EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2019, n.9-10 anno IV - ISSN 2531-7334
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Sapevo che mia madre sarebbe morta, conoscevo il finale del mio racconto. Intervista a Mathieu Simonet

di Gianfranco Brevetto

(ITA/FRA versione originale in fondo)

Mathieu Simonet, avvocato e scrittore francese, ci offre un libro che è molto di più di una testimonianza o la descrizione di un evento. La malattia e la morte della madre tappe di un percorso che lo porta a scoprire la scrittura e la narrazione. Il suo libro, La Maternité, è frutto di testimonianze diverse, un’opera collettiva degli attori, volontari o involontari, di quell’evento. Un testo che meriterebbe di essere tradotto e reso disponibile al pubblico italiano.

– Il suo libro non è solo un diario, un ricordo, una semplice descrizione. Perché scrivere e descrivere della morte di una madre, di sua madre?

-Scrivere sulla morte della madre è, nello stesso tempo, confortante e vertiginoso. Quasi osceno.  Nelle settimane che precedettero la morte di Pascale (non sono abituato a chiamarla con il suo vero nome; dopo dieci anni dalla morte mi sento autorizzato a farlo), sapevo che stavo scrivendo della sua agonia. Le mie motivazioni erano oscure. Uno stato di necessità. Un dubbio sulla legittimità di quanto stavo facendo. Una metafora fisica. Scrivere per passare attraverso la finestra, insieme a mia madre. Un ritorno all’infanzia. Una decostruzione della realtà. Scrivere nei giorni che hanno preceduto la sua morte era una evidenza ed un condensato di contraddizioni. Le mie motivazioni non erano razionali. Non facevo che obbedire a qualcosa che era sopra di me: il dispiacere, il blocco, il dovere, la caduta. Scrivere era una forma di caduta. Un’arte della caduta. Poiché tutto sembrava crollare, occorreva imparare a cadere. Mi ricordo della grande confusione nel momento in cui ho iniziato a scrivere La Maternité. Non ho descritto la sua morte, mai veramente; ho descritto i giorni, le settimane, gli anni che hanno preceduto la sua morte. Sono sempre stato affascinato dai rapporti causa-effetto. Da questo gioco di specchi. Perché questo evento è accaduto davvero? Quale è stato il suo punto di partenza? Si tratta di una storia infinita  che mi interessa dal punto di vista letterario.

Perché ho scritto sulla morte di mia madre? Riflettendoci ci sono state diverse fasi di scrittura, ad ognuna è associata una spiegazione. In un primo tempo le ragioni erano quasi esoteriche; ero sopraffatto: non avevo scelta; mi sentivo colpevole. Con quale diritto potevo scrivere sulla morte ( l’agonia e il periodo che la precede) quando mia madre non era ancora deceduta? La scrittura, mi dicevo a volte, finirà con spingerla verso la morte. La mia scrittura, in modo delicato, cercava questo punctum[1], questa fine. Avevo anche scritto (per me un sacrilegio supremo), la prima frase del testo che avrei letto ai suoi funerali. Tutto, dunque, è iniziato nel caos. Poi, ho scritto per consolarmi, per un mese intero, non potevo fare null’altro. Mi sentivo legittimato, in quanto scrittore, a raccontare la morte di mia madre. Uscito dalla confusione, mi sentivo scrittore in tutto e per tutto. Ero nel  cuore della scrittura, con le  comete che ci fanno sentire senza peso. Mi ricordo molto bene di questo secondo periodo, l’estate del 2009. Scrivevo perché ero scrittore (mentre qualche settimana dopo, avrei scritto perché ero suo figlio). Uno spostamento di motivazione accaduto nel corso di qualche settimana che ha avuto un impatto concreto sulla mia scrittura. Di lì sono entrato in una terza fase. Quella dell’artigiano. Scrivevo per dare un manoscritto al mio editore. Con la volontà di realizzare un bel libro. Di fare un lavoro soddisfacente. Cesellavo le mie frasi, ritagliavo i paragrafi. Non ero più un figlio, non ero più uno scrittore. Ero solo uno che voleva piacere al proprio editore, René de Ceccatty. Lui mi ha incoraggiato dall’inizio: mi ha indicato la strada, è qualcosa di cui io ho intimamente coscienza. Ha fatto di me uno scrittore, mi ha aiutato a costruire un’opera, in maniera più o meno microscopica. E poi, c’è stata la quarta fase: scrivere per i propri lettori. Non per creare interesse, per dar loro voglia di leggermi. No, no, la mia ambizione era più vasta. Avrei voluto che questo libro parlasse loro della loro madre. Per questo motivo ho proposto, a tutti quelli che lo desiderassero, di inviarmi un testo sulla propria madre. Più di duecento persone hanno partecipato a questo progetto che è tutt’ora in corso, tutti i testi sono pubblicati su un blog, non vi è alcuna selezione, si può scrivere in francese o in qualsiasi lingua, non ci sono condizioni preliminari: la madre può essere ancora vivente; avere con lei un rapporto semplice o complesso; più o meno armonioso. Ho scritto questo libro ( me ne sono reso conto troppo tardi) per motivare gli altri a scrivere sulla propria madre. E questo ha avuto, a volte, delle conseguenze incredibili; il libro ha permesso ad alcuni di modificare la relazione con la propria madre. Ne sono stato sconvolto. Io credo che non si sa mai  perché si scrive un libro; lo si scopre pian piano. È un percorso iniziatico che non si riesce ad anticipare. Nei mesi seguenti la pubblicazione de La Maternité, ho compreso la quinta ( e forse ultima ) ragione: questo libro aveva per ambizione di scuotere i medici. Descrivere l’agonia di mai madre, voleva offrir loro un’illuminazione. Aiutarli, in parte,  a comprendere la dimensione simbolica che è singolare e universale. Ne ho preso coscienza quando ho avuto l’opportunità di presentare il mio libro nella sua dimensione letteraria e medica, all’ospedale della Pitié-Salpȇtrière. Mi ricordo di un attore, che aveva letto davanti a medici e studenti, la pagina del mio libro che narra di una scena molto dura nella quale mamma si lamentava dei dolori all’ano. Bisognava darle una pomata; un infermiere si dirigeva verso al sua camera. Mi ero opposto perchè occorreva far venire un’infermiera donna. Impossibile. Non si può scegliere il sesso di chi cura, mi aveva detto. Ero sconvolto. Mi ricordo che i medici, dopo aver ascoltato l’attore leggere questo testo, avevano cambiato opinione: la maggior parte sostenevano che, nell’immediato, avrebbero avuto la stessa reazione dell’infermiere (chi se ne frega del sesso della mano che va a spalmare la pomata sull’ano di vostra madre!). Poi, leggendo il mio testo, con la voce di un attore, hanno capito che forse non si trattava solo di un mio capriccio. Paradossalmente, in questo luogo strategico, diventa importante il sesso di colui o colei che lenisce il dolore,.

