EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2020, n. 9 - 10 anno V - ISSN 2531-7334
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Siamo tutti psicologi, sociologi, filosofi? Sì, no, forse, chissà.

di Alberto Basoalto

Siamo tutti psicologi, sociologi, filosofi? Sì, no, forse, chissà. Per cercare di rispondere a questa domanda, al tempo semplice e complessa, quanto semplici complesse e articolate possono essere le risposte che ad essa si danno, occorre dotarsi di alcuni riferimenti. Ed è quello che cercheremo di fare in questo breve scritto.

La domanda, in buona sostanza, si potrebbe meglio chiarire chiedendoci come siamo in grado, partendo dalla conoscenza di un singolo caso, di fare inferenze sulla generalità dei casi simili e di come riusciamo, partendo da determinate categorie, a fare inferenze sul caso singolo.

A scanso di equivoci, diciamo subito che la nostra risposta sarà indubbiamente parziale. Essa può avere, comunque, una qualche utilità di orientamento per chi legge.

Le strade che brevemente percorreremo sono due. Per quanto riguarda la parte relativa l’aspetto socio-psicologico, ci limiteremo ad accennare alle teoria di attribuzione e a quella dei ruoli.

Per il tema che riguarda in generale l’approccio gnoseologico, e  che ha a che fare più propriamente con la filosofia, faremo accenno ad un vexata quaestio, quella  della disputa sugli universali  e ai risaputi cattivi rapporti condominiali tra Platone e Aristotele.

Come è noto, problematiche simili si pongono in altri campi della conoscenza. In campo statistico, ad esempio, e mi riferisco in particolare a quelle relative il campionamento e la validità dei risultati delle ricerche effettuate con questa metodologia. La medicina, nel momento in cui si riconducono, a determinate patologie, sintomi individuali concreti. In breve tutto quello che da un caso singolo si riconduce ad una categoria e viceversa. È così. Tutta la conoscenza umana ha a che fare con questa problematica.

Non è nostra intenzione, siano tranquillizzati tutti, addentraci oltre i propositi sopra citati e oltre le nostre capacità di analisi e approfondimento personali.

I libri pubblicati sull’argomento della domanda iniziale, cioè all’ipotesi di ampliare il popolo di psicologi, sociologi, filosofi, sono diversi. In campo filosofico, ad esempio, riguardano soprattutto la necessità di divulgare una materia, renderla accessibile e simpatica, soprattutto ai più giovani.

– Il processo di attribuzione

Come ci formiamo un’idea degli altri e come riusciamo, attraverso l’attribuzione , a regolare e rendere stabile il nostro comportamento di fronte all’estrema variabilità e impossibilità di governare la realtà che ci circonda, è uno dei temi classici sviluppati dalla psicologia sociale.

Per poter interagire fluidamente nella realtà in cui siamo immersi, abbiamo bisogno di utilizzare strutture semplici, di pronto utilizzo alle quali dobbiamo, o siamo costretti a nostra insaputa, riferirci nel quotidiano.

Abbiamo quindi bisogno di disporre di una rappresentazione mentale degli altri e di come essi funzionano. Non possiamo infatti, e non avremmo il tempo per farlo, approfondire, analizzare e investigare, ogni volta, la complessità[1]

Le informazioni, queste teorie implicite, che ci permettono di semplificare il nostro agire, ci provengono dall’esperienza diretta o indiretta, ma anche dalla nostra cultura.

Agli inizi degli anni ’70, il ricercatore David Rosenhan, insieme ad altri undici colleghi perfettamente sani, si presentò in diversi ospitali psichiatrici asserendo di udire delle voci che parlavano di vuoto e di cavità. Tutti furono visitati, a 11 fu diagnosticata una forma di schizofrenia e, a uno, una psicosi maniaco-depressiva. Tutti, di conseguenza, furono internati. Durante la degenza, i ricercatori si comportarono normalmente asserendo di non udire più voci e mantennero con tutti un comportamento normale, tranne per il fatto che prendevano continuamente appunti scritti sul comportamento dei medici. Alla fine del ricovero, che durò in media 19  giorni, tutti furono dimessi con una scheda che confermava la diagnosi iniziale di schizofrenia mentre, solo quella di psicosi, fu giudicata in remissione.

Rosenhan, nel descrivere quei giorni, notò che gli altri pazienti ricoverati, quelli veri, esprimevano forti dubbi sui ricercatori credendoli giornalisti o professori che stavano conducendo un’inchiesta sull’ospedale. Agli occhi, invece, del personale ospedaliero lo stesso comportamento, quello di prendere appunti, veniva invece considerato come una conferma della diagnosi emessa.

