EXAGERE RIVISTA - Maggio- Giugno 2019, n. 5 - 6 anno IV - ISSN 2531-7334
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Nella pancia della balena … blu

di Giacomo Dallari

 

Pinocchio è un burattino, irrequieto, ingenuo e non molto abile nel districarsi nelle faccende della vita. Scappa, fugge dalle regole, si distrae in continuazione, attratto da una libertà naturale nella quale non c’è posto per quella degli uomini, fatta di norme, rinunce e compromessi.

Una volta completato, appena muove i suoi primi passi, il burattino fugge senza sapere dove andare, senza un motivo e senza una meta. Di fronte alla coscienza la sua risposta è fulminea, istantanea e atroce: «Chetati, Grillaccio del mal’augurio!», grida Pinocchio e, in preda alla rabbia, afferra un martello e uccide il povero Grillo Parlante. «Crì, crì, crì …».

Solo e sfinito si addormenta, bruciandosi i piedi sopra delle braci roventi.

Pinocchio conosce la delusione, la banalità della vita, con le sue difficoltà, le sue mancanze e le sue continue richieste. E allora ecco che comincia un nuovo sogno, un nuovo viaggio, effimero come tutti gli altri, ma per il momento valido, anzi grandioso: imparerà a scrivere, saprà leggere e contare i denari che lo faranno diventare ricco e sazio, infinitamente sazio. «Pinocchio, che aspetti? Non mangi? Queste delizie sono tutte per te! Vogliamo far festa perché sei un bravo ragazzino e non ci dai mai dei dispiaceri! E quando avrai finito, potrai correre a giocare e a divertirti!».

Basterà il suono di un piffero e di una grancassa a farlo rinsavire e via, di corsa, al teatro dei burattini. «Io la mamma non l’ho mai avuta!» dirà Pinocchio a Mangiafuoco poco prima di cedere alla magica promessa del Gatto e della Volpe.

Nella prima stesura, quella ancora divisa a puntate sul periodico settimanale “Il Fanfulla” (1881), Pinocchio non sarebbe mai diventato un bambino vero, in carne e ossa e, sopraffatto dall’inganno dei due furfanti, sarebbe morto impiccato ad una quercia. «Oh babbo mio! Se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un gran scrollone, rimase lì come intirizzito».

 

Oggi più che mai dovremmo chiederci chi è Pinocchio e, nel farlo, dovremmo domandarci se nelle intenzioni del suo autore, in realtà, non ci fosse un avvertimento, un monito per le generazioni future, cioè per noi. Tutto ciò dovrebbe cominciare da una serie di domande che, seppur relative ad un burattino di legno, forse ci riguardano molto più di quanto possiamo credere.

Come è possibile, infatti, che un bambino possa credere che seminando delle monete possa nascere l’albero dei soldi? Perché un bambino, solo e abbandonato, si ritrova nella pancia di una balena?

Esattamente come il nostro burattino, molti adolescenti preferiscono rifugiarsi in gruppi chiusi, nettamente separati dal mondo “normale”, proprio come il villaggio dei balocchi e si lanciano in sfide e scontri virtuali senza vincitori né vinti. Oggi noi queste cose le chiameremo challenge cioè sfide planetarie, grazie alle quali i ragazzi ricevono quei rinforzi sociali che non riescono più a vedere e a percepire nel mondo reale.

Trionfa il pensiero magico e, anche se i ragazzi non seminano monete, sperando che l’albero dei soldi cresca verde e rigoglioso, costruiscono mondi immaginari, dove la stessa sopravvivenza è un gioco e dove il dolore è il simbolo di una partecipazione attiva, di un fare che determina un’esistenza, un modo di essere. “Io sono una balena blu”, chiede per prima cosa l’horror game giunto alla ribalta delle cronache odierne, come a precisare che, una prima regola, sia quella di diventare qualcosa di altro rispetto a quello che si è sempre stati. Si deve accettare una nuova esistenza e, con essa, una serie di regole cruenti e psicologicamente devastanti.

Scuola e villaggio dei balocchi, realtà e finzione oggi sono sempre più concetti indistinguibili e amalgamati. Cresciuti all’interno di meccanismi virtuali, incapaci di relazionarsi al reale, spesso faticoso, banale e rituale, i ragazzi prendono un “suggerimento” impartito dal web come se provenisse dalla vita reale, da un qualcuno che ha potere su di loro, che può controllarli.

Proprio nel momento in cui l’introversione e la chiusura in se stessi sembrano essere tratti dominanti delle nuove generazioni, trionfa la spudoratezza mascherata da sincerità, nettamente opposta alla naturale riservatezza e a quell’idea che un qualcosa di noi stessi debba rimanere nostro e protetto per cui ciascuno finisce con il sentirsi “social”, proprietà comune e si comporta come se appartenesse a tutti.

