EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2024, n. 3-4 anno IX - ISSN 2531-7334

Poor Things! Per una lettura femminista del nuovo film di Yorgos Lanthimos

di Matteo Pratelli

Introduzione

Dopo la prima proiezione, Poor Things aveva già convinto. Il nuovo film di Yorgos Lanthimos si presentava infatti come favorito per il Leone d’Oro dell’80esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E le attese non sono state deluse.

La stampa italiana e internazionale ha accolto l’ultimo lavoro del regista greco con diffuso entusiasmo: tutto è piaciuto, dalla sceneggiatura alla messa in scena, fino alle interpretazioni del variopinto cast che vede in Emma Stone, Mark Ruffalo e Willem Dafoe le star più importanti.

Poor Things è una storia di fantasia, certo. Lo è perché rilegge in chiave moderna la vicenda di Frankenstein, con tanto di scienziato (pazzo, possiamo dirlo) che assembla a suo piacimento pezzi di umani e animali per farne creazioni sconosciute. Nel corso di questo articolo cercherò però di sostenere che la vera fantasia, all’interno del film, la si trova nel racconto di formazione femminista che vede per protagonista Bella. Definiremo questa fantasia una “favola della soggettività”. Infatti, quello che la geniale storia di Lanthimos racconta è la vita di un’umana adulta che ha un corpo di femmina ma che, per vicende interne alla trama che spiegherò strada facendo, non ha ancora una propria soggettività e non può quindi essere definita “donna”. Lo diventerà alla fine della storia, ma in un modo tutto originale e personale. Proverò anche a sostenere brevemente che, pur trattandosi di fantascienza, Poor Things suggerisce in chiave cinematografica una possibilità di azione politica femminista che miri a ridefinire il ruolo della donna in una società patriarcale come quella in cui viviamo.

L’impianto teorico alla base di questa lettura del film sarà principalmente l’opera di Judith Butler, e in particolare il suo secondo grande libro Corpi che contano, dove la filosofa esplora in maniera più precisa il tema del rapporto fra corpo e soggettività – in un’ottica che possiamo definire queer, benché il termine non esaurisca, penso, l’ampiezza speculativa dell’opera in questione.

È improbabile che Yorgos Lanthimos abbia costruito la storia sulla base dei riferimenti con cui cerco di interpretarla; ma soprattutto, non è ciò che ci interessa qui. Ritengo tuttavia indubbio che il film voglia essere un’opera di stampo femminista, e penso che le posizioni sostenute in questo articolo siano una legittima elaborazione teorica delle scelte artistiche del regista. Questa è, almeno, la mia speranza.

Per una più agevole trattazione dei temi, farò precisi riferimenti alla trama del film: chi volesse evitare rivelazioni di qualche tipo può tenere da parte questo scritto fino a dopo la visione.

Smontare e rimontare

Bella, interpretata magnificamente da Emma Stone, non è nata così come la vediamo nel lungometraggio. Lo sappiamo fin da subito: è il frutto di un esperimento di God (Willem Defoe) – il bizzarro e un po’ inquietante chirurgo che ama agire in modo atipico sui corpi di persone e animali, e il cui nome è un giocoso riferimento alle pratiche sperimentali che mette in atto, volte alla creazione di nuove forme di vita. Ma solo alla fine scopriamo la vera origine della protagonista: la donna di cui Bella conserva il corpo si è suicidata mentre era incinta, e God ha trasferito il cervello del bambino non ancora nato nella testa dell’adulta, per poi rianimarla e dare così vita a un essere “ibrido”. Ed ecco il paradosso di questa creazione: la coesistenza, nella stessa persona, di un corpo di adulta e di una mente ancora in via di sviluppo.