– Perché questo titolo: La Maternité?

– Le edizioni Du Seuil non hanno accettato subito questo titolo; per me, era invece evidente. Il giorno in cui è morta mia madre, ho scoperto che il centro di cure palliative, in cui lei era arrivata quindici giorni prima, era stato un reparto di maternità alcuni decenni fa. Me ne sono reso conto per caso, quando passeggiavo nel parco del centro stesso. Ero attento a dettagli che non avevo mai osservato prima. In particolare l’iscrizione su un muro, vestigia dell’epoca in cui lo stesso luogo era stato un reparto maternità. Vi era un legame simbolico tra nascita  e morte  che mi appariva davanti. Giorni dopo, una delle mie amiche ( con la quale avrei poi avuto un figlio) ha iniziato la sua gravidanza nel momento preciso in cui le ceneri di mai madre sono state deposte nel loculo famigliare. Il caso, la concomitanza mi hanno affascinato. Una volontaria del centro di cure palliative mi aveva, allo stesso tempo, parlato di questo legame tra il parto e la morte: si pensa che sia impossibile. Poi, vi è un momento in cui il corpo si rilassa. L’impossibile diventa concreto (ma queste sono solo cose che io ho sentito dire, non ho ancora vissuto in concreto nessuna di queste esperienze. Né il parto. Né la morte).

In seguito, quando il libro è uscito, ho a volte avvertito un certo malessere quando le donne incinte si precipitavano per sfogliarlo in libreria, le guardavo che voltavano il libro per leggere la quarta di copertina. In un primo tempo reagivano dicendo più o meno tutte la stessa cosa: di solito un uomo non scrive sulla maternità! Guardavo il loro ventre e non osavo dir loro: lasciate questo libro, non vorrei ferirvi. Ci ho pensato spesso, ma non ho mai osato dirlo. Vedevo ogni volta il momento in cui avrebbero smesso di scherzare, in cui si sarebbero sentite a disagio. Di fronte a me, tra di loro. Ogni volta c’era bisogno che trovassero la forza, senza fretta, di posare il libro lascindo cadere qualche frase, per poi andar via. Erano sempre parole pesanti. Non so se sono contento di questo titolo. Infine credo che sia troppo austero, troppo concettuale. Ma esiste in me, con tutta la sua storia.

– All’inizio sua madre racconta la sua prima malattia. Quali sono le sue difficoltà legate al pensiero della narrazione del dopo?

