EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Mneme, Anamnesis, Mimesis

di Pascal Neveu

(ITA/FRA originale in fondo)

 

IN MEMORIAM

La memoria è probabilmente la funzione più essenziale del nostro cervello.

Da qui l’importanza di questo nuovo numero della rivista Exagere : è un tema che ci interroga tutte e tutti .

In effetti, i nostri comportamenti si ordinano in base alle nostre esperienze vissute in precedenza. Questo è ciò che alcuni chiamano apprendimento,  gli animali, loro stessi, sono addestrati mediante i riflessi condizionati.

L’essere umano ha sviluppato la capacità di ricordare il suo passato, di prenderne coscienza grazie alla  memoria emotiva.

Ed è propria questa  memoria a caratterizzare un essere vivente!

Durante una conferenza sul lutto, mi sono soffermato sul fatto che ricordo sia solo una bugia mentre la memoria è  verità.

Basta digitare “ricordo” in Google e cosa scopriamo? Placche mortuarie o oggetti per turisti!

Freud ha evocato l’importante argomento della memoria nel corso di tutto il suo lavoro[1].

Per lui, la memoria è memoria affettiva.

In compenso, il ricordo ci invita a ricreare i legami mnestici , le associazioni libere che consentono alla memoria emotiva di imporsi e dire la verità su un evento.

Così Freud porta l’esempio di un visitatore dell’Antica Roma. Egli paragona i ricordi alla nostra capacità di immaginare, a fantasticare dei luoghi in rovina, scomparsi, come se fossero ricostruiti ignorando i monumenti successivamente sedimentati (i palazzi rinascimentali, architetture del ventennio, ecc.).

L’emozione ha sempre ragione, spiega clinicamente quanto la nostra psiche sia in grado di inventare presunti ricordi, ricordi di copertura, fantasie, che egli qualifica come “nulla reali.”

Inoltre, in occasione di un lutto tutti i ricordi concernenti l’oggetto mancante richiedono una reminescenza, un sovvenirsi  al fine di condurre alla salutare abreazione, al disinvestimento dell’oggetto morto.

É in sintonia con la clinica analitica di fronte a questo trittico “reminescenza, la ripetizione, elaborazione”, in cui si afferma che qualsiasi persona in analisi, che non ricorda ciò che ha dimenticato o rimosso, non fa che tradurlo in atti, e a tempo indefinito.

Il ricordo non può che confortare il paziente nelle sue illusioni e nelle sue difese.

I sogni non sono da meno nella costruzione della sua riflessione, perché sappiamo che i sogni a occhi aperti possono portare a confusione con la realtà. L’attività onirica non rielabora i fatti e le emozioni del giorno?

Lo psichismo è quindi sia finzione che realtà, in preda alle rappresentazioni mnestiche, alle rappresentazioni pulsionali, ai pensieri consci e inconsci.

Freud dice semplicemente che la memoria è soggetta a trasformazioni, filtri psichici. La memoria e il lavoro di rievocazione  sono l’unico modo accettabile per entrare in contatto con un Io. Solo la memoria può fornire i fatti importanti, questa memoria affettiva corredata di questo valore catartico che altre memorie potrebbero trasformare in un ricordo schermo.

Fin dall’antichità, i filosofi sono stati interessati alla memoria.

Da Mnemosyne, la dea della memoria, a Bergson, passando per Aristotele, Cartesio, Spinoza . Il problema è sempre quello di collegare la  memoria al sentimento d’esistenza.

Perché la coscienza vive nel presente il suo passato.

La memoria è un richiamo, un’evocazione, un riconoscimento di chi siamo: cioè un essere in costruzione.

Basta pensare al nostro bisogno di raccontare gli aneddoti della nostra vita in occasione dei compleanni, durante i periodi di cambiamento. Proprio come a Mnemosyne è stato attribuito il merito di aver inventato il linguaggio e la parola.

La vita e la morte sono al centro della nostra memoria. Come se le vestigia dell’anima dovessero aggrapparsi alla memoria stessa.

Naturalmente, selezioniamo mediante questa memoria gli eventi emotivi, valorizzandoli narcisisticamente, ma anche i momenti forti nella costruzione della nostra vita (dolorosa o al contrario felice .).

