EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
giudice

Per una memoria non banale

di Gianfranco Giudice

Siamo tempo e non solo banalmente nel tempo, quello misurato dagli orologi uniformemente.  Siamo sostanza fatta di tempo  vissuto irripetibile, evento ogni volta dato per sempre. Il mio essere è tempo,  il mio tempo vissuto  plasma, modifica e crea il campo delle mie esperienze. Innamorarsi  a vent’anni non è come innamorarsi a cinquanta, l’amicizia del giovane non è come quella del vecchio, cosa è mutato dunque? Il mio essere-tempo, la mia sostanza fatta e impastata di tempo.  Memoria è ricordo, memoria è tempo, memoria è esperienza, memoria è identità, memoria è storia…memoria è tante cose,  perché è un prisma dentro cui la luce si suddivide nei suoi vari colori, così come accade con il fenomeno ottico della rifrazione. La luce bianca è dunque la sintesi di tutti i colori dello spettro. La memoria è un poliedro dalle tante facce e sfaccettature, ognuna ci restituisce una parte del suo senso e del significato complessivo. Come sempre la realtà è complessa ad uno sguardo attento e non va bene semplificare, dunque cerchiamo di capire ognuna di queste linee in cui si rifrange e scompone  la realtà della memoria.

  1. Nelle parole si annida sempre il senso ultimo delle cose, l’etimologia è infatti la verità delle parole e ad essa dovremmo sempre ritornare per dare significato autentico alla nostra esperienza. “Ricordo”, “scordare”, sono termini che hanno a che fare evidentemente con la memoria, avere memoria significa infatti “ricordare” e perdere la memoria è “scordare”. Cosa contengono queste due parole dentro si sé ? Il termine latino cor, ovvero cuore. Dunque la memoria ha a che fare con il cuore, quantomeno nel modo come la nominiamo. A ben vedere però non è solo un modo di dire, dietro i termini come sempre sta qualcosa di sostanziale che le parole indicano, a cui alludono. Senza cuore, sentimento, emozione che cosa sarebbe la memoria? Sarebbe possibile avere e conservare memoria di qualcosa se all’elemento rappresentativo e cognitivo astratto della cosa da ricordare, non fosse legato pure un elemento emotivo e “di cuore”? Anzi se i due elementi non fossero impastati assieme? Perché ci ricordiamo le cose che muovono le nostre emozioni, belle o brutte che siano, e invece ci dimentichiamo, “scordiamo”  perlopiù le cose che non interessano affatto il nostro cuore, a meno che non ci sforziamo di ricordarle collegandole a qualcosa che invece  al contrario tocca i nostri sentimenti? Una scadenza burocratica importante sicuramente non mi emoziona, tuttavia se io la dimentico ciò avrebbe conseguenze rilevanti anche sul piano emotivo  perché magari coinvolge persone a cui sono legato da sentimenti importanti, con il che siamo tornati indirettamente al legame stretto esistente tra memoria e cuore.  La memoria non è affatto un freddo archivio, bensì una dimensione radicata nei sentimenti e nel cuore, ricordiamo innanzitutto ciò che amiamo e a cui vogliamo bene, oppure ciò che muove sentimenti opposti altrettanto forti come l’odio.
  2. La memoria ci porta inevitabilmente alla dimensione del tempo, parlare di memoria significa immediatamente fare riferimento alla temporalità, al tempo della nostra vita. La memoria è del passato, che grazie al ricordo è sempre presente. In un certo senso dunque possiamo dire che la memoria sia del presente pur riguardando il passato, poiché è sempre ora che io conservo memoria di ciò che appartiene al passato. La memoria rende sempre tutto presente, al punto che talora non vorremmo averla più se riguarda qualcosa di brutto che consegneremmo volentieri all’oblio completo. Come spiega Agostino, il tempo se si riducesse ad un puro fatto oggettivo sarebbe inspiegabile, perché il passato non c’è più, il futuro non esiste ancora e il presente è un attimo inconsistente infinitamente divisibile che si dilegua come sabbia nella clessidra. Dunque tempo significherebbe nulla  se fosse un oggetto. L’esperienza del tempo è invece per il grande Padre della Chiesa una esperienza soggettiva e interiore dell’anima , il tempo è distensio animae. Il passato è presente del passato, ovvero memoria; il futuro è presente del futuro, ovvero attesa; il presente è presenza del presente, attenzione e coinvolgimento vivo.  Pertanto  solo il presente esiste come distensione dell’anima nelle dimensioni delle tre estasi temporali: passato, presente, futuro. La memoria pertanto è il passato, senza memoria non ci sarebbe passato e non avrebbe alcun senso parlarne, solo grazie all’archivio della memoria esiste il passato. Proviamo infatti a pensare a tutto ciò che pur essendo accaduto, non sia stato poi conservato lasciando traccia di sé da qualche parte, un documento, una testimonianza viva, un reperto archeologico, una epigrafe e altro ancora. Se così fosse, il fatto accaduto cadrebbe nel buco nero dell’ oblio totale, al punto che non potremmo neppure parlarne e sarebbe persino assurdo parlare di qualcosa che sia  accaduto ma di cui non esiste più alcuna traccia.  