EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
biolzi

Rischiare di essere fuori luogo: i social e i registri linguistici. Intervista a Vera Gheno

di Federica Biolzi

Paradossalmente, nell’era dei social, la lingua italiana sta dimostrando una vitalità sorprendente. La pagina dell’Accademia della Crusca, su Facebook, supera ampiamente i 300.000 like, successi inattesi anche per l’analogo profilo Twitter. Cosa succede? Perché si sente sempre più la voglia di certezze linguistiche?

– Lei è un’esperta linguista che ha anche un punto di osservazione privilegiato sui linguaggi in rete . Cosa sta accadendo?

– Sono vent’anni che sono sui social, dal 1996, un tempo sufficientemente lungo. Conoscere la storia dell’italiano, che di fatto fino agli anni ‘60 del Novecento non è stata una lingua parlata ma prevalentemente scritta e letteraria, mi ha aiutato a comprendere anche quello che sta avvenendo alla lingua che si sta diffondendo in rete. Tutto ciò che è avvenuto alla nostra lingua, dopo gli anni ‘60, è stato il riassunto di ciò che altre lingue hanno vissuto in 500-600 anni di storia. Dal maestro Manzi[1] in poi, l’italiano ha iniziato a essere lingua parlata dai più ed è naturale che, una lingua parlata da un gran numero di persone, come dicono i linguisti, subisca dei cambiamenti.

I primi sono avvenuti per andare incontro alle esigenze dei parlanti. Ad esempio oggi il trapassato remoto è davvero tale, perché di fatto non serve più. Se guardiamo al cosiddetto presente pro-futuro, ci sono dei momenti in cui è più comodo dire: domani vado, invece che domani andrò. Oppure il che polivalente, come nel verso di Jovanotti “non c’è niente che ho bisogno”. Sono cose che noi usiamo naturalmente. Però a scuola ci insegnano la norma alta, cioè quella “alla Manzoni”, e allora succede che, chi parla italiano, abbia qualche perplessità.

– Ad esempio?

– C’è la lingua della strada, la lingua del lui al posto di egli. A scuola, però, ti insegnano la lingua dell’egli al posto del lui, quindi dovresti dire correttamente egli mi ha detto: c’è un grande iato fra questi due registri. Quello che è successo con i nuovi media è che, una quantità invereconda di persone, ha ripreso confidenza con la parola scritta, ma prima ancora con quella letta. Perché è vero che leggiamo meno, però l’attività on-line è comunque lettura. D’altra parte, il fatto di ricominciare a scrivere (prima o si scriveva a scuola oppure c’erano i grafomani,  quelli che si scrivevano lettere o diari, ma erano fenomeni minoritari). Adesso tutti digitiamo. Ma digitare non è scrivere, sono aree diverse del cervello che vengono attivate, ergo, io penso che la persona preparata dovrebbe rimanere competente nella scrittura manuale quanto in quella digitata. Tutto ciò che si vede on-line è la traduzione, in lingua digitata, di un italiano praticamente parlato. Non abbiamo mai avuto confidenza con un italiano scritto completamente informale. Invece, quello presente sui social, è un italiano quasi sempre informale. Sicuramente, anche on-line vi sono livelli di conversazione diversi: in fondo on-line si ritrova tutto ciò che è off-line.

Molto interessante…

– Io sono molto curiosa di ciò che accade alla lingua italiana, anche on-line. Come sostiene De Mauro[2], vi è lì un segno di vitalità della lingua, l’italiano è una lingua viva che, per l’ennesima volta, sta dimostrando di adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione. De Mauro diceva anche un’altra cosa: il problema non è l’italiano ma sono gli italiani. Gli italiani, in questo momento, sono un popolo a rischio di recessione culturale e ci si chiede che cosa si debba fare perché ciò non accada. In un mio libro[3], sottolineo come il problema sia risolvibile coltivando le varie competenze in parallelo. Quindi, quando sono on-line, utilizzerò una scrittura più digitale. Ma devo essere consapevole di non dover esportare quelle “parole” fuori da quel contesto. Ad esempi, chi ha delle scarse competenze comunicative, a questo punto non solo linguistiche,  deve rendersi conto di quale sia il registro più adatto alla situazione in cui si trova. Spesso, per alcuni, è normale trasbordare: prendere uno stilema comunicativo di un certo tipo di lingua e trasportarlo in un contesto non adatto. Alberto Sobrero[4], in ambito giovanile, aveva osservato:  se tu fai notare ad un ragazzo che menare le mani non è utilizzabile in tutti i contesti, ricevi dal ragazzo uno sguardo di disapprovazione.

– Secondo lei è possibile informare i ragazzi sull’utilizzo di un linguaggio migliore anche attraverso i social?

