EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
lerun

Menzogna, infanzia e adozione

di Jean-Louis Le Run

(ITA/FRA versione originale in fondo)

 

Se vi dico che non ho mai mentito penserete che io sia un bugiardo, e a ragione perché la menzogna è una modalità corrente di scambi intersoggettivi che si scopre nell’infanzia, si raffina nell’adolescenza e che non ci abbandona più. Mi ricordo ancora della mia meraviglia quando, da bambino, mia nonna mi aveva regalato un pacchetto di caramelle e, siccome mi preoccupavo delle reazioni dei miei genitori che avevano a cuore la mia salute dentaria, lei mi aveva spiegato che noi non siamo obbligati a dire tutto, che si trattava di una piccola bugia inoffensiva e che non era di certo un peccato.

Questo consiglio mi aprì degli orizzonti fino ad allora sconosciuti, e diventai così bugiardo come tutti. Non tutte le verità infatti sono buone da dire, si rischia di ferire, passare per cafoni o naïf. Nello stesso periodo scoprii che gli adulti potevano anche loro mentire. D’altronde tempo dopo ho imparato che, contrariamente a quanto mi avevano assicurato, Babbo Natale non esisteva. Decenni più tardi, divenuto psichiatra, mi confrontai un giorno con una storia che riguardava proprio Babbo Natale. Dei genitori mi portarono una bambina di otto anni che da mesi soffriva quotidianamente di ansia e di insonnia. Figlia unica, questi genitori di età avanzata avevano la tendenza a mantenerla in uno status di “bimba piccola”. In primo luogo mi vollero vedere senza di lei per confidarmi che la madre soffriva di un tumore avanzato e che era condannata, più o meno a breve.

Avevano nascosto alla bambina questa triste realtà per risparmiarle sofferenze. Quando vidi la bambina da sola, quest’ultima  mi intrattenne sull’esistenza di Babbo Natale in maniera particolarmente insistente, divisa tra quanto le avevano detto le sue amiche che, visto la sua età, la prendevano in giro perché ci credeva ancora, e quanto asserivano i suoi parenti. Trovando che il mio ruolo non è quello di svelare i segreti, le consigliai di chiedere a papà e mamma cosa ne pensavano in proposito. Questi ultimi, interrogati dalla bambina in occasione dei nostri incontri, si aggrapparono a spiegazioni fantasiose. Io consigliai loro di dire la verità perché, per la bambina, era in gioco la credibilità dei suoi genitori: mentire a proposito di Babbo Natale significava non essere affidabili e significava anche che essi avrebbero potuto mentire sullo stato di salute della madre: ciò amplificava in modo manifesto la sua angoscia. Finirono per dirle la verità e l’angoscia cessò provvisoriamente.

Nei bambini piccoli l’immaginario non è molto distaccato dalla realtà, essi affabulano più che mentire coscientemente e, prendendo volentieri i loro desideri per realtà, s’inventano delle storie gratificanti o fantastiche.  Un po’ più tardi la menzogna si afferma con la presa di coscienza che si possono nascondere delle cose agli altri, in particolar modo ai genitori. Attraverso la bugia il bambino testimonia che ha acquisito un’intimità, ha integrato la nozione che ciò che è in lui è differente da ciò che è nell’altro: egli scopre lo straordinario potere del dialogo che può essere falso o esprimere la verità. Ma a questa scoperta si associa subito, con l’educazione, il peso della coscienza morale, tributaria del super-io genitoriale che il bambino introietta progressivamente, in modo variabile a seconda degli individui, delle famiglie e delle culture. Esistono dei rigoristi e altri più flessibili, o ancora molto permissivi nei confronti delle regole. Uscito dallo stadio edipico, il bambino in fase di latenza diventa abitualmente un essere morale che può sentirsi in colpa di aver mentito. La bugia serve allora molto spesso a coprire un errore, un cattivo voto, una nota o ancora a valorizzarsi agli occhi dei compagni. Nell’adolescenza, con il vento di libertà che questa alza, il bisogno di autonomia, l’influenza dei gruppi dei pari, lo sviluppo dell’intersoggettività, cioè la capacità di comprendere l’altro e anticiparne le reazioni, la menzogna si raffina, diventa elaborata e strategica. Se nella maggioranza dei bambini e degli adolescenti la menzogna resta un modo per non perdere la faccia, di non dispiacere agli altri, di valorizzarsi a poco prezzo, può in alcuni tendere verso la volontà manipolatoria. Si tratta, in questo caso, di ingannare l’altro e di prenderci gusto nel farlo, ciò che ci conduce ad una dimensione perversa della personalità. Il bambino o l’adolescente può a volte sviluppare una mitomania patologica che testimonia generalmente una fragilità narcisistica conseguente.