La memoria se ne fa carico.

Tuttavia, esistono memorie diverse.

Individuali o collettive? Esplicita (autobiografica, semantica, episodica …) o implicita (procedurale, percettivo .)?

Il lavoro di Korsakoff sulle amnesie, alla fine del XIX secolo, ha permesso alle neuroscienze di comprenderne meglio i meccanismi neurologici coinvolti e, in particolare, la codifica, le regioni cerebrali sollecitate dalla memoria a breve o a lungo termine (corteccia prefrontale per memoria procedurale, ippocampo e amigdala per la memoria emotiva).

Alcuni addirittura evocano una memoria transgenerazionale, i segreti di famiglia che sono trasmessi inconsciamente e che un giorno appare importante svelare, la teoria dell’incrostazione[2].

Parlavamo della memoria dell’acqua una trentina d’anni fa … perché una memoria “genetico – psichica” non potrebbe esistere?

La memoria non smette mai di essere al centro della nostra vita.

Questo bisogno, questa necessità di ricevere la memoria delle generazioni precedenti, della famiglia, ma anche della storia collettiva. I nipoti che desiderano che i loro nonni raccontino la storia della famiglia, il desiderio di costruire un albero genealogico, senza dimenticare il dovere della memoria storica di fronte al meglio ma anche al peggio dell’umanità.

“Non dimentichiamo!”

Ed è qui che la nostra società sta ora vivendo il suo dramma esistenziale: la perdita di memoria legata alla vecchiaia. E qui menzionerò solo l’Alzheimer. Da un lato la ricerca clinica, il supporto clinico molto pesante e parcellizzato, il colpevolizzarsi dei parenti. Dall’altra parte le ricerche che promettono tanto.

La mia amica Sophie Sakka, docente all’Ecole Centrale de Nantes, presidente dell’associazione Robots[3], lavora da diversi anni con “robot umanoidi “.

I primi laboratori fatti con bambini e adolescenti autistici e con i loro robot NAO[4] hanno permesso di lavorare, tra l’altro, sul tempo (“l’affresco del tempo” del giorno), sul pasto terapeutico (per assaggiare tutto o quasi, parlare insieme ), sul corpo (movimenti, respirazione, sensazioni, diagramma del corpo …), su attività collettive. Si tratta di costruire un ambiente familiare, con lo scopo  di apprendere e cumulare gradualmente varie esperienze attraverso le attività proposte  e, in definitiva,  recuperare la relazione con se stessi e l’altro. L’utilizzo del robot in un autistico consente di creare una nuova interazione con lui e  con l’esterno, di confrontarsi con un mondo reale, emergendo dal suo isolamento psichico.

I risultati, spettacolari, stanno sconvolgendo il mondo degli psicologi francesi. Il passo successivo riguarda i malati di Alzheimer, infatti il robot potrebbe stimolare regolarmente l’attività cerebrale e la memoria nel tentativo di rallentare la neuro degenerazione delle aree del cervello dedicate alla memoria stessa.

Questo amico pseudo-umano avrebbe anche il merito di compensare l’impossibilità della famiglia e dello staff infermieristico di avere un legame emotivo, di presenza e parola. Vi è da un lato la colpabilità  della famiglia, dall’altro l’ansia del paziente che si sente sempre più tagliato fuori dal mondo relazionale e dalla propria vita di fronte ai disturbi della memoria e alla realtà del suo pensiero .

Quando non abbiamo più memoria cosa rimane del nostro sentimento di esistenza ? Perché ho deciso di titolare questo editoria in modo funerario : “In memoriam”?

Perché anche se esistono delle memorie, è la memoria che ci fa sentire vivi fino ad un’altra forma di memoria: quella del giorno della nostra morte.

Teodorov ha scritto: “La vita è persa contro la morte, ma la memoria vince nella sua lotta contro il nulla. “[5]

 

(traduzione G.Brevetto)

 

[1] Sigmund Freud : Etiologie de l’hystérie (1896),  Remémoration, répétition, élaboration (1919), Malaise dans la culture (1929)

[2] Maria Torok, Nicolas Abraham, L’écorce et le noyau. (trad. it. La scorza e il nocciolo, Borla, 1993)

[3] www.association-robots.com

[4] Nao è un robot umanoide prodotto dalla società francese Aldebaran Robotics (NdT)

[5] Zvetan Todorov « Les abus de la mémoire » (trad. It. Gli Abusi della Memoria, Ipermediumlibri, 1996)

***

IN MEMORIAM

La mémoire est sans doute la fonction la plus essentielle de notre cerveau.

