EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2019, n. 3 - 4 anno IV - ISSN 2531-7334
Filfla Malta

Muri nella notte

di Gianfranco Pecchinenda

 

Sempre un gendarme che vuol sapere come ti chiami, dove vai, e sempre, anche se uno se ne vuole andare, nient’altro che andare, si trova di fronte a sbarre …”. “Sbarre e confini, doganieri, recinti, muri; come i tronchi nel bosco, che vorrebbe abbattere, se avesse una scure.

(Max Frisch, Il Conte di Öderland, 1951)

 

 

Tutti gli organismi si ritrovano a vivere in un ambiente già dato. La suddivisione degli spazi, le sue delimitazioni, sono già predisposte. Ognuno eredita una memoria filogenetica dai suoi predecessori, utile per adattarsi, sopravvivere e riprodursi nell’ambiente in cui è destinato a consumare la propria esistenza.

Gli esseri umani hanno nel tempo elaborato e poi ereditato una strategia rivoluzionaria, che condividono con poche altre specie: modificare l’ambiente stesso per renderlo più adatto alla propria sopravvivenza. Tra gli altri lo fanno, ad esempio, anche i castori, che con le loro dighe modificano il mondo circostante. Tuttavia c’è un’enorme differenza: i castori non possono non costruire le loro dighe, gli esseri umani possono decidere se, come e quando farlo. I castori non hanno scelta, gli esseri umani sì.

Noi cambiamo il mondo, il mondo cambia noi: le culture, i cervelli, i geni e la biologia tutta degli esseri umani, si modificano così, ininterrottamente, in un processo dai contorni difficilmente prevedibili.

Uno dei modi in cui noi umani trasformiamo l’ambiente, è erigendo mura. Lasciando da parte le mura delle case o dei condomini in cui abitiamo, ci sono state le mura di Troia, le mura del Colosseo, le mura delle Piramidi. La muraglia cinese o l’emblematico muro di Berlino.

Esistono, tuttavia, non solo mura materiali ma anche mura immateriali, che si manifestano in quanto vere e proprie barriere culturali, intellettuali, linguistiche, morali, portatrici di senso e significato più o meno profondi. Con il trascorrere del tempo, per quanto qualche residuo possa materialmente resistere al mutamento, tutte le mura vedranno inevitabilmente modificato ogni loro possibile significato originario.

Le mura, dunque, dividono, dualizzano il mondo, obbligandoci a forme di semplificazione schematiche della realtà che, almeno in linea di principio, sembrerebbero non ammettere porosità.

La rigidità delle categorie utilizzate per differenziare lo spazio al di qua e quello al di là delle mura è, per definizione, una loro caratteristica ineludibile. Al di qua e al di là delle mura ci sono i “nostri” e gli “altri”, i “buoni” e i “cattivi”, il “bene” e il “male”. Le mura cimiteriali dividono lo spazio dei “vivi” da quello dei “morti”.

Da una parte “il vero”, dall’altro “il falso”: è sempre opportuno ricordare che il primo a intuire e manifestare l’emblematicità di ogni dualismo fu proprio Platone che, come è noto, intendeva mostrarci come al di qua delle mura della Caverna riferita nel suo celebre Mito, ci fosse un mondo, (falso), e fuori di essa ce ne fosse un altro (vero), ontologicamente opposto e separato.

Le mura, però, così come ogni altra possibile barriera umana – con le suddivisioni e le categorie a esse associate –, per quanto apparentemente solide e indistruttibili, sono molto meno compatte di quanto possa sembrare a prima vista.

Gli esseri umani erigono dunque mura per definire gli spazi in cui vivere. L’ambiente umano è un ambiente organizzato da mura più o meno solide, più o meno permeabili. In alcuni casi le mura servono per proteggersi, per nascondersi, per difendersi dall’altro. In altri casi esse servono per aggredire, per rinchiudere, per offendere l’altro.

Chi aggredisce ha una prospettiva diversa, talvolta opposta, da colui che subisce; il predatore trova un ostacolo, laddove la preda trova un rifugio, un riparo.

Le mura di una stanza, di una casa, di una città, di uno Stato, nascondono tutte questo genere di duplicità, spesso accompagnata da sovrastrutture puramente simboliche.

Talvolta ci sono mura che con la loro solida presenza riescono a evidenziare più di quanto si vorrebbe nascondere. E poi, ogni muro ha le sue porosità, le sue fragilità, le sue crepe.