Nel nostro lavoro di neuropsichiatri infantili siamo portati a incontrare bambini o adolescenti definiti bugiardi. Distinguiamo le situazioni di menzogna “ordinaria” nei quali si tratta solo di rassicurare i genitori, di incoraggiare ora ad una migliore articolazione delle regole, ora ad un maggior dialogo, e di sostenere il narcisismo un po’ traballante del bambino, dalle situazioni patologiche. Queste necessitano di un’analisi e di una presa in carico più approfondita che riguarda non solo il funzionamento psichico del bambino ma anche quello del suo ambiente.

Nel mio lavoro di consultazione per famiglie adottive, sono colpito dalla frequenza di questa lamentela da parte dei genitori adottivi: mio figlio mente. Non c’è da sorprendersi. In effetti la situazione dell’adozione riunisce più fattori che favoriscono il ricorso alla bugia. In primo luogo la fragilità narcisistica. Le condizioni di vita pre-adottive del neonato, più o meno caotiche, segnate di frequente dalla mancanza di stimoli, di affetto, influenzano direttamente gli assi narcisistici primari e la costruzione di involucri psichici consistenti. Le interazioni psicologiche, i maltrattamenti, le negligenze, le rotture reiterate del legame affettivo, portano il bambino a sviluppare un attaccamento evitante o disorganizzato. Ma anche quando le condizioni della prima infanzia sono state buone e l’adozione precoce, il narcisismo secondario è segnato dall’idea che, per poter essere adottato, occorre essere stato abbandonato o almeno aver perso i genitori alla nascita. La presa di coscienza progressiva di questa realtà costituisce, per tutti i bambini adottati, una fonte di sofferenza contro la quale lottano. Queste fragilità narcisistiche più o meno pronunciate, secondo la situazione, fanno che il bambino, al confronto con situazioni ansiogene, tensioni, come accade a tutti nel corso della propria esistenza e nel corso dello sviluppo, si troverà facilmente in gran difficoltà. Avrà la tendenza a rinchiudersi su di un Io ideale e onnipotente, e vivere in modo proiettivo la realtà che lo disturba come persecutrice. La menzogna si offre allora come una soluzione che permette di soddisfare le pulsioni dell’Io negando questa realtà in modo, a volte, un po’ magico.

D’altra parte, molto spesso, i bambini adottati sviluppano un “falso self” sottomesso e adattativo (Winnicott). Questi bambini hanno talmente paura di essere nuovamente rifiutati, che si conformano a ciò che immaginano essere atteso dai genitori. A scapito del loro vero self, fanno in qualche modo finta, e si mostrano incapaci di contrariare direttamente il genitore o l’adulto di riferimento. In questo caso la menzogna permetterà di evitare provvisoriamente un conflitto fingendo di soddisfare le richieste dell’altro. Questi bambini mentono anche per mascherare delle condotte regressive per esempio l’accumulazione di cibo nascosto o trasgressive come nei piccoli furti. Possono farlo in maniera utilitaria, cosciente, per non contrariare i loro genitori facendo una cosa proibita, ma questo meccanismo è spesso incosciente, o precosciente. Vediamo allora come la debolezza dell’Io, minacciato dalla scissione, utilizza questo stratagemma.

