EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Otto duplici omicidi

di Giulia Perrone e Edoardo Orlandi

 

Trattare di una catena di omicidi lunga 17 anni e ad ormai 50 anni dal primo delitto, su cui sono state scritte ben più di ottanta monografie, innumerevoli saggi e tesi di laurea, incalcolabili righe di articoli di giornali, decine di blog e siti internet, e che ha dato voce a centinaia di esperti o sedicenti tali, presenta ben più di un problema.

Primo fra questi, mascherato da punto di forza in quanto bacino di fonti inesauribile, è che questo mare magnum di informazioni, cristallizza nell’immaginario collettivo convinzioni e concetti inerenti alla vicenda del maniaco delle coppiette fino ad ergerli come rocce insormontabili. Questa annosa altra faccia della medaglia rischia, quindi, di adombrare con le sue alte e fitte fronde ciò che si nasconde dietro di queste, lasciandolo stagnare senza essere più analizzato o approfondito. Si rischia di ingenerare quel silente senso di colpa e timore percepito ogni qual volta la propria curiositàà si spinge a tal punto di farsi strada tra la boscaglia, scostando i rami e suscitando i conseguenti rimproveri di chi, quelle fronde, le aveva piantate e curate ogni anno.

Dobbiamo, pertanto, chiederci innanzitutto quale sia l’oggetto della nostra ricerca. Dobbiamo porci una domanda elementare ma non per questo, scontata: Cosa è mostro?

Per i latini, il monstrum era il prodigio, il segno divino. Una creatura frutto della contaminazione di diversi elementi, tale da suscitare orrore e stupore, come Cerbero o il Minotauro. Un essere che si ergeva fra gli uomini come l’impronta stessa di un volere assoluto, di un Dio creatore latore di una forza capace di infondere paura e, al contempo, sinistra ammirazione da parte dei mortali.

Nella letteratura dell’800, la figura del mostro, è stata posta – anche qui in una perfetta miscela di genere romantico e racconti del terrore – come protagonista del romanzo gotico. Basti pensare, fra i tanti, alla creatura di quel capolavoro assoluto che è il Frankenstein di M. Shelley, o al Dracula di Bram Stoker o a Il Monaco di Lewis. Esseri sull’orlo dell’abisso dell’orrore, capaci di compiere crimini efferati eppure circondati nel loro agire da un alone attrattivo, fascinoso e perfino, a tratti, scriminante e giustificativo del loro agire.

Alla fine del diciannovesimo secolo (1886), R.L.Stevenson traspose l’immaginario del mostro da una sua componente sub o ultra umana ad una, invece, strettamente insita nell’essere umano. Mr. Hyde diventa il mostro celato – come suggerisce lo stesso nome dell’alter ego malvagio (to hide = nascondere) – nell’irreprensibile scienziato Dr. Jekyll. Inventore, quest’ultimo, di una pozione capace di far emergere in chi l’assumeva l’essenza malvagia del suo animo e tramutandolo anche fisicamente in un mostro voglioso di dare sfogo alla propria primordiale e violenta istintualità.

In questa squisita allegoria, il mostro, viene quindi interpretato come una componente – nascosta – all’interno di ogni individuo, contenitore di un animus scisso in due metà: una benevola ed una malvagia. Ognuno, può e non può essere mostro.

Tale bivalenza, in una oscillazione tra timore e venerazione, ha portato il vocabolo ad essere poi utilizzato sia in senso dispregiativo, sia per descrivere le attitudini spregevoli di un soggetto (Sei un mostro!) che per indicare la particolare dote di un individuo che spicca fra i pari per una specifica qualità (Eun mostro di bravura!).

Per mostruosità s’intende difatti l’“anomalia fisica di una persona” ma anche soggetti diversi, quasi non umani. Anche qui, sono numerosi gli esempi forniteci dalla letteratura romanzata. Basta ricordare il Quasimodo Le Notre Dame de Paris o, in ambito cinematografico, il compassionevole Freaks di Tod Browning (1932).

Ma per chi ha abitato – ed abita tuttora – nei dintorni di Firenze, il mostro non è un prodigio, né un segno divino, non ha le fattezze del Frankenstein né l’eleganza del Dracula.

Mostro sono sedici giovani corpi in cerca di amore straziati in una notte senza luna. Per tutti, qui, il mostro è solo uno. Ed è il Mostro di Firenze. Otto duplici omicidi commessi in un arco temporale compreso tra l’agosto del 1968 e il settembre del 1985.

Le vittime furono una coppia di amanti in auto colpita mentre il figlioletto di lei dormiva sul divanetto posteriore (agosto ’68); cinque coppie di fidanzati in automobile intenti in atteggiamenti amorosi (settembre ’74, giugno e ottobre ’81, giugno 1982, luglio 1984); due turisti tedeschi uccisi mentre erano distesi all’interno del loro pulmino Wolkswagen su cui erano state disposte due materassi (settembre 1983);  una coppia di fidanzati francesi all’interno della loro tenda da campeggio (settembre ’85).

Sedici corpi. Per i quali l’omicida darà prova di meritare, in ogni sua forma, l’appellativo di Mostro. Solo un mostro, difatti, ucciderebbe sedici ragazzi usciti di casa con la voglia di ritagliarsi uno spazio di intimità. Uno spazio che, per convenzioni ed uso all’epoca dei delitti, non poteva loro essere concesso fra le mura domestiche ma solo lì, fra le lamiere di quell’automobile, parcheggiata in un tratto di strada con poca illuminazione, coperti dalla vegetazione e dai finestrini oscurati alla meglio. Poi il vetro che si infrange, colpi di pistola nel buio ed un Mostro che ti prende per i piedi e ti trascina lì, fra l’erba, ti apre le gambe e con una lama affilata di porta via il pube (giugno ’81, ottobre ’81, luglio ’84 e settembre ’85) ed il seno sinistro (luglio ’84 e settembre ’85).

