del vissuto del paziente, testimonia i benefici della trasposizione in parole e della messa in ordine di un’esperienza di caos e di violenza. Il bisogno che ognuno ha avvertito  di parlare con i propri cari o con gli amici, di condividere i propri sentimenti sui social o di scrivere per se stesso di momenti così particolari, non è solo l’effetto della noia o della solitudine, ma manifesta la forza della capacità di mettere in parole, dell’esteriorizzare e dell’elaborare un senso, quando l’esperienza ci lascia in balia di  un sentimento di assurdità

–        Questa epidemia ci ha fatto sprofondare in uno stato che molti di noi non avevano mai sperimentato : il confinamento, la messa a distanza fisica. Quali possono essere le conseguenze per noi, nel nostro intimo ?

–        Forse saremo obbligati ad una sorta di messa a punto. E’ stato difficile in questa situazione di confinamento mentire a noi stessi o di evitare i problemi di senso e di valore dei nostri atti, dei nostri impegni affettivi, professionali. Io credo che l’effetto psichico di questa esperienza durerà più a lungo del distanziamento fisico. La nostra tendenza spontanea, mi pare, è piuttosto quella di aver voglia di avvicinarci agli amici o ai familiari. E, almeno nelle grandi città, il distanziamento fisico è una realtà molto difficile da realizzarsi. Non sono sicura del fatto che noi abbiamo interiorizzato la distanza e che noi andiamo verso una società senza contatti, come sostengono alcuni. Al contrario, io penso che, oggi più che mai, abbiamo percepito il bisogno e l’importanza del contatto e della presenza reale degli altri.

–        I medici , il personale curante, hanno avuto un ruolo di primo piano in questa epidemia. Abbiamo osservato queste donne e questi uomini da vicino, essi sono il volto umano della competenza scientifica. Quale lezione possiamo trarne ?

–        Sappiamo bene che la cura dipende inequivocabilmente dalla tecnica, ma essa è prima di tutto un lavoro umano, in tutti i sensi del termine : portata avanti da donne e uomini e attenta a lenire la sofferenza, fisica e psichica. Siamo rimasti scioccati in Francia dal divieto di visita nelle Ephad ( residenze mediche per le persone anziane), dell’impossibilità, a volte, di assistere alle esequie dei propri cari o di assistere al parto della propria compagna. Questa epidemia ci ha ricordato che l’umanità della cura si gioca anche nelle relazioni, nella presenza e nell’accompagnamento.

***

(versione originale)

–        En ce moment, on est au beau milieu d’un événement inattendu en Europe, une épidémie a remis en question nos points de repères, et en premier lieu notre vision de la vie, des affects, de la santé. Nous sommes face à une maladie dont on sait peu de choses. En quoi cette épidémie va-t-elle changer notre approche de la maladie et du corps ?

–        Peut-être que l’on sera plus conscients de la vulnérabilité de chacun, face à des phénomènes biologiques qui nous menacent tous. On a vu également pendant cette épidémie combien certaines pathologies comme l’obésité ou le diabète préexistantes fragilisaient les patients. J’espère que cela incitera à davantage d’informations sur la manière dont notre alimentation nous met directement ou indirectement en danger. Il nous faut une véritable éducation alimentaire, dès l’enfance, pour prendre conscience des mauvaises habitudes et essayer de les prévenir avant qu’elles ne s’installent. De manière générale, les peuples confinés se sont retrouvés face à leur assiette. Cela parait une expérience bien peu philosophique, mais elle est en fait fondamentale : ce que nous mangeons, la manière dont nous préparons nos repas, le temps que nous prenons pour les partager, les personnes avec qui nous les partageons, c’est très révélateur de notre rapport à notre corps et à notre santé et à celle de nos proches.

Cette expérience nous a donc aussi obligés à nous décentrer. A penser aussi à la santé des autres. A nous soucier des plus fragiles, en nous couvrant le visage pour les protéger, en faisant leurs courses, en rendant de petits services, en maintenant, même à distance, par la fenêtre, le contact avec eux. Or cette attitude, agir de manière à prendre soin des autres, à travers de petits gestes essentiels, est aussi une expérience qu’on avait négligée dans nos sociétés devenues si individualistes.

Enfin, cette épidémie nous ramène à une forme d’humilité. Nous ne comprenons pas tout, nous ne pouvons pas tout prévoir, nous ne savons pas tout guérir. Nous découvrons que la médecine suppose un long travail de recherche, qu’elle n’est rien sans les hommes et les femmes qui la soutiennent, y compris dans des conditions aussi éprouvantes que celles que les soignants ont traversées. A l’heure où certains fantasmaient sur un avenir transhumaniste, ce virus qui nous laisse si démunis, devrait nous conduire à repenser nos priorités en matière de développement biotechnologique.