Un altro aspetto interessa la menzogna in queste situazioni: ciò che è detto al bambino della sua storia pre-adottiva e delle ragioni della sua adozione. Questa questione impegna i genitori che ne sono i detentori quando il bambino è stato adottato molto presto e non ha alcun ricordo della sua vita precoce. Come parlare al bambino della sua storia? Occorre dire tutto, comprese le realtà molto violente come un incesto, uno stupro, la malattia mentale della madre biologica? Tutte informazioni che possono traumatizzare. Si tratta di una questione ricorrente nel corso delle sedute di adozione o nel corso dei colloqui preparatori all’ottenimento di un parere in vista dell’adozione stessa.

In altre occasioni i genitori mentono volentieri o non dicono tutta la verità. Gli psicanalisti hanno attirato l’attenzione particolarmente sul potere distruttivo dei segreti di famiglia. L’esperienza ha mostrato che soggetti che venivano a conoscenza della propria adozione in età adolescenziale ne restano molto tubati, nutrono rancore verso i propri genitori adottivi non avendo più fiducia in loro giungendo fino a rompere il legame dopo questa rivelazione. L’opinione generale è evoluta verso l’idea che occorra parlare ai bambini e dire loro tutta la verità. I professionisti che accompagnano i genitori adottivi si impegnano molto in questo senso. Si è passati da una tendenza a occultare al diktat della trasparenza. D’altronde molto regolarmente dei genitori ci dicono spontaneamente: “siamo stati trasparenti, è al corrente di tutto”. Pensano così di fare bene dicendo la verità, tutta la verità, ma non ne misurano sempre il suo potenziale traumatico o la complessità delle informazioni date in rapporto alle capacità di comprensione del bambino. Assai spesso queste rivelazioni fungono da verità conclamata senza possibilità di ritornarci su. Incoraggiamo i genitori che ci chiedono consigli su questo argomento ad adattare queste informazioni al livello di comprensione del bambino e ad accompagnarlo nell’elaborazione di questa realtà nel corso del tempo. In questo caso non sarà la “verità” detta una volta per tutte, ma una storia condivisa, costruita in parti assimilabili dal bambino in un dialogo intrattenuto a misura dei suoi perché e della sua maturazione intellettuale e affettiva.

Ultimo aspetto di questa questione della menzogna. Dal lato del bambino non è raro che quest’ultimo pensi che i suoi genitori adottivi gli mentano sulla sua storia. Può immaginare ad esempio degli scenari di rapimento (come nel romanzo “il ladro di ragazzi” di Jules Supervielle), o di vendita, tanto più che i media riferiscono di tanto in tanto di affari torbidi in cui si sono avuti rapimenti di bambini (per esempio i figli degli oppositori della giunta cilena al tempo di Pinochet o il l’attuale processo ai medici che avevano sottratto i figli agli oppositori per darli a dei fiancheggiatori del regime franchista). Questi sospetti sono alimentati anche dalle osservazioni dei compagni di scuola che sottolineano la sua diversità, gli dicono per esempio “tua madre non è tua madre”. Se i genitori non sono coerenti nelle loro spiegazioni, e non alimentano il dialogo con il bambino, queste osservazioni possono mettere in discussione la confidenza nel legame e una costruzione identitaria fragile.

Si è spesso considerata l’adozione come un “amplificatore fantasmatico”, nella misura in cui, a seguito della dimensione dell’“innesto” che essa implica, tende a esacerbare le passioni e le rappresentazioni.

Le varie dimensioni della menzogna che io ho approcciato in questa riflessione sulle adozioni non sono però specifiche. Emergono più frequentemente o più pronunciate in relazioni alle basi narcisistiche che accompagnano questa situazione. In questi casi si evidenzia che la menzogna non esiste di per se stessa o nell’obiettivo perverso di manipolare l’altro. Molto speso è un modo per giustificare un atteggiamento, un’azione giudicata non accettabile dall’autorità. Un modo per salvare le apparenze e testimonia una certa fragilità dell’Io o di un Io ancora in costruzione. In un’ottica educativa la menzogna richiede certo di essere rivelata e anche sanzionata se è grave ma è anche importante comprendere le ragioni che portano il bambino a pronunciarla.