Mi sembra si possa dire che a questo stato primario Bella non sia veramente una donna. Certo, ha un corpo femminile, ma questo non basta. L’identificazione in quanto “donna”  – così come in quanto “uomo” – avviene attraverso un processo di soggettivazione che essa non ha ancora affatto attraversato: il suo stadio di sviluppo mentale e l’assenza di esperienze nel mondo, infatti, non glielo hanno permesso. Secondo la teoria elaborata da  Judith Butler nei primi anni ‘90, sono le norme alle quali un individuo è sottoposto che inducono questo individuo a un processo di soggettivazione. Ma la natura della nostra lingua ci impedisce di descrivere adeguatamente questo fenomeno: in effetti, non c’è alcun individuo prima del processo di soggettivazione. Da questo punto vista, essere donna o essere uomo non è qualcosa che un soggetto diviene: non c’è in effetti soggetto, nella società in cui viviamo e in cui vive Bella, prima che ci sia l’assunzione di un sesso, o meglio di una posizione sessuata[1]. Pensiamo solo alla maniera in cui il linguaggio (primo e forse principale veicolo di norme) ci determina in quanto essere sessuati. Quando all’ospedale dicono <<è un bambina>> ai neo-genitori, subito essi pensano al nome che possono dare alla piccola creatura; e l’opzione è sempre, in questo caso, tra “nomi da donna”. Dunque il linguaggio sta già agendo sulla persona non ancora nata per assegnarle un certo sesso a cui, si pensa, essa andrà a identificarsi durante tutta la sua vita. E poi la si cresce come una donna, le si insegna cosa una donna dovrebbe o non dovrebbe fare, la si veste in un certo modo e spesso si presume anche giusto “insegnarle” cosa è bene che lei desideri dal punto di vista sessuale – un uomo, si intende.

Butler afferma inoltre che, nello stato di cose ordinario della società patriarcale, l’identificazione avviene a discapito di un’identità che ci viene presentata come sbagliata e che è, quindi, da rifiutare per sempre. L’esempio più importante è quello dell’identificazione rifiutata con la “lesbica fallica”: questo tipo di identità viene presentato come sbagliato e si suppone quindi che la persona raggiunga il suo statuto di donna in opposizione a questa figura. Lo “spettro della lesbica”, come lo chiama Butler, assume infatti su di sé il “maschile”: compito della donna sarebbe quindi rifiutare l’identificazione con questo maschile e compiere quella col femminile. Ma se la lesbica ha il “corpo” di una donna e allo stesso tempo assume su di sé il maschile, è messa in causa la presunta originarietà del maschile stesso (e quindi, all’inverso, del femminile[2]).

Se ci allineiamo all’analisi di Butler, è interessante vedere perché sia difficile affermare che, all’inizio del film, Bella sia effettivamente una donna.

Innanzitutto, consideriamo la questione delle norme. Certo, Bella è un nome di donna, e le è stato assegnato da God[3] stesso. A parte questo e gli abiti femminili che indossa, tuttavia, non esistono vere e proprie norme di genere che le vengono imposte. Non solo: il fatto che le sia interdetto di uscire di casa (eccesso di protezione da parte del “padre”[4]) le evita di confrontarsi direttamente con tutto ciò che la società impone normalmente a un corpo femminile. Infine, non ci sono identificazioni che le viene chiesto di rifiutare, in nessun modo le è imposto di rinunciare a uno stile di vita “mascolino”. Queste cose insieme fanno sì che nel primo periodo della sua vita Bella abbia comportamenti che tendiamo a trovare bizzarri, soprattutto se associati a un corpo femminile: primo fra tutti, un atteggiamento esplicito nei confronti della sessualità, che nella società patriarcale tendiamo a considerare “normale” quando è un maschio ad averlo, ma che tende ad assumere una connotazione negativa se ad adottarlo è una donna. In effetti, vediamo come ben presto Bella sviluppi un forte interesse nei confronti della masturbazione: mentre sta mangiando, ad esempio, scopre che infilarsi un grosso cetriolo nella vagina le provoca piacere. Inizia quindi a farlo davanti a Max, l’assistente di God, che ne è scandalizzato. Quella scena non è una fatta (solamente) per divertire, e certo Lanthimos non vuol rifilare a chi guarda il film inutili volgarità; piuttosto, essa serve a mostrare tra le altre cose a che punto Bella non sia per per niente influenzata dalle più basilari norme di comportamento – le quali spesso nascondono rapporti di potere alla base di una società gestita da uomini.

