EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto 2020, n. 7 - 8 anno V - ISSN 2531-7334
foto anna pianura

Il gioco in terapia familiare

di Monica Pratelli – Il contributo presentato in questo articolo è rivolto a coloro che lavorano con la famiglia con bambini e scaturisce dalle esperienze condotte all’interno dell’Istituto “ Centro Method” e dell’Istituto di Terapia Familiare “PISALIVORNO”, che è collegato con l’Istituto di Terapia familiare di Firenze.

Presso il nostro Istituto è frequente la richiesta di un sostegno alla genitorialità, di un percorso di aiuto grazie al quale ricevere consigli, indicazioni pratiche (“ Nostro figlio non rispetta le regole; che cosa possiamo fare?”; “La nostra bambina ha ogni mattina mal di pancia e non riusciamo a portarla a scuola; come dobbiamo comportarci?”); d’incontri in cui si parla tra adulti, in cui si descrivono le difficoltà dei bambini ritenendo che quelle dei genitori ne siano una diretta conseguenza, in cui ci si confronta su un mondo visto con gli occhi dei grandi, ritenendo che quello sia il mondo “vero”, illudendoci anzi che ci sia solo quello, dimenticando così che esiste un altro sguardo, spesso ben più competente e attento. Le numerose trasmissioni televisive, i frequenti articoli sulle riviste soprattutto femminili testimoniano un estremo bisogno di aiuto nell’affrontare la quotidianità familiare, confermano la necessità di ricevere una sorta di kit del bravo genitore, una serie di risposte pronte e adeguate ad ogni situazione negativa. Ma i genitori in fondo lo sanno che non è con le “ricette” che si risolvono i problemi della famiglia (“Abbiamo provato in ogni modo” dicono spesso), sanno che le difficoltà dei propri figli hanno radici più profonde, sono solo apparentemente inconsapevoli della storia che fa da sfondo ai comportamenti, agli atteggiamenti talvolta bizzarri dei loro bambini ed è forse per questo che, alla proposta di una terapia familiare, tendono a deviare con mille attendibili scuse (“Non possiamo per motivi di lavoro”; “Non servirebbe, i bambini farebbero solo una gran confusione”; “Come genitori ci troviamo d’accordo, non abbiamo problemi”; “Ciò di cui abbiamo bisogno è un esperto che ci dica come fare”…).

Ed ecco che, per tanti motivi, i bambini sono spesso tenuti lontani dalla stanza della terapia familiare, forse perché i genitori confidano di tenerli al riparo da contenuti complessi, forse perché ritengono altrimenti di entrare in un vortice dal quale poi sarà difficile uscire (“Ma quante sedute dobbiamo fare?”; “Di che cosa parleremo di fronte ai bambini?” …) ma, forse, anche perché lavorare in loro presenza può risultare difficile per i terapeuti. Sicuramente non è semplice rapportarsi con i bambini in seduta, è faticoso coinvolgerli, renderli partecipi; i bambini talvolta si oppongono, mettono a soqquadro la stanza, interrompono, non ci seguono, altre volte non rispondono in modo pertinente alle nostre domande seppur formulate con grande abilità; e così, dopo un’ora di lavoro, alcuni terapeuti si sentono esausti, temono di aver fatto brutta figura con i genitori (ma come, neanche i terapeuti riescono a far star buoni i bambini?) ed è forse anche per questo che è frequente che i figli siano così spesso lasciati a casa. Non è una critica al lavoro altrui, bensì la consapevolezza di un vissuto personale che riguarda alcuni anni di lavoro sprecati a pensare che debba essere l’esperto a modificare i comportamenti dei bambini, che debba essere il consulente a trovare la via maestra da suggerire alle mamme e ai papà sprovveduti.

