EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
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Sì, come Silenzio. Intervista a David Le Breton

di Luigi Serrapica

 

David Le Breton nei suoi ultimi libri, dedicati alla fuga e al silenzio, ha deciso di andare controcorrente. Di percorrere le strade che allontanano dall’ovvio quotidiano. Un percorso difficile e allo stesso tempo facile: basta concedersi del tempo, riflettere. Non per allontanarsi o per soccombere, ma per scoprire nuove possibilità e riscoprirsi.

Perché quello della modernità è un mondo dove regna il rumore?

– Il mondo risuona degli strumenti tecnici di comunicazione il cui uso accompagna senza sosta la vita personale e collettiva. Alla profusione dei rumori delle città, della circolazione senza sosta delle vetture, la nostra società aggiunge nuove sorgenti sonore con la musica di sottofondo dei negozi, i bar, i ristoranti, gli ascensori, le hall degli hotel. Come se occorresse annegare il silenzio dei luoghi ove si scambia la parola all’interno di una vasca di rumori che nessuno ascolta, che a volte indispone, ma il cui fine è quello di distillare un messaggio rassicurante. Un antidoto alla paura diffusa di non aver nulla da dire, infusione acustica di sicurezza. La musica per creare atmosfera è divenuta un’arma efficace contro una certa fobia del silenzio.

La sensazione del rumore si è diffusa soprattutto con l’avvento della società industriale e la modernità l’ha eretta a suo simbolo. L’estensione della tecnica è andata di pari passo con la penetrazione del rumore nella vita quotidiana senza controllarne gli eccessi. Nuovi rumori si impongono negli appartamenti, la radio, le televisioni, gli elettrodomestici, il telefono, il cellulare, il fax, il registratore, gli stereo, i CD.

Nelle città i rumori accompagnano i movimenti dei cittadini; auto, camion, motorini, bus, tram, cantieri, sirene di ambulanze e di polizia, allarmi che partono senza una ragione apparente. La modernità traduce un tentativo diffuso di saturazione dello spazio e del tempo con una incessante emissione sonora. Il silenzio, che è una zona indecifrata, di libero uso, provoca risposte di riempimento, d’animazione, quasi come una sfida all’inutilità del silenzio stesso. Secondo una logica produttiva e di mercato, il silenzio non serve a nulla: è solo un residuo che attende un utilizzo fruttuoso. Una sorta di terreno di nessuno al centro di una città che chiede solo di essere messo a frutto. Il silenzio appare come un residuo che il rumore non è riuscito ancora a penetrare.

Ma perché si fugge dal rumore?

Il rumore è un suono al quale si dà un valore negativo. Procura fastidio a chi lo percepisce, una limitazione al proprio sentimento di libertà e ci si sente aggrediti da qualcosa che non si controlla e che ci si impone, che ci impedisce di riposare e di godere tranquillamente dello spazio.

Il rumore traduce un’ interferenza fastidiosa tra sé e il mondo, una distorsione della comunicazione che fa perdere significati rimpiazzati da un’ informazione parassita irritante. La sensazione di rumore appare quando il suono dell’ambiente perde la dimensione di senso e s’impone come un’aggressione che lascia indifeso l’individuo. Si possono chiudere gli occhi per evitare di guardare spettacoli sgradevoli, si può evitare di mangiare o bere per evitare sapori cattivi, si evita di toccare sostanze decomposte, ma non si sfugge al rumore anche se ci rovina la vita. Nel rumore vi è sempre una forma di violenza.

Quando la parola diventa rumore?

La parola si squalifica quando è trasmessa da tante fonti, tanti megafoni. Non mi riferisco alla conversazione che è il nutrimento della sociabilità, ma a quella dei social, dei media o anche della parola spersonalizzata e mediatizzata dei telefoni portatili che siamo spesso costretti ad ascoltare nelle strade, nei bar, sui mezzi di trasporto. Io distinguo la conversazione che implica il tener conto dell’altro, viso a viso, voce contro voce, corpo a corpo, e la conversazione disincarnata e indifferente, senza volto e senza corpo. Questa parola, che non sa più tacere, corre il rischio di non essere più ascoltata, appare invadente e intollerabile per gli uni e rassicurante per gli altri, persi senza la protezione sonora che li protegge dal sentimento d’insignificanza. Come la musica, la comunicazione si trasforma in dati di sottofondo. In un brusio regolare e senza conseguenze nel suo contenuto. Il suo messaggio ricorda che il mondo esiste ancora e sempre. La comunicazione, in quanto moderna ideologia, è una conferma reiterata degli individui nelle loro reciproche posizioni, un modo di stabilire dei limiti rassicuranti per tutti. La dissoluzione mediatica del mondo porta ad un rumore assordante, ad un’equivalenza generalizzata del banale e dell’orrore che anestetizza i sensi e blinda le sensibilità. Il paradosso di tutto questo é che il silenzio appare come il vero nemico. La parola senza fine non fa parte della conversazione: occupa il campo senza preoccuparsi delle risposte. Non smettiamo di comunicare ma incontriamo gli altri sempre meno.