– Una delle origini di questo libro è la storia della malattia (non quella della morte): volevo scrivere questo libro perché mia madre aveva avuto un tumore che era in fase di remissione. Ma non sapevo che questa remissione fosse solo provvisoria. Erano gli inizi degli anni 2000. Volevo farle scrivere (spesso la mia scrittura è solo un motore per invogliare gli altri a fare ugualmente), dunque spingevo mia madre a scrivere. Ero affascinato dalla sua storia famigliare. Mi sentivo tagliato fuori dalle mie radici. Volevo che raccontasse, per lei e per me. Le avevo dato carta bianca: poteva scrivere ciò che voleva. Ero convinto che avrebbe parlato della sua infanzia, della sua giovinezza. Mi sbagliavo: voleva parlare della difficoltà di non essere più malata. Mi inviava dei testi regolarmente. Avevano per titolo “cancro” con un numero. Mamma era distaccata. La narrazione aveva preso il sopravvento sulla sua malattia: il cancro era sotto chiave, dominato. Mamma ne parlava con nostalgia. Poi, colpo di scena: il primo aprile 2003 (ero appena andato a vivere da solo), mamma scopre di avere un cancro alle ossa; senza speranza di guarigione. Da allora non ha più scritto un solo rigo. La scrittura era bloccata. Il cancro aveva ripreso il sopravvento. Il dopo malattia mi evoca questi ricordi. Questa pagina bianca di mia madre quando la malattia ha ripreso piede.

– Nel suo libro lei ha condotto un’inchiesta utilizzando i racconti incrociati di alcuni personaggi che hanno circondato sua madre durante la sua malattia. Perché questa scelta?

– Dopo il mio primo romanzo (Les Carnets blanc, Seuil, 2010), prediligo la forma orale: mi piace far ascoltare più voci. Come se il lettore fosse uno spettatore in una sala teatrale. O davanti a un film. Per me, lo scrittore, è un direttore d’orchestra. Non un oratore. Non so perché questa cosa mi tocchi così tanto. Ho cominciato a lavorare in questo modo nel 1992; avevo vent’anni, tornavo da un viaggio nei paesi dell’Est. Ero partito da solo, avevo annotato molte cose di cui nutrire i miei personaggi, Avevo in testa una scena di teatro, con uomini e donne allineati, che alternavano i loro monologhi senza ascoltare gli altri. Volevo che ognuno avanzasse sulla linea, come fanno i nuotatori, Volevo egualmente che da questo caos potesse venir fuori una unità. Più precisamente un’armonia. Non so se è legato al fatto che mio mio padre soffre di problemi psichiatrici, al mio desiderio di trovare una coerenza di fronte alla malattia mentale, ho pensato lungamente (e può essere un caso) che la scrittura potesse essere un argine alla follia. O più precisamente  un’ambasciata per accogliere la pazzia. Per farne uno spazio comune. Velocemente, testando questa forma di scrittura, questo defilé di monologhi, ho rivoltato, sul piano estetico, con la moltitudine di voci,  la loro capacità di arricchirsi quando tutto li oppone, A volte comparo questo spazio-tempo alla musica: perché questi testi non hanno nulla vedere gli uni con gli altri (un rapporto amministrativo, la testimonianza di un medico, le annotazione del mio diario, ecc.)  perché non collocati nello stesso luogo, la loro coesistenza genera un’emozione supplementare. È questa fusione che mi sfugge che cerco nella scrittura.

– Qual è per lei la relazione tra narrazione e malattia?

– Credo che non si sa mai cosa accadrà. Quando si scrive un libro. Quando un parente è malato. Almeno, nel momento in cui scrivo queste righe, non lo so. Ne ho un’intuizione, certo. Ho il presentimento se finirà bene o male. Sapevo, per esempio, che mia madre sarebbe morta; sapevo che il libro stava in piedi. Avevo il finale: ( mia madre moriva quandi stavo per finire il libro) ma non sapevo attraverso cosa sarei passato, quali sarebbero state le conseguenze; non sapevo quanto tempo sarebbe durato. In tutti i casi si tratta di una forma di esperienza. Il corpo dello scrittore, il corpo del figlio. Nelle due ipotesi, il corpo  è psichicamente implicato. MI sentivo un automa. Qualcosa mi superava. Un’autorità giocvaa con la malattia, con i miei fili narrativi. Ero il giocattolo pronto a cadere nel burrone, poi fortunatemente un cartello stradale. Ero salvo.

– Cosa significa raccontare la morte e come questa narrazione può esser utile all’elaborazione del lutto?

