di Federica Biolzi
Molto spesso sentiamo parlare delle differenze che vi sono tra la mente della donna e la mente dell’uomo, pensando forse che esista un cervello diverso. Per questo, abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Rumiati, professoressa di Neuropsicologia e neuroscienze cognitive, che nel suo ultimo libro: La mente delle donne ed. Laterza, ci spiega cosa significhi oggi parlare di mente femminile, intesa non come eccezione, ma come chiave per capire quanto l’esperienza si rifletta nei modi in cui il cervello risponda all’ambiente. Ed è in questo che le neuroscienze ci spiegano, come gran parte di ciò che noi chiamiamo differenza nasca da apprendimenti, aspettative e ruoli sociali.
–Il titolo del suo libro La mente delle donne, ci porta a pensare che il cervello della donna si differenzi e sia strutturato diversamente da quello dell’uomo. Ci può spiegare meglio se si tratta di differenze funzionali, cognitive, biologiche e come la neuroscienza ci aiuti a comprendere meglio l’identità del genere femminile?
Il libro parte proprio da qui: non esiste un “cervello femminile” contrapposto a uno maschile, ma un cervello a mosaico, in cui caratteristiche diverse si combinano in ogni individuo. Questa idea, sostenuta anche da dati neuroscientifici recenti, ci dice che ogni cervello è una configurazione unica di tratti, alcuni più frequenti nelle donne, altri negli uomini, ma raramente tutti insieme nello stesso individuo. Le differenze osservate sono differenze medie, con un’ampia sovrapposizione tra le persone. Questo è un punto cruciale, perché spesso si tende a trasformare differenze statistiche in categorie rigide, quasi identità naturali. Il libro si apre con una riflessione sull’identità. Mi interessa chiarire che l’identità non è né un’essenza fissa né una pura invenzione culturale. Si costruisce a partire da strutture neurobiologiche di base. Pensiamo ai sistemi percettivi: il sistema visivo, che già nei primi mesi consente di riconoscere un volto familiare, o quello acustico, che permette di distinguere le voci e attribuire loro un significato affettivo. Su queste capacità elementari si sviluppano progressivamente rappresentazioni più complesse: chi è l’altro, chi sono io rispetto all’altro, e poi le rappresentazioni sociali. Questi sono i primi mattoni attraverso cui il cervello organizza l’esperienza. È così che, a partire da circuiti neurali di base, si arriva alla costruzione dell’identità. Per questo parlare di identità non significa fissare una natura immutabile, ma descrivere un processo. E questo aiuta anche a comprendere che sesso, identità di genere e orientamento sessuale non coincidono necessariamente: sono dimensioni diverse che possono allinearsi, ma anche divergere lungo lo sviluppo. Le neuroscienze, in questo senso, non servono a fissare identità, ma a smontare spiegazioni semplicistiche. Ci mostrano un cervello plastico, che si sviluppa nell’interazione continua tra biologia, esperienza e contesto sociale. Per questo l’identità non è un destino biologico, ma una traiettoria. E capirlo significa distinguere ciò che è dato da ciò che è costruito — evitando che differenze reali, o percepite, vengano trasformate in disuguaglianze.
–Nel testo lei dedica particolare attenzione all’empatia, evidenziandone alcuni aspetti importanti, quali una condivisione di esperienze tra il sé e l’altro attraverso il sistema dei neuroni specchio. Può spiegarci meglio questo concetto?
L’empatia è spesso descritta come una “condivisione” tra sé e altro, e in parte è così. Studi sul sistema dei neuroni specchio hanno mostrato che osservare un’azione o un’emozione può attivare nel nostro cervello circuiti simili a quelli coinvolti quando la viviamo in prima persona. Questo crea una forma di risonanza, una base neurobiologica che facilita la comprensione immediata dell’altro. Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. L’empatia non è un unico meccanismo, bensì una capacità multidimensionale. Comprende una componente emotiva — sentire con l’altro — e una componente cognitiva, legata alla teoria della mente e alla capacità di assumere la prospettiva altrui. Sono processi distinti: possiamo condividere l’emozione senza comprenderla davvero, oppure comprendere la situazione dell’altro senza esserne coinvolti emotivamente. Una buona empatia nasce proprio dall’integrazione di questi livelli. Inoltre, l’empatia non è una fusione: io resto distinto dall’altro. Questa distinzione è fondamentale, perché consente non solo di “risuonare”, ma anche di regolare la risposta e agire in modo appropriato. Infine, è importante ricordare che l’empatia non è neutra: tendiamo a empatizzare di più con chi percepiamo come simile a noi. Questo rafforza i legami, ma può anche generare esclusioni. Nel libro mi interessa proprio questo passaggio: non tanto stabilire chi sia più empatico, ma capire come questa capacità venga interpretata e utilizzata socialmente — ad esempio quando viene attribuita alle donne come tratto naturale, contribuendo a definire aspettative e ruoli.
