EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
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Posto ergo ‘sun’. Breve storia di un eroe che cadde nella rete e della sua identità

 

di Silvia Rosati

 

Cosa deve aver pensato Mattia Pascal un istante dopo aver rinunciato alla sua identità? Un senso di euforia deve averlo colto su quel treno che lo avrebbe metaforicamente e fisicamente  portato lontano dall’ inganno della  “maschera”, che è l’identità dell’ uomo moderno per Pirandello.

Deve aver avuto piacere Mattia Pascal a scrollarsi dalle spalle quell’esistenza fatta di forme che  bloccano e paralizzano la vita riducendo l’identità personale a personaggio all’interno della commedia sociale. Deve aver avuto piacere ad allontanarsi per un po’ dalla “molto triste buffoneria” che talvolta il palcoscenico della vita impone.

Ma Mattia Pascal scontava una pena ben più pesante: quella “angoscia antologica”  che aveva preso l’uomo di inizio secolo scorso, quando il mondo ottocentesco si frantumava sotto i colpi di eventi che preparavano la “storia liquida” dell’ identità contemporanea.

Insomma Mattia Pascal deve aver sperato  che la sua fuga di identità lo avrebbe salvato da quella prigione secolare che era stata l’ identità degli uomini dai tempi degli eroi.

Il termine identità  possedeva da sempre in sé il concetto di identico a se stesso. Prima che Leibniz offrisse l’impianto formale al concetto d’identità e che l’ossequiente impiegato pirandelliano cedesse al fischio del treno, sgretolandosi in “uno, nessuno e centomila”, l’eroe greco rappresentò a lungo l’archetipo  di una identità granitica esistente come qualcosa di intimo e separato dagli altri:  un unicum semanticamente  e pragmaticamente uguale a se stesso.

Nell’epoca classica prima e nella stagione del teatro dopo, l’eroe greco conservò integra   questa sua identità avvertendo i turbamenti dell’animo  come momento di espiazione di una colpa o come  un  destino da compiere. Era la fase eroica dell’identità  sancita finanche  dalla coincidenza dell’agire dell’eroe con il proprio nome.  Così all’inizio del secondo stasimo dell’Agamennone di Eschilo il coro si interroga su chi abbia saputo suggerire con il nome di Elena, nel cui etimo si legge il radicale ἐl del verbo “distruggere” e la parola ναὑς la veridica allusione alla fase distruttiva  che ha cancellato la flotta greca.

O ancora all’inizio del Prometeo Incatenato eschileo,  Kratos, esemplificazione del potere  schernisce il “preveggente”  per il nome bugiardo, fallace dal momento che  è proprio l’eroe ad aver bisogno di chi preveda in qual modo riuscirà a liberarsi dai ceppi  nascosti. Una dissonanza tra nome e destino,  quella sottolineata da Kratos che conferma per l’eroe classico una sintonia consueta tra nome e  predizione di un agire sempre identico a se stesso e riflesso di una identità  forte. Così Aiace in Sofocle accetta senza dissidi l’esperienza di assoluta infelicità che nasce dal disonore e che lo costringe al suicidio,  attribuendo al suo stesso nome una valenza predittiva di un’identità fedele ai suoi presupposti ed intatta fino  alla fine. Il nome stesso di Aiace risuona, infatti, quella interiezione di dolore “Ahi, ahi chi avrebbe mai pensato che il mio nome fosse a tal punto consonante con le mie sciagure?”( Aiace WW 921 ss).

Nel binario fissato a priori dal suo destino, l’eroe classico  è posto di fronte a molteplici difficoltà, sfide, fasi critiche che lo pongono di fronte alla necessità di studiare strategie, testare il proprio adattamento. In questo processo l’eroe sperimenta il dilemma se affrontare la sfida oppure rifiutarla  e compie un viaggio perenne che lo porta ad affermare sia pur rinnovata la propria identità ed unicità. In tal  senso l’identità eroica si pone come trascendente rispetto alle categorie di tempo e causa e sopravvive ad una realtà più ampia di quella che può essere compresa dalla percezione storica, diventando modello identitario, granitico e pragmatico per  intere generazioni. E’ un’identità quella dell’eroe la cui compattezza trova riscontro nella narrazione e se ne sostanzia. Il racconto epico è racconto delle gesta,  ma anche conferma della identità forte dell’eroe che in quelle  gesta e solo in quelle poteva esprimersi.

Più tardi Locke e Hume pur insistendo sul carattere autonomo e privato delle modalità di costruzione dell’immagine spogliarono l’individuo di parte di quei connotati eroici, ma conservarono l’idea che la “memoria”, la coscienza di sé, quella memoria autobiografica che è anche capacità di narrazione,  costituiscono il principio di permanenza nel tempo dell’identità. Nel suo “Trattato sulla natura umana”,  Hume identifica in un’operazione della memoria e dell’immaginazione il senso dell’identità che non è  se non “l’attribuzione di identità ad eventi di per sé dis-identici.

Rimase in piedi questa certezza che coscienza di sé ed identità non possono essere disgiunte dai pensieri e dai discorsi con cui ciascuno codifica le proprie esperienze, pianifica il futuro e riorganizza il presente. Rimase in  piedi anche  quando giunse il ‘900  con le sue rivoluzioni, i suoi dubbi ed i silenzi dell’individuo.  Ed arrivarono le scienze sociali ed il  “ costruzionismo radicale”,  a volerla raccontare in breve.  L’eroe fu travolto dalle circostanze ed il contesto prese il sopravvento raccontando di un’identità che si costruisce in rapporto ad un contesto.