– Non credo che si racconti la morte. In tutti i casi, io non ho raccontato la morte di mia madre. Non ero presente quando è deceduta. Ero lì qualche momento prima e poi dopo. Ma non al momento esatto. Non ho scritto della sua morte. Sul momento della sua scomparsa. Raccontare la morte è come guardare fisso il sole. Un’esperienza impossibile intorno alla quale gira tutto. Pertanto, quando mi chiedono di descrivere La Maternité, spesso rispondo: ho scritto sulla morte di mia madre. Ma è falso.. Ho scritto sulla malattia, sull’agonia (sul tempo che prepara alla morte, di queste due settimana passate in un centro di cure palliative), ho scritto sul lutto, i giorni, le settimane, i mesi che seguono. Raccontare la morte, significa scrivere del momento in cui la morte è presente. La morte di mia madre è stata onnipresente nella scrittura de La Maternité. Ma non è la stessa cosa. Questa narrazione ha facilitato il mio lutto? Quello degli altri? Mi sembra che questo libro sia stato dentro e fuori il lutto. Dentro, perché scrivere mi ha dato molta serenità, un quadro, un orizzonte, una zattera di salvezza. Ma è la scrittura che ha questa caratteristica, non la scrittura di questo libro in particolare. Fuori, perché avevo l’impressione di recitar un ruolo, di essere in perfetta discrepanza con questo libro. Scrivevo, avevo una sensazione di potenza o di appagamento solo quando la mia scrittura appariva autonoma in rapporto al mio lutto. Il lutto, credo, ha sempre avuto una lunghezza di vantaggio sulla mia scrittura. Una frase mi aveva colpito. Quella di una dottoressa (che si era molto risentita del mio libro mentre io credevo fosse per lei un sostegno letterario); questo medico mi aveva parlato delle varie stagioni: “ Il primo anno sarà difficile perché vivrete quotidianamente un anniversario. Il primo natale senza sua madre, la prima neve senza sua madre. Il primo compleanno senza sua madre. Questo vi farà piangere”. Aveva ragione. Il primo anno dopo la morte di mia madre, ogni giorno era un’eco della sua assenza. Dopo un anno ho iniziato a soffrire di meno. Oggi non soffro più. Resistere per un anno è il segreto che suggerisco a tutte quelle e tutti quelli che mi dicono di aver perduto la propria madre o il proprio padre. È una formula magica. Una lettrice mi ha detto che questo l’ha aiutata. Come me, lei si era data questo orizzonte, un anno. Questi 365 giorni durante i quali la morte sembra essersi introdotta in noi. Come se la morte di una madre potesse frapporre un vetro tra noi e la vita. Mi sono spesso chiesto se il mio libro potesse accompagnare il lutto di un lettore. Credo di sì, si diventa degli iniziati quando muore la propria madre. La Maternité è la testimonianza di un cerchio d’iniziati al quale accederemo quasi tutti.

– Albert Camus ha iniziato una della sue opere più celebri, Lo Straniero, con : “Oggi mia madre è morta.” Qual è per lei, in quanto scrittore, questa stretta relazione tra la letteratura il sentimento della morte materna?

– Brucio le tappe. Ho l’impressione che le mie risposte travalichino le sue domande. Che le mie risposte debordino. Non parliamo la stessa lingua ed è possibile che ci siano contraddizioni e malintesi. Volete che io risponda veramente alla sua domanda? Cosa vi attendete dalle mie risposte? Io credo che la letteratura sia una sorta di trance. Vi è qualcosa di indicibile. Ci si mette in gioco. Si sa che questo rende la verità molteplice. La morte di mia madre ha qualche relazione con la letteratura? Con la mia scrittura? Sì, credo. Non avrei certamente osato scrivere questo libro se mia madre vivesse ancora. Non avrei certamente osato raccontare i ricordi d’infanzia o di ragazza di mia madre. Quantomeno li avrei edulcorati. Avrei inclinato la mia scrittura in funzione del potenziale giudizio di mia madre. La morte di mia madre  mi ha liberato come scrittore.  Non è certamente un caso il fatto che il mio primo libro sia stato pubblicato qualche mese dopo la sua morte. Ho potuto riappropriarmi della mia identità. Del mio nome alla nascita. A quindici anni mia madre volle che io aggiungessi il suo cognome al mio. Ero divenuto Mathieu André-Simonet. Ho atteso la morte di mia madre (a 37 anni) per avere il coraggio di cancellare il suo nome: André. La pubblicazione del mio primo libro mi ha permesso di utilizzare il mio  nuovo cognome, che si è in seguito diffuso in tutte le altre attività, in primo luogo al mio mestiere d’avvocato (era complicato, quasi fastidioso, spiegare a degli sconosciuti, a dei clienti che non conoscevano nulla della mia storia, che cambiavo cognome perché mia madre era morta). Si trattava per me di un ritorno identitario.

Mi ricordo di uno dei primi testi che ho scritto, una novella ispirata da mio padre. La cloque en feu, non avevo un pc. Mamma mi aveva autorizzato a lavorare sul suo, in ufficio. Lei era passata dietro di me, c’era una parola che l’aveva scioccata (sperma? masturbazione? eiaculazione?… un vocabolo del genere): si trattava di una metafora. Ero influenzato da Georges Bataille: la scrittura, il sesso, la morte si incrociavano nel mio cervello; credevo di aver scritto una frase molto significativa, non qualcosa di scioccante o volgare. Mamma era furiosa. Sentivo un abisso tra di noi. Forse con la sua morte, questo abisso si è chiuso. Mia madre ha avuto una grande influenza sulla mia scrittura. Mi ha dato il gusto del reale. Delle storie intime che esistono in ognuno di noi. In ogni famiglia. Lei mi diceva: “Non si può essere sempre fieri, ma occorre sempre tenere la testa alta. Per me la letteratura segue questo principio: sempre, qualsiasi cosa arrivi, occorre tenere alta la testa, soprattutto se si evocano scene delle quali ci si può vergognare. E’ a questa condizione che la vita diventa romanzesca, sensibile, universale: materna.

