EXAGERE RIVISTA - Maggio- Giugno 2019, n. 5 - 6 anno IV - ISSN 2531-7334
Kafka (18)

Quanto è difficile parlare di Kafka!

di Giacomo Dallari

 

Alcune volte capita.

Può accadere che di fronte ad alcuni autori lo smarrimento abbia la meglio sulla razionalità. L’arte può ingannare: è estasi pura, quando tocca le corde giuste e risuona intonata, precisa e nitida, ma è anche angoscia, agonia e malessere o, come qualcuno ha detto, nausea, soprattutto quando raggiunge quelle zone impenetrabili, fredde e profonde che preferiamo tenere in silenzio. Le lasciamo lì, proprio come facciamo con i buoni propositi che prima o poi si realizzeranno, sicuramente, ma ora non è il momento.

Kafka, probabilmente come nessun altro autore del Novecento, ha descritto l’angoscia del vivere – intimo e privato – in una società opprimente, che non ti riconosce, non ti vede, alienante ed opprimente. Contemporaneamente, però, ha anche esplorato i possibili spiragli di salvezza, spesso con esiti incerti ed effimeri; ha ragionato con coerenza sui grandi quesiti, quelli con l’iniziale maiuscola e troppo spesso privi di risposta, tipici della sua generazione.  Probabilmente è proprio la sua naturale incompiutezza che ci tiene distanti da lui, la sua mancanza di risposte a tali quesiti, rimasti interamente nelle nostre mani.

Più di un semplice autore, ha descritto quelle variazioni di tono e quelle oscillazioni all’interno di un orizzonte pessimistico che utilizzava l’irrazionale come trucco per tratteggiare una condizione umana. La sua è una narrazione assurda e paradossale che genera angoscia perché rimanda all’immobilismo, all’impossibilità del mutamento, al silenzio della reazione umana e psicologica. Chi non avrebbe paura di tutto questo? Interprete dello smarrimento di un’intera epoca, molti riconoscono in lui il traduttore letterario di quella corrente filosofica che viene definita esistenzialismo. Inconcludente per definizione, sia nelle opere che nella vita privata. Ironia della sorte, anche la sua morte sarà la conclusione di anni di tentate cure, ovviamente non riuscite. La tubercolosi, infatti, lo strapperà alla vita poco più che quarantenne nel 1924.

Definire Kafka, circoscriverlo all’interno di un genere letterario o, peggio ancora, di una professione artistica o intellettuale, rischia di farci perdere quel senso profondo che anima tutta la sua opera letteraria. La ragione della sua isolata unicità è che nulla lo ha distolto dall’unico tema che lo ha attratto, lo ha affascinato e tormentato nel medesimo tempo: l’angoscia della condizione umana nella sua ineliminabile dimensione individuale. Ciò, ovviamente, non significa che Kafka non abbia preso parte ad un processo culturale del suo tempo, che non abbia sentito le istante del momento storico in cui ha vissuto. Tutta la sua opera maggiore, infatti, si muove all’interno di un periodo di tempo denso di avvenimenti, carico di pulsioni ed estremamente significativo per tutta la cultura del Novecento. Nel 1922 esce infatti il Siddhartha di Hermann Hesse, ad oggi considerato l’emblema dell’evasione dalla civiltà borghese verso orizzonti mistici ed orientali. Solo un anno più tardi, nel 1923, Freud pubblica L’Io e l’Es, destinato a smuovere le coscienze della psiche moderna. Ed è emblematico osservare che nello stesso anno Kafka pubblica uno dei suoi racconti più originali e complessi, La Tana. Il protagonista, come sempre, è impreciso, indeterminato e vago : ha caratteristiche antropomorfe, si comporta proprio come un uomo, un architetto che vuole costruire la sua casa/tana, ma ha anche caratteristiche animali, è infatti un roditore frenetico che divora scorte di cibo, disfa ciò che ha appena costruito, alterna fasi di incessante movimento ad altre di rassegnata e paurosa immobilità. La sua casa è un labirinto che ha però la funzione di fortezza, è una roccaforte piena di corridoi, di anfratti segreti con un’unica porta ricoperta, protetta e nascosta da uno strato di gelatina.