D’où l’importance de ce nouveau numéro de la revue Exagere sur ce thème qui nous interpelle toutes et tous.

En effet, nos comportements s’ordonnent en fonction de nos expériences antérieurement vécues. C’est ce que certains appellent l’apprentissage, puisque les animaux sont eux-mêmes dressés via des réflexes conditionnés.

L’être humain, lui, a développé la capacité de se rappeler de son passé, d’en prendre conscience… avec sa capacité propre à avoir développé une mémoire affective.

C’est là où la mémoire se veut être valeur d’être vivant !

Lors d’une conférence sur le deuil, je rappelais combien le souvenir n’est que mensonge alors que la mémoire est dans la vérité.

Il suffit de taper « souvenir » dans Google… que découvrons-nous ? Des plaques mortuaires ou des cadeaux touristiques !

Freud a évoqué ce sujet important de la mémoire tout au long de son œuvre. [1]

Pour lui le souvenir est souvenir de l’affect.

En revanche se remémorer invite à recréer les maillons mnésiques, finalement les associations libres qui font que la mémoire affective aura raison et saura dire la vérité sur un événement.

Ainsi il donne l’exemple d’un visiteur de la Rome Antique. Il compare le souvenir à notre capacité à imaginer, à fantasmer les lieux en ruine, disparus, comme reconstruits, en faisant abstraction des monuments depuis enchevêtrés (palais de la Renaissance, architecture mussolinienne…).

L’affect ayant toujours raison, il explique cliniquement combien notre psychisme est capable d’inventer de prétendus souvenirs, des souvenirs écran, des fantasmes… qu’il qualifie de « riens réels ».

Aussi, lors d’un deuil, tous les souvenirs concernant l’objet disparu nécessitent une remémoration, une souvenance afin d’amener l’abréaction salutaire au désinvestissement de l’objet mort.

Il est en phase avec la clinique analytique face à ce tryptique : « remémoration, répétition, élaboration » qui précise que tout analysant n’ayant pas de souvenir de ce qu’il a oublié ou refoulé ne fait que le traduire en acte, et ce indéfiniment.

Le souvenir ne peut que conforter l’analysant dans ses illusions et ses défenses.

Les rêves ne sont pas en reste dans la construction de sa réflexion, car nous le savons, les rêves éveillés peuvent engendrer des confusions avec la réalité. L’activité onirique ne retravaille t’elle pas les faits et émotions de la journée ?

Le psychisme est donc à la fois fiction et réalité, en proie à des représentations mémorielles, des représentations pulsionnelles, des pensées conscientes et inconscientes.

Freud dit simplement que le souvenir est sujet à des transformations, à des filtres psychiques. La mémoire et le travail de remémoration sont, en revanche, la seule voie acceptable pour une prise de contact avec un Moi. Seule la mémoire permet de livrer les faits importants, cette mémoire affective portant cette valeur cathartique que d’autres mémoires pourraient transformer en souvenir écran.

Dès l’antiquité les philosophes s’intéressent à la mémoire.

De Mnémosyne, la déesse de la mémoire, à Bergson, en passant par Aristote, Descartes, Spinoza… Il est toujours question de relier mémoire à sentiment d’existence.

Car la conscience revit dans le présent son passé.

La mémoire est un rappel, une évocation, une reconnaissance de qui nous sommes : cet être en construction.

Il suffit de constater combien nous avons besoin de raconter des anecdotes de notre vie lors de dates anniversaires, lors de périodes de changement. Tout comme on attribue à Mnémosyne d’avoir inventé le langage et la parole.

Vie et mort sont au cœur même de notre mémoire. Comme si les vestiges de l’âme devaient se raccrocher à la mémoire.

Bien sûr, nous sélectionnons à travers cette mémoire les événements chargés d’affect… valorisants narcissiquement, mais également moments forts de la construction de notre vie (douloureux ou au contraire joyeux…).

Notre mémoire est chargée.