Come scrive il grande Cortázar, a volte, quando tutto sembra finito, e lo spazio sembrerebbe essere arrivato al suo limite più estremo, “basta avere il coraggio di dare una spallata e ti si può aprire inaspettatamente e d’improvviso uno spazio nel bel mezzo di una parete di cemento, attraversare lo spessore apparentemente inviolabile di quell’enorme muro” e ritrovarsi di fronte un nuovo spazio, quello del fantastico, della meraviglia, dello stupore.

Per converso, in un suo altrettanto famoso racconto, Sartre faceva proprio del Muro (in questo caso un muro di esecuzione) il limite estremo dello spazio consentito per celare le proprie intenzioni, il simbolo più eloquente di fronte al quale, nella narrazione, si rivelano le diverse posizioni morali dei tre protagonisti, antifascisti, condannati a morte da un tribunale.

Quello che però è probabilmente il significato più profondamente umano delle mura è riferito alle nostre prospettive temporali, quello legato al nostro bisogno di nascondere simbolicamente le nostre paure, il nostro vero e proprio terrore di fronte al futuro.

Anche in questo caso c’è un testo letterario che meglio di ogni possibile descrizione teorica riesce a mio parere a sintetizzare questa tematica: La tana di Franz Kafka.

Questo racconto, scritto nel suo ultimo inverno (1923-24), narra non tanto una storia, quanto una descrizione della nostra esistenza, dei nostri sforzi per costruire un mondo razionale e ordinato, fatto di pareti e mura divisorie che ci consentano di proteggerci dall’inquietante irrazionalità di cui sono portatori gli altri esseri o la natura stessa. Tali sforzi, però – ed è questa una delle grandi lezioni kafkiane – piuttosto che donarci la libertà sperata, finiscono inesorabilmente per costringerci ancora di più in una gabbia (in questo caso la Tana, appunto) che noi stessi ci costruiamo con immensa fatica.

Il protagonista della storia – una specie di talpa o altro imprecisato animale del genere – che si trova al centro di una piazzaforte, piena di provviste di carne ammucchiata, che emanano dappertutto i propri odori. Da tale centro si dipanano una serie di labirintiche gallerie silenziose e deserte; ogni cento metri le gallerie si allargano in piazzette rotonde, dove l’animale può acciambellarsi comodamente, scaldarsi al proprio calore e riposarsi. Nessun animale aveva mai sofferto tanto: la terra della piazzaforte franava: l’animale l’ha martellata con la fronte sanguinante fino a renderla compatta. Con quale gioia l’animale striscia per ore nelle gallerie, sentendo solo raramente il fruscio di qualche bestiolina che fa subito tacere stringendola tra i denti: con quale benessere si stende nella piazzaforte, si scalda al proprio calore e dorme; con quale estasi si sveglia dal sonno, e sta in ascolto, in ascolto del silenzio, che regna immutato di giorno e di notte e non è propriamente un silenzio vuoto e passivo, ma attivo e risuonante, che possiede il proprio rumore.

Tuttavia la tana dell’animale non è sicura. L’entrata si trova molto distante dalla rocca, coperta soltanto da una lieve parete di muschio, e di lì potrebbe entrare il nemico.

L’animale sconosciuto ha più terrore della tana (la quale dovrebbe difenderlo) che dello spazio aperto (dal quale dovrebbero venire i pericoli).

È il fatto di costruire tane, di difendersi, chiudersi, concentrarsi, isolarsi, proteggersi, che fa nascere i rischi. Se non ci fossero tane, non ci sarebbero nemmeno i pericoli; e l’animale vive in preda all’angoscia, sposta, trascina con i denti provviste dall’una all’altra piazzola. Qualche volta l’animale esce dalla tana, e va all’aperto, cacciando. Da principio non si sente libero: la carcerazione gli ha fatto perdere ogni piacere della libertà. Ma poi comincia a guardare la tana: si sdoppia; e si osserva mentre sta dormendo dentro il suo carcere, con una felicità che non aveva mai avuto nel suo abisso.

L’attività febbrile dell’animale, più che proteggerlo serve a liberarlo dalle sue angosce (“Se tutto fosse sotto controllo io non avrei più paura” – egli si dice). Ma ecco che una verità più tremenda gli si presenta: la tana che doveva proteggerlo dai pericoli, non solo non lo protegge affatto ma lo isola, contribuendo così a intensificare il suo panico.