Lavorare con i bambini richiede competenza professionale, ma anche grande capacità di stare in relazione con loro, di comprenderne il linguaggio, di conoscere il loro mondo o di avere, comunque, la curiosità di conoscerlo, non perdendo però di vista il mondo dei grandi, non lasciando in secondo piano le preoccupazioni adulte e rispettando il tessuto della famiglia, che ha bisogno di far emergere tracce delle trame passate, di liberare le emozioni troppo a lungo bloccate.

Il lavoro con la famiglia con bambini richiede necessariamente l’uso del gioco in seduta o, comunque, proposte di attività che abbiano sapore ludico; ecco allora che cerchiamo di avere in mente un bagaglio di idee, che magari non sempre mettiamo in pratica, ma che sono molto utili per farci sentire più sicuri in situazioni che, talvolta, sono particolarmente difficili.

La stanza in cui si svolgono le sedute contiene materiali ludici e grafico – pittorici; si tratta di lavagne, fogli grandi e piccoli, pennarelli, pupazzi e bambolotti, animali di ogni tipo, oggetti relativi alla quotidianità (stoviglie, cibi, frutta, verdura, ecc), elementi di arredo in miniatura, costruzioni, elementi della natura, personaggi reali e fantastici, altro ancora. Il materiale non è alla rinfusa, ma ben ordinato, suddiviso per tipologie, la stanza non è affollata di cose e i bambini possono esplorarla con facilità, avvistarne gli oggetti, intravedere possibilità di utilizzo di questi ultimi, immaginare i possibili scenari di gioco. Gli elementi di arredo in miniatura sono in legno, di piccole dimensioni, ma fedeli alla realtà e permettono la costruzione di ambienti della casa (camere, cucina, soggiorno, bagni, spazi esterni …). Nonostante ci sia ampia ricchezza di proposte, spesso ai bambini manca qualcosa, ma possono sempre ricorrere all’assemblaggio di pezzi di costruzioni a loro disposizione. Gli elementi della natura sono alberi, sassolini, petali di fiori… utili per costruire ambienti esterni (parco, giardino …) o per inventare scenari fantastici I personaggi della famiglia sono maschili e femminili di varia età e di diversa etnia (bianchi e di colore), per offrire ai bambini la possibilità di costruire scene di vita quotidiana o di “inventare” situazioni nuove. I personaggi fantastici (persone e animali) sono invece quelli delle fiabe più o meno classiche da cui sono stati tratti i più noti film Disney (Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, Peter Pan, Haladdin, La carica dei 101, ecc.) e hanno quindi caratteristiche ben note ai bambini (ci sono i belli e i brutti, i buoni e i cattivi, gli eroi, le vittime, i personaggi magici).

Nella stanza di terapia, oltre a tutto ciò che è stato elencato, c’è anche un elemento che può apparire insolito per il lavoro con la famiglia: la sabbiera. La sabbiera è un semplice contenitore, un tavolino con fissata una cassetta colma di sabbia fine, piacevolmente palpabile. Le sue dimensioni non rispettano quelle canoniche e sono un po’ modificate, per maggiore praticità (il bordo è pochi centimetri più alto). La sabbiera, in uso presso l’istituto Method dal 1990 per il lavoro individuale con il bambino e per gli incontri con la famiglia, nel tempo è divenuta sempre più un valido strumento sia nella fase diagnostica sia durante il processo terapeutico. Spesso i bambini sono spontaneamente incuriositi dal materiale a disposizione e, solo in alcuni casi, è necessario l’invito a giocare. La sabbia, i personaggi delle fiabe conosciute dalla maggior parte di essi, altri materiali per il gioco simbolico – imitativo, sono particolarmente invitanti e permettono ai bambini di costruire scenari, di creare il loro gioco, di mettere in scena situazioni, emozioni, fantasie.

