EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2019, n.9-10 anno IV - ISSN 2531-7334
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Mediterraneo e Medio-Oriente, impegno e passione nell’analisi geopolitica. Intervista a Gilles Kepel

di Gianfranco Brevetto

Cosa sta accadendo realmente nel mediterraneo e nel Medio Oriente? Perché le notizie che ci arrivano appaiono, a volte, contraddittorie e apparentemente incomprensibili alla maggioranza dei cittadini europei? E, soprattutto, esiste una via d’uscita reale e percorribile da questo caos ? Gilles Kepel è, attualmente, uno dei massimi esperti di quell’area, che ha frequentato, per motivi di studio, per circa mezzo secolo. Con lui ripercorriamo, cercando di capire eventi e cause, questo interessante periodo della storia contemporanea.

– Professor Kepel, nel suo ultimo libro, Uscire dal caos, lei ripercorre la storia di quasi cinquant’anni della geopolitica nel Mediterraneo e in Medio Oriente partendo dalla guerra del Ramadan nell’ottobre 1973. Perché ha scelto questo episodio? Cos’ è successo realmente?

– Ho scelto questa periodizzazione perché la guerra dell’ottobre 1973, del Kippur o del Ramadan, dipende dalle preferenze ideologico-religiose, segna l’inizio dell’era dell’islamizzazione della politica in Medio-Oriente e nel Nord Africa, avvenuta in concomitanza con l’esplosione dei prezzi del petrolio, sotto l’impulso dell’Arabia Saudita. Oggi, dopo la caduta del Califfato dell’Isis a Raqqa e con lo sconvolgimento di un mercato del petrolio, in cui non sono più i sauditi a fare il prezzo ma gli americani, grazie agli idrocarburi di scisto, si è passati ad un livello più alto. I dati sono cambiati: l’estremismo jihadista ha raggiunto il suo parossismo e ha conosciuto – almeno oggigiorno – un largo discredito. È stata dunque, questa, l’occasione per fare il bilancio dei decenni in cui questo mondo – nel quale noi siamo sempre più coinvolti in quanto abitanti della riva nord del Mediterraneo – è passato da una focalizzazione sul conflitto arabo-israeliano alla linea di faglia tra sciiti e sunniti, e tra i sunniti stessi. È accaduto che io sia stato anche testimone diretto di tutte queste vicende, ho conosciuto molti degli attori politici e religiosi che si sono susseguiti, ma anche persone normali, abitanti delle città, delle loro immense periferie, delle campagne. Una regione che ho frequentato dal 1974, da ben 45 anni.

– Nel periodo storico preso in considerazione, lei distingue tre generazioni di jihad, susseguitesi  fino al 2017 anno del declino dell’Isis.  Cosa è stata l’esperienza jihadista e cosa ha significato per il mondo arabo nel suo complesso?

– Io distinguo, in effetti, tre momenti di una dialettica – in qualche modo hegeliana –  dello jihadismo, che mi sembra arrivata al suo termine con la caduta del Califfato. Nel 1979, il ritorno dell’ayatollah Khomeini a Teheran si pone come una sfida all’egemonia saudita sull’islam politico sunnita conservatore, con la mobilitazione sciita e rivoluzionaria, la cui retorica riprese i temi anti imperialisti. La Mecca fu presa d’assalto da islamisti sunniti estremisti che consideravano la dinastia saudita come dei   traditori, adoratori dei dollari e del barile. I diplomatici dell’ambasciata americana a Teheran furono presi in ostaggio e, il giorno di Natale, l’Armata Rossa sovietica invase l’Afghanistan. Per tentare di ristabilire la situazione, americani e sauditi cercano di sostenere un’insurrezione anti sovietica in Afghanistan con la prima jihad armata della storia contemporanea. Per Washington l’obbiettivo era di costringere l’Urss ad un suo Vietnam, cosa che accadrà solo dieci anni più tardi, mentre per Riad si trattava di riprendere il testimone di eroina dei mussulmani di fronte a Teheran. Ora la vittoria della jihad, con la ritirata dell’armata rossa da Kabul il 15 febbraio 1989, fu occultata dalla fatwa di Khomeini, poco prima, contro Salam Rushdie, su cui si focalizzò tutta l’attenzione del pianeta. Gli sciiti vinsero la battaglia mediatica sui loro rivali.