Oggi il topo architetto lo definiremo bipolare: alterna momenti di assoluta lucidità, scanditi da un lavorio continuo, ad altri di sconsiderata pazzia; la sua tana un giorno è minacciata da un indefinito qualcosa proveniente dall’esterno, un altro è sicura e impenetrabile. Un sibilo, al quale Kafka non darà mai spiegazione, lo getta nel panico. Cerca la fonte di questo suono inquietante ma nulla, non trova niente. Allora comincia a scavare altri corridoi e altri cunicoli alla ricerca della minaccia. Lavora incessantemente mentre la sua testa lo conduce verso conclusioni irrazionali. Tutto termina improvvisamente: convinto che si tratti di una creatura che lo vuole uccidere, il nostro topo si mette in guardia in attesa della minaccia. Kafka conclude così il suo racconto, senza dare altre spiegazioni, senza conclusioni attese e speranzose, senza  definizioni o punti fermi.

«La mia fortezza che in nessun modo può appartenere ad altri – penserà il nostro topo – ed è tanto mia che io qui posso accettare dal mio nemico anche la ferita mortale, poiché il mio sangue stillerebbe nella mia terra e non andrebbe perduto»[1].

Tutte le verità, con Kafka, sembrano fallire, comprese quelle forti, solide e resistenti. Che dire di Josef K, l’impiegato di banca chiamato a difendersi in tribunale senza sapere di cosa è accusato? Verrà giustiziato e nessuno saprà mai il perché.

Forse la verità – quella a misura d’uomo – non esiste ed è solo qualcosa che ci siamo inventati e che abbiamo creato per colmare un vuoto. In quel vuoto nel quale un bel giorno Kafka si chiese come sarebbe svegliarsi una mattina e scoprire, pian piano, di essere un insetto.

Ripugnato dagli stimoli borghesi, il mondo nel quale il padre aveva costruito la sua ricchezza, inadattabile alla vita d’ufficio Kafka descrive a suo modo la stanchezza di una generazione, la ripetizione alienante di tutti quei riti ridotti a semplici segni di riconoscimento sociale all’interno di un ambiente sterile e freddo, quasi mostruoso.

«Se dormissi ancora un po’ e dimenticassi tutte queste pazzie? – pensa una mattina Gregor Samsa, il protagonista della Metamorfosi – Dio mio che mestiere gravoso che ho scelto! Ogni giorno viaggiare! Preoccupazioni di d’affari molto più gravi che quando avevamo negozio noi, e per di più questo tormento del viaggiare, l’affanno delle coincidenze, i pasti cattivi ad ore irregolari, e coi propri simili delle relazioni che mutano sempre, che non durano mai, che non divengono mai cordiali. Al diavolo tutto questo!»[2]

Tutta l’opera di Kafka è comunemente considerata stravagante, con tratti bizzarri ed eccentrici ma di una straordinaria originalità. Se di quest’ultima non vi sono dubbi alcuni, forse la stravaganza, invece, era una strategia comunicativa, una scelta stilistica e una modalità descrittiva, certo unica nel suo tempo, ma perfettamente inserita tra le righe del disincanto dell’epoca. Lo stesso disincanto descritto da Thomas Mann nel 1924 ne La montagna incantata, sintesi di tutte le speranza deluse, dei problemi nuovi e di quelli vecchi e irrisolti  di quella generazione sopravvissuta alla tragica esperienza della prima guerra mondiale. Negli stessi anni Martin Heidegger, il filosofo considerato lo studioso che meglio ha rappresentato la visione del mondo espressa dalle fantasie di Kafka, lavora al suo più grande capolavoro Essere e tempo.