Cosa è per lei il silenzio?

Silenzio non è assenza di sonorità. Un grado zero di suono può essere prodotto sperimentalmente ma non esiste in natura. Ma anche in una situazione sperimentale l’individuo sente i tantissimi suoni che produce il proprio corpo. Il silenzio non è solo una certa modalità di suono ma è anche una certa modalità di senso. È spesso messo in risalto da piccoli suoni: canto di uccelli, il vento tra gli alberi.  Il silenzio è una qualità sonora particolare.

Perché si deve apprezzare il silenzio?

– Il silenzio è un rimedio contro la separazione dal mondo, dagli altri, da sé. Il silenzio mette il mondo in stand-by, apre ad un‘altra dimensione del reale. Il rapporto con il silenzio è una prova che rivela atteggiamenti sociali e culturali, ma anche personali dell’individuo. Ma se per alcuni il silenzio è una felice contemplazione, per altri, invece, è associato all’angoscia, a una privatizzazione di punti di riferimento rassicuranti. Il mondo esiste, per loro, essi sono in quanto rumore. Il silenzio appare, a questi, solo come una distesa piatta.

Nel suo libro lei ha messo in evidenza il silenzio come sinonimo di non detto, per esempio in quelle esperienze indicibili. A cosi si riferisce?

– Il silenzio assordante di colui che ha attraversato l’orrore traduce il suo confronto con l’indicibile, esso diventa una forma estrema di grido. Alcune esperienze individuali e collettive sono impossibili da pensare, sono distruttive della lingua e del senso, non resta altro che l’abisso insondabile del senso che sconvolge l’uomo e del mutismo davanti a tali orrori inattesi. Il linguaggio ai limiti ultimi del pensabile non possiede più i vocaboli adeguati per testimoniare, il mutismo è una testimonianza delle mostruosità. Ciò che resta indicibile è anche la volontà di liberare la storia dalla ripetizione di simili momenti. L’impossibilità di dire allora diventa al pari dell’impossibilità di tacere, due necessità egualmente potenti, sedute allo stesso tavolo ma in dimensioni separate della realtà, che impiegano linguaggi diversi, due diversi frammenti di quello che resta della fiducia nel mondo.

La spiritualità, Dio, ci porta al silenzio. In quali limiti e in quali forme?

La parola divide il mondo e introduce delle cesure di senso. Ma, per il credente, Dio sfugge alla parola perché è al di là dei vocaboli e di ogni limite di senso. La parola è in antinomia agli attributi divini, Dio è senza volto perché rappresenta l’infinità dei volti possibili, allo stesso modo qualsiasi parola non potrebbe esaurire il suo rapporto con l’uomo. Se i monoteismi non hanno mai rinunciato all’autorità della parola e al canto, una diversa predilezione per il silenzio impregna, malgrado tutto, le differenti teologie. Ma la scelta del silenzio a volte s’impone e una tonalità particolare di silenzio caratterizza la parole che si indirizzano a Dio. Una preghiera non si recita con la stessa tonalità con la quale si parla nella vita quotidiana. Il silenzio è la lingua di Dio perché contiene tutte le parole, è una riserva inesauribile di senso. Nel silenzio l’uomo si dispone all’ascolto al di là dell’interferenza del senso dei vocaboli, Dio non ha bisogno di orecchie per ascoltare la preghiera dei suoi fedeli, anche il linguaggio silenzioso trova la sua strada.

Infine, perché ricercare il silenzio?

– La ricerca del silenzio traduce una volontà di tranquillità, di raccoglimento, d’immersione in un luogo propizio. Segna una via di ripiegamento su se stesso per ritrovare il contatto con il mondo. Ma richiede a volte degli sforzi per trovarlo. I luoghi di culto o i giardini pubblici, i cimiteri, costituiscono, nelle città, delle enclave di silenzio dove è possibile sottrarsi al rumore circostante. In esse è possibile riprendere fiato, raccogliersi, gustare la calma del genius loci. Lì il tempo passa senza fretta, a passo d’uomo, evocando il riposo, la meditazione, il gusto del cammino senza meta. In questi luoghi il silenzio procura un forte sentimento di esistenza, predispone a fare il punto, a comprendere cosa fare, a prendere decisioni difficili. Il silenzio sfronda l’uomo dalle cose inutili e lo rende disponibile. Ci aiuta a scoprire un senso nuovo, un senso inedito.

 

David Le Breton

Sul Silenzio. Fuggire dal rumore del mondo

Raffaello Cortina Editore, 2018

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