– Poi la caduta del Muro a Berlino…

– Sì, il 9 novembre il muro di Berlino cadde e, l’islamismo politico sunnita sostenuto all’epoca dalla CIA, fu il detonatore di questa deflagrazione. Questa fu la prima fase delle brigate internazionali jihadiste: in Afghanistan andarono a combattere, oltre ai vicini Pakistani, gli egiziani, i sauditi, gli algerini che, una volta rientrati nel loro paese, cercarono di duplicare l’esperienza afgana, ma non possedevano i missili Stinger della CIA. Le sconfitte della Jihad algerina, egiziana, bosniaca, cecena, nel 1995-97, hanno suonato le campane a morto di questa prima fase, et Bin Laden e Zawahiri ne hanno tirato le conseguenze.  Capiscono che occorre vincere, a loro volta, la battaglia mediatica e focalizzarsi su un nemico lontano: L’America. Fanno di Al Jazeera, nata nel 1996, il loro canale privilegiato e, partendo dall’esempio degli attentati-suicidi palestinesi contro Israele, commettono il doppio raid benedetto dell’11 settembre 2001. È, nello stesso tempo, la risposta dell’islamismo sunnita a quello sciita, che gli aveva rubato le prime pagine, ma anche la nascita del grande racconto della jihad che ha fornito, a milioni di simpatizzanti potenziali, un orgoglio straordinario: l’Occidente non è più vulnerabile, sarà distrutto come lo è stato l’Impero bizantino dai cavalieri di Allah. Sul terreno questa jihad ha segnato il passo: l’Afghanistan è riconquistato (anche se nel 2019, diciott’anni più tardi, sembra che i talebani siano di nuovo alle porte del potere) e in Iraq, l’insurrezione sunnita, dopo aver inflitto molti morti alla coalizione occidentale, è sconfitta dalla contro insurrezione della maggioranza sciita, sostenuta dall’Iran, che diventerà la potenza egemonica in questo paese che, i neo conservatori, hanno consegnato, per imperizia, al loro peggior nemico.

– E qui arriva la terza fase…

– Infatti, proprio da questa situazione si elabora lentamente una terza fase – una sorta di Aufhebung hegeliana, che concentra il pensiero di due attivisti, con lo stesso nome di guerra, Abou Moussab, ma di stirpi differenti, Al Souri (il siriano) e Al Zarquaoui (di Zarqa, in Giordania). Questi farà degli sciiti i nemici per eccellenza, l’altro voleva superare l’opposizione tra nemico prossimo (i dirigenti afgani, egiziani, algerini e altri) e lontano (l’America, ancora troppo potente): mobilita la gioventù mussulmana delle banlieue europee, distante qualche decina di euro di aereo dai campi di battaglia in cui potersi iniziare alle armi, prima di ritornare nell’Europa miscredente per farla implodere.

– Le primavere arabe ed il cambio, repentino e spesso cruento, avvenuto nel Nord Africa sono ancora, e saranno, materia di analisi per gli storici e per gli studiosi di geopolitica. Oggi, però, la maggior parte dei cittadini europei stenta a comprendere il vero significato di questi eventi, perché?

– Giustamente ciò che non si comprende in Europa – perché si è creduto che le primavere arabe siano state come la caduta del comunismo seguita dall’avvento della democrazia occidentale – è che queste primavere, così mal radicate nelle loro società, siano consistite, in un primo momento, in un rovesciamento dei regimi dittatoriali, dei quali hanno sfortunatamente approfittato le forze centrifughe tribali, etniche o settarie, come è accaduto in Libia, in Yemen, in Bahrein e in Siria. Molto velocemente, ne ha approfittato per svilupparsi questo jihadismo di terza generazione, ideato da Souri e Zarkawi. Se vi aggiungete la dimensione reticolare di questo movimento, pensato sul modello del rizoma deleuziano e estensibile all’infinito tramite i canali social et Youtube che gli sono contemporanei – in opposizione alla dimensione piramidale, top-down, leninista, di Al Qaeda – avrete l’esplosione che si è prodotta a partire dal 2012-2013. Il paradosso è che queste sollevazioni democratiche, sono state recuperate sia dagli jihadisti, sia dal ritorno dell’autoritarismo che dalla guerra civile.

– La politica americana dell’amministrazione Trump, oggi appare altalenante tra voglia di intervenire, soprattutto nei confronti dell’Iran e di altri amici-nemici in Oriente, e un cauto disinteresse. Come possiamo interpretare questa fase della politica estera americana?

–  Donald Trump è interessato da una sola cosa: la sua rielezione nel 2020. Da scaltro promotore immobiliare, autore di Art of the Deal, considera che tutti i mezzi sono buoni per arrivare a questo deal elettorale, anche a prezzo di promesse le più contraddittorie. Per questo sono avvenuti i voltafaccia alla Corea, l’Afghanistan, l’Iran. C’è, allo stesso tempo, bisogno di confortare la parte più arrogante dei Repubblicani – per questo ha attaccato Mike Pompeo e John Bolton, ha abbandonato con fragore l’accordo  sul nucleare iraniano  – ma anche di predicare un rifiuto dei costi della protezione estera – da qui la sue minacce di lasciare la NATO o i suoi ammonimenti alla signora Merkel perché la Germania si  paghi da sola la sua difesa, –  e una linea di  bring the boys back home [1], che si rinforza man mano che si avvicina la scadenza dell’autunno 2020. Per questo motivo ha destituito Bolton, troppo falco, che rischiava di coinvolgerlo in un ingranaggio militare con l’Iran, in cui avrebbe trovato il suo conto ma che sarebbe stato troppo rischioso nelle urne. Oggi, Teheran ha compreso molto bene come stringerlo in questo campo, con delle provocazioni calcolate e crescenti di cui la più spettacolare è stata il bombardamento dei serbatoi petroliferi di Abqaiq, in Arabia, Saudita nel settembre 2019 e che ha spinto, il 45° inquilino della Casa Bianca, a un atteggiamento più accomodante.