La forza del pensiero di Kafka si manifesta in tutti quei luoghi e quei personaggi caratterizzati da una surrealtà incisiva e da una forza quasi onirica. La realtà che emerge dai suoi scritti è “altra” rispetto alla cupa quotidianità, è discontinua rispetto ad una continuità sterile e insensata.

Quando, nel 1926, apparve postumo Il castello, la figura dell’avulso tocca livelli insoliti, destinati a segnare con profondità tutta la storia dell’uomo, i suoi limiti e, forse, la sua vera natura. K, il protagonista, esemplifica alla perfezione la figura dell’estraneo, del non accolto, sconosciuto e respinto. La logica viene stravolta, il principio di casualità violentato, non è chiaro a nessuno cosa o chi sia la causa e cosa o chi sia la conseguenza.  Il tema fondamentale dell’opera è, in realtà, molto più moderno di quanto si possa pensare: la lotta impari, a tratti disperata, dell’individuo per avere un senso, una realtà, per inserirsi in una compagine che da un lato sembra invitarlo, dall’altro invece tende a emarginarlo e a escluderlo.

Nei racconti e nei romanzi di Kafka c’è molta modernità a partire dai personaggi ibridi e indefinibili, passando per le situazioni incomprensibili, arrivando fino alle azioni prive di scopo. L’alterità straniante dell’uomo moderno, solitario in mezzo alle persone, disertore dei doveri, smanioso di novità, pronto alla fuga, rapido a nascondersi dietro ad una falsa idea della libertà per giustificare la sua presunta condizione priva di limiti, perfetto ad adattarsi alla mediocrità perché inconcludente. Forse la trasformazione fisica di Gregor Samsa oggi potrebbe essere letta come una metamorfosi psicosomatica vera e propria. Ne dà la misura proprio il protagonista quando prova stupore e non paura e sgomento quando scopre, al suo risveglio, di esseri trasformato in un insetto. Ci si aspetterebbe un terrore orrendo e profondo, una paura viscerale ed una ricerca delle cause, un disperato interrogarsi su come e perché si verifichi quella metamorfosi, ma nulla di tutto ciò accade. La trasformazione è accettata come un fatto compiuto, come un qualcosa di atteso dalla coscienza, inevitabile. E allora ecco che, come ogni mattina, bisogna sconfiggere la pigrizia, affrontare la riluttanza che ogni giorno si deve superare. Gregor, proprio come potrebbe capitare ad ognuno di noi, rimane fuori dalle cose importanti del mondo, imbrigliato in una condizione acritica e non riflessiva. La sua situazione gli ha reso impossibile comprendere e sentire il mondo, amare e ricevere amore perché le sue facoltà umane si sono progressivamente affievolite. La metamorfosi, come tutta l’opera di Kafka, potrebbe essere letta come una parabola discendente, una clausura inconsapevole ma, proprio perché non osteggiata, quasi volontaria ai limiti della scelta.

Kafka arriva come una tempesta perfetta, come un leggero dolore che non cresce ma rimane lì a ricordarti che c’è. Non ci piace troppo infatti parlare di noi, soprattutto quando andando giù, nel profondo, quello che troviamo ci spaventa e ci atterrisce.

Ecco, forse Kafka, fa questo effetto.

Preferiamo imprigionarlo nell’Olimpo degli autori complessi, quelli impenetrabili, chiusi e troppo “qualcosa” per essere compresi. Con lui utilizziamo la categoria dell’eccesso come arma di difesa e l’assurdo – quell’assurdo che descrive i suoi personaggi, molti dei quali sono solo lettere maiuscole puntate – diventa la nostra personale contraerea emotiva contro quell’assalto di realtà che si nasconde tra le sue righe.

Chi vorrebbe essere un topo architetto ossessionato dal pericolo? Chi un perseguitato dalla legge senza motivo? Un agrimensore senza chiamata o un insetto orribile dimenticato da tutti?

 

[1] Kafka F., La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita, Feltrinelli, 2013, p. 178.

[2] Idem, p. 79.

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