Diciassette anni di omicidi.

Dall’omicidio del giugno 1981 (per il primo, 1968, venne condannato il marito della donna mentre quello del 1974 venne etichettato come ad opera di un maniaco rimasto sconosciuto)  iniziò a diffondersi la paura del Mostro fra i giovani della città: un pazzo, un maniaco, un folle aggrediva le coppie appartate in macchina uccidendo gli innamorati a colpi di pistola e praticando sui corpi orribili azioni di c.d. overkilling[1].

In questo caso, si trattava di 96 colpi d’arma da punta e da taglio ed un tralcio di vite inserito nella vagina per la vittima femminile del ’74, escissione della zona pubica per le due del 1981 ed, ancora, asportazioni del seno sinistro e del pube per le ultime del 1984 e del 1985[2].

Per la classificazione condivisa[3], per omicida seriale si intende l’autore di un numero minimo di tre omicidi, commessi in tempi diversi (tra i quali generalmente intercorre il periodo del c.d. “intervallo emotivo), in assenza di una spinta motivazionale collegata ad un guadagno materiale e in assenza, altresì, di relazione fra l’omicida e le sue vittime. Solitamente, infatti l’assassino non conosce le proprie vittime, che seppur presentano spesso delle caratteristiche comuni, non sono legate a lui, se non in modo superficiale. Questa è la caratteristica che più delle altre distingue il seriale dagli altri assassini: il movente e l’apparente assenza dello stesso. Questi, vengono intesi come una “sorta di terza classe di soggetti che non sono (solo) criminali, che non sono folli, ma che appunto sono “mostri”[4]. La collettività si presenta, così, impaurita dall’imprevedibilità che si cela in delitti apparentemente senza un movente specifico, di cui tutti sono potenziali vittime; dall’altro, ne è morbosamente attratta dal crimine – e dal criminale – e nello specifico dai delitti più efferati, quasi servissero a sublimare le pulsioni inaccettabili della collettività stessa. Questa strumentalizza i Mostri e ne produce una funzione di controllo sociale[5] e, attraverso la loro repressione, riesce a imporre la propria idea di normalità. Il mostro è una entità che incarna tutte le incertezze e le devianze della collettività; tutto ciò che si scosta dalle regole consuetudinarie, destabilizza e, dunque, deve essere eliminato.

Protagonista delle prime pagine di giornale, la psicosi del Mostro di Firenze trovò così la sua fonte ispiratrice nella quotidiana brutalità della cronaca nera, che non attingeva da ispirazione alcuna se non gli accadimenti della realtà.

Con quei colpi di pistola l’assassino seriale aveva infranto ben più di sedici giovani corpi. Aveva messo in discussione i costumi dell’epoca. Aveva colpito le consuetudini sessuali di quei tempi attaccandole, lì, dove maggiormente potevano esprimersi – ovvero in luoghi di fortuna – fra coppie non sposate.

E come lo prendiamo un mostro? Come affrontiamo il Mr. Hyde che abbiamo creato? I mostri, sono quelli delle fiabe, che si nascondono nelle grotte o sotto il letto o fra le pagine di un libro di novelle. Per stanare quei mostri ci vogliono i poteri magici e a volte non bastano neanche quelli perché i mostri sono difficili da eliminare e spesso, anche quando sembrano davvero spacciati, scappano via e prendono un altro nome. Così, considerando mostro l’assassino delle coppie sulle colline fiorentine, lo poniamo su un piano della realtà distante dal nostro, più vicino a quello del mito inafferrabile – al mostro romantico – che della realtà. Ma, senza poteri magici, un mostro è difficile afferrarlo. Allora non potendo afferrare il Mr. Hyde, dobbiamo concentrarci sull’umano Dr. Jekyll

Un uomo con due braccia, due gambe, una testa, gli occhi e le orecchie, un passato, un lavoro, la fatica di svegliarsi presto il mattino e una bolletta da pagare: un assassino. Un vigliacco che spara nella notte a giovanissimi ragazzi in cerca di quella intimità che la casa non concedeva loro. Uno che spara contro due corpi all’interno di una vettura parcheggiata in un luogo isolato, senza alcuna possibilità di fuga. Strazia corpi di ragazzine, non più alte di un metro e sessantacinque, dopo averle strappate via al compagno neutralizzato con qualche colpo di pistola.

Cerchiamo chi teme di affrontare dei ragazzi svestiti, al buio, accecati dalla luce di una torcia.

Cerchiamo un uomo, senza bisogno alcuno di addentrarci alla ricerca del mostro, per tentare di dare un nome ad azioni che erroneamente crediamo incompatibili con l’animo umano.

 

[1] Per overkilling si intende tutti quei comportamenti dell’omicida sul corpo della vittima successivi non necessari all’ottenimento della morte di questa.

[2] Per completezza riteniamo opportuno precisare che anche le vittime maschile vennero attinte post mortem da fendenti d’arma bianca.

[3] Crime Classification Manual, R. Ressler, A. W. Burgess, A. G. Burgess, J. E. Douglas, 1992;

[4] F. BRUNO, Relazione Seminario “Mostri o Serial Killer”, analisi del fenomeno nell’Italia di oggi, Dic. 1995, Sala delle conferenze della Corte d’Appello di Roma.

[5] F. PORSIA, Liber monstrorum (secolo IX), testo latino a fronte, Liguori Editore, 2012.

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