Kafka ci offre in tal modo una straordinaria descrizione del nostro abituale modo di agire e di pensare: crediamo di tenere a bada le nostre angosce attraverso calcoli e progetti i quali, invece, non fanno altro che perpetuarli. Tutte le considerazioni che noi possiamo avere sulla coerenza e la solidità delle mura di protezione, tutte le nostre attenzioni non fanno paradossalmente altro che renderci ancora più inquieti e paranoici. La costruzione della tana non sarà mai compiuta. Non saremo mai al sicuro. Le minacce reali o illusorie – ma come distinguerle? – sono infinite.

Con una grande finezza – come fa notare il filosofo francese Fabrice Midal – Kafka sottolinea come il narratore non sia tuttavia del tutto infelice della sua situazione. Egli assume man mano un certo atteggiamento che lo immerge sempre più profondamente in una sorta di stato di voluttà:

“In questa piazza raccolgo le provviste, qui ammucchio tutto ciò che nelle mie caccie dentro la tana catturo oltre le necessità del momento e tutto ciò che riporto dalle caccie fuori di casa. La piazza è così vasta che le provviste per sei mesi non bastano a riempirla. Perciò le posso distendere comodamente, posso camminare tra l’una e l’altra, giocare con esse, godermi l’abbondanza e i diversi odori e avere sempre il quadro della giacenza”.

Il benessere descritto in questo brano, quello al quale aspiriamo e che sembra fondato sui piccoli e talvolta mediocri calcoli di convenienza tendono in realtà – come non comprenderlo – a dissimulare l’angoscia di fondo alla quale cerchiamo di sfuggire. Questi calcoli, questa “gestione del benessere” (come la definisce Midal, considerandola una delle parole d’ordine della nostra società) non hanno altra finalità se non quella di rassicurarci sul fatto che noi siamo felici.

In realtà – se prendiamo la lezione kafkiana alla lettera – erigendo mura e suddivisioni, non facciamo altro se non costruire la nostra tana, senza riconoscerlo.

Se noi potessimo mettere un po’ di dio in tutto ciò, un po’ di elevazione, non riusciremmo ad erigere una tana veramente solida? Adottare un credo religioso, non è un modo per avere sotto mano un insieme di regole e di dogmi molto più incontestabili di quelle che ciascuno potrebbe mettere insieme nel suo piccolo angolino? Non è grazie alla religione che noi riusciamo a costruirci il nostro solido e sicuro rifugio? È solo grazie alla religione che la nostra tana può diventare un vero e proprio bunker. Solo che così, la Tana, invece di renderci più liberi ci incatena in modo sempre più inestricabile. E come per il narratore del racconto di Kafka, a un certo punto, continuiamo a costruire la nostra tana non per piacere o per necessità logica, ma perché dobbiamo continuare a farlo.

Meditando su questo fenomeno Kafka ha scritto il seguente aforisma: “il vero cammino passa attraverso una corda che non è tesa in altezza, ma rasoterra. La corda finisce per essere più d’intralcio che non utile per camminarci su”. In effetti, il cammino che viene fatto per scavare la nostra tana, per erigere le nostre mura, diventa sempre più nocivo; eppure perseveriamo nell’assurdo progetto e continuiamo a scavare, continuiamo a costruire muri.

Verso la fine del racconto, il narratore comincia a sentire dei rumori nella sua tana. Comincia così ad andare alla ricerca delle cause di tali rumori. La prima ipotesi avanzata, fa risalire le origini a degli animaletti che vivono nella tana:

Comincio le ricerche, ma non riesco a trovare il punto nel quale dovrei intervenire, faccio alcuni scavi, ma soltanto a casaccio; s’intende che così non arrivo ad alcun risultato, e la grande fatica di scavare e quella ancor maggiore di colmare e pareggiare è vana. Non m’avvicino nemmeno alla sorgente del rumore che continua ugualmente sottile a intervalli regolari ed è ora un sibilo, ora una specie di fischio. Potrei anche non occuparmene, per il momento; certo è un grave disturbo, ma non vi dovrebbe essere dubbio intorno alla supposta origine del rumore, perciò non si rafforzerà, anzi, al contrario può accadere – finora, a dire il vero, non ho mai aspettato tanto – che siffatti rumori scompaiano da sé con l’andar de tempo in seguito al successivo lavoro dei piccoli scavatori e, prescindendo da ciò, molte volte si arriva per caso a scoprire il disturbo, mentre la ricerca sistematica può essere per molto tempo un fallimento (…) ma non trovo pace e devo continuare le ricerche (…). Scendo pertanto la galleria fino alla piazzaforte e là mi metto in ascolto. Strano, anche qui il medesimo rumore. Sarà un rumore prodotto dagli scavi di chissà quali animaletti insignificanti che hanno approfittato indegnamente della mia assenza; in ogni caso non hanno alcuna cattiva intenzione contro di me, si occupano soltanto del loro lavoro.

In un’ipotesi successiva, però, il narratore comincia a pensare si tratti di un’unica e pericolosa bestia a lui ostile, che intende penetrare nella tana per ucciderlo. Così il mondo esterno comincia ad attaccarlo: dopo aver tanto lavorato attraverso tutta una serie di astrazioni logiche finalizzate alla costruzione di una tana sicura, passerà adesso a cercare di calcolare teoricamente i possibili movimenti del nemico, al fine di potergli resistere adeguatamente. In entrambi i casi la sua operazione fallirà e, alla fine del racconto, giungerà all’amara constatazione che anche la pace interiore che gli sarebbe dovuta derivare dalla felicità e dalla fiducia procuratagli dalla tana, si è rivelata in effetti una realtà opprimente, muta e vuota. Le costruzioni di cui il narratore andava così fiero si riveleranno dunque soltanto delle fantasticherie che gli avranno impedito di prepararsi adeguatamente all’attacco finale. La protezione della tana l’ha ingannato: invece di metterlo in sicurezza, essa ha indebolito la sua capacità di resistenza. Il fiasco è totale.

Franz Kafka, erroneamente considerato il maestro dell’assurdo, è in realtà un attento analista proprio dell’oscuro, di ciò che per la sua banale evidenza viene considerato dall’uomo “naturalmente inesplicabile”. Secondo Fabrice Midal, Kafka cerca in realtà di mostrarci che cos’è la speranza: non l’attesa di un futuro idealizzato, da proiettare in un avvenire, ma la ricerca di ciò che è possibile nel presente. L’obiettivo è quello di restare dignitosamente dritti; di non piegarsi di fronte all’angoscia dell’inesplicabile. La speranza lascia l’avvenire aperto, incerto. Non bisogna cercare l’esempio o i modelli da seguire in nuovi guru o vecchi profeti, ma in uomini e donne che sappiano accettare la loro stessa vulnerabilità. Abbiamo bisogno di persone che non ci chiedano niente, ma che ci invitino a stare con loro, persone che ci offrano fiducia. Semplicemente. Una mano tesa. Una parola che ci dica la verità”.

Ma ridiamo ancora la parola a Kafka:

E a minacciarmi non sono soltanto i nemici di fuori. Ce ne sono anche all’interno della terra. Non li ho mai visti, ma ne parlano le leggende e io ci credo fermamente. Sono esseri sotterranei e nemmeno la leggenda è in grado di descriverli. Persino le loro vittime sono riuscite appena a vederli; essi vengono, si sente il raspare dei loro artigli immediatamente sotto di sé nella terra che è il loro elemento, e già si è perduti. E non vale essere nella propria casa, in realtà si è nella loro. Da essi non può salvarmi neanche quella via d’uscita; anzi probabilmente non mi salva in nessun caso, ed è invece la mia rovina: però è una speranza e senza di essa non posso vivere.

La tua casa è al sicuro, chiusa da ogni parte, tu vivi in pace, al caldo, ben nutrito, padrone, padrone assoluto di una quanttà di gallerie e piazze: non vorrai, spero, non dirò sacrificare, ma in certo qual modo abbandonare tutto ciò, e pur avendo la speranza di riacquistarlo, ti permetti di rischiare un giuoco forte, troppo forte? Dici che ne hai motivi plausibili? No, per cose simili non esistono motivi plausibili. Tuttavia sollevo cautamente la botola ed esco all’aperto, la lascio ricadere cautamente e mi allontano più presto che posso dal luogo che potrebbe tradirmi. A dire il vero, però, non sono in libertà (…). D’altro canto non sono destinato alla vita libera, so che il mio tempo è misurato, che non devo cacciare qui all’infinito, ma quando voglio o sono stanco di questa vita c’è qualcuno che, per così dire, mi chiama, al cui invito non saprò resistere. Così posso assaporare pienamente questo periodo e passarlo senza preoccupazioni o, diciamo meglio, potrei, eppure non posso. Penso troppo alla tana. Sono scappato di corsa dall’uscita, ma presto vi ritorno.

L’opera di Kafka appare in questo senso importante perché ci offre non solo un’analisi impressionante dell’animo umano, delle nostre miserie e dei modi in cui reagiamo alle nostre angosce, ma perché essa ci chiarisce anche la realtà del nostro mondo.

Ci occupiamo continuamente di costruire, migliorare, modificare, difendere la solidità delle nostre mura; ci occupiamo dei nemici (presunti o reali, esterni o interni) che potrebbero attaccare e indebolire i nostri spazi, ci affanniamo a risalire alle cause, a calcolare i movimenti, a elaborare teorie di tali manifestazioni superficiali per evitare di affrontare la realtà. Ma cos’è la realtà per Kafka?

In una conversazione con Gustav Janouch, il grande artista praghese afferma: “La verità è sempre un abisso”. Ci insegnano che è necessario sacrificarsi all’ordine sociale, bene. Ora, chi accetta tale sacrificio – egli dice – non è più realmente vivo. In tal modo sperimentiamo dalla mattina alla sera un vissuto decoroso, ordinato, che ci porta ad agire esattamente come tutti si attendono che dobbiamo agire, seguendo degli schemi di condotta predeterminati. Vivere in questo modo significa abbandonarsi alla banalità dell’esistenza.

Nella Metamorfosi egli ci mostra, in effetti, come sia impossibile uscire da questo mondo, anche se costretti. L’alternativa che egli propone è quella di accettare il fatto che noi non apparteniamo a questo mondo. A questa realtà.

È la stessa risposta di Platone, in fondo. Ma con una differenza fondamentale: dobbiamo affrontare comunque questo mondo e non provare a uscire dalla caverna. Dobbiamo imparare a gestire al meglio la nostra esistenza all’interno della caverna, perché non esiste alternativa.

Dobbiamo imparare a comprendere che tutti i giochi di potere, tutte le piccole e insignificanti passioni, tutti gli accecanti impegni quotidiani, non hanno alcun senso che vada al di là di quello che si manifesta. L’insegnamento, la saggezza è quella che dovrebbe condurci non a sfuggire alla realtà che ci è data (la realtà costruita socialmente, la caverna platonica) ma nell’apprendere ad abitarli senza sfuggirgli, senza fuorvianti illusioni (che potrebbero finire per indebolirci più che a ripararci dall’abisso).

Il mondo è assurdo, ma non ce n’è un altro; bisogna affrontarlo: con le sue inevitabili incertezze, ma anche senza disperazione. Con pienezza, ma come in esilio. Siamo stranieri!  Ovvero bisogna entrare nella notte, nelle tenebre e affrontarle. Perché è l’unico cammino. Scoprire la nostra stessa insufficienza, toccare l’angoscia senza fondo.

Ma non bisogna preoccuparsi di questo, sembra suggerirci Kafka: ciò che è realmente terribile non è la traversata, ma il fatto di accettare il regno del grigiore, di rassegnarsi e rinunciare. Non parlare se non di cose vaghe e senza ancoraggi (senza fondamenta): cerchiamo di consolarci con qualche bicchiere di vino, alcolici, droghe, farmaci vari; oppure nel gioco delle competizioni e di ambiziose scalate economiche o di potere; nei rapporti d’amore, sessuali, nel mondo del lavoro, nei divertimenti esacerbati e del tempo libero a tutti i costi … senza però mai riuscire a trovare forme di conforto stabile.

Solo entrando nella profondità della notte – suggerisce Kafka – possiamo imparare a non finire inghiottiti in questa confusa ignoranza, sotto il sottile dominio della paura e della colpa.

Nella notte la nebbia scompare. Le preoccupazioni abituali cessano di esistere. Il tempo sembra sospeso. Le distanze si trasformano. È lì che possiamo scoprire l’estraneità e nuove forme di prossimità: come quello di un nuovo genere di corrispondenza tra le cose e gli esseri; sostituendo le reazioni affettive con una comprensione attiva delle cose. Tutto questo passa per un riconoscimento della nostra stessa insufficienza e vulnerabilità alla quale spesso preferiamo il banale conforto delle rassicuranti mura, delle categorie, delle norme e della normalità.

Se vogliamo trovare a luce dobbiamo affrontare la notte, non sfuggirla. Bisognerebbe piuttosto provare a sfuggire il rifiuto dell’angoscia, di ciò che è oscuro e non negare il semplice fatto che l’uomo sia un essere instabile, fragile, vulnerabile.

Il solco della nostra civiltà, come testimoniato dalla tragedia greca, e per la verità da ogni forma genuina d’arte, è legato alla capacità di affrontare l’angoscia in modo diretto: bisogna imparare ad abbattere i muri, o almeno a osservare attraverso le loro crepe, sfruttando la loro inesorabile fragilità, che è poi anche la nostra: bisogna imparare ad abbattere i muri, o almeno a osservare attraverso le loro crepe, sfruttando la loro inesorabile fragilità, che è poi anche la nostra: bisogna accettare il fatto di essere umani.

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