Attraverso una serie di inchieste similari David Rosenhan intese, all’epoca, mettere in discussione sia la capacità della psichiatria a formulare diagnosi corrette che l’ospedale psichiatrico in quanto istituzione.[2]

L’attribuzione causale, per gli psicologi sociali, consiste nelle modalità di ricerca, da parte degli individui, di una struttura stabile, permanente, non immediatamente percettibile, che sottenda comportamenti particolari, variabili , immediatamente percepiti. Questa ricerca non si limita solo all’altro (eteroattribuzione) ma riguarda anche se stessi (autoattribuzione).[3]

Al riguardo gli psicologi sociali normalmente si sono interessati a tre tipi di problemi:

  • il primo si chiede se nella ricerca di una struttura stabile il comportamento sia dovuto al caso , alle circostanze, o se invece sia determinato da una caratteristica profonda del suo autore. Nella prima ipotesi si parla di causalità esterne, nella seconda di causalità interne.
  • Il secondo problema, se si tratta di causalità interne, riguarda appunto l’inferenza di questa struttura profonda. Si tratterà dunque di fare delle attribuzioni, di personalità, di intenzioni, di responsabilità. Questo è il compito che in effetti spetta al terapeuta.
  • Un altro aspetto apparso successivamente è quello della predizione. Considerati i tratti di una persona, che appartengono a strutture profonde e individuali, si cercherà di comprendere cosa questa  potrà fare in futuro.

Notiamo che l’interesse per questo tipo di inferenze si sta, negli ultimi anni, espandendo e volgarizzando, come avviene nel campo della promozione e del tracciamento rispetto agli interessi di acquisto futuri del consumatore.

Jacques-Philippe Leyens, nei suoi studi, assimila il metodo dell’attribuzione casuale alle metodologie di indagine  utilizzate dal commissario Maigret. Il commissario, a partire da una serie innumerevole d’indizi, ricrea un universo di abitudini, di desideri, di rancori, che l’aiuteranno a comprendere il perché un tal crimine sia stato commesso.[4]

Il nostro comportamento verso le altre persone dipende in larga misura dalle impressioni che ci facciamo di esse, dalle nostre interpretazioni delle loro azioni passate e presenti e dalle previsioni di ciò che esse faranno in futuro.[5]

– All’inizio furono Coppi e Bartali

Nella teoria della conoscenza aristotelica, come è noto, si parte dai sensi, attraverso la percezione, per giungere all’immaginazione. Nell’imaginazione, le percezioni vengono messe insieme in modo da distingue l’oggetto al fine di  giungere all’intelletto. L’intelletto è una facoltà tipicamente umana, mediante la quale è possibile transitare dal soggetto al concetto. L’intelletto permette di cogliere ciò che è in comune agli oggetti. Ad esso si arriva attraverso un processo di astrazione. In Aristotele, a differenza di Platone, il concetto non è frutto della mente ma dipende dalla qualità stessa degli oggetti. Questa diversità-opposizione  è solo una delle tappe corse congiuntamente tra il Coppi e il Bartali del pensiero umano.

Il concetto aristotelico ha in sé la qualità dell’estensione a tutti gli individui ai quali il concetto stesso si riferisce, e quella della comprensione, cioè il concetto denota gli individui a cui si riferisce. Le classi dei concetti aristotelici sono 5: genere, specie, differenza, proprietà, accidente. Più proseguiamo nel processo di astrazione dall’accidente al genere, più l’essenza contiene sempre più forma e meno materia.

Questo in breve, e molto schematizzato, è il pensiero di Aristotele al riguardo. Accenniamo anche al fatto che, nella struttura del ragionamento sillogistico dello stagirita, vengono considerati insieme ai termini qualitativi (affermativi e negativi), i termini quantitativi (universali e particolari). La struttura della logica aristotelica si fonda su un principio della deduzione, che va dal generale al particolare. A differenza del ragionamento induttivo, che procede in senso opposto. Dal particolare all’universale.

Aristotele stesso ci mette in guardia sul fatto che il prodotto  di un ragionamento deduttivo è vero solo se si parte da premesse vere. Questo crea non pochi problemi. Una possibilità di uscita, per Aristotele, sta in una terza via, che è quella del ragionamento intuitivo, in base al quale non c’è bisogno di dimostrazioni per alcune verità che sono autoevidenti.

Per Platone la conoscenza certa , l’episteme, ha la sua certezza nel mondo delle idee, mentre le opinioni , doxa, ci pervengono dal mondo del sensibile.