Come faremmo a dire questo? Se non esistesse assolutamente alcuna traccia di un fatto, come potremmo dire che è accaduto ma non ne sappiamo nulla? Dovremmo infatti  sapere almeno che il fatto sia accaduto grazie a qualche fonte, già non sarebbe poco, per poi dire che non ne sappiamo altro a parte la notizia. In realtà qualcosa d’altro dovremmo saperlo, almeno di che genere di fatto si tratti  essendo accaduto. Insomma senza una fonte che lo conservi non c’è passato, ma anche senza una memoria che ridia vita a quella fonte nel presente. In tal senso la memoria è presente del passato come dice Agostino.
  3. “Apri la la mente a quel ch’io ti paleso/ e fermalvi entro; che non fa scienza/ sanza lo ritenere, avere inteso” (Paradiso, V, 40-42). Senza memoria non ci può essere scienza, avendo solo inteso; così ci dice Dante. La scienza ha bisogno della memoria, su cui come spiega Aristotele nella Metafisica si fonda l’esperienza. Senza ricordare quel che accade non potremmo mai sedimentare esperienza, a partire dalla quale possiamo astrarre le conoscenze di carattere universale? Conoscenza e memoria hanno dunque un legame necessario tra di loro. Oggi si può dubitate che occorra una grande memoria, considerati gli strumenti tecnici di cui disponiamo e la possibilità che si ha sempre ed in tempo reale di disporre della rete e di navigare nelle sue enciclopedie. Sicuramente non serve più disporre di una memoria fatta solo di nozioni, anche se averla non sempre guasta. Serve piuttosto una memoria in termini storici, ovvero che riguarda il senso delle cose così come mutano nel tempo. Se c’è un aspetto caratteristico del tempo attuale, questo è proprio il suo essere immerso in una sorta di eterno presente, laddove è proprio la storicità a contraddistinguere il nostro essere nel tempo e dunque il nostro essere memoria.
  4. Memoria significa identità. Che cosa saremmo se il nostro passato fosse risucchiato in un buco nero? Noi siamo in ogni istante la somma di tutto il nostro passato  che ci portiamo dietro come un gomitolo di lana, per riprendere una immagine con cui Bergson descrive il tempo vissuto come durata. La perdita totale della memoria che condanna l’essere umano a vivere schiacciato su un presente ed una presenza assoluta, così come si manifesta in alcune patologie cerebrali, significa la fine dell’essere umano come sintesi viva delle tre estasi fatte da passato-presente-futuro. Il mio corpo e i miei pensieri mutano totalmente negli anni, a volte possiamo essere irriconoscibili per persone che ci rivedono dopo lunghi anni, seppure siamo sempre noi. Resta la nostra identità grazie alla memoria e al racconto delle nostra storia, il filo rosso che cuce assieme i frammenti sparsi e a volte totalmente dispersi dell’esistenza.  Memoria è identità collettiva e individuale, seppure una tale memoria non sia un archivio asettico, perché opera in maniera selettiva sui fatti accaduti. Non tutto viene ricordato e non tutto ciò che viene ricordato lo è allo stesso modo. Esiste la censura e l’autocensura nel ricordo, perché la memoria è un fatto vivo che serve per vivere e a volte per vivere è necessario  l’oblio come forma di autodifesa e autoconservazione. Memoria e oblio sono due facce della stessa medaglia, non puoi parlare dell’una senza parlare dell’altra.
  5. Parlare di memoria significa parlare di storia, perché senza memoria non c’è passato e dunque neppure storia, così come non può esistere identità come abbiamo detto. Tuttavia il nesso tra memoria e storia è assai più complesso e problematico di quanto possa sembrare ad uno sguardo superficiale. Il fatto che sia legata al cuore è sufficiente a ricordarci che la memoria non sia un archivio asettico, poiché serbiamo memoria solo di quel che desideriamo e a volte vogliamo ricordare, insomma la memoria è una scelta, una operazione cosciente precisa legata ad una strategia a volte politica, come accade nelle memorie collettive che fondano le comunità politiche e statali. Ha detto l’11 marzo 1882 Ernest Renan nella celebre conferenza alla Sorbona intitolata Che cos’è una nazione? che “ l’essenza di una nazione sta del fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose”. Dunque la memoria collettiva e storica, il patrimonio che conserviamo  risponde a precise scelte che decidono del ricordo e dell’oblio riguardo al passato vissuto da una comunità. A questo proposito sempre Renan nella medesima conferenza  ha detto: “L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta un pericolo per le nazionalità”.