“Scegli: o troia o sposa!”[5]

Per approfondire il discorso che abbiamo iniziato, passiamo adesso ad analizzare il rapporto che Bella intrattiene con gli altri uomini[6]; capiremo quindi come evolve la sua identità di donna nel corso della storia.

God è eunuco, ed è quindi impossibile per lui stabilire con Bella un rapporto sessuale di qualche tipo. Il suo assistente Max, invece, comincia ben presto ad innamorarsi di lei, chiede al “padre” il permesso di proporsi, e quando lo fa Bella accetta: ella diviene la sua “promessa”. Eppure, potrebbe davvero iniziare con lui una storia matrimoniale? Come ogni giovane (ricordiamoci che Bella ha il cervello di un bambino), ha bisogno di “fare le proprie esperienze”. Inoltre, a lei queste esperienze sono necessarie per assumere una qualche identità – o piuttosto una qualche posizione sessuata. È per questo che si fa sedurre da Duncan Wedderburn, l’avvocato di God, un uomo profondamente maschilista, geloso, vizioso fino agli eccessi (in fatto di alcol e gioco d’azzardo), che perde la testa per Bella e la porta con sé in un viaggio in giro per l’Europa.

Ed è qui che la giovane, vissuta fino ad allora in una prigione dorata, con un’educazione sui generis, si rende per la prima volta conto di cosa significhi essere una donna nella società. Scopre quanto l’atteggiamento degli uomini (Duncan su tutti) nei suoi confronti voglia essere un atteggiamento di dominazione e oggettificazione. Il personaggio di Wedderburn, magistralmente interpretato da Mark Ruffalo, è allo stesso tempo ossessionato da Bella (proprio a causa della sua “appartenenza a un’altro mondo”, un mondo in cui non valgono le stesse regole che in quello “normale”) e incapace di sopportare il suo innato senso di libertà. Il sesso fra i due è magnifico, come entrambi riconoscono, eppure Bella ha anche voglia di scoprire il mondo intorno a lei: parte all’avventura, mentre Duncan vorrebbe tenerla stretta a lui, in un’altra prigione che è però più violenta e opprimente della prima. Ma Bella ha in sé una forza che le permette di abbandonare chi la vuole tenere rinchiusa: lascia quindi Wedderburn e inizia a lavorare come prostituta in un bordello gestito da un’anziana signora[7].

La cosa ci fa storcere il naso: una tale rappresentazione del lavoro di prostituta ci sembra in contrasto con l’idea della scoperta di sé e del proprio essere donna. Chi considererebbe positiva una tale esperienza nella “formazione” della propria identità?

Allo stesso tempo, ci è impossibile, guardando il film, giudicare questo momento negativamente, e proprio in virtù della specificità di Bella: lei entra nel mondo della prostituzione in maniera “atipica”, come esterna ai rapporti di forza della società patriarcale che spingono (o obbligano, talvolta) le donne a farsi prostitute. E quindi lo stesso esercizio della prostituzione è in un certo senso reinventato dalla protagonista del film, e risulta una tappa “positiva” – seppure in rapporto a un lasso temporale limitato – nella sua scoperta del mondo.

In questo periodo incontra anche Toinette, anche lei prostituta, con cui ha le prime esperienze lesbiche. Ancora una volta, la sua scoperta sessuale è del tutto libera e spontanea, e non si piega quindi a norme eterosessiste di alcun tipo: per lei, un’esperienza lesbica non ha niente di sorprendente, e neanche di politico[8], perché non ne vede la specificità rispetto a un’esperienza eterosessuale.