– Nel suo libro lei ripercorre, tra l’altro, anche i suoi anni da studente passati nella città di Damasco e le minacce di morte subite dai gruppi islamisti. Quanto la sua passione per questa parte del mondo le ha cambiato la vita?

– Avevo intitolato il mio diario delle rivolte del 2011-2012 Passion Arabe, in Francia ha avuto numerosi premi, ma non è stato tradotto in italiano. Si tratta di un testo molto personale e letterario, che racconta i miei viaggi in questi paesi in cui, d’improvviso- dopo il crollo delle dittature e prima dell’esacerbazione del terrorismo -, diventava possibile una libertà prima di allora impossibile. In francese, come in italiano, il vocabolo passione è ambivalente: significa, allo stesso tempo, il grande piacere che ci trasporta – e, in effetti, io non avrei potuto studiare questo universo, apprenderne la lingua, passarci tanto tempo, circa mezzo secolo, se non avessi avuto questa passione-. Ma il termine significa anche il culmine della sofferenza, come per la passione di Cristo, per esempio, Non sono un credente, ma ho suddiviso il libro in quattordici capitoli, tanti quante sono le stazioni del Calvario. All’epoca io pensavo al Calvario del mondo arabo, ma è divenuta la mia crocifissione nel momento in cui sono stato condannato a morte dall’ISIS, per ben tre volte, nel 2016. Questo mi ha costretto a vivere sotto scorta della polizia, fino alla caduta di Raqqa quando, i miei carnefici potenziali, sono morti. A livello intellettuale, non avevo paura – un orientalista è un animale a sangue freddo e dalla pelle dura, altrimenti non potrebbe sopravvivere – ma il mio corpo ha comunque reagito, i miei muscoli si sono irrigiditi con crisi di sciatica spaventose. Sono stato costretto a restare dei mesi a letto ma, proprio grazie a questo, ho potuto scrivere questo libro con continuità. Con il mio portatile sulle ginocchia, era l’unica posizione che non mi faceva urlare dal dolore. È stata la mia redenzione in qualche modo.

– Veniamo ora al titolo del suo libro, Uscire dal caos. Le recenti cronache mediorientali, ci fanno capire che si tratta di un’area che è ancora lontana da un processo di pacificazione e di stabilità. Allora, come si potrà uscire da questo caos da lei, così abilmente, descritto?

– Io credo che abbiamo come europei una responsabilità politica, diplomatica, economica, culturale e militare da assumere per gestire le nostre relazioni con i nostri vicini nel Mediterraneo. In un certo modo Trump ha ragione: sta a noi assicurarci il nostro destino, invece di riposare sotto l’ombrello americano, tanto più che, nella protezione della potenza americana, il Pacifico ha sostituito l’Atlantico. L’Europa è secondaria agli occhi di Washington in confronto alla competizione con della Cina, e diventa sempre più una preda che un partner. BoJo è pronto a fare del Regno Unito (anche a costo di dividerlo al suo stesso interno) una sorta di isola off-shore, un discount dei prodotti americani, una sorta di Wall Mart gigante. Salvini, dal canto suo, ha cominciato a offrire l’Italia alla Cina come un terminale da cui inondare il Vecchio Continente con le merci arrivate attraverso le nuove strade della seta: si tratta di un Marco Polo al contrario! Bene, in Italia il vento politico è cambiato dall’estate 2019, ma la sfida di una risposta europea è fondamentale, dobbiamo ripensare totalmente ai nostri rapporti di partenariato con il Sud e l’Est del mediterraneo – la politica europea del vicinato (PEV) dell’UE è oramai obsoleta. Il caos che ci riguarda direttamente è quello relativo ai flussi dei rifugiati – si sono visti i successi della Lega in reazione a questo fenomeno, la crescita della potenza dell’AfD in Germania, senza parlare del Front National in Francia-  e per l’ondata terroristica del 2015-2017. Io insisto, alla fine del mio libro, sull’urgente necessità di ricostruire il Levante, ciò richiede l’apertura di un dialogo – senza illusioni – con la Russia. Ma si tratta solo di una delle piste possibili.

 

Gilles Kepel

Uscire dal caos

Le crisi nel mediterraneo

e nel Medio Oriente

2019 Cortina Editore

 

 

 

[1] letteralmente Riportate i ragazzi a casa, dall’omonimo brano dei Pink Floyd

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