–Perché l’empatia sembra appartenere prevalentemente al genere femminile e spesso come obbligo sociale. Ma in fondo, fa davvero bene alla donna?
L’empatia non “appartiene” alle donne: è stata storicamente richiesta alle donne. Questa è la prima distinzione da fare. È vero che alcune differenze medie sono state osservate, ma ciò che conta è come queste differenze vengono interpretate e trasformate in aspettative sociali. Fin dall’infanzia, le bambine vengono incoraggiate a prestare attenzione agli altri, a prendersi cura, a regolare le relazioni. Questo porta a sviluppare e allenare maggiormente certe competenze, che poi appaiono come “naturali”. Il problema nasce quando l’empatia diventa un obbligo. In questi casi si trasforma in lavoro emotivo invisibile: comprendere, contenere, anticipare i bisogni degli altri, spesso senza riconoscimento e senza reciprocità. Quindi no, non fa sempre bene. Fa bene quando è scelta, quando è reciproca, quando non implica la rinuncia a sé. Quando invece diventa un ruolo imposto, può portare a sovraccarico, senso di responsabilità eccessivo e difficoltà a stabilire confini. Se l’empatia è una capacità umana, allora anche la responsabilità della cura deve essere condivisa. Altrimenti rischiamo di chiamare “virtù” ciò che, in realtà, è una forma ben organizzata di asimmetria.
–L’idea comune che i maschi siano più portati per la matematica e per le scienze, rispetto alle femmine, rimane un pregiudizio diffuso. Nel suo testo richiama lo “stereotype threat” che con il suo peso può gravare sull’ansia e sulle conseguenti prestazioni. Ci sono evidenze, con le quali, le neuroscienze supportano l’esistenza di differenze strutturali o funzionali tra un cervello maschile e un cervello femminile nelle discipline STEM?
Non esistono evidenze neuroscientifiche solide che dimostrino una minore “attitudine naturale” delle donne per le STEM. Quando uomini e donne svolgono compiti matematici, attivano sostanzialmente le stesse reti cerebrali. Le differenze emergono soprattutto nei risultati e nelle scelte, non nella struttura o nel funzionamento di base del cervello. Nel capitolo dedicato alla matematica parto però da un dato interessante: differenze medie nelle prestazioni si osservano già molto presto, già in prima elementare. Uno studio francese recente, su un campione molto ampio, mostra che il divario compare intorno ai sei anni. Il punto è che questo dato, da solo, non dimostra nulla in senso deterministico. Non ci dice se la causa sia biologica o culturale. Diventa informativo quando lo mettiamo in relazione con il contesto. Ad esempio: durante il periodo del Covid, quando l’interazione con l’ambiente scolastico è stata fortemente ridotta, il gap si modifica. E questo è un dato chiave. Se il divario cambia quando cambia l’ambiente, allora il contesto educativo e le aspettative che lo attraversano non sono fattori marginali. Una volta emerso, il divario tende a consolidarsi. Ma non riguarda solo la performance. Entrano in gioco variabili psicologiche come l’ansia matematica e alcuni tratti di personalità, tra cui il nevroticismo, che in molte ricerche risultano mediamente più elevati nelle ragazze. E qui viene il punto interessante: questi fattori non funzionano solo come ostacoli. In alcuni contesti, livelli più elevati di ansia o di vigilanza possono associarsi a prestazioni migliori rispetto a livelli molto bassi. Possono aumentare la preparazione, l’attenzione all’errore, l’impegno. Quindi non stiamo parlando di deficit cognitivi strutturali, ma di configurazioni psicologiche che interagiscono con il contesto. Lo stereotype threat va esattamente in questa direzione: aspettative e stereotipi possono aumentare l’ansia e ridurre l’efficienza cognitiva. Il cervello non è diverso — è messo in condizioni diverse. Infine, c’è il cosiddetto gender gap paradox: nei paesi più egualitari le ragazze ottengono risultati molto buoni in matematica, ma scelgono meno spesso percorsi STEM. Non è un paradosso delle capacità, ma delle scelte. E le scelte non sono mai “pure”: sono il risultato di un’interazione continua tra inclinazioni individuali, identità, aspettative sociali e opportunità. Ancora una volta, quindi, la domanda giusta non è natura contro cultura. È capire come fattori biologici, psicologici e sociali si combinano lungo lo sviluppo.