A un certo punto, Bella ritorna a casa: God sta morendo. In quell’occasione, accetta finalmente di unirsi in matrimonio con Max. Quando la cerimonia sta per volgere al termine, però, arriva Duncan Wedderburn a interromperla: con lui c’è Alfie, il marito della donna che Bella fu, se così possiamo dire – si intende il marito della donna che aveva il corpo di Bella, il padre del suo bambino. Alfie domanda a Bella di seguirlo, di ricominciare la vita che insieme facevano, e Bella accetta: è l’ultima tappa necessaria nel suo cammino di “formazione”. Ma Alfie si presenta ben presto come il peggiore prodotto possibile della società patriarcale, una sorta di Wedderburn all’estrema potenza: violento, maniaco del controllo, rinchiude Bella in una prigione dorata ancora peggiore di quelle che già ha abitato. E così scopriamo perché la donna che aveva il corpo di Bella si è suicidata: per sfuggire a questo mostro.

Ma Alfie adesso ha davanti una persona completamente diversa. E così Bella si libera sparandogli e ferendolo – perché chi ha detto che la rivoluzione femminista debba fare totalmente a meno della violenza? Poi lo porta a casa sua, nel laboratorio di God (che intanto è morto) e decide di “guarirlo”, diventando lei stessa chirurga; quindi, attacca la testa di Alfie sul corpo di una gallina.

Sorellanza

Si può dire che, alla fine del cammino descritto dal film, Bella arrivi finalmente ad essere donna. Dopo tutte le esperienze vissute, la sua posizione sessuata è infine chiara. Come è bene ribadire, si tratta di un film, quindi un apparato di finzione messo su da un autore: probabilmente, nessuna posizione sessuata è mai davvero “chiara”, piuttosto risulta aperta e in continuo cambiamento.

Ma una fine della storia, in Poor Things, c’è eccome. E insieme ad essa, una certa rappresentazione dell’essere donna. La mia ipotesi è che questa rappresentazione sia data dal legame che i soggetti-donna stringono fra loro: questo legame può essere chiamato, credo a giusto merito, “sorellanza”.  Prendiamo la definizione data da Silvia Lippi e Patrice Maniglier nel loro ultimo libro, Sœur:

“Con questo, intendiamo sicuramente una relazione che si tesse fra femmine in quanto femmine, ma anche più generalmente un’alleanza fra persone che si effettua dal punto di vista della loro posizione femminile, cioè di ciò per cui esse sono allo stesso tempo incluse e sottratte […] alla problematica <<fallica>>”[9]

Senza entrare nello specifico di questa definizione o del pensiero delle autrici in generale[10], possiamo comunque trovarvi qualcosa di interessante in rapporto alla nostra storia. Nell’ultima scena, vediamo infatti vivere insieme nella (vecchia) casa di God quattro donne: Bella, la governante, Toinette e Felicity, l’ultima creazione di God, la cui origine è simile a quella di Bella. Tutte queste donne provengono da un sistema di dominazione patriarcale: Bella e Felicity sono creature artificiali di “Dio”, la governante era al servizio di God, e l’ex prostituta completa il quadro di queste femmine sfruttate e sottomesse dagli uomini.

Ma è proprio in questa sottomissione che esse hanno trovato la forza per rialzarsi e unirsi insieme, per creare un proprio spazio in cui essere donne non al servizio degli uomini, ma per loro stesse. Hanno preso una realtà di sottomissione e l’hanno ricostruita dall’interno, eliminando ciò che c’era di irrecuperabile nel maschile che dominava le loro vite: vediamo allora Alfie, o ciò che ne resta, vagare sul suo corpo di gallina per il giardino della casa ora posseduta dalla nuova sorellanza. E vediamo Max che è ammesso a godere della compagnia di queste donne, ma che lo fa mettendosi al loro servizio, come una sorta di cameriere: forse c’è ancora strada da fare perché egli possa essere cooptato all’interno di questa sorellanza (se mai lo sarà)[11].

Bella è la persona che ha riunito intorno a sé questo gruppo bizzarro di sorelle. Lo ha fatto in virtù del percorso di scoperta intrapreso lungo tutto il film, percorso che ha potuto compiere anche grazie alla particolare posizione in cui si trovava all’inizio: quella di non essere del tutto una donna per degli uomini in un mondo di uomini, ma un non-individuo  in attesa di assumere completamente la propria personalità e la propria posizione sessuata di donna.

