EXAGERE RIVISTA - Maggio- Giugno 2019, n. 5 - 6 anno IV - ISSN 2531-7334
galimerti

Smettiamola di parlare di psiche – intervista a Umberto Galimberti

intervista di Federica Biolzi

 

Da sempre la conoscenza si pone domande  sull’essere umano, sulla sua natura e sul senso dell’esistenza.

In questo contesto, ancora oggi, la filosofia, la scienza,  la tecnica, incrociano  l’anima e il corpo e di questo presunto dualismo. Umberto Galimberti, in quest’intervista affronta questi temi e,  con un’analisi approfondita, ci rende partecipi e forse consapevoli, di un cambiamento che stiamo tutti vivendo.

– Professore, lei  si è variamente interessato ai temi del corpo e dell’anima in diversi suoi lavori, ha ancora senso oggi parlare della dualità corpo e anima?

– Anima e corpo è un dualismo inventato da Platone, comodo da pensare. Seguendo questa impostazione, non si discute: del corpo si occupano i medici e dell’anima si occupa la Chiesa con i suoi ministri.

Ma l’anima non esiste, è un’invenzione di Platone, giustificata dal fatto che lui stesso ci dice che con il nostro corpo, noi, non possiamo costruire un sapere universale valido per tutti, perché le sensazioni corporee variano da individuo a individuo. Per costruire un sapere universale bisogna ricorrere a idee, numeri, misure, quantità, regole e quindi tutto ciò viene da lui  collocato in uno scenario extracorporeo, l’iperuranio[1]. E’ in esso che Platone assegna a questo mondo un organo nuovo: l’ anima.

L’anima per Platone è uno strumento attraverso cui riferiamo dell’essenza delle cose, a prescindere dalla percezione che ne abbiamo. Facendo un esempio: questa sedia,  che è diversa da una sedia di plastica, ha però la stessa funzione, io né colgo l’essenza di sedia, a prescindere dalle sue differenze e dalle sue caratteristiche.

La tradizione giudaico-cristiana non considera l’idea dell’anima, anche se la parola che ha il suono in aramaico: nèfesh, fu  interpretata, quando la Bibbia  fu tradotta in greco dai 70, con la parola Psyché (ψυχή).

L’anima- Psyché, ha trascinato con sè tutta la cultura greca, organizzata da Platone, nel dualismo: anima e corpo.

Quando si traduce è necessario fare molta attenzione, perché la traduzione può anche essere giusta, ma quello che sta dietro alla parola Psyché, non ha lo stesso significato di ciò che sta dietro alla parola nèfesh.  Nel salmo 105[2] : “legarono in ceppo i suoi piedi e in catene venne la sua nèfesh”, si indica come parte del corpo, il collo e non l’anima. L’occhio per occhio è nèfesh per nèfesh, non anima per anima ma vita per vita. Chi si appresta a diventare sacerdote non deve toccare la nèfesh, l’anima morta degli animali, quindi il cