EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Nella camera di un bambino. Intervista a Anne-Sylvie Pelloux, psichiatra infantile

 

Intervista di Gianfranco Brevetto

(ITA/FRA, versione originale in fondo)

 

– Madame Pelloux, cosa vuol dire per una psichiatra infantile  entrare nella camera di un bambino?

– In realtà lo psichiatra penetra raramente nella camera di un bambino, eccetto le situazioni particolari di visita a domicilio. D’altro canto, è portato a trovare una via di accesso al suo mondo interno, una porticina che si apre sul suo spazio immaginario, per dividere con lui, uno spazio comune di gioco e di condivisione sensoriale, motoria, cognitiva ed emozionale

La camera di un bambino, per quello che rappresenta, è uno spazio potenziale di dispiegamento della sua vita psichica. Il giorno, la camera vede il piccolo esercitare la sua capacità di giocare da solo, e proiettare il suo universo popolato di figure rassicuranti o minacciose su gli oggetti o sui giochi che lui anima, con un certo piacere di controllo su di essi. Certo, questo teatro interiore è possibile se la porta della camera resta aperta sul resto della casa. Il genitore non è lontano e può contenere un eccesso pulsionale e o emozionale del bambino coinvolto nel suo gioco. L’adolescente trasforma, a volte, la sua camera in una fortezza nei confronti dei genitori. Luogo intimo di ricerca identitaria, costellata di poster che rappresentano le sue recenti affiliazioni, o di foto di coetanei, nuovi oggetti d’investimento affettivo che si sostituisce a quello della famiglia. Non è più la porta a restare aperta ma una finestra sull’esterno, virtuale, attraverso le interfacce digitali o reali per deporvi i suoi sogni.

La notte è più propizia al sorgere dei mostri o dei demoni a qualsiasi età del bambino.

Una delle funzioni dello psichiatra è di comprendere la vita psichica del bambino. Lo specialista entra in modo naturale nella camera di un bimbo, di giorno come di notte. Ma non deve lasciarsi abbindolare dai fantasmi che vi circolano, nella casa e anche al di là,  confondendone l’architettura e rappresentando la ripetizione del passato nel presente, come ci dice Selma Fraiberg[1]. Nel seno delle cripte invisibili, possono risiedere, per esempio, dei segreti trans-generazionali.

– Il bambino è sempre disponibile a questa intrusione?

– Il bambino sano, lo è volentieri in generale, con dei buoni auspici nei confronti dello sconosciuto e i riferimenti sono condivisi. La situazione può essere, però,  più complessa e la chiave d’entrata  può variare in funzione dalla struttura del bambino, (autistico, fobico…), dal suo stato (ansioso, depressivo, maniaco..), dal tipo di attaccamento (sicuro o insicuro), dalla sua espressione sintomatica ( iperattiva, opponente, inibita, ecc.)

Il tempo passato con il bambino e con i suoi genitori e la ripetizione delle sequenze di gioco e di interazione, influisce, egualmente sulla qualità del legame instaurato facilitando l’accessibilità alla “camera”, così come il successo o meno dell’incontro dei protagonisti. Un’area comune di condivisione, legata alle sensibilità e affinità di ognuno deve potersi creare.

A volte, lo psichiatra è invitato in questa camera dai genitori all’insaputa del bambino, o in mancanza d’invito, deve andare a vedere la parte di sofferenza dell’infanzia del o dei genitori stessi. In questo caso lo psichiatra avrà cura di non invadere lo spazio del bambino. O ancora a volte si ritrova messo alla porta, come i genitori, e deve cercare, con loro, un’altra uscita.

– Cosa si scopre una volta entrati?

– Col gioco degli scenari co-creati con il bambino, o attraverso la trasposizione delle sue angosce sugli elementi architettonici della stanza (dello studio dello psichiatra), o ancora per le parole scambiate a proposito di un suo disegno, oppure liberamente, noi tentiamo di scoprire la nature delle sue proiezioni, dei suoi meccanismi di difesa, la qualità dei suoi legami affettivi, la sua iscrizione identitaria, le sue affiliazioni, ecc.