(trad. G. Brevetto)

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(versione originale)

Mensonge enfance et adoption

Si je vous dis que je n’ai jamais menti vous penserez que je suis un menteur… avec raison car le mensonge est une modalité courante des échanges intersubjectifs qui se découvre dans l’enfance, se raffine à l’adolescence et ne nous quittera plus. Je me souviens encore de mon étonnement lorsque petit garçon ma grand-mère m’avait offert un paquet de bonbons et comme je m’inquiétais des réactions que pourraient avoir mes parents qui se préoccupaient de l’état de mes dents, elle m’avait expliqué que l’on n’était pas obligé de tout dire, qu’il s’agirait d’un petit mensonge anodin et que ce n’était pas un péché. Cette remarque m’ouvrit des horizons insoupçonnés et je débutais comme tout un chacun ma carrière de menteur. Car toutes les vérités ne sont pas bonnes à dire, sauf à être blessant, goujat ou naïf. Je découvrais simultanément que les adultes pouvaient mentir. D’ailleurs quelques temps plus tard j’appris que, contrairement à ce qu’ils m’avaient assuré, le père Noël n’existait pas. Des décennies plus tard, devenu pédopsychiatre je fus confronté un jour à une histoire de Père Noël. Des parents m’amenèrent leur fille de huit ans qui depuis plusieurs mois souffrait d’anxiété et d’insomnies quotidiennes. Fille unique ces parents âgés avaient tendance à la maintenir dans un statut de petite. Ils voulurent me voir d’abord sans leur fille pour me confier  que la mère souffrait d’un cancer avancé et qu’elle était condamnée à plus ou moins long terme. Ils avaient caché à leur fille cette triste réalité pour l’épargner. Lorsque je vis la fillette seule celle-ci m’entreprit sur l’existence du Père Noël de façon anormalement insistante, partagée entre ce que lui avaient dit ses amies qui vu son âge se moquaient de sa croyance compte et les assertions de ses parents. Trouvant que mon rôle n’était pas de vendre la mèche je lui conseillais de redemander à ses parents ce qu’ils en pensaient. Mais ceux-ci interrogés par l’enfant dès nos retrouvailles se cramponnaient curieusement à la fiction. Je leur conseillais de lui dire la vérité car l’enjeu de cette question de l’enfant était la crédibilité de ses parents : lui mentir à propos du Père Noel pouvait signifier qu’ils n’étaient pas fiables et qu’ils mentiraient également sur l’état de santé de sa mère, ce qui amplifiait manifestement son angoisse. Ils finirent par lui dire la vérité et son angoisse tomba provisoirement.

Chez les petits enfants l’imaginaire n’est pas très délimité de la réalité, ils affabulent plus qu’ils ne mentent en conscience, prenant volontiers leurs désir pour des réalités et s’inventant des histoires valorisantes ou fantastiques. Un peu plus tard le mensonge s’affirme avec la prise de conscience que l’on peut cacher des choses aux autres notamment aux parents. L’enfant par le mensonge témoigne qu’il a gagné une intimité, intégré la notion que ce qui est en lui est différent de ce qui est en l’autre et il découvre  l’extraordinaire pouvoir du discours qui peut être trompeur ou exprimer la vérité. Mais à cette découverte s’associe aussitôt, par l’éducation, la pesée de la conscience morale, tributaire du surmoi parental que l’enfant introjecte progressivement et de façon variable selon les individus, les familles et les cultures. Il en existe de rigoristes et d’autres plus souples, voire relâchées quant à la Loi. Sorti du stade œdipien l’enfant en phase de latence devient habituellement un être moral qui peut même culpabiliser d’avoir menti. Le mensonge set alors bien souvent à couvrir une faute, une mauvaise note, un mot de l’enseignant ou encore à se valoriser aux yeux des camarades. A l’adolescence, avec le vent de liberté qu’elle lève, le besoin d’autonomie, l’influence du groupe des pairs, le développement de l’intersubjectivité c’est à dire de la capacité à comprendre l’autre et anticiper ses réactions, le mensonge se raffine, il devient élaboré et stratégique. Si chez la plupart des enfants et des adolescents le mensonge reste une façon de ne pas perdre la face, d’épargner l’autre, de se valoriser à peu de frais, il peut chez certains prendre un tour manipulatoire. Il s’agit alors de berner l’autre et d’y prendre plaisir, ce qui interroge sur une dimension perverse de la personnalité. L’enfant ou l’adolescent peut parfois développer une mythomanie pathologique qui témoigne généralement d’une fragilité narcissique conséquente.

