EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Ritrovare la forza e il coraggio per ripartire. Intervista a Tullio Morello, magistrato

intervista di Federica Biolzi

 

Dottor Morello, lei ha scelto di lavorare in una realtà difficile come quella napoletana, quale incidenza hanno qui i reati consumati in famiglia?

Nel circondario in cui lavoro, nel tribunale di Napoli, il numero è consistente. Su sette sezioni dibattimentali, due hanno una semispecializzazione proprio su queste tematiche e su reati contro le cosiddette fasce deboli, non sempre in ambito familiare.

Oggi, ci dicono le cronache giudiziarie il mostro si nasconde ovunque, spesso in famiglia. Chi è? Qual è la figura più a rischio?

La situazione va analizzata soprattutto da un punto di vista economico. Nel contesto familiare, laddove si riscontra che c’è solo una persona portatrice di reddito, molto probabilmente questa è la più forte: il classico padre padrone o nonno padrone.  Ci sono nuclei familiari, dove ormai l’unico reddito è legato alla persona più anziana, spesso un reddito di pensione. Non di rado, a fronte di una denuncia anche per fatti gravi nati in questi contesti, dopo qualche tempo, quando si celebra il dibattimento, si assiste a delle ritrattazioni. Forse queste persone, a volte allontanate in casa famiglia ecc., ritrattano perché non sopportano la lontananza dalla loro vita di prima. Non so se ciò accade per una sorta di sindrome di Stoccolma o per qualcos’altro, ma di fatto queste vittime se ritornano a casa in giudizio ritrattano le loro accuse. C’è anche da dire che, in alcuni casi, si trattava di accuse strumentali, false, atte ad ottenere qualcosa però, di fronte a vicende di minorenni, destano parecchie preoccupazioni.

Una volta, a una lezione di criminologia, mi dissero che la mente umana è sempre portata a voler giustificare una brutta azione con un vissuto pregresso, questo perché non si accetta il fatto turpe, inquietante, forte. Dalla mia esperienza, però, non sempre posso dire che qualcosa di odioso capiti perché c’è un vissuto alle spalle: esiste anche la cattiveria. Non è sempre il male che porta il male, a volte il male nasce da solo. Uno dei problemi maggiori è l’inesistenza dello stato sociale, soprattutto nella realtà, dove vivo. Ognuno nelle realtà più difficili è dimenticato, o direi abbandonato, senza alcun tipo di sostegno reale. L’unico punto di riferimento è la scuola, che spesso in queste vicende ha un ruolo fondamentale. E’ proprio lì che nascono le confidenze fatte all’amichetto o alla professoressa: sono vicende queste molto difficili da gestire emotivamente per un minore che, spesso, trova più semplice raccontarlo a modo suo, in un ambiente diverso da quello familiare.

Certo questi canali sono importantissimi, ma quali sono i sintomi di un abuso sessuale sui minori?

I sintomi più evidenti si manifestano attraverso un calo repentino del rendimento scolastico, apatia nella relazione con gli altri, con gli amici, l’isolamento e la chiusura in se stessi, l’introversione e la mancanza di comunicazione. L’abuso fisico che può essere manifesto, spesso viene denunciato nell’immediatezza, ma è molto raro che ciò accada quando le vittime sono bambini.
Può capitare anche la confidenza ad un genitore, ma sempre con difficoltà e vergogna.

Nell’ambito familiare può capitare che il primo confidente possa essere la zia più giovane, il cuginetto, il fratello più grande, la sorella, figure più rassicuranti rispetto a quelle paterne o materne dalle quali si è abituati a ricevere rimproveri e giudizi.

Come vengono fuori gli abusi e le rivelazioni in ambito scolastico?
Almeno la metà delle denunce, nei processi di cui mi sono occupato, avviene nel mondo della scuola e qui trovano anche il riscontro decisivo.  Il riscontro di quanto si è detto poi alla zia o alla cuginetta. La scuola, come unica ancora di salvezza per queste vittime poiché, in ambito familiare, a volte trovi lo stretto congiunto che si gira dall’altro lato, che vuole non crederci o fa finta di non crederci se non ha visto di persona o aveva dei sospetti. A volte si assiste anche ad una copertura da parte dei familiari. Non è sempre facile credere immediatamente a cose che non si vogliono accettare. Queste vicende possono accadere in ogni contesto sociale, ovviamente più è degradato e più è semplice che si verifichino, ma a volte le abbiamo riscontrate anche nei cosiddetti “ambienti bene”.

Ci può parlare di qualche caso particolare….