È quindi impossibile fare la stessa cosa per donne “reali”, che nascono in una società patriarcale ed eteronormativa come la nostra, che sono da subito “assoggettate” come donne con tutti i rapporti di forza che strutturano questa identificazione e che essa porta in sé? Forse no. Forse è proprio in questa capacità di unirsi e resistere che risiede la forza di azione dell’universo femminile. Forse anche all’interno di una società patriarcale è possibile sforzarsi al fine di cambiare i rapporti di forza che reggono la società stessa. È possibile prendere la violenza di un mondo gestito da uomini e neutralizzarla, mostrandone la vera natura: è dopotutto quello che fa Bella mettendo la testa del marito violento sul corpo di una gallina.

Il film è però soltanto un film: non offre certo un piano di azione politico completo ed esplicito. E tuttavia si tratta comunque di un film politico, che unisce a ciò una grazia cinematografica rara. Ecco perché si può dire grazie a Yorgos Lanthimos. 


[1] Questo non implica nessun giudizio di valore, ma è solo l’analisi di una situazione esistente: non c’è alcuna reificazione o presa di posizione a favore del binarismo uomo-donna classicamente inteso; anzi, quest’ultimo è piuttosto criticato per la violenza con cui viene imposto attraverso norme di cui si afferma l’origine trascendentale – origine che è, al contrario, contingente.

[2] Si consideri che Butler propone allo stesso tempo l’esempio del “frocio effemminato”, la cui teorizzazione è superflua per la nostra indagine ma che rappresenta, come è logico, l’identificazione che l’uomo dovrebbe rifiutare. Per un approfondimento su questi temi, vedere “Corpi che contano” e “L’identificazione fantasmatica e l’assunzione del sesso” in Corpi che contano, Castelvecchi, 2023, Roma.

[3] Non indugeremo più sulla questione del personaggio di God (Dio) che crea, fa e disfa, dà nomi, riporta alla vita ecc.

[4] Ovviamente, si potrebbe interpretare questo eccesso di protezione come “legato” al fatto che Bella sia una ragazza. Anche se questo è in parte vero, resta comunque il fatto che ciò la “protegge” dal contatto col mondo esterno e quindi ritarda la sua assunzione del genere “donna”.

[5] Il titolo è una citazione della canzone “Viva!” di Luciano Ligabue, contenuta nell’album del 1995 Buon compleanno Elvis!

[6] Non cerco certo di affermare che per descrivere Bella si debba descrivere necessariamente il suo rapporto con gli uomini: si vedrà alla fine che è piuttosto il contrario. Resta comunque una considerazione che ci aiuta a parlare di lei e del suo percorso.

[7] Il fatto è di per sé importante: vediamo per la prima volta, in questo frangente della storia, la formazione di un legame di sorellanza nella vita di Bella, legame su cui ritorneremo alla fine di questo articolo.

[8] Non intendo affermare che ogni esperienza lesbica è un’esperienza politica: l’atto sessuale in sé non ha specificità politica. Ma certo può averla in determinati contesti, all’interno di forme di lotta e resistenza politica che ne facciano un “uso” adeguato. Per un approfondimento su questo tema, si può vedere P. Niedergang, Vers la normativité queer, Éditions Blast, Paris, 2023.

[9] S. Lippi, P. Maniglier, Sœurs. Pour une psychanalyse féministe, Seuil, Paris, 2023. La traduzione dal francese è mia.

[10] Lippi e Maniglier hanno scelto di parlare al plurale da un punto di vista femminile, identificandosi quindi come “autrici”, e non “autori” come si fa solitamente quando a scrivere sono una donna e un uomo.

[11] L’idea che un uomo possa entrare a far parte di una sorellanza è certamente problematica. In breve, si può considerare che egli lo faccia a partire dalla propria posizione femminile. Non è questo però il luogo di approfondire la questione: rimando quindi nuovamente al libro di Lippi e Maniglier.

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