EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2018, n. 7-8 anno III - ISSN 2531-7334
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Non basta un programma scolastico, occorre un modello educativo.Intervista a Anna Oliverio Ferraris

intervista di Federica Biolzi

 

Professoressa Oliverio Ferraris, è forte la sensazione che l’istruzione, soprattutto quella della scuola primaria ruoti intorno ad un incrocio strategico: scuola come istituzione educativa complessa, famiglie in continuo cambiamento e problematiche nello sviluppo infantile. Le chiediamo di aiutarci a fare il punto su questo tema che diventa sempre più centrale e strategico.

-La scuola sembra sempre più in difficoltà nello stare dietro ad un tessuto sociale che si parcellizza e diventa sempre più variegato. Quali sono secondo lei pregi e limiti del nostro modello educativo, così come incardinato nel sistema scolastico?

– A fronte di scuole che hanno ben chiaro un modello educativo, altre scuole hanno un programma scolastico ma non un modello educativo. Queste ultime non considerano che la presenza stessa degli insegnati, il loro modo di gestire la classe, di comportarsi e di comunicare con i ragazzi e i colleghi costituisce un modello di riferimento per i loro alunni. Anche quando non intendono educare perché ritengono di dovere soltanto insegnare – in quanto l’educazione sarebbe secondo costoro compito esclusivo delle famiglie – in realtà con la loro presenza e i loro comportamenti inviano messaggi educativi (o diseducativi) che gli alunni recepiscono.

E poiché i ragazzi trascorrono moltissimo del loro tempo tra le mura scolastiche, un primo compito che tutte le scuole si devono dare è quello di presentare alle famiglie e ai ragazzi, all’inizio di ogni anno scolastico, un programma pedagogico-didattico e un programma educativo. Il modello educativo deve basarsi sui valori della convivenza, della responsabilità, della collaborazione, del rispetto reciproco, della tolleranza. Ci deve essere un sistema di regole che in parte rispecchia quello familiare e in parte si differenzia perché la vita nella comunità scolastica non segue gli stessi percorsi che si seguono in famiglia. A scuola ci si incontra con “i diversi da sé”, il che è una grande opportunità di apprendimento e di crescita, sociale e cognitiva.

– La TV, i media  e le tecnologie digitali, sembrerebbero essere gli amici-nemici dei processi educativi. Vi è un problema di qualità di questi supporti? Come fare a distinguere, soprattutto in rete, gli strumenti idonei sotto il profilo pedagogico e di contenuto?

– Fino a quando la Rai ha avuto il monopolio della tv, tra i suoi programmi c’erano, oltre a quelli di intrattenimento, parecchie trasmissioni a carattere educativo. Potevano piacere o non piacere ma l’obiettivo era quello di informare ed educare, senza la preoccupazione di dover soddisfare le esigenze degli sponsor o del mercato. I cittadini pagavano il canone e il Servizio Pubblico non cercava altre sovvenzioni. Tutto è cambiato con le diffusioni delle tv private che facendo concorrenza alla Rai l’hanno indotta a inseguire le loro proposte, ossia a inserire una dose più o meno massiccia di spettacolo in ogni trasmissione, anche quelle considerate serie, al fine di avere un’audience da vendere agli sponsor.

Oggi sono pochi i programmi che hanno delle finalità educative, la maggior parte cerca di emozionare e di fare spettacolo per attrarre il pubblico, il che spiega l’elevato numero di scene violente anche nei programmi per ragazzi e la velocità con cui le storie vengono raccontate (inquadrature di pochi secondi, primi piani, esplosioni, musiche incalzanti ecc.). Le violenze non sono soltanto nella storia ma anche nel modo in cui la storia viene raccontata.

A ciò si aggiunga l’elevato numero di spot che irrompono nei programmi e che non sono affatto informazioni neutre o “consigli per gli acquisti”, ma messaggi suggestivi, a sfondo sessuale e così via il cui obiettivo è quello di inculcare nella memoria degli spettatori un logo, una marca, un prodotto, associati a un’emozione. Il tutto in contrasto con una legge del 1980 (legge Mammì) che vietava di interrompere i cartoni con spot pubblicitari.

In internet la deregulation è totale. L’utente ha piena libertà di muoversi in rete. Il che non crea problemi se l’utente è una persona matura che utilizza la rete con razionalità, discrimina le notizie attendibili dalle fake news, il verosimile dal vero e così via. Diverso è invece quando gli utenti sono ragazzi o bambini, non ancora formati, con un bagaglio culturale limitato e con scarso senso critico. Ne deriva che è compito dell’adulto controllare, valutare e regolamentare ciò che vedono figli e alunni, nonché sorvegliare dove si spingono e con chi vengono in contatto quando vanno in rete.

Purtroppo non sempre le indicazioni “ufficiali” relative al livello di età consigliato per i diversi programmi sono attendibili, sia perché il mercato tende ad ampliare le fasce d’età verso il basso per avere un maggior numero di utenti e sia perché gli utenti non sono tutti uguali cosicché ciò che lascia indifferente uno può scioccare un altro. Ecco dunque un compito in più per gli educatori di questi anni, compito che molti genitori preferiscono ignorare quando regalano ai loro figli bambini lo smartphone, in cui essi ci vedono più uno status symbol che una tecnologia che mette i bambini in relazione col mondo in modi indiscriminati, senza filtri e senza difese.