En tant que pédopsychiatre nous sommes amenés à rencontrer des enfants ou des adolescents qualifiés de menteur et nous distinguons les situations de mensonges « banals » dans lesquelles il s’agit de rassurer les parents, d’encourager ici à une meilleure articulation de la Loi, là à plus de dialogue, et de soutenir le narcissisme un temps ébranlé de l’enfant, des situations pathologiques qui nécessitent une analyse et une prise en charge plus approfondie qui concerne non seulement le fonctionnement psychique de l’enfant mais aussi celui de son entourage.

Pratiquant également dans une consultation adoption je suis frappé d’y voir la fréquence de cette plainte : « mon enfant ment ». En fait cela n’est pas si surprenant. En effet les situations d’adoption regroupent plusieurs facteurs qui vont favoriser le recours aux mensonges.  En premier lieu la fragilité narcissique. Les conditions de vie pré-adoptive du bébé et du petit enfant, plus ou moins chaotiques, marquées fréquemment par le manque de stimulation, d’affection, affectent directement les assises narcissiques primaires et la construction d’enveloppes psychiques consistantes. Les interactions pathologiques, les mauvais traitements, les négligences, les ruptures réitérées du lien affectif, amènent l’enfant à développer un attachement évitant ou désorganisé. Même lorsque les conditions de la petite enfance ont été bonnes et l’adoption précoce,  le narcissisme secondaire est atteint par l’idée que pour pouvoir être adopté il faut avoir été abandonné ou du moins avoir perdu ses parents de naissance. La prise de conscience progressive de cette réalité constitue pour tous les enfants adoptés une source de souffrance contre laquelle ils luttent. Ces fragilités narcissiques plus ou moins prononcées selon les situations font que l’enfant, confronté à des situations anxiogènes, des tensions, comme il en arrive à tout un chacun dans l’existence et au cours du développement, perdra facilement ses moyens.  Il aura tendance à se reporter sur son moi idéal tout puissant, et à vivre de façon projective la réalité qui le dérange comme persécutrice. Le mensonge s’offre alors comme une solution qui permet de satisfaire les pulsions du moi en déniant cette réalité de façon quelquefois un peu magique.

D’autre part  assez souvent les enfants adoptés développent un « faux self » soumis adaptatif (Winnicott). Ces enfants ont tellement peur d’être à nouveau rejetés qu’ils se conforment à ce qu’ils imaginent être attendu par les parents. Au détriment de leur vrai self, ils font en quelque sorte semblant, et se montrent incapables de contrarier directement le parent ou l’adulte de référence. Là encore le mensonge permettra d’éviter provisoirement un conflit en faisant mine de satisfaire la demande de l’autre. Ces enfants mentent aussi pour masquer des conduites régressives par exemples l’accumulation de nourriture cachée ou transgressive comme des vols. Ils peuvent le faire de façon utilitaire, consciente pour ne pas contrarier leurs parents tout en réalisant une chose interdite, mais ce mécanisme est assez souvent inconscient, ou préconscient. On voit alors comment la faiblesse d’un moi menacé de clivage commande ce stratagème.