– L’Accademia della Crusca può essere una fonte alla quale appoggiarsi. La Crusca osserva il significato di alcune parole digitali: spoilerare, whatsappare, taggare, instagrammare. Selfie, ad esempio, non è vero che ha lo stesso significato di autoscatto. Quest’ultima è una funzione tecnica della macchina, che è lo scatto temporizzato, mentre il selfie ha anche una sua gestualità. Il problema non si pone quando non esiste un referente in italiano. Invece è importante capire il perché si utilizzano anglismi di lusso, tipo food and wine, invece di dire vino e cibo. Francesco Sabatini[5] nel suo ultimo libro, Lezioni d’Italiano, sostiene che vi siano dei parametri precisi per il loro utilizzo. Questi, si possono utilizzare se ne conosci il loro significato esatto, se li sai scrivere bene, se hai verificato che non esiste una parola in italiano perfettamente corrispondente e, soprattutto, se li sai pronunciare bene.

– Quindi occorre informare e formare.

– Sì. Per fare questo è importante formare gli insegnanti e i docenti. Quest’anno sono stati organizzati corsi di formazione per questi ultimi, in specifico abbiamo trattato i linguaggi della rete e il cyberbullismo. Un obbiettivo del corso è stato proprio quello di approfondire il linguaggio dell’odio e di come replicare, in maniera costruttiva, a una critica on-line. In fondo questo è ciò che realmente fa l’Accademia della Crusca, cercando di rispondere, costruttivamente, sui propri profili twitter e facebook. La cosa più difficile è vincere la reticenza dei ragazzi che sono convinti, spesso, di saperne di più dei loro docenti, ma sono anche molto ingenui nell’uso delle risorse on-line, anche linguisticamente.

– Ci sembra che però l’italiano sia tuttora legato a un certo provincialismo: in buona sostanza , per parlare italiano bisogna sempre essere un po’ innaturali.

– Non ci sono parlanti nativi dell’italiano standard, senza inflessioni, questo è dovuto alla storia stessa dell’italiano. Fino a poco tempo fa, tutti parlavano il dialetto, non l’italiano; quindi l’italiano è, in un certo senso, una lingua che sentiamo superimposta e posticcia, una lingua che ci serve per le comunicazioni istituzionali, scolastiche, per scrivere libri scientifici, romanzi. Quindi, questa specie di sacro timore nell’accostarsi all’italiano è, in un certo senso, giustificata anche da fatti storici. C’è stato un momento in cui il dialetto era negato. Ad esempio in Veneto, per lungo tempo, l’uso del dialetto era stigmatizzato, ai bambini si parlava italiano, però lo stesso italiano non era conosciuto bene neanche dai genitori (era un broken-italian), con le strutture sintattiche del dialetto tradotte in italiano, lavare su stava per lavare i piatti, dato che in dialetto si dice broar su.

E oggi?

– Le nuove generazioni sanno che il dialetto è una ricchezza. Il cittadino italiano perfetto, che sarebbe più atto ad affrontare le sfide della società della comunicazione, dovrebbe essere un super-parlante che conosce il dialetto, l’italiano e almeno una lingua straniera. Dovrebbe anche sapere quando usare i differenti codici che ha a disposizione. Quando non c’è perfetta contezza del fatto che ci sono codici diversi nascono problemi. Questo capita sia fra dialetto e italiano che fra inglese e italiano. Con l’inglese succede poi che, quando si utilizza, dà un certo tono e quindi, invece d’ imparare meglio l’italiano, lo sostituisco con l’inglese. Questo accade senza remore nella finanza, nella moda, nei social. In fondo, anche Internet nasce anglofona e questo pone una serie di problemi alla rete stessa. È lì che si può intervenire, non serve utilizzare food and wine se si può dire comodamente vino e cibo, altrimenti si incorre in quello che Calvino chiamava il “terrore semantico”[6], cioè rifuggire dalle parole che hanno un vero significato, come se wine fosse più chic di vino. La competenza linguistica nasce per aggiunta e non per sostituzione.

– Lei è docente-linguista all’Università degli stranieri di Siena, possiamo considerare l’italiano come una lingua di integrazione rispetto ai nuovi arrivati?

– Arrivano molti rifugiati, migranti, alcuni molto preparati che vogliono imparare ed integrarsi, altri partono spesso da situazioni di completo analfabetismo e sono difficilmente formabili. Lavorare con gli stranieri ci porta spesso a confrontarci con diversi stigmi. La comunicazione e il linguaggio possono però essere d’aiuto per avvicinarci e per trovare un punto d’incontro con qualcosa che sentiamo altro da noi.

La paura del diverso può denotare anche la paura di perdere quello che si ha. Una forma di preservazione del sé, della propria identità, ma anche della propria cultura. La paura rischia di generare ansia, con delle ricadute sul linguaggio. Purtroppo ci sono dei momenti storici dove la paura ha il sopravvento.

– Crede si si arriverà a una omologazione linguistica?