– Dalla cronaca di questi ultimi anni emerge come il rapporto tra scuola e famiglia stia decisamente cambiando. Dalle istanze di partecipazione, sempre meno partecipate, residuo delle politiche inaugurate negli anni ’70, e veri e propri momenti di confronto scontro. Ci riferiamo alle problematiche sui vaccini, sulle mense, sui compiti a casa. È possibile, secondo lei iniziare a ragionare su offerte e patti educativi, non solo a livello formale, che prevedano la responsabilizzazione concreta dell’una e dell’altra parte? Come è possibile arrivare a questo traguardo?

– Sarebbe compito della politica quello di riconciliare scuola e famiglia fornendo indicazioni chiare e convincenti su basi scientifiche. Ma quando i politici sono assorti in tutt’altre problematiche o non hanno le competenze per occuparsene, la via da percorrere è dal basso. Scuola per scuola. Le scuole che hanno insegnanti e dirigenti attivi, desiderosi di migliorare i rapporti con le famiglie possono organizzare incontri con i genitori a partire dall’inaugurazione dell’anno scolastico e durante tutto il percorso annuale illustrando le linee didattiche ed educative e il lavoro che via via fanno i ragazzi. E’ necessario che le famiglie abbiano fiducia nel lavoro degli insegnanti.

Senz’altro si possono fare patti educativi in cui ci sia una reciproca responsabilizzazione. Bisogna armarsi di pazienza e curare la comunicazione per non colpire la suscettibilità di taluni genitori. Oggi poi in comunicazione su WhatsApp. La presenza di uno psicologo che promuove degli incontri di aggiornamento su tematiche comuni e favorisce la comunicazione tra insegnanti e genitori può essere una via da percorrere.

– Oggi ha ancora senso parlare di famiglia al singolare e non piuttosto di famiglie, intendendo così sanzionare la diversità ed eterogeneità sia giuridica che di composizione dei diversi nuclei. Quali i principali risvolti nell’approccio psicologico a queste nuove realtà?

Oggi ci sono diverse tipologie di famiglia, ognuna con le sue caratteristiche, i suoi punti di forza e le sue fragilità. Dal punto di vista della struttura possono essere molto diverse – famiglia tradizionale, divorziata[1], ricomposta[2], multipla, adottiva, con un solo genitore, “di fatto”, arcobaleno, con un unico figlio, con più figli – ciò comporta che in ambito scolastico gli insegnanti devono tenere presenti queste differenze quando in classe fanno fare ai loro alunni dei lavori sulla famiglia, il matrimonio dei genitori, la propria nascita, la parentela, i nonni, i fratelli ecc

Al di là della struttura che può variare, dal punto di vista delle relazioni familiari ciò che conta è il tipo di legame che esiste tra i vari membri della famiglia, quindi è bene evitare i confronti e non discriminare tra una famiglia e l’altra ma valorizzare i sentimenti, i legami tra i diversi membri della famiglia qualunque sia la sua struttura. Diversità non deve assumere il significato di carenza o inferiorità. Non bisogna dimenticare che è nella famiglia che si coltivano gli affetti più importanti, quelli che hanno un peso determinante nella strutturazione della personalità.

– Secondo lei il bambino è ancora centrale nel processo di formazione o rischia di essere soffocato dai problemi didattici e normativi?

– Una eccessiva burocratizzazione non fa bene a nessuno, in nessun ambito dell’esistenza, tanto meno ai bambini i quali hanno bisogno di avere un rapporto empatico con le persone che hanno accanto, che curano i loro apprendimenti, con cui interagiscono. Difficile ottenere la loro partecipazione quando si sentono trattati come numeri e non riconosciuti nella loro individualità. Le rigidezze della burocrazia soffocano la spontaneità e hanno un effetto deprimente sulla creatività.

– Come vede lei il futuro della didattica e dell’apprendimento nelle scuola primaria?

– Al momento non sembra – ma potrei sbagliare – che a livello centrale ci sia un impegno forte per questi aspetti della vita scolastica. Ho l’impressione che ci sia scarsa conoscenza del tempi di sviluppo, dello stretto rapporto che esiste tra sviluppo cognitivo, emotivo e motorio e che si sta affermando un sistema “giudicante” che credevamo ormai superato.

E’ più facile trovare sul territorio insegnanti e dirigenti aggiornati o motivati ad aggiornarsi che cercano di sperimentare modalità di insegnamento più consone al tempo in cui viviamo, capaci di attivare e coinvolgere i ragazzi.

– Si parla molto di disturbi specifici dell’apprendimento, gli strumenti didattici  attualmente previsti  secondo lei, sono efficaci?

– Difficile rispondere in generale a questa domanda, bisogna valutare caso per caso: da come vengono fatte le diagnosi agli strumenti che vengono utilizzati per il recupero, al livello di preparazione degli insegnanti di sostegno. Spesso viene fatto un uso sbagliato dei termini autismo, dislessia, discalculia. Per esempio vengono definiti autistici  bambini che hanno difficoltà di apprendimento, ma che hanno comportamenti normali sul piano della socializzazione. C’è anche,  mio avviso, troppa fretta nel definire dislessico un bambino, quando con qualche esercizio supplementare potrebbe facilmente raggiungere i suoi compagni di classe. Era il metodo che si usava in passato evitando fastidiose etichettature. Bisognerebbe infine verificare se gli strumenti attualmente utilizzati per il recupero danno dei risultati soddisfacenti.

[1] Dai figli non si divorzia. Separarsi e rimanere buoni genitori” (Rizzoli e BUR).

[2] “Il terzo genitore. Vivere con i figli dell’altro” (Raffaello Cortina ed.)

 

 

 

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