L’eroe si dissolse,  nella realtà come nella letteratura del ‘900,  e l’identità smise di essere un costrutto logico per diventare un costrutto psicologico,  perdendo quella valenza predittiva che l’identità dell’eroe possedeva a cominciare dal nome di quest’ultimo. Quell’unicum di cui l’identità conservava traccia nel nome fu ridotta a semplice filo conduttore, storia unificante delle molteplici rappresentazioni che l’io  sperimenta nei diversi contesti, quando non fu ridotto a semplice “attaccapanni” a cui attaccare personalità differenti a seconda del “qui” ed “ora”.

L’eroe aveva smesso di agire  sul contesto per agire nel contesto. E se l’eroico agire “sul contesto” pur presentandosi come esperienza storicamente, culturalmente e socialmente situato era sperimentato in termini di stabilità e continuità, per l’antieroe del ‘900, l’identità diventò  esperienza soggettiva frammentata e plurima in continua dissonanza. L’identità intesa come risultato  di campi interattivi mutevoli finì col non appartenere più all’uomo del  ‘900, perché la sperimentasse come consapevolezza e riferimento per l’azione, ma finì in ostaggio alle persone e alle situazioni che via egli incontrava.

La discendenza eroica si era trasformata in una generazione di uomini fragili la cui certezza di esistere esigeva in modo imperioso l’obbligo ad essere costantemente riconosciuti e confermati. E questo generò mostruosi complessi e ramificati sistemi di attribuzioni categoriali di natura sociale, etnica, religiosa, generazionale, ideologica, politica e professionale: aberrazioni che doveva aver intravisto Mattia Pascal quando scelse di fingersi morto.

Sapeva Pirandello che quelle categorie si andavano appiccicando come maschere all’individuo. Sapeva che dismettere la maschera significava mostrare tutta la miseria a cui l’identità si era ridotta, così sospesa nell’inconciliabilità tra Vita e Forma, tra essere e divenire. Privo della maschera l’uomo non poteva che  trovare una definizione identitaria, se non rassegnandosi ad essere “un, nessuno e centomila” o cercando di trarre beneficio dalla maschera che gli altri gli forgiano addosso come lo jettatore de “La patente”. O in ultima analisi poteva sperimentare,  come Enrico IV,  la propria identità socialmente connotata per avviarsi in solitudine verso l’inevitabile follia. Nella sua finzione di essere un altro, Mattia Pascal era  davvero defunto: una sorta di ὑβρίς a  cui non sarebbe  tardata risposta non più divina, ma umana. Non si raggira il destino che l’atto di nascita impone[1].

L’identità e la legittimazione ad esistere apparvero  appese al filo sottile e falso che  le convenzioni sociali le assegnano.

Eppure se identità ontologica e identità sociale coincidono, lasciano spazio all’illusione che nella vita reale  identità molteplici possano integrarsi in sistemi coerenti, in spazi condivisi, di impegno etico e civile di solidarietà sociale.

Ma ecco che arriva la società liquida di Bauman  con la rivoluzione digitale e la pervasività delle nuove tecnologie a raccontarci la storia dell’identità del XXI sec. Se i media hanno dissolto i vincoli sociali relativi allo spazio e al tempo, la rete offre spazio e al tempo, la rete offre spazi di costruzione del sé liberi da riferimenti univoci a identità “istituzionali” quali quelli di padre e madre, moglie o marito, commessa o giornalista, intellettuale o pin up. Bauman saluta questo come il  “tempo dell’identità”: imposta, negoziata o creata che sia la rete dei social svela la nuova cyber identità.

Secondo Pecchinenda[2], questo è il momento felice in cui, dopo millenni di costruzioni sociali, la “mano utensile” e la “faccia linguaggio”, la materialità manuale e l’integrità  cognitiva convergono all’interno del corpo virtuale.

E’ come dire che la rete dei social, della piazza virtuale segna la comparsa di una nuova integrità di cyber-eroe al tempo stesso proteiforme che allontanandosi dalla prospettiva comportamentista può tornare  a rappresentare se stesso in maniera autonoma e personale.

E’ come restituire attraverso lo schermo lo specchio nel quale Narciso possa ritrovare la sua perfezione artistica,  il “ sogno di realtà” ad Alice, lo spazio  in cui “i vari Don Chisciotte della post-modernità possono comunicare (….) le immagini della loro stessa follia”.

La rete si trasforma in quella enorme piazza virtuale dove l’eroe legittima se stesso affrancandosi dalle complesse dinamiche di riconoscimento sociale e riappropriandosi  “della scelta dei fini e delle condotte di vita, perché nessuno è più in grado di dispensare certezze, se non provvisorie e revocabili[3].

Ma è come dire ai Sei personaggi in cerca di autore di tornare nuovamente nella loro piazzetta bidimensionale scegliendo la libertà di tanti alias anonimi, condannati perciò a restare per sempre personaggi.

E allora ci si chiede se la cyber-identità non sia un ultimo fallace camuffamento dell’io, se possa aiutare o ostacolare lo sviluppo di identità complesse, sature ma integre e dalle enormi potenzialità o al contrario generi sé frammentari ed incapaci di autocontrollo destinati a crollare nello scontro frustrante con la realtà misconosciuta dell’umano nella sua socialità fisica,  dove i feedback potrebbero tradursi in pesanti sconfitte e l’assenza dei like privare identità inconsistenti dell’unico supporto ontologico ch’esse sono in grado di costruirsi.

 

[1] Angelo Mainardi, in Rivista “Piazza  Armerina” Primavera 2004

[2] Il sé della rete Paradigmi emergenti dell’identità tra processi migratori e nuovi media” in M. Morcellini, A.G. Pizzaleo (a cura di) Interazioni tra Scienze sociali e Internet, Guerini e Associati, Milano, 2OO2, pp 99- 110

[3] M. Morcellini, Passaggio al futuro” Franco Angeli, Milano1992

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