– La disputa sugli universali

Uno dei nodi della filosofia scolastica fu una serie di discussioni generalmente conosciute come la Disputa sugli universali. Non vogliamo entrare nel merito di ampie e complesse problematiche filosofiche. Ci limiteremo , anche in questo caso, a riassumerle brevemente.

La disputa nacque a seguito della traduzione dal greco, dell’Isagoge di Porfirio, da parte di Severino Boezio. Siamo nel III secolo e l’Isagoge è un testo di commento alle categorie aristoteliche, Porfirio è un rappresentante del neoplatonismo.

Porfirio aveva trattato delle categorie di genere e specie avanzando una serie di ipotesi, ma non fornendo una sua opinione al riguardo. Il problema degli universali partì proprio da un complesso di  considerazioni sulle categorie di Aristotele per arrivare ad infiammare gli animi di molti dei più autorevoli filosofi.

Infatti, nel medioevo, intorno alla questione se le idee, e quindi le categorie, fossero concetti reali o esistessero solo nella mente umana, si opposero e confrontarono due linee di pensiero quella realista e quella nominalista. Inoltre, se le idee esistono realmente, restava da comprendere se esse fossero ante rem, e quindi indipendenti dalle cose o in re cioè nelle cose stesse. Anche in questo caso, inutile a dirsi, si ripropose  lo scontro tra i due titani della filosofia .

Tra i nominalisti più estremi emerge Roscellino, che arrivò a definire il concetto di universale come un flautus vocis, per lui ciò che esiste lo è solo nelle singole cose. Mentre dall’altra parte, quella dei realisti radicali, si segnala la figura di Guglielmo di Champeaux, solido sostenitore dell’ante rem. Un posizione intermedia fu assunta da Abelardo che introdusse il termine di concetto. Per lui il significato è post rem. L’universale è da intendere come discorso, sermo, nel quale si fa riferimento comunque alla cosa significata.

Lasciamo, a chi volesse, di approfondire questo interessante momento della filosofia medievale.

– Intanto, in sociologia…

La nozione di ruolo nelle scienze sociali è da sempre oggetto di numerose dibattiti e critiche.  Non è nostra intenzione riferire, neppure sommariamente, di quanti e quali autori si siano occupati dell’argomento. Fatto sta che, ad oggi, questo concetto appare molto controverso, ad iniziare dalla classica ripartizione che se ne è fatta tra paradigma normativo e paradigma interpretativo.

Per le nostre argomentazioni riportiamo, in sintesi, la posizione di Georg Simmel sull’argomento. Per Simmel l’analisi dei ruoli deve prendere in considerazione processi di tipizzazione ma anche di individualizzazione. Nel senso che ognuno di noi percepisce l’altro come generalizzato e rientrante in una qualche categoria definita dell’insieme degli attori sociali. Ma l’altro possiede anche sue caratteristiche proprie che lo distinguono dai simili. Questi due elementi vengono tenuti insieme  dall’assunzione di una posizione sociale, in base alla quale gli individui assumono funzionalmente il proprio ruolo, al fine di consentire l’adempimento di determinati compiti individuali e collettivi.

Vi è in Simmel, dunque,  l’aspetto di individualizzazione e generalizzazione  e la necessità di funzionamento del tessuto sociale che deve essere comunque garantita attraverso una tipizzazione e personificazione di ruoli.

L’aspetto coercitivo del ruolo appare evidente in altri autori, ad esempio in Dahrendorf, che vede appunto nella struttura di ruoli un momento di vessazione sociale.

Dal punto di vista simbolico-interazionale occorre ricordare il contributo, fondamentale per certi versi, di George Hebert Mead. La sua ripartizione in Io, Me e Altro generalizzato, non fa altro che ripercorrere gli elementi cardine che veniamo evidenziando. Ricordiamo che Mead aveva forti simpatie per il pragmatismo, che vedeva la realtà stessa come frutto delle nostre interazioni verso il mondo. Si sarebbe detto, per utilizzare gli schieramenti della  disputa sui fondamentali, essenzialmente un realista.

Ci sentiamo spesso costretti in molteplici ruoli, che spesso svolgiamo in modo confuso e disordinato. Siamo madri, padri, figli, lavoratori dipendenti, professionisti, allenatori di basket, presidenti di associazioni, spesso contemporaneamente. L’assumere ruoli, dimettersi da ruoli, non sempre appare una libera scelta.

Dimettersi da presidente della bocciofila è facile e possibile, ma dimettersi da padre o da figlio appare più complesso e sottoposto a norme morali, civili e penali. A volte individualità e ruolo possono non corrispondere, ad esempio in una società con norme molto rigide, d’altro canto, in esse, vi è una forte  tendenza ad aderire ai ruoli. Pensiamo, inoltre, al sistema delle caste ancora in vigore in alcuni paesi. Alle impossibilità di assumere alcuni ruoli basati su differenze di status, di censo. Ma anche, e ancora, sull’appartenenza ad un sesso o a un altro.