Ma si potrebbe dire che si possono scoprire tanti universi quanti sono i bambini sulla terra. Ogni camera è singolare e lo psichiatra nella sua esplorazione si lascia, al più, sorprendere.

– Ci sono anche dei mostri?

-Certo, incrociamo sempre dei mostri e direi anche che la loro assenza ci potrebbe inquietare.  Abbiamo tutti nella testa delle immagini dei mostri legati alle fiabe della nostra infanzia, ma esse hanno perso per noi il loro carattere pauroso.

– Cosa rappresenta un mostro per i nostri piccoli?

– Un mostro per un bambino è questa rappresentazione che suscita spavento, qualunque sia l’attribuzione simbolica che funziona per lui come detonatore di questa grande paura. La grande bocca divorante del lupo, che si lega con le angosce orali, la regina-strega  matrigna di Biancaneve, che rinvia al complesso di Edipo, ne sono degli esempi conosciuti. Per il bambino, qualunque personaggio può rivestire gli abiti di un mostro. Questo accade nel momento in cui uno degli attributi di questo personaggio, anche una voce, lo rinvia simbolicamente ad una delle sue angosce.

– Bisogna sempre scacciarli questi mostri? È possibile?

– I genitori rifiutano a volte di leggere delle fiabe ai loro bambini col timore di esporli a dei personaggi ansiogeni. Ora, le angosce inerenti le fasi della costruzione psichica del bambino preesistono; i personaggi “mostruosi” rappresentano questa angoscia permettendo una prima presa di distanza da questa. Poi se questi personaggi sono manipolati concretamente o mentalmente dal bambino nel gioco, o più tardi, sono iscritti nel filo narrativo di una storia con la risoluzione del suo intrigo, questo permette al bambino di deporre le proprie angosce e di elaborarle. Io penso dunque che non bisogna scacciare i mostri ma accompagnare il bambino nel suo gioco e nei suoi racconti in proposito. Quando la paura del mostro diventa così intensa da turbare il sonno notturno, si possono anche suggerire piccoli trucchi come lasciare una luce notturna per tenerli a distanza o mettere il dinosauro preferito all’entrata della cameretta per tenerlo lontano.

(trad. G. Brevetto)

 

– Madame Pelloux, qu’est-ce que veut dire pour un pédopsychiatre d’entrer dans la chambre d’un enfant ?

– En réalité, le psy pénètre rarement physiquement dans la chambre d’enfant, hormis quelques situations particulières de visite à domicile. En revanche, il est amené à trouver une voie d’accès à son monde interne, une petite porte ouvrant sur son espace imaginaire, pour partager avec lui, un espace commun de jeu et de partage sensoriel, moteur, cognitif et émotionnel.

La chambre d’enfant dans ce qu’elle représente, est un espace potentiel de déploiement de sa vie psychique. Le jour, elle voit le tout-petit exercer sa nouvelle capacité à jouer seul, et projeter son univers peuplé de figures rassurantes ou menaçantes sur les objets ou jouets qu’il anime, avec un certain plaisir de la maîtrise sur ceux-ci. Bien sûr, ce théâtre intérieur est jouable si la porte reste ouverte sur le reste de la maison. Le parent, n’est pas loin et peut contenir un débordement pulsionnel ou émotionnel de l’enfant pris à son propre jeu. L’adolescent transforme parfois sa chambre en une vraie forteresse à l’adresse de ses parents. Lieu intime de recherche identitaire, punaisé de posters représentant ses récentes affiliations, ou de photos de pairs, nouveaux objets d’investissement affectif, se substituant à celles de la famille. Ce n’est plus la porte qui reste ouverte mais une fenêtre sur l’extérieur, virtuelle, via les interfaces numériques, ou réelle pour y déposer sa rêverie.

La nuit est plus propice au surgissement de monstres ou de démons quelque soit l’âge de l’enfant.

Une des fonctions du psy étant de comprendre la vie psychique de l’enfant, il s’invite naturellement dans sa chambre, de jour comme de nuit. Mais il ne doit pas être dupe des fantômes circulant dans celle-ci, dans la maison et parfois même au delà, brouillant l’architecture et représentant la répétition du passé dans le présent selon la formulation de Selma Fraiberg . Au sein de cryptes invisibles, peuvent se loger par exemple, des secrets trans-générationnels.