Mathieu Simonet

La Maternité

Editions du Seuil , 2012

***

– M. Simonet, votre ouvrage est plus qu’un témoignage ou un souvenir. Pourquoi écrire et décrire la mort d’une mère, de votre mère ?

Ecrire sur la mort de sa mère ; cela est à la fois réconfortant et vertigineux, presque obscène. Dans les semaines qui ont précédé la mort de Pascale (je ne suis pas habitué à donner son vrai prénom ; dix ans après sa mort, je me sens autorisé à le faire), j’ai su que j’allais écrire sur son agonie. Mes motivations étaient troubles. Un état de nécessité. Un doute sur la légitimité de ma démarche. Une métaphore physique. Ecrire pour passer à travers la fenêtre en même temps que maman. Un retour en enfance. Une déconstruction de la réalité. Ecrire dans les jours qui ont précédé sa mort était une évidence et un condensé de contradictions. Mes motivations n’étaient pas rationnelles. Je ne faisais qu’obéir à quelque chose qui me dépassait : le chagrin, la sidération, le devoir, la chute. Ecrire était une forme de chute. Un art de la chute. Puisque tout allait s’écrouler, il fallait que j’apprenne à tomber. Je me souviens d’une grande confusion au moment où j’ai commencé à écrire La Maternité. Je n’ai pas décrit sa mort, pas vraiment ; j’ai décrit les jours, les semaines, les années qui ont précédé sa mort. J’ai écrit l’explication de sa mort. J’ai toujours été fasciné par les rapports de cause à effet. Ce jeu de miroirs. Pourquoi tel évènement-a-t-il vraiment eu lieu ? Quel est son point de départ ? C’est une histoire sans fin qui m’intéresse sur un plan littéraire.

Pourquoi avoir écrit sur la « mort » de ma mère ? A la réflexion, il y a eu plusieurs phases d’écriture ; à chacune est associée une explication. Dans un premier temps, les raisons étaient presque ésotériques ; cela me dépassait : je n’avais pas le choix ; je culpabilisais. De quel droit pouvais-je écrire sur la « mort » (l’agonie, l’avant-agonie) alors que maman n’était pas encore morte ? L’écriture, je me disais parfois, va la pousser vers la mort. Mon écriture, de manière morbide, cherche ce punctum, cette fin. J’avais même écrit (ce qui pour moi était le sacrilège suprême), la première phrase du texte que j’allais lire à ses obsèques. Tout a donc commencé dans le chaos. Puis, j’ai écrit pour me consoler, pendant un mois, parce que je ne pouvais rien faire d’autre. Parce que je me sentais légitime en tant qu’écrivain à raconter la mort de ma mère. A ce moment-là, je n’étais plus dans le chaos, j’étais l’écrivain. Au cœur de l’écriture, avec ses comètes qui nous mettent en apesanteur. Je me souviens très bien de cette deuxième période, l’été 2009. J’écrivais parce que j’étais écrivain (alors que quelques semaines plus tôt, j’écrivais parce que j’étais son fils). Il y a eu un déplacement de motivations qui s’est opéré en quelques semaines. Et cela a eu un impact concret sur mon écriture. Je suis ensuite entré dans une troisième phase. Celle de l’artisan. J’écrivais pour rendre un manuscrit à mon éditeur. Avec la volonté de réaliser un beau livre. De faire un travail « satisfaisant ». Je ciselais mes phrases ; je découpais les paragraphes. Je n’étais plus le fils, je n’étais plus l’écrivain. J’étais d’abord celui qui voulait plaire à son éditeur, René de Ceccatty, qui m’encourage depuis l’origine : il me montre la voie ; c’est quelque chose dont j’ai intimement conscience. Il fait de moi un écrivain. Il m’aide à construire une œuvre, de manière microscopique ou pas. Et puis, il y a eu la quatrième phase : écrire pour les lecteurs. Pas simplement pour les intéresser, pour leur donner envie de me lire. Non, mon ambition était plus vaste. Je voulais que ce livre leur parle de leur propre mère. C’est pourquoi j’ai proposé à tous ceux qui le souhaitaient de m’envoyer un texte sur leur mère (plus de deux cents personnes ont participé à ce projet qui est toujours en cours, tous les textes sont publiés sur un blog, il n’y a aucune sélection, on peut m’écrire en français ou dans une autre langue, il n’y a pas de conditions à remplir : votre mère peut être vivante ou pas ; vous pouvez avoir un rapport simple ou compliqué avec elle ; harmonieux ou pas). J’ai écrit ce livre (je m’en suis rendu compte après coup) pour donner envie aux autres d’écrire sur leur propre mère. Et cela a parfois eu des conséquences incroyables ; mon livre a permis à certains de modifier la relation qu’ils entretenaient avec leur mère. Cela m’a bouleversé. Je crois qu’on ne sait jamais pourquoi on écrit un livre ; on le découvre au fur à mesure. C’est un parcours initiatique qu’on ne peut jamais anticiper. Dans les mois qui ont suivi la publication de La Maternité, j’ai compris la cinquième (et peut-être dernière) raison : ce livre avait pour ambition de bousculer les médecins. Décrire l’agonie de ma mère, c’était leur offrir un éclairage. Les aider en partie à comprendre une dimension symbolique qui est singulière et universelle. J’en ai pris conscience lorsque j’ai eu l’opportunité de présenter mon livre dans sa dimension littéraire et médicale, notamment à la Pitié-Salpêtrière. Je me souviens d’un comédien qui avait lu devant des médecins et des étudiants une scène assez dure dans laquelle maman se plaint de douleurs à l’anus, il fallait lui administrer une pommade ; un infirmier se dirigeait vers sa chambre. Je m’y étais opposé : il fallait faire venir une infirmière. Impossible. On ne peut pas choisir le sexe des soignants. J’étais dévasté. Je me souviens que les médecins, après avoir entendu le comédien lire ce texte, avaient « changé » d’avis : la plupart disaient que dans l’action, ils auraient eu la même réaction que celle de cet infirmer (On s’en fout du sexe de la main de celui qui va poser une pommade sur l’anus de votre mère !). Et puis, en lisant mon texte, avec la voix du comédien, ils ont compris que ce n’était peut-être pas un caprice de ma part. Ils ont compris que c’était paradoxalement important : le sexe de celui ou celle qui apaise. A cet endroit stratégique.

– Pourquoi ce titre : La Maternité ? 

Les éditions du Seuil n’ont pas tout de suite accepté ce titre ; pour moi, il était évident. Le jour de la mort de ma mère, j’ai découvert que le centre de soins palliatifs où elle était arrivée quinze jours auparavant avait été une maternité des décennies plus tôt. Je m’en suis rendu compte par hasard, alors que je marchais dans le parc du centre de soins palliatifs. J’étais attentif à des détails que je n’avais jamais vus jusqu’à ce jour. Notamment une inscription sur un mur, vestige de l’époque où ce lieu avait été une maternité. Il y avait un lien symbolique entre la naissance et la mort qui surgissait devant moi. Quelques jours plus tard, une de mes amies (avec laquelle je devais avoir un enfant) est tombée enceinte au moment précis où les cendres de maman ont été déposées dans le caveau familial ; ce hasard m’a fasciné. Une bénévole du centre de soins palliatifs m’avait également révélé ce lien entre l’accouchement et la mort : on pense que c’est impossible ; et puis il y a un moment où le corps se relâche. L’impossible devient concret (Je ne fais que répéter ce que j’ai entendu, puisque je n’ai vécu aucune de ces expériences. Ni la mort. Ni l’accouchement).

Par la suite, lorsque mon livre est sorti, j’ai parfois senti un certain malaise lorsque des femmes enceintes se précipitaient sur mon livre. Je les regardais retourner le livre pour découvrir la quatrième de couverture. D’abord, elles fanfaronnaient, disaient presque toujours la même chose : « Ce n’est pas commun, un homme qui écrit sur la maternité ! ». Je regardais leur ventre ; je n’osais pas leur murmurer : « Posez ce livre. J’ai peur de vous blesser. » J’ai souvent pensé à ça, sans jamais le dire. Je voyais à chaque fois ce moment où elles cessaient de jouer, où je les sentais mal à l’aise. Vis-à-vis de moi. Vis-à-vis d’elles. Il fallait maintenant qu’elles trouvent la force, sans être trop brusque, de reposer le livre, de dire quelque chose d’anodin, puis de repartir. C’étaient toujours des moments pénibles. Je ne sais pas si je suis content de ce titre. Il est finalement peut-être trop austère ; trop conceptuel. Il existe en moi ; avec toute son histoire.

– Au début, votre mère se raconte. Quelles sont les difficultés liées à la narration de l’après maladie ?

Une des origines de ce livre, c’est l’histoire de la maladie (et non celle de la mort) : je voulais écrire ce livre parce que ma mère avait eu un cancer et qu’elle était en rémission. Je ne savais pas que cette rémission était provisoire. C’était au début des années 2000. Je voulais la faire écrire (mon écriture a souvent pour moteur l’envie de faire écrire les autres) ; je poussais donc maman à écrire. Car son histoire familiale me fascinait. Parce que je me sentais coupé de mes racines. Je voulais qu’elle raconte, pour elle et pour moi. Je lui avais donné carte blanche : elle pouvait écrire ce qu’elle souhaitait. J’étais persuadé qu’elle allait parler de son enfance, de sa jeunesse. Je me trompais : elle voulait parler de la difficulté de ne plus être malade. Elle m’envoyait des textes régulièrement. Ils avaient pour titre « cancer » avec un numéro. Maman avait du recul. La narration avait pris le pouvoir sur la maladie ; le cancer était sous cloche. Maman en parlait avec nostalgie. Et puis, coup de théâtre : le 1er avril 2003 (je venais de m’installer à mon compte), maman découvre qu’elle a un cancer des os ; elle ne pourra pas guérir. Ensuite, elle n’a plus jamais écrit une ligne. L’écriture était sous cloche. Le cancer avait repris le pouvoir. Je ne sais pas si j’ai répondu à la question. Je ne sais pas si je l’ai comprise. L’après-maladie m’évoque ce souvenir. Cette page blanche de maman lorsque la maladie a repris du galon.