Sempre più viviamo in una società in cui lo schema di ruoli ( l’idea del ruolo) mostra le corde, schemi  che spesso saltano e che tendono comunque, lentamente, ad adattarsi alle situazioni concrete.

Occorre notare che sono tuttora in vigore strutture di potere che hanno un forte fondamento sul ruolo. Oggi, come nel passato, il  concetto del dovere (di più o meno stoica memoria) supporta queste strutture, fino a degenerare, spesso, in orgoglio.

– Restiamo dove ci ha lasciati Profirio, ma non proprio.

Nel corso della vita dobbiamo assumere decisioni basate su parziali conoscenze degli altri e della realtà che ci circonda.

Per riassumere e concludere il problema di fondo è sempre quello del dialogo, antitesi, tra genere e specie. Delle difficoltà che ci pongono le categorie e del loro limite nello spiegare comprendere quanto ci circonda.

Riteniamo che la domanda posta nel titolo non sia affatto un problema da lasciare alla suscettibilità dei singoli studiosi, della loro professionalità, formazione, appartenenza ad un ordine professionale. Essa s’inserisce problematiche proprie della storia del pensiero umano e che permane  tra le questioni sostanzialmente non risolte, o spesso mal risolte quando si confondono con le polemiche di settore.

Da una parte c’è la necessita di avere punti di riferimento generali per la conoscenza della realtà, dall’altra la considerazione che il generale non conterrà mai l’informazione che solo l’analisi del singolo caso o individuo ci può fornire. La possibilità di errore si sviluppa al’interno della costituzione ideale della diade genere-specie.

Questo vale per tutto, per l’idea che ci facciamo della realtà, il giudizio che diamo degli altri , di noi stessi, del mondo.

Occorre prenderne atto.

Qual è la differenza tra la mia percezione, analisi, giudizio e quelli dello specialista, del professionista serio, dello studioso del campo? Lo specialista, per studi, formazione ed esperienza, deve comprendere e discernere quanto delle categorie generali che ci aiutano capire il mondo è funzione e quanto è finzione. Allo specialista sta il non innamorarsi di concetti, terapie e pratiche, magari alla moda. L’interpretazione del mondo , della società, della terapia non può essere qualcosa di ideologico, ripartito per scuole di pensiero. Le metodologie, le prassi, i protocolli non sono fini a se stessi. Della tecnica si può appropriare chiunque, della capacità di utilizzare gli strumenti che questa mette a disposizione, no. Questo può concretizzarsi solo attraverso, l’approfondimento continuo, l’esperienza e la capacità di lettura di casi specifici.

Sarebbe un vero peccato anteporre il concetto, l’idea, alla realtà. La realtà non procede attraverso etichettanti e sistematici ante, in o post.

D’altronde, Il problema dell’identità, di ciò che siamo o vorremmo essere, risiede proprio, garda caso, nella ricerca di un giusto equilibro tra individualizzazione e appartenenza.

Le categorie in base alle quali giudichiamo sono a disposizione di tutti perché facenti parte del patrimonio comune e scientifico. Di categorie è fatto il sapere umano.

Allora come tentare di rispondere alla domanda del titolo?

Cartesio, nel suo Discorso sul metodo, ci dà una mano ed una possibilità di uscita. Il bon sens dice Cartesio è la qualità più diffusa nell’uomo. Si tratta della facoltà naturale di distinguere il vero dal falso, assimilabile al lume naturale e alla ragione. Non entriamo nel merito del suo pensiero,  cerchiamo di avere solo un conforto, lasciandoci consigliare con una sua indicazione metodologica (è il caso di dirlo) :

Car ce n’est pas assez d’avoir l’esprit bon, mais le principal est l’appliquer bien.

 

[1] Jacques-Philippe Leyens – Nathalie Scaillat, sommes-nous tous des psychologues?, Mardaga Belgio 2012

[2] Jacques-Philippe Leyens – Nathalie Scaillat, sommes-nous tous des psychologues?, Mardaga Belgio 2012, pag.30

[3]Jacques-Philippe Leyens . Psychologie sociale, Mardaga, Belgio , 1979 , pag. 111

[4] Jacques-Philippe Leynes, psychologie sociale, pag. 111

[5] H. Tajfel, C. Fraser, Introduzione alla Psicologia sociale,  Il Mulino, 1984, pag. 181

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