EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto 2020, n. 7 - 8 anno V - ISSN 2531-7334
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Prin “Mediaterrorismi” Sintesi del lavoro dell’Unità Sapienza

di Mario Morcellini

L’ondata di attentati terroristici degli ultimi anni ha contribuito a generare una situazione di emergenza nella quale fattori economici, politici e sociali hanno interagito e sono stati in parte condizionati dalla portata mediatica del fenomeno. È così che l’informazione sugli attentati o sulle minacce del terrorismo, in Italia o in altri paesi, ha finito per diventare una parte della “politica della paura”, su cui si sono industriosamente misurati uomini politici e operatori dell’informazione. Del resto, già Edelman aveva parlato acutamente di “usi simbolici della politica”[1], prefigurando una riflessione sulla centralità della comunicazione che oggi coinvolge tutte le forme di emergenza.

Le ripercussioni determinate dal network di narrazioni, stili comunicativi e rappresentazioni mediali sul discorso pubblico e sulle percezioni sociali si sono intrecciate con la caratteristica logica dei media, determinando strategie comunicative accomunate dalla loro funzionalità in vista di un più ampio raggiungimento dell’audience, fino al punto da rendere difficile tracciare un netto discrimine tra l’insicurezza reale e quella percepita.

l rischi di una sovraesposizione alle narrazioni della paura prendono forma nel discorso pubblico e nell’immaginario sociale in linguaggi e rappresentazioni connotati da semplificazioni, stereotipi e polarizzazioni. Raffigurazioni semplificate di realtà complesse come quelle alla base dei fenomeni di terrorismo, amplificando la dissonanza tra percezione e realtà sociale, supportano inoltre il divario tra un adeguato sforzo nella comprensione del fenomeno e le risposte emotive e cognitive dei pubblici.

Sul piano della comunicazione, l’orientamento della percezione sociale verso i tratti conflittuali ed emergenziali della realtà sociopolitica predispone le narrazioni mediali dell’emergenza alla mobilitazione emotiva dei pubblici. La paura costituisce infatti il frame strategico e trasversale nonché la trama narrativa prevalente nell’informazione sul terrorismo, ma può essere considerata anche come frame dominante e trasversale di molti problemi sociali che concorre a rendere più minacciosi come argomento di discorso pubblico (Altheide, 2002). La difficoltà dei media di raccontare fatti improvvisi e fare informazione sul pericolo imminente, è così compensata da forme di controllo della realtà che hanno bisogno di far leva sui sentimenti della paura per canalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica.

Il frame della paura, di conseguenza, supporta uno storytelling in cui “la narrazione del già accaduto, di ciò che accade oggi e che forse accadrà domani si mescola per comporre insieme una iper-realtà che si mostra di impatto” e sembra in grado di incidere sull’agenda politica, mediale e sulle strategie per la sicurezza nazionale e internazionale (Donatella Pacelli et alii, Lo storytelling della paura nella trattazione del terrorismo contemporaneo).

Strutture narrative improntate alla fictionalizzazione della realtà sociale possono inoltre avvalersi di forme drammaturgiche di rappresentazione che favoriscono la costruzione immaginativa di figure e dinamiche funzionali alla polarizzazione emotiva e rappresentativa. Per esempio, lo storytelling del terrorismo, nella misura in cui nella contingenza emergenziale tende ad assumere le caratteristiche di una cultural narrative, rischia di rappresentare figure di ‘eroi’ (chi agisce e si sacrifica in difesa delle vittime) improntate ai valori ‘occidentali’, con il lascito implicito di un quid di sicurezza e controllo sociale, contrapposte nell’immaginario a un Islam violento e primitivo, identificato con il terrorismo (Marzia Antenore et alii).

Quanto alle strategie adottate dalla politica, in primo luogo, i tratti idealtipici dei populismi contemporanei presentano qualche tratto di convergenza con quelli del terrorismo per un doppio profilo: in termini di dinamiche socio-politiche e culturali e soprattutto sul piano delle retoriche comunicative, lasciando ipotizzare elementi di condizionamento reciproco tra i due fenomeni. Le modalità prevalenti di copertura mediatica del terrorismo “sembrano, infatti, alimentare retoriche e impatto dei neopopulismi, a livello di semplificazione, sensazionalismo ed inasprimento del conflitto. A loro volta, le retoriche populiste paiono rafforzare le tendenze alla polarizzazione e alla riduzione del pluralismo su cui prospera la radicalizzazione fondamentalista” (Erica Antonini).

Inoltre, la necessità di fronteggiare il terrorismo “finisce per ridimensionare l’alveo dei diritti di libertà in nome della tutela della sicurezza dello Stato”; dall’altro, l’esigenza di sicurezza potrebbe indurre a concepirne la realizzazione “soltanto attraverso l’accettazione della cosiddetta eterna vigilanza” (Barbara Varchetta).

Si tratta di dinamiche non nuove, ma certo inedite in termini di densità e ripetitività, le cui implicazioni sulla sfera pubblica e sulla politica richiamano tanto a un’assunzione di responsabilità in ambito istituzionale e comunicativo quanto a forme di coesione sociale non meramente difensive. È proprio questa possibile contronarrazione la strada da percorre per alimentare un più avanzato sentimento di sicurezza in forza del rafforzamento dei principi democratici, delle opportunità offerte dal pluralismo e dell’esperienza della differenza in contesti sociali complessi ed esposti ai flussi globali.