– Dans votre livre vous avez mis en place une enquête en utilisant les récits croisés de plusieurs personnages qui ont entouré votre mère dans sa maladie. Pourquoi ce choix ?

Depuis mon premier roman (Les Carnets blancs, Seuil, 2010), je privilégie la forme chorale : j’aime faire entendre plusieurs voix. Comme si le lecteur était un spectateur dans une salle de théâtre. Ou devant un film. J’aime, dans un texte, qu’il n’y ait pas que la voix de l’auteur. L’écrivain, pour moi, est un chef d’orchestre. Pas un orateur. Je ne sais pas pourquoi cela me touche autant. J’avais commencé à travailler ainsi en 1992 ; j’avais vingt ans. Je revenais d’un voyage dans les pays de l’Est. J’étais parti seul. J’avais pris des notes pour nourrir mes personnages. Et j’avais en tête une scène de théâtre, avec des hommes et des femmes en ligne, qui balanceraient leur monologue sans écouter les autres. Je voulais que chacun avance sur sa propre ligne, comme le feraient des nageurs. Et je voulais également que de ce chaos puisse surgir une unité. Ou plus précisément une harmonie. Je ne sais pas si c’est lié à mon père qui a des problèmes psychiatriques, à mon désir de trouver une cohérence face à la folie. J’ai longtemps pensé (et c’est peut-être le cas) que l’écriture est un rempart contre la folie. Ou plus précisément une ambassade pour accueillir la folie. Pour en faire un espace commun. Et assez vite, en testant cette forme d’écriture, ce défilé de monologues, j’ai été bouleversé, sur un plan esthétique, par la multitude des voix, par leur capacité à s’enrichir lorsque tout les oppose. Je compare parfois cet espace-temps à de la musique : parce que ces textes n’ont rien à voir les uns avec les autres (un rapport administratif, le témoignage d’un médecin, les notes dans mon journal, etc.) parce qu’ils ne devraient pas être classés au même endroit, leur coexistence génère une émotion supplémentaire. C’est cette fusion qui m’échappe que je cherche dans l’écriture.

– Quelle est pour vous la relation entre la narration et la maladie ?

Je crois qu’on ne sait jamais ce qui va se passer. Quand on écrit un livre. Quand un proche est malade. Du moins, à l’heure où j’écris ces lignes, je ne le sais pas. J’ai une intuition bien sûr. Je pressens si ça va bien se passer ou pas. Je savais par exemple que ma mère allait mourir ; je savais également que je « tenais » un livre. J’avais la fin (ma mère va mourir ; je vais terminer un livre), mais je ne savais pas par où je passerai, quels seraient les rebondissements ; je ne savais pas combien de temps cela durerait. Dans les deux cas, c’est une forme d’expérience. Le corps de l’écrivain, le corps du fils. Dans les deux hypothèses, le corps est physiquement impliqué. Je suis comme un automate. Quelque chose me dépasse. Une autorité joue avec la maladie, avec mes fils narratifs. Je suis le jouet qui pourrait se jeter de la falaise. Et je tombe toujours dans le panneau. C’est ce qui me sauve.

– Qu’est-ce que veut dire raconter la mort et comment cette narration peut-elle être utile pour l’élaboration du deuil ?

Je ne crois pas qu’on raconte la mort. En tout cas, moi, je n’ai pas raconté la mort de ma mère. Je n’étais pas présent quand elle est décédée. J’étais là quelques minutes avant, quelques minutes après. Mais pas au moment « t ». Je n’ai pas écrit sur la mort. Sur le moment de la disparition. Raconter la mort c’est comme regarder le soleil dans les yeux. Une expérience impossible autour de laquelle on tourne tous. Pourtant, lorsqu’on me demande de décrire La Maternité, je dis souvent : J’ai écrit sur la mort de ma mère. C’est faux. J’ai écrit sur la maladie, sur « l’agonie » (sur le temps qui prépare à la mort, notamment ces deux semaines dans un centre de soins palliatifs), j’ai écrit sur le deuil, les jours, les semaines, les mois qui suivent. Raconter la mort, ça veut dire écrire à un moment où la mort est présente. La mort de maman était omniprésente dans l’écriture de La Maternité. Mais ce n’est pas pareil qu’écrire sur la mort. Cette narration a-t-elle facilité mon deuil ? Celui des autres ? Il me semble que ce livre était à l’intérieur et à l’extérieur du deuil. A l’intérieur, car écrire m’a apporté beaucoup de douceur, un cadre, un horizon, une planche de salut. Mais c’est l’écriture qui a eu ce statut, pas l’écriture de ce livre en particulier. Et à l’extérieur, parce que j’avais l’impression de jouer un rôle, d’être en parfait décalage avec ce livre. Je n’écrivais, je ne ressentais une forme de puissance et de douceur, que lorsque mon écriture était autonome par rapport à mon deuil. Le deuil, je crois, a toujours eu une longueur d’avance sur mon écriture. Une phrase m’avait marqué. Celle d’une médecin (qui a été très fâchée par mon livre alors que je pensais qu’elle serait un soutien littéraire), cette médecin m’avait parlé des saisons : « La première année sera difficile parce que vous vivrez quotidiennement des anniversaires. Le premier noël sans votre mère. Les premières neiges sans votre mère. Votre premier anniversaire sans votre mère. Et cela vous fera pleurer. » Et elle avait raison. La première année après la mort de maman, chaque jour était vécu en écho à son absence. Après un an, j’ai commencé à moins souffrir. Aujourd’hui, je ne souffre plus du tout. Tenir pendant un an, c’est le secret que je glisse à l’oreille à toutes celles et de tous ceux qui me disent avoir perdu leur père ou leur mère. C’est une formule magique. Une lectrice m’a dit que cette phrase l’avait aidée. Comme moi, elle s’était accrochée à cet horizon d’un an. Ces 365 jours pendant lesquels la mort semble s’être introduit en nous. Comme si la mort d’une mère abattait une vitre entre nos corps et la vie. Je me suis souvent demandé si mon livre pouvait accompagner le deuil d’un lecteur. Je crois que oui, qu’on devient des initiés lorsque notre mère meurt. La Maternité, c’est le témoignage d’un cercle d’initiés auquel nous accéderons presque tous.