– Dans votre récent entretien sur France Culture, vous avez cité  Camus et, notamment, La Peste. Il est intéressant de voir que l’attitude de certains personnages de ce précieux roman se retrouve chez beaucoup de nos contemporains : vivre comme si rien n’était. La notion de illusion fait partie de l’histoire de la philosophie. Peut-elle nous aider mieux dans la compréhension de l’actualité ?

– Face à un événement démesuré, exceptionnel et menaçant, dont la représentation semble dépasser à la fois nos capacités intellectuelles (puisque nous ne pouvons anticiper son déploiement) et nos capacités psychiques (puisqu’il fait surgir la possibilité imminente de la mort), notre réflexe est le déni. On l’a bien vu, lorsque les Français continuaient à vivre sans grande inquiétude, alors que leurs voisins italiens étaient déjà dans une situation tragique. Mais cette attitude est assez commune face à l’épreuve que traverse autrui: je commence par penser, dans une forme de pensée magique, que cela ne m’arrivera pas à moi. Comme si la maladie était d’une certaine manière « méritée » ou comme si elle se justifiait d’une manière ou d’une autre (on a ainsi évoqué la différence des systèmes de santé par exemple…). Sur ce point, certaines données spécifiques du COVID, comme le fait qu’il atteigne le plus gravement les personnes âgées, ont pu alimenter chez une grande partie de la population le sentiment d’invulnérabilité. C’est une autre caractéristique de la maladie, elle révèle, de manière impitoyable, notre égoïsme et notre naïveté.

– En général, quel est pour vous le rapport entre la narration et la  maladie, tant au niveau individuel qu’au niveau collectif ? Pourquoi  ressent-on la nécessité de raconter et de se raconter dans ces occasions ?

– On a vu à quel point on avait besoin de discours dans cette période : discours de spécialistes pour essayer de comprendre et dans l’espoir de se rassurer, discours de philosophes pour tenter de donner un sens à cette expérience. Mais aussi besoin d’histoires : sur les réseaux sociaux, dans les émissions radios, on n’a jamais eu autant de conseils de lecture. On voit bien ici la vertu de la littérature, qui nous aide à comprendre (vous évoquiez la Peste à l’instant, dont les ventes ont explosé dans toute l’Europe), nous console ou nous divertit. On a vu aussi les récits des uns et des autres, les lettres de romanciers ou d’intellectuels lues à la radio, leurs journaux de confinement – plus ou moins réussis -. Quelque soit la valeur de ces productions, elles rappellent que la mise en récit est parfois la seule ressource qui nous reste lorsque le réel nous échappe et nous met à l’épreuve. La médecine narrative, cette approche thérapeutique qui s’appuie sur le récit par le patient de son vécu, témoigne de cette valeur de la mise en mots et de la mise en ordre d’une expérience de chaos et de violence. Ce besoin que chacun a pu ressentir de parler avec des proches ou des amis, de partager ses sentiments sur les réseaux sociaux ou d’écrire pour soi sur ces moments si particuliers, n’est pas seulement l’effet de l’ennui ou de la solitude, mais manifeste la force de la mise en mots, de l’extériorisation et l’élaboration d’un sens lorsque l’expérience nous laisse un sentiment d’absurdité.

–        Cette épidémie nous plonge dans un état que beaucoup d’entre nous n’ont jamais expérimenté : le confinement, la mise à distance physique. Quelles sont les conséquences pour nous, dans notre intimité ?

–        Cela nous aura peut-être obligés à une forme de mise au point. Il était difficile dans cette situation de confinement de se mentir à soi-même ou d’éviter les questions du sens ou de la valeur de nos actes, de nos engagements affectifs, professionnels… Je crois que l’effet psychique de cette expérience sera plus durable que la distanciation physique. Notre tendance spontanée, il me semble, est plutôt d’avoir envie de nous rapprocher de nos amis ou des membres de notre famille. Et, au moins dans les grandes villes, la distanciation physique est en réalité souvent difficile…Je ne suis pas sûre que nous l’ayons intériorisée et que nous allions vers une société sans contact, comme le disent certains. Je pense au contraire que, plus que jamais, on aura ressenti le besoin et l’importance du contact physique et de la présence réelle d’autrui.

– Les médecins, les soignants ont eu un rôle de premier plan dans   cette épidémie. On a découvert des femmes et des hommes dans leur   proximité, le visage humain de la compétence scientifique. Quelle est la leçon à en tirer ?

– On a bien vu à quel point le soin certes dépend de la technique, mais est avant tout un travail humain, dans tous les sens du terme: porté par des hommes et des femmes et attentif à soulager la souffrance, physique et psychique. On a été choqué en France par l’interdiction des visites dans les EPHAD (centres médicalisés pour les personnes âgées), l’impossibilité parfois d’assister à des obsèques de proches ou d’assister sa femme lors de son accouchement. Cette épidémie nous a rappelé que l’humanité du soin se joue aussi dans les relations, la présence et l’accompagnement.

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