Riflettendo un momento sul successo dello slogan “prima gli italiani” (che di fatto è riuscito solo a far diventare penultimi gli ultimi) è innegabile quanto l’individuazione di un nemico comune facilmente riconoscibile nei suoi tratti stereotipici si presenti come elemento di rassicurazione, tanto più se sostenuto da forme di coesione sociale percepita. Su questo terreno emerge l’esigenza di contronarrazioni rivolte ad arginare i rischi di una falsa coesione sociale fondata, da un lato, su narrazioni semplificanti e polarizzanti, dall’altro, sulla povertà del ventaglio di percezioni, emozioni e punti di vista a disposizione dell’audience. Nelle situazioni di emergenza le aspettative informativo-conoscitive dei pubblici convergono con il bisogno di rassicurazione, sicurezza e coesione sociale (Chermak 2003). Le narrazioni mediali del terrorismo, attraverso frames ripetitivi, semplificazioni, polarizzazioni ecc., rassicurano i pubblici nell’immediato, riconducendo gli eventi traumatici a schemi consolidati mediante modalità comunicative di routine. A ben vedere, però, il rischio che si profila è quello di non soddisfare i bisogni conoscitivi e interpretativi a lungo termine, alimentando alla lunga il senso di insicurezza.

Le narrazioni mediali del terrorismo fanno così emergere la necessità di processi di decision making  (Eid 2014) in grado di competere con le narrazioni intenzionali e autopubblicitarie prodotte dal terrorismo in forza della produzione di narrazioni soddisfacenti sotto il profilo cognitivo e conoscitivo. Le strategie di contronarrazione esplicitamente basate sulla persuasione rischiano infatti di essere inefficaci proprio perché basate anch’esse su dinamiche di semplificazione e polarizzazione (Ludovica Malknecht, Narrazioni e contronarrazioni del terrorismo: bisogni cognitivi e identità percepita).

Procedendo su un’analoga linea interpretativa, il terrorismo e la sua rappresentazione mediale possono essere affrontati secondo l’approccio delle capabilities sostenuto da Amartya Sen e dalla stessa Nussbaum. In quest’ottica, gli atti terroristici rappresentano una violazione delle libertà sostanziali e strumentali del cittadino. Il terrorismo, e ancor più la percezione del fenomeno veicolata dai media, “rischiano di minacciare i presupposti socioculturali alla base dello sviluppo e del potenziamento delle capabilities”, nella misura in cui supportano la percezione della debolezza di strutture socioculturali adeguate a “tutelare i diritti individuali, o semplicemente in cui riconoscersi come comunità, e intorno a cui stringersi in momenti di destabilizzazione socioculturale” (Ida Cortoni).

In questa direzione, la fiction letteraria può costituire un’efficace modalità di contronarrazione del terrorismo in quanto capace “di introdurre frames alternativi intenzionalmente orientati a sfidare la rappresentazione dominante” e “decostruire l’unitarietà e unilateralità della rappresentazione offerta/imposta dai media”. La pluralità di prospettive e modalità narrative offerte al lettore permettono di “esplorare possibilità altre di relazionarsi con l’evento” (Silvia Cervia).

Le narrazioni letterarie possono modificare, e comunque influenzare, i processi interpretativi e le attribuzioni di senso, favorendo l’esperienza e l’elaborazione in prima persona degli avvenimenti. L’attivazione di quella capacità propriamente narrativa che Martha Nussbaum vincola alla comprensione empatica e immaginativa dell’alterità si rivela uno strumento utile alla comprensione di realtà complesse, contro ogni semplificazione indotta dai media. L’empatia e l’apertura all’altro possono dar luogo a forme alternative di ricomposizione del legame sociale messo a rischio dall’emergenza e dal ripiegamento individualistico di un soggetto che si sente minacciato nella sua sicurezza e nelle sue libertà fondamentali.

I diversi livelli di analisi mostrano come le implicazioni sociali e politiche dell’emergenza – nello stretto nesso tra rappresentazioni mediali e percezione sociale – si presentino prima di tutto come soggette a una definizione in chiave culturale, che rende le stesse produzioni culturali e la conoscenza un terreno privilegiato per la riorganizzazione del legame sociale in termini di coesione, progettualità e valorizzazione delle differenze. Da qui è possibile trarre elementi di orientamento, policies e strategie culturali e comunicative volte a contrastare le spinte irrazionalistiche, le pulsioni individualistico-conflittuali e il rischio di ripiegamento identitario alimentati dal fenomeno ipermoderno dei ‘mediaterrorismi’.

Riferimenti bibliografici:

  • Chermak S. (2003), Marketing Fear: Representing Terrorism After September 11, in “Journal for Crime, Conflict and the Media”, 1 (1): 5-22.
  • Edelman M., (1988) The Symbolic Uses of Politics, University of Illinoism, Urbana 1964 e Edelman M., Creating the Political Spectacle, Chicago University Presso, Chicago.
  • Eid M. (2014), Questioning Media Responsibility during Terrorism, in Id., ed., Exchanging Terrorism Oxygen for Media Airwaves, IGI Global, Hershey, PA: 247-260.

[1] Sul tema Cfr.  Edelman M., The Symbolic Uses of Politics, University of Illinoism, Urbana 1964 e Edelman M., Creating the Political Spectacle, Chicago University Presso, Chicago 1988.

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