Quella che stiamo vivendo è anche l’epoca in cui sentirsi parte di un gruppo è vitale, è l’aspetto più importante. Nel gruppo, troppo spesso, c’è la propria identità, disciolta e diluita, sintomo di una società nella quale i giovani non sanno stare con se stessi, non si conoscono. Per questo il gruppo offre un’alternativa, un’identità precostruita facile da indossare e l’omologazione e l’appartenenza diventano scelte inconsapevoli, senza alternative. Esposti, non contenuti e privi di intimità, i nostri giovani possono essere preda di quei meccanismi che ti danno la possibilità di mostrare quella sincerità come fatto di lealtà nei confronti del gruppo. Balena Blu ha bisogno di prove, di foto e di filmati. Non è solo una prova di quello che stai facendo, indispensabile per proseguire nel “gioco”, ma è anche il modo con cui ci si espone agli altri e si comunica la propria appartenenza: “Io sono questo, e ve lo dimostro!”, e non importa qual è il prezzo da pagare. È in questo macabro e incontrollato meccanismo che il pudore, da meccanismo di difesa della propria identità, diviene sintomo di non sincerità e, in molti casi, il non poter esprimere se stessi anche nei modi più estremi, diviene una mancanza di libertà, cioè oppressione.

Il web, a prescindere da Balena Blu, è pieno di giochi pericolosi (a pensarci bene anche un banalissimo social network può essere un “luogo” pericoloso) dove è possibile trovare individui che si divertono a manipolare le menti dei più fragili, a impossessarsi delle loro debolezze e riempirle di contenuti alternativi, di “dolci” per l’anima, di “caramelle” per l’esistenza, in poche parole balocchi, feste, ottundimento, distrazioni, allontanamento dalla realtà.

I genitori molte volte sostengono che i loro figli “stavano bene”, che non manifestavano nessun segno evidente che potesse far pensare ad un problema. Anche in questo caso, però, troppo spesso si ritiene che sia solo una casualità, un fatto eccezionale che si concretizza con il fatto che il proprio figlio sia “caduto nella rete”. In realtà le difficoltà sono profonde. Quanti genitori possono affermare di conoscere i propri figli? Quanti sono in grado di capire e di cogliere quelle sfumature che mostrano un disagio o un malessere?

Per prima cosa, per riconoscere un malessere, è indispensabile conoscere le abitudini dei propri figli, sapere quello che fanno concretamente, dove sono, che persone frequentano, quali sono le loro scelte, che cosa vogliono e cosa sperano. Ovviamente tutto ciò non è facile.

Il nostro Pinocchio è figlio di un padre improvvisato, genitore “a sua insaputa”, e di una madre assente, a tratti sostituita dal Grillo Parlante e dalla Fata Turchina. Il loro è un intervento saltuario e a posteriori che arriva dopo le marachelle. Un monito senza struttura, un rimprovero destinato a crollare sotto la spinta forte delle istanze esterne.

Se pensiamo a Balena Blu, infatti, ci si rende conto che all’educazione ideale, spesso travestita da autodisciplina, non corrisponde un impegno quotidiano, un’osservazione continua e sistemica della vita dei propri figli. Gli amministratori procedono per tappe e fanno un lavaggio del cervello ai giocatori, li spaventano e li incitano a giocare attraverso minacce virtuali, sostenendo di essere a conoscenza di informazioni private e che non è possibile abbandonare il gioco. In questo percorso viene richiesto di superare tutta una serie di prove, per esempio, di guardare una serie di filmati horror, di svegliarsi ad orari proibitivi del mattino, di incidersi codici, scritte e disegni sulla pelle.

Sembra quasi impossibile poter pensare che un ragazzo posa avere tutta questa libertà, possa tranquillamente avere a disposizione una connessione internet priva di controlli, possa svegliarsi alle quattro del mattino senza che nessuno se ne accorga. Sembra quasi un disinteresse, ma in realtà è qualcosa di più grave. Questi genitori hanno paura. Hanno paura di essere troppo ingombranti, di oltrepassare i limiti e di essere troppo intrusivi. Lasciano ai loro figli la libertà di scelta per paura di ferirli e quando l’educazione è timorosa, è inefficace e senza progettualità.

Ai nostri ragazzi si dice di vivere, di fare esperienze, di confrontarsi con il mondo, ma attenzione a non fraintendere la libertà con l’idea che la vita stessa, da sola, possa sostituire l’educazione delle figure significative. Il rischio è quello di esporre i giovani a delle prove eccessive che non sono in grado di gestire. L’educazione è, prima di ogni altra cosa, un progetto, cioè un percorso di crescita comportamentale, emotivo e relazionale. Molte volte è indispensabile porre un freno alla libertà attuale per dotare il proprio figlio di una capacità di scelta futura. È basilare comprendere che la relazione è la base sicura sulla quale è possibile costruire l’identità, consapevoli che le emozioni, quando non trovano il veicolo della parola, si tramutano in gesti.

Il mondo, là fuori, è pieno di gatti e di volpi; i nostri figli incontreranno Lucignolo molte volte e, con ogni probabilità, nessuna Fata Turchina arriverà a salvarli. Di fronte a noi, allora, si apre la possibilità di scegliere fra una società che interviene punendo, che agisce sulle conseguenze, ed una che sceglie di lavorare sulle cause, che si impegna e fatica sulla possibilità di comprendere che la casualità, a volte fatale, altro non è che una incapacità di gestire una situazione complessa.

 

 

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