La memoria collettiva non è pertanto mai un fatto neutro, così come i libri di storia che relativamente agli stessi fatti possono raccontare storie assai diverse tra loro. Gli esempi sono  molteplici, limitiamoci solo ad uno rilevante. Pensiamo al mito della Resistenza costruito in Italia tra il 1943 e il 1947, ovvero in un periodo storico in cui era necessario per i governi di unità nazionale, dopo la caduta del fascismo e nel fuoco della seconda guerra mondiale, dello sbarco degli alleati , dell’occupazione nazista della Resistenza e della guerra civile e poi dopo la fine della guerra nella fase in cui  viene eletta l’assemblea costituente e nascono le nuove istituzioni repubblicane, ricostruire la memoria collettiva di un paese dopo il ventennio della dittatura fascista, limitando il più possibile il peso delle responsabilità di una nazione intera per l’avvento di Mussolini e del suo regime. Il mito della Resistenza che parlava di un intero “popolo alla macchia”, dal titolo di un celebre scritto del capo comunista delle Brigate Garibaldi, nonché vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà Luigi Longo e futuro segretario general e del PCI, serviva ad una operazione politica importantissima, dare un fondamento alla nuova repubblica democratica e chiudere i conti con un passato assai scomodo per gli italiani. Il confortante mito antifascista dell’innocenza di gran parte degli abitanti della penisola vittime del fascismo, garantiva una sostanziale innocenza per il popolo italiano. Insomma era necessario dimenticare o ricordare il meno possibile il fatto che tantissimi italiani avessero  appoggiato Mussolini e molti avessero  combattuto dalla parte dei nazifascisti durante la guerra che fu anche guerra civile nella penisola  tra il 1943 e il 1945. Questa finalità politica spiega anche il fatto che nel nostro paese non ci sia mai stata una vera Norimberga e l’epurazione nei confronti di tutti i responsabili e protagonisti del regime fascista fu assai parziale e blanda. L’amnistia del 1946 di  Palmiro Togliatti, leader indiscusso dei comunisti italiani, Ministro di Grazia e Giustizia, fu emblematica  da questo punto di vista. L’oblio e la memoria strategica fu in Italia in quel tornante storico  una scelta necessaria  (per quel che vale il concetto di necessità  nella storia) per chiudere i conti col tragico passato e aprire una nuova storia. Fu una scelta politica delle istituzioni nate dopo il crollo tragico del fascismo nel fuoco della guerra, perché la politica è fatta anche di racconti mitici come sappiamo dai tempi di Platone. E’ tuttavia necessario sapere tutto ciò, essere coscienti di quelle che avviene e delle scelte che si fanno, perché quel che ci raccontiamo difficilmente coincide con la verità storica dei fatti ed è sempre in agguato l’uso politico della storia, particolarmente evidente e pesante nelle dittature, pensiamo al mito di Roma antica e imperiale per il fascismo,  ma non assente anche nelle democrazie. L’osservatore deforma la realtà, nella scienza storica e nella sua memoria così come nelle scienze fisiche. La storia come sostiene Benedetto Croce è sempre storia contemporanea, ovvero la storia del passato si scrive sempre a partire dal punto di osservazione del presente, dai suoi interessi e dalle passioni che si muovono in esso. Il presente non è un punto fisso, bensì mobile, dunque la memoria storica e la memoria in generale sono come una nave che viaggia sulle onde del mare, non un archivio polveroso freddo e immobile. La memoria non è ma diviene, accompagnando come un ombra la luce del nostro essere-tempo.

 

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