– L’enfant est-il toujours disponible à cette intrusion ?

– L’enfant qui va bien, l’est volontiers en général, avec une réserve de bon augure vis-à-vis de l’inconnu et les repères sont partageables. C’est plus complexe et la clé varie selon la structure de l’enfant, (autiste, phobique, …), selon son état (anxieux, dépressif, maniaque, …) selon son type d’attachement (secure vs insecure), selon son expression symptomatique hyperactif, opposant, inhibé, etc.

Le temps passé avec l’enfant et ses parents et la répétition des séquences de jeu et d’interaction, influe également sur la qualité du lien instauré facilitant l’accessibilité à la « chambre », ainsi que le succès ou non de la rencontre des protagonistes. Une aire commune de partage, liés aux sensibilités et affinités de chacun doit pouvoir se créer.

Parfois aussi, le psy est convié dans cette chambre par les parents à l’insu de l’enfant lui-même, ou à défaut d’être invité à aller voir la part souffrante de l’enfance du ou des parents eux-mêmes. Dans ce cas, le psy prendra soin de ne pas envahir l’espace de l’enfant.

Ou bien parfois encore, il se retrouve à la porte comme ses parents et doit chercher avec eux une autre issue.

–  Que découvre-t-on dans cette chambre ?

– Par le jeu de scénarii co-créés avec l’enfant, ou par la transposition de ses angoisses sur les éléments architecturaux de la pièce (du bureau du psy), ou bien encore par des paroles échangés à propos de son dessin, ou librement, nous tentons de découvrir la nature de ses projections, de ses mécanismes de défense, la qualité de ses liens affectifs, son inscription identitaire, ses affiliations, etc.

Mais on pourrait dire que l’on peut découvrir autant d’univers qu’il existe d’enfants sur la terre. Chaque chambre est singulière et le psy dans son exploration se laisse au mieux, surprendre.

– Découvre-t-on des monstres aussi ?

– Bien sûr, nous croisons régulièrement des monstres et je dirais même, que leur absence peut nous inquiéter.

Nous avons tous en tête des images de monstres des contes de notre enfance mais elles ont perdu pour nous, leur caractère effrayant.

– Que représente un monstre pour un enfant ?

– Un monstre, pour un enfant est cette représentation, qui suscite chez lui un effroi, quelque soit l’attribut symbolique qui fonctionne pour lui comme le détonateur de cette grande peur. La grande bouche dévorante du loup, en lien avec des angoisses orales, la reine-sorcière, marâtre de Blanche-Neige en lien avec le complexe d’Œdipe, en sont des exemples connus. N’importe quel personnage peut revêtir en soi des habits de monstre pour l’enfant à partir du moment où l’un de ses attributs, même une voix, le renvoie symboliquement à l’une de ses angoisses.

– Faut-il toujours les chasser ?  Est-ce possible ?

– Les parents s’empêchent parfois, de lire des contes à leurs enfants, craignant de les exposer à des personnages anxiogènes. Or, les angoisses, inhérentes aux phases de la construction psychique de l’enfant préexistent ; les personnages « monstrueux » viennent figurer cette angoisse, permettant une première prise de distance. Puis si ces personnages sont manipulés concrètement ou mentalement par l’enfant dans un jeu, ou plus tard, sont inscrits dans un fil narratif d’une histoire avec la résolution de son intrigue, cela permet à l’enfant de déposer ses angoisses et de les élaborer. Je pense donc qu’il ne faut pas les chasser mais accompagner l’enfant dans son jeu et ses récits à leur propos.

Lorsque la peur du monstre devient si intense qu’elle trouble ses nuits, on peut aussi suggérer quelques petits trucs comme laisser une veilleuse pour les tenir à distance ou installer son dinosaure préféré à l’entrée de sa chambre.

 

[1] S. Fraiberg, Fantômes dans la chambre d’enfants, Paris, PUF, colle. « Le fil rouge », 1999

 

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