Il problema non è il cervello — è il sistema in cui quel cervello cresce e prende decisioni.
–Ne La mente delle donne, affronta anche temi legati alla violenza simbolica, in particolare forme più sottili come l’oggettivazione e la deumanizzazione, che riducono la donna a un semplice corpo. Quali effetti possono avere questi fenomeni a livello psicologico e neurologico? E, se posso chiederle, quali consigli si sentirebbe di dare alle giovani donne che talvolta possono percepirsi come “usate” o ridotte a oggetto?
Oggettivazione e deumanizzazione non riguardano solo lo sguardo dell’uomo sulla donna. Modificano profondamente anche il modo in cui una donna percepisce se stessa. Nel libro dedico un capitolo ai processi neurocognitivi che sostengono stereotipi e atteggiamenti misogini. Non si tratta di una natura “malvagia”, ma di dinamiche molto generali di categorizzazione, valutazione e attribuzione che, in certi contesti, possono strutturarsi in modo distorto. L’oggettivazione consiste nel ridurre una persona al suo corpo o a una funzione, separandola dalla sua soggettività. È un meccanismo cognitivo generale, ma storicamente e culturalmente colpisce soprattutto le donne. In laboratorio sappiamo che, quando una persona viene percepita principalmente come oggetto sessuale, il cervello tende ad attivare pattern più simili a quelli usati per elaborare oggetti che non soggetti dotati di mente. La deumanizzazione è un passo ulteriore: significa sospendere, anche solo parzialmente, il riconoscimento dell’altro come individuo pienamente umano. Questo ha conseguenze molto concrete: minore attribuzione di stati mentali complessi, minore empatia, maggiore tolleranza verso comportamenti aggressivi. Ma il punto più critico è un altro: questi processi possono essere interiorizzati. Il rischio maggiore è proprio questo passaggio — dallo sguardo esterno allo sguardo interno. La donna finisce per vedersi come oggetto, per osservarsi dall’esterno invece che vivere il proprio corpo dall’interno. Questo può aumentare ansia, autocontrollo, frammentazione dell’esperienza. Non è una “lesione neurologica”, ma gli effetti sono reali: coinvolgono attenzione, emozione, decisione. Inoltre, l’oggettivazione non è solo verticale, dagli uomini verso le donne. Può avvenire anche tra pari. Le norme vengono fatte rispettare anche tra donne, attraverso giudizi, esclusioni, ridicolizzazioni. È una forma di regolazione sociale diffusa — quella che, provocatoriamente, possiamo chiamare una “polizia del patriarcato”. Oggi queste dinamiche assumono forme nuove nell’ambiente digitale. La centralità dell’immagine, la pornografia online e, più recentemente, l’interazione con sistemi di intelligenza artificiale progettati per essere perfettamente disponibili e senza reciprocità, rischiano di consolidare modelli relazionali in cui l’altro è ridotto a funzione. Alle giovani donne direi una cosa semplice: riconoscere e nominare queste dinamiche è già una forma di resistenza. Significa interrompere l’automatismo, creare distanza critica. E aggiungerei: non è un problema individuale da risolvere da sole. È un fenomeno sociale. E come tutti i fenomeni sociali, va reso visibile, discusso e condiviso.
Raffaella Rumiati
La mente delle donne
2026, Editori Laterza