– Non credo che ci sarà una sola lingua nel futuro. Ritengo che sia giusto usare un’interlingua per viaggiare ed è sicuro che in questo momento il ruolo della lingua prevalente è attribuibile all’inglese. Però il globish è semplificato rispetto alla vera conoscenza linguistica. Se metaforicamente è avvenuta la “torre di Babele”, è perché vi è un motivo identitario. Quindi, che tutti dismettiamo le nostre lingue per abbracciare l’inglese, lo ritengo non solo deleterio ma anche impossibile. Posso immaginare che il super-cittadino del futuro sia uno che conosce tante lingue e sa giostrarsi tra lingue diverse. Il web ci può aiutare, è uno strumento che abbiamo e che dobbiamo imparare a gestire. Io utilizzo spesso la metafora del neopatentato alla guida della Ferrari: essendo neopatentato potrà fare tanti danni con un’auto veloce ma, fondamentalmente,  dovrà, alla fine, imparare a guidare la Ferrari con tanta, ma tanta, pazienza.

– Come possiamo mettere in relazione l’aspetto linguistico con l’aspetto reale?

– La relazione tra lingua e realtà è biunivoca, il cambiamento della realtà implica un cambiamento linguistico che, ad esempio, è quello che sta accadendo con il femminile dei nomi di professione. Ci sono le ministre che si fanno il problema di come si chiamano, però dall’altra parte c’è la teoria Sapir-Whorf[7], ripresa dal film “Arrival”[8] (che parla di una linguista che deve comunicare con gli alieni…). Questa teoria sostiene che le parole che noi usiamo hanno un’influenza su come vediamo la realtà. Quindi, non è solo la realtà che cambia la lingua, ma anche la lingua che cambia la percezione della realtà. Chiamare negro il nero, o chiamarlo di colore, non è solo una questione di linguistica o di politically correct, è anche una modifica del modo in cui noi vediamo il nero negro di colore.

Se io uso una parola rispetto ad un’altra, questa ha un diverso peso e contribuirà a far sì che, le persone intorno a me, si faranno un’idea del nero negro di colore diversa. C’è una relazione biunivoca, le parole sono importanti in quanto descrivono la realtà.

– Lei si è occupata in molti dei suoi lavori del web-writing, cosa ci può dire in proposito?

– Una volta era considerato un ambito nuovo, oggi non è più così. Ognuno di noi ha un’appendice più o meno ingombrante on-line e questo cambia anche la necessità di fare dei corsi specifici per il web-writing, perché i mestieri delle nuove forme di comunicazione sono talmente tanti che fare un corso genericamente di scrittura per il web-writing, è poco incisivo. Per scrivere bene per il web è necessario, in primo luogo, saper scrivere.

– Social, scrittura e giovani, come mettere insieme queste cose?

– È innanzitutto  necessario preservare la scrittura a mano, fa evolvere certe parti del cervello che il digitale, o il guardare un immagine, non sviluppano. Inoltre, come mamma di una nativa digitale io penso che forse dovremmo osservare di più i nostri ragazzi, parlare e interagire con loro. Una parte del linguaggio è innata, ma sappiamo che quelle capacità devono essere “risvegliate” con l’interazione.. Parte del linguaggio emerge proprio grazie all’interazione con l’essere umano. Delegare all’iPad, ai media, e all’on-line, non basta. I media non possono fornirci le grandi competenze di scrittura o di linguistica, che invece devono coinvolgerci direttamente, non demandando tutto e solo alla scuola.

 

 

[1] A. Manzi (1924-1997), docente, pedagogista, scrittore e personaggio televisivo, noto per la trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, trasmessa negli anni 1960-1968

[2] T. de Mauro (1932 -2017), Linguista e filosofo del linguaggio italiano, si è occupato soprattutto di linguistica generale, con attenzione al rapporto tra lingua e società.

[3] V. Gheno,Guida pratica all’italiano scritto (Senza diventare grammanarzi),Cesati ed., anno 2016, p.146

[4] A. A. Sobrero, A. Miglietta, Introduzione alla linguistica italiana, Laterza ed., anno 2006, p.XII-263

[5]F. Sabatini, Lezioni d’italiano, Mondadori ed., anno 2016, p.244

[6] I. Calvino, “L’antilingua“, il Giorno, 3 febbraio 1965

[7] Il linguista e antropologo americano di origine tedesca Edward Sapir (1884-1939) introdusse l’ipotesi di Sapir-Whorf (o Sapir-Whorf Hypothesis, in sigla SWH), conosciuta anche come “ipotesi della relatività linguistica”, afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun individuo è influenzato dalla lingua che parla. Portata in estremis questa ipotesi assume che il modo di esprimersi determina il modo di pensare

[8] Film di Fantascienza, anno 2016, regia di Denis Villeneuve, basato sul racconto Storia della tua vita, incluso nell’antologia di racconti (Stories of Your Life) di Ted Chiang

Share this Post!
error: Content is protected !!