Sì, un caso triste e delicato, trattato una decina di anni fa. Mi occupai di violenze scaturite tra nonni, nipotine… Vivevano in un nucleo familiare formato da nonno, nonna, madre della bambina, nuovo compagno della madre e tre minori. La casa, di 25 metri quadri, era stata ricavata abusivamente addirittura all’interno di un cimitero. Vivevano tutti insieme in una situazione di commistione senza intimità, senza barriere, tutto era condiviso. La rivelazione degli abusi è avvenuta attraverso la bambina. Si è stancata di questa situazione, non ne poteva più ed è riuscita a denunciare il fatto attraverso la scuola. Diciamo che ci sarà stato anche l’orco, la mamma cattiva, che ha fatto finta di niente ed era anche complice, però c’era anche l’evidente assenza dello Stato che, in un caso del genere, ha delle colpe evidenti.

Altre volte ho potuto vedere minori partecipare ad incidenti probatori, quando vengono ascoltati quasi nell’immediatezza dei fatti. E bello vedere che, anche in contesti altamente degradati, ci sono dei bambini con valori morali e sociali bellissimi, come se fossero cresciuti nella famiglia migliore del mondo. Basta il contatto, anche solo di un mese o due, con un operatore preparato di una casa famiglia, a far esplodere e rifiorire questi sentimenti bellissimi. Questa è la speranza del futuro, che ti fa pensare che alla fine bisogna avere e dare un messaggio positivo. È difficile come giudice non affezionarsi a questi bambini, spesso mi capita di pensare a qualcuno di loro. Il caposaldo del processo penale, alla fine, resta sempre che l’attore protagonista è l’imputato. Il giudice durante il giudizio deve mantenere il dovuto distacco da queste vicende, occorre accertare la responsabilità di una persona in ordine ad un fatto. La persona offesa resta un testimone di quel fatto, anche orribile che gli è accaduto. La difficoltà della decisione in questi casi è elevatissima, il giudice è lì da solo a volte a valutare drammaticamente la parola di uno contro la parola di un altro. E la sua decisione risentirà della bontà o meno del lavoro di chi sostiene l’accusa di chi difende l’imputato, di ciò che afferma un perito, di come il testimone rappresenta la sua esperienza, di come l’imputato prova la propria innocenza. L’errore è dietro l’angolo e dipende da tutte queste variabili.

Purtroppo negli ultimi anni assistiamo spesso ad una strumentalizzazione di queste vicende. Nei casi di separazione, scattano denunce, sovente infondate, per ottenere economicamente di più. Il processo diventa lungo e difficile.

Alla fine si decide secondo la propria coscienza in ordine a quella che è una verità processuale, si spera coincidente con quella reale. Anche per questo tali vicende sono giudicate da un collegio di tre magistrati e non da un giudice monocratico, e vi sono tre gradi di giudizio, per far sì che quelle due verità coincidano il più possibile.

Ma quali sono le strutture di riferimento per i minori abusati?

Il primo passaggio, sono le strutture nell’ambito delle Questure, dove operano anche delle sezioni specializzate in questo tipo di reati, poi vi sono le strutture per le donne abusate ed i consultori. Diciamo che la fase del “dopo” è piuttosto seguita, mentre quella della prevenzione è meno operativa e funzionale. Sarebbe necessario un adeguato sostegno, con un supporto psicologico e sociale e, forse in alcuni casi, si potrebbero limitare ad alcuni reati. Spesso ci troviamo di fronte a persone che non hanno gli strumenti per affrontare determinate situazioni e, quando ci sono in gioco dei sentimenti, delle emozioni, delle quali spesso qualcuno si approfitta, il confrontarsi in maniera positiva con un professionista o uno specialista può essere un importante aiuto. Trovarsi di fronte ad atteggiamenti d’isolamento, di chiusura, d’incomprensione, aumenta il rischio di vicende che possono improvvisamente degenerare in atti anche estremi.

Veniamo ora dal lato della Magistratura. Come si pone nei confronti del minore? Necessita di figure specialistiche, quali psicologici, assistenti sociali o può procedere ascoltandolo direttamente?

Quando la Magistratura si rapporta con un minore, c’è sempre l’ausilio di uno psicologo, sia nella fase delle indagini, che in quella del giudizio. L’intermediazione di un esperto è necessaria per mettere il minore a proprio agio in tutte le diverse fasi del procedimento e rendere la sua dichiarazione il più possibile genuina. Vi è anche la figura dell’assistente sociale che entra in gioco come testimone in sede di processo. Nella fase centrale del procedimento, si ricorre spesso all’ascolto protetto. Per una maggior tutela per il minore si riserva l’audizione in uno spazio apposito, dedicato, ricavato in tribunale. Mi preme evidenziare che, quando il minore viene ascoltato, è già preparato adeguatamente ad esporre la sua situazione. Viene informato nel corso di un percorso di accompagnamento predisposto nella struttura in cui si trova.

Nel caso degli abusatori, vi sono situazioni in cui si richiede la valutazione psichiatrica per definire la capacità di intendere e di volere?

Soltanto se vengono poste delle questioni in tal senso e se ci sono degli indizi che ti fanno pensare che ci sia un’incapacità d’intendere e di volere che, comunque, non può essere dedotta solamente dai fatti.