In Terapia familiare non si tratta di utilizzare il gioco della sabbia nella modalità classica, che ha matrice prettamente psicoanalitica, ma di offrire alla famiglia con bambini un materiale ludico di facile approccio, che favorisce lo scambio, l’interazione, l’osservazione reciproca e che permette di utilizzare i contenuti che a mano a mano emergono con semplicità, usando il linguaggio dell’infanzia. In terapia familiare non sono quindi analizzate e interpretate le dislocazioni degli oggetti e il loro significato simbolico o le forme realizzate sulla sabbia dal bambino, ma viene dato valore al gioco in sé, a ciò che comunica, alle emozioni sottese, ai contenuti che porta. E’ un gioco che permette di osservare con facilità lo scambio con l’adulto, le interazioni genitori – bambini e che assume un elevato valore relazionale, consentendo al terapeuta di usare le trame e le connotazioni emotive rivolgendole a tutta la famiglia.

Per il bambino il gioco è un bisogno insostituibile e questo materiale, particolarmente coinvolgente, accoglie, contiene, permette di aprire le “danze”, di dare il via alla fantasia, alla creatività, alla libera espressione di emozioni, preoccupazioni, aspettative, desideri, paure. Il bambino plasma la sabbia a disposizione, costruisce scenari, compone e scompone, inserisce oggetti, personaggi fantastici e reali, inventa o rappresenta contesti ed eventi, ai quali occorre dare un senso, poiché la sua espressione ludica ha un’indiscutibile valenza simbolica, permette l’accesso, aprendo una breccia che conduce i terapeuti e la famiglia verso la scoperta di un mondo visto con gli occhi dell’infanzia, occhi competenti ed esperti, abili osservatori del mondo adulto, occhi involontariamente eletti a sbirciare e a tenere sotto controllo oggetti, attributi e relazioni.

Al momento del primo appuntamento, quando la famiglia entra nella stanza e i genitori si guardano intorno, abbiamo l’impressione che subito tirino un sospiro di sollievo; i giochi ordinati nei contenitori, i materiali piacevoli e, soprattutto, la sabbiera rendono loro un’immagine di accoglienza che riduce il senso di colpa per aver portato i loro bambini in un luogo che forse immaginavano meno ospitale. In molti casi, dopo un primo momento di ambientamento, i bambini mostrano uno sguardo incuriosito ed è sufficiente, da parte del terapeuta, un semplice invito a giocare. Altre volte, soprattutto quando il problema presentato è l’ansia da separazione, è opportuno avvicinare i materiali di gioco ai genitori. L’angolo della sabbiera è senz’altro il punto di maggiore attrazione, che rasserena rispetto al nuovo, all’imprevedibile, allo sconosciuto.

Fin dalla prima seduta il terapeuta dice al bambino che può tranquillamente giocare, prendere i giochi che vuole e usarli come meglio desidera. Spesso i bambini non hanno neanche bisogno di questo invito; appena entrano nella stanza, si guardano intorno e capiscono al volo, comprendono che sarà loro permesso di giocare e che ciò che loro faranno sarà davvero importante.

Questo non vuol dire certo escludere i figli dalla seduta; sappiamo bene che i bambini, anche a casa, mentre sembrano farsi i fatti propri, sono invece estremamente coinvolti in ciò che si svolge intorno a loro, ascoltano i genitori, ne osservano di sottecchi la mimica, cercano di capire sempre e comunque che cosa sta succedendo nei grandi e tra i grandi. Il terapeuta può tirare dentro il bambino in qualsiasi momento, chiedendo di esprimersi rispetto a ciò di cui si sta parlando, ma è di grande importanza avere uno sguardo attento al suo gioco, che, meglio di ogni altra cosa, può aiutare e arricchire la narrazione. Nella stanza di terapia osserviamo un gioco e una tonalità affettiva che si modificano a seconda dei contenuti di cui si parla; può essere un gioco triste, un gioco arrabbiato o ansioso, può essere un gioco che esprime preoccupazione e trovare nessi tra i temi portati dalla famiglia e ciò che fa il bambino non è poi così difficile. Capita spesso, ad esempio, che quando i genitori si mettono a parlare con la terapeuta di temi complessi e dolorosi, i bambini iniziano a giocare in modo rumoroso, quasi a coprire le parole, a mandare un segnale di stop; oppure fanno un gioco che tende a deviare su temi opposti (ad esempio, i genitori stanno parlando di momenti caotici nella famiglia, mentre il bambino sta componendo in sabbiera uno scenario ordinato, che narra un’esperienza calma e piacevole). Altre volte il loro gioco assume un tono emotivo simile a quello dei genitori: può quindi essere un gioco arrabbiato, un gioco “preoccupato” o “depresso”, ecc.