Pour autant il existe tant de mémoires.

Individuelle ou collective ?

Explicite (autobiographie, sémantique, épisodique…) ou implicite (procédurale, perceptuelle..) ?

Les travaux de Korsakoff face aux amnésies rencontrées fin du XIXème siècle ont permis aux neurosciences de mieux comprendre les mécanismes neurologiques sollicités et surtout l’encodage, de même que les régions cérébrales sollicitées pour la mémoire à court ou à long terme (cortex préfrontal pour la mémoire procédurale, hippocampe et amygdale pour la mémoire émotionnelle).

Certains évoquent même une mémoire transgénérationnelle…  ces secrets de famille qui sont transmis inconsciemment et qu’un jour il est important de dévoiler… La théorie de l’encryptement[2].

Nous parlions bien de la mémoire de l’eau il y a une trentaine d’années… En quoi une transmission mémorielle « génético-psychique » n’existerait-elle pas ?

Car la mémoire ne cesse d’être au cœur de notre vivant.

Ce besoin, cette nécessité de recevoir la mémoire des générations précédentes, de la famille, mais aussi de l’histoire collective.

Des petits-enfants qui souhaitent que leurs grands-parents racontent l’histoire de famille, au désir de dresser l’arbre généalogique, sans oublier le devoir de mémoire historique face au meilleur mais également le pire de l’humanité.

« N’oublions pas ! »

Et c’est bien là où notre société vit actuellement son drame existentiel : la perte de mémoire liée à la vieillesse, et je ne citerai qu’Alzheimer.

D’un côté des recherches cliniques, un accompagnement clinique très lourd et facturé, un épuisement de l’entourage se sentant coupable.

D’un autre côté des travaux prometteurs.

Mon amie Sophie Sakka, maître de conférences à l’Ecole Centrale de Nantes, présidente de l’association Robots[3], travaille depuis plusieurs années avec des « robots humanisants ».

Les premiers ateliers mis en place auprès d’enfants et adolescents autistes avec ses robots NAO ont permis de travailler entre autres sur le
temps (« la fresque du temps » du jour), un repas
thérapeutique (pour goûter à tout ou presque, parler
ensemble), un temps sur le corps (mouvements, respiration,
sensations, schéma corporel…), des
activités collectives. Afin de se constituer un environnement familier, dans le but que celui-ci leur permette peu à peu d’appréhender et de cumuler diverses expériences au travers des activités présentées et in fine se réapproprier la relation à soi et à l’autre.

L’utilisation du robot chez l’autiste lui permet de créer une nouvelle interaction avec lui et l’extérieur et de se confronter à un monde réel, sortant alors de son isolement psychique. Les résultats spectaculaires perturbent le monde « psy » français.

La prochaine étape porte sur une application auprès de patients alzheimer.

En effet, le robot pourrait ainsi stimuler de manière très régulière l’activité cérébrale et la mémoire afin de tenter de ralentir la neurodégénérescence des zones cérébrales dédiées à la mémoire.

Ce compagnon pseudo-humain aurait aussi le mérite de pallier à l’impossibilité de la famille et du personnel soignant d’être dans un lien affectif de présence et de parole.

D’un côté, la culpabilité de la famille, d’un autre côté l’angoisse du patient qui se sent de plus en plus coupé du monde relationnel et de sa propre vie face aux troubles de la mémoire et la réalité de sa pensée…

Quand nous n’avons plus de mémoire… que reste-t-il de notre ressenti d’existence ?

Aussi, je me dois de répondre à cette question : pourquoi ce titre à connotation aussi funéraire que « In memoriam » ?

Parce que même s’il existe des mémoires, c’est bien la mémoire qui nous fait nous sentir vivant jusqu’à une autre forme de mémoire… le jour de notre mort.

Todorov écrivait « La vie est perdue contre la mort, mais la mémoire gagne dans son combat contre le néant. »[4]

 

[1] Sigmund Freud : Etiologie de l’hystérie (1896),  Remémoration, répétition, élaboration (1919), Malaise dans la culture (1929)

[2] Maria Torok, Nicolas Abraham, L’écorce et le noyau.

[3] www.association-robots.com

[4] Zvetan Todorov « Les abus de la mémoire »

 

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