Ci sono casi in cui si tratta con persone evidentemente capaci d’intendere e di volere. Molto spesso ci troviamo di fronte ad una questione sull’incapacità in genere, può capitare che sia posta dall’avvocato e valutata in seguito.

È più probabile che tale valutazione sia maggiormente richiesta nei processi per reati tra adulti, ad esempio per stalking, maltrattamenti di coppia, dove in molti casi si assiste ad un’escalation della violenza. Vi sono persone, anche non pregiudicate, a volte provocate dalla vittima, a volte “cattive”, che continuano a mantenere una certa possessività nei confronti della vittima, perché si sentono offese.  Penso che sia raro il caso dell’incapacità, credo invece che molto spesso ci troviamo di fronte a persone che commettono delle azioni cattive.

La figura del mostro è trasversale o legata a particolari ambienti?

E’ trasversale, sia come livello culturale che come ambiente sociale, sono vicende che capitano in tutti gli ambienti. Nelle realtà più difficili e più complesse è più facile che accada, ma è anche più difficile che si denunci. Mentre, nei contesti culturalmente più elevati, accade con minor frequenza, ma essendoci un ambiente più strutturato è più facile che l’abuso sia denunciato. Ma, in questo contesto, è più semplice che vi siano delle strumentalizzazioni.

Nell’ambiente più disagiato invece si riscontra che, la vittima, è vittima anche di altro, non solo di questi abusi familiari e, quindi, “più abituata a subire”.

Sarebbe interessante un esempio.

Nell caso di cui accennavo prima, mi hanno colpito  due ragazzine che erano state abusate dal padre,  che faceva il pescatore di frodo, mentre la madre era disoccupata. Esse vivevano in un ambiente molto povero e degradato ed avevano quattro fratelli.  All’età di undici e dodici anni, hanno denunciato il padre e sono state collocate in una casa famiglia.

Ricordo che passarono circa 6-12 mesi prima dell’incidente probatorio e, in questo percorso, le ragazze erano rifiorite, avevano grossi valori e non esitarono a confermare la loro denuncia che, a maggior ragione, appariva genuina, in quanto confermata dopo un allontanamento dal contesto familiare. Questa è una situazione emotivamente scomoda per delle persone che vogliono denunciare falsamente un fatto, perché allontanate da tempo senza avere contatti neanche con la madre.

La signora partecipò all’incidente probatorio, che per l’appunto si svolge con forme di protezione: non vi è il contatto tra le parti e, nel caso in specifico, alla madre era stato proibito l’incontro con le figlie. Alla fine dell’incidente probatorio, la madre mi chiese se poteva salutarle; mi avvicinai alle ragazze e chiesi loro se la volevano incontrare. Mi impressionò il fatto che la più piccola disse di volerla vedere, mentre la più grande aveva ancora molto risentimento, dovuto al fatto che la madre non aveva creduto a loro, ma si era alleata al padre. La grande, molto legata alla sorella minore, acconsentì a farle un breve saluto. Quando la madre si avvicinò a loro e si accorsero che lei era di nuovo incinta del padre, se ne andarono senza volerle parlare più. Mi dissero. “Ma come ha fatto a fare un altro figlio con quel mostro? Noi non la vogliamo più vedere!”.

Un fatto molto doloroso ed anche molto triste, che però rappresenta come due persone, estirpate e sradicate da quell’ambiente, siano riuscite a crescere nella maniera più forte. Saranno delle bravissime mamme e delle bravissime cittadine. Mi rassicura pensare a quest’esempio. Nonostante abbia avuto origine in un contesto umano molto degradato, ci lascia comunque un pensiero di speranza.

Penso a loro molto spesso, perché anche nella loro esposizione furono precisissime ed anche emotivamente molto preparate per sostenere due ore di domande molto complesse per la loro età.

Infine mi preme evidenziare come in quest’episodio, la figura della madre debole sia una donna che non denuncia. Per paura? Per fame? O semplicemente perché non saprebbe come vivere senza quell’uomo, che in fondo, orco o mostro che sia, porta a casa da mangiare…

Come possiamo pensare ad agire in un’ottica di prevenzione, nell’ambito di questi reati…

Sarebbe necessario un rafforzamento ed un incremento di figure nelle strutture sociali a livello territoriale. Ciò consentirebbe di agire in un’ottica di maggior prevenzione, creando nel servizio sociale e nella scuola un punto di partenza dove far emergere situazioni di difficoltà e di marginalità.

In un rapporto di fiducia con un professionista o con un’istituzione, la persona in difficoltà può ritrovare quella forza e quel coraggio per ripartire, denunciando o elaborando quei fatti che, in fondo, gli appartengono. Un po’ com’è capitato alle due ragazzine,  figlie del pescatore di frodo.

 

 

 

 

 

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