Durante la seduta il terapeuta descrive e commenta, chiede chiarimenti al bambino sui temi del gioco, verbalizza la correlazione tra l’attività ludica portata avanti, gli argomenti di conversazione con la famiglia, le tonalità emotive della seduta, coinvolge gli altri membri della famiglia chiedendo loro di descrivere, formulare ipotesi, cogliere il senso, aggiungere impressioni, ecc.

L’osservazione del gioco libero in prima seduta permette quindi di:

  • Favorire la costruzione di un clima di accoglienza a misura di bambino.
  • Osservare come arriva la famiglia e quale bisogno di accoglienza esprimono i vari membri.
  • Osservare in che modo i bambini si separano dai genitori per recarsi nello spazio di gioco (pur essendo nella stessa stanza, alcuni bambini fanno ugualmente fatica a separarsi dai genitori; il desiderio di esplorazione è minore della paura di perdere una relazione stretta con il genitore).
  • Osservare in che modo il bambino si pone in relazione con la nuova figura adulta.
  • Osservare come avviene l’esplorazione degli spazi e dei materiali.
  • Dare la giusta considerazione al bambino e alle attività che svolge
  • Osservare come i genitori entrano in contatto con i temi del gioco
  • Utilizzare il linguaggio semplice, ma denso ed efficace del gioco
  • Comprendere i contenuti del gioco
  • Individuare i nessi tra i contenuti e il tema per cui è stata richiesta la terapia
  • Individuare la relazione tra tono emotivo della seduta e tono emotivo del gioco
  • Dare voce al bambino utilizzando il suo canale più consono
  • Iniziare a delineare una diagnosi relazionale flessibile, che, nel corso delle sedute seguenti, troverà una cornice, darà senso e valore alle difficoltà dei figli
  • Osservare il momento del commiato

Il bambino che gioca, come già detto, rimane in contatto con la propria famiglia e ci permette di cominciare a osservare distanze, vicinanze, alleanze, somiglianze.

Questa è solo una modalità di coinvolgere i bambini in seduta; ogni terapeuta ricerca e trova un proprio modo per svolgere il proprio lavoro con la famiglia con bambini. Sono da evitare le forzature, le richieste precostituite e tutto ciò che toglie genuinità e disponibilità all’incontro. Comunque sia, il terapeuta che si occupa della famiglia con bambini deve, qualsiasi siano gli strumenti che usa, saper creare un contesto condiviso, sintonizzandosi con i piccoli e con i grandi facendo appello anche alla propria parte infantile. Certo è che si rimane davvero un po’ bambini, o meglio, si diviene capaci di osservare il mondo con il loro sguardo, di riconquistare quel pensiero magico che spesso permette di stabilire un contatto costruttivo con loro. Lavorare con le famiglie non significa certo promuovere attività ricreativa: la stanza di terapia, come già detto, non è un parco giochi, ma è un luogo d’incontro, per esplorare il mondo relazionale e affettivo. Il gioco facilita l’esplorazione, consente di sperimentare nuovi modi di stare insieme, di vivere un’esperienza condivisa da impacchettare e portare a casa come un dono che i vari membri si sono fatti a vicenda. Il gioco non deve sostituire le parole; anch’esse sono importanti, servono a chiarire, a definire, a esprimere contenuti ed emozioni. Il gioco è un’occasione per poter dare valore anche alle parole, ed è per questo che non dobbiamo eccedere con le proposte, non dobbiamo sovraffollare di richieste, ma lasciare spazio, evitando di essere noi a riempirlo.

 

 

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