– Albert Camus commençait un de ses ouvrages les plus célèbres, L’Etranger, avec : « Aujourd’hui, ma mère est morte.» Quel est pour vous, en tant qu’écrivain, cette relation étroite entre la littérature et le sentiment de mort maternelle ?

J’ai brûlé les étapes. J’ai l’impression que mes réponses « mangent » sur vos questions. Que mes réponses débordent. Nous ne parlons pas la même langue. Il est possible que des contradictions, des malentendus soient posés sur notre route. Est-ce que je réponds vraiment à vos questions ? Qu’attendez-vous de mes réponses ? Je crois que la littérature est une forme de transe. On sait qu’il y a une part d’indicible. On l’accepte d’entrée de jeu. On sait que cela rend la vérité plus nombreuse. Est-ce que la mort de ma mère entretient une relation avec la littérature ? Avec mon écriture ? Oui, je crois. Je n’aurais sans doute pas osé écrire ce livre si ma mère était vivante. Je n’aurais pas osé raconter les souvenirs d’enfance ou de jeune femme de maman. Ou je les aurais édulcorés. J’aurais incliné mon écriture en fonction du jugement potentiel de maman. La mort de ma mère m’a libéré en tant qu’écrivain. Ce n’est peut-être pas un hasard si mon premier livre a été publié quelques mois après sa mort. J’ai pu me réapproprier mon identité, mon nom de naissance. A quinze ans, maman avait voulu que j’ajoute son nom ; j’étais devenu Mathieu André-Simonet. J’ai attendu la mort de maman (l’âge de 37 ans) pour oser gommer son nom, « André ». La publication de mon premier livre m’a permis d’acter mon nouveau nom, qui s’est ensuite répandu sur mes autres activités, notamment sur mon métier d’avocat (c’était compliqué, presque gênant, d’expliquer à des inconnus, à des clients qui ne connaissaient rien de mon histoire, que je changeais de nom parce que ma mère était morte). C’était pour moi un retour identitaire romanesque.

Je me souviens d’un des premiers textes que j’ai écrits, une nouvelle inspirée de mon père. « La cloque en feu ». Je n’avais pas d’ordinateur. Maman m’avait autorisé à travailler sur son ordinateur au bureau. Elle était passée derrière moi, avait vu un mot qui l’avait choqué (sperme ? masturbation ? éjaculation ?, un mot de cet ordre) ; c’était une métaphore. J’étais influencé par Georges Bataille : l’écriture, le sexe et la mort s’entrecroisaient dans mon cerveau ; j’avais le sentiment d’avoir écrit une phrase qui relevait du sacré et non du registre choquant ou vulgaire. Maman était furieuse. Je sentais un gouffre entre nous. Peut-être qu’à sa mort, ce gouffre s’est refermé. Maman a aussi eu une grande influence sur mon écriture. Elle m’a donné le goût du réel. Des histoires intimes qui existent de manière égalitaire chez chacun d’entre nous. Dans chaque famille. Elle me disait : « On ne peut pas être fier à chaque fois, mais il faut toujours garder la tête haute. » Pour moi, la littérature revient à suivre ce principe : toujours, et quoi qu’il arrive, garder la tête haute, surtout si on évoque une scène où on pourrait avoir honte. Car c’est à cette condition que la vie devient romanesque, sensible, universelle : maternelle.

[1] Il punctum nel libro La camera chiara di Roland Barthes, dedicata alla fotografia, indica  il coinvolgimento emotivo dello spettatore in un dettaglio di una foto (NdT)

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