Un autre aspect intéresse le mensonge dans ces situations,  ce qui est dit à l’enfant de son histoire pré-adoptive et des raisons de son adoption. Cette question engage les parents qui en sont les détenteurs lorsque l’enfant  a été adopté jeune, et qu’il n’a plus de souvenirs de sa vie précoce. Comment parler à l’enfant de son histoire, faut-il tout dire y compris des réalités aussi violentes qu’un inceste, un viol, la maladie mentale de la mère biologique, informations au pouvoir traumatique ? C’est une question récurrente des parents dans les consultations adoption ou lors des entretiens préparatoires à l’obtention d’un agrément en vue d’adopter. Autrefois les parents mentaient volontiers, ou ne disaient pas toute la vérité. Les psychanalystes ont particulièrement attiré l’attention sur le pouvoir destructeur des secrets de famille. L’expérience a montré que des sujets apprenant leur adoption tardivement à l’adolescence s’en trouvaient très blessés, en voulaient énormément à leurs parents adoptifs ne pouvant plus leur faire confiance et allant parfois jusqu’à rompre le lien avec eux à la suite de ces révélations. L’opinion générale a évoluée vers l’idée qu’il faut parler aux enfants leur dire la vérité. Les professionnels qui accompagnent les parents adoptifs prêchent beaucoup dans ce sens. L’on est passé d’une tendance à occulter à un certain diktat de la transparence. D’ailleurs assez régulièrement des parents nous disent spontanément «  j’ai joué la transparence, il est au courant de tout ». Ils pensent ainsi bien faire en disant la vérité toute la vérité mais ils ne mesurent pas toujours son potentiel traumatique ou la complexité des informations délivrées par rapport aux capacités de compréhension de l’enfant. Assez souvent ces révélations font office de vérité dite et il n’en est plus guère question par la suite. Aussi encourageons nous les parents qui nous interrogent sur cette question à adapter les informations qu’ils délivrent au niveau de compréhension de l’enfant et à l’accompagner dans l’élaboration de cette réalité au fil du temps. Ce n’est alors pas « la vérité » qui serait dite une fois pour toute, mais une histoire partagée qui se construit  par parties assimilables par l’enfant dans un dialogue entretenu au fil de ses propres questionnements et de sa maturation intellectuelle et affective.

Dernier aspect de cette question du mensonge, du côté de l’enfant il n’est pas rare que celui-ci pense que ses parents adoptifs lui mentent sur son histoire. Il peut imaginer par exemple des scénarios d’enlèvement (cf le roman « Le voleur d’enfant »  de Jules  Supervielle), ou d’achat,  d’autant plus que les médias font état de temps en temps d’affaires troubles où des enfants ont été réellement enlevés (cf par exemple les enfants des opposants à la junte chilienne du temps de Pinochet ou le procès actuel de médecins qui avaient retirés leur enfant à des opposants  pour les confier à des proches du régime de franco). Ces soupçons sont alimentés aussi par les remarques des camarades d’école qui soulignent la différence, lui disent par exemple « ta mère n’est pas ta mère ».  Si les parents ne sont pas cohérents dans leurs explications et n’entretiennent pas de dialogue avec l’enfant ces remarques peuvent alors ébranler la confiance dans le lien et une construction identitaire fragile.

On a souvent considéré l’adoption comme un « amplificateur fantasmatique » dans la mesure où du fait de la dimension de « greffe » qu’elle implique, elle tend à exacerber les passions et les représentations. Les quelques dimensions du mensonge que j’ai abordé dans cette réflexion souvent repérées dans les situations d’adoption ne lui sont pas spécifiques. Elles y sont simplement plus fréquentes et plus prononcées du fait de la fragilité des assises narcissiques accompagnant ces situations. Ce que ces situations nous apprennent c’est que le mensonge n’existe que rarement pour lui-même, ou dans une visée perverse de manipulation de l’autre. Le plus souvent il est un moyen pour justifier une attitude, une action jugée non acceptable par l’autorité, une façon de sauver la mise et témoigne d’une certaine fragilité du moi ou d’un moi encore en construction. Dans une visée éducative le mensonge demande certes à être relevé voir sanctionné s’il est grave mais il importe aussi de comprendre les raisons qui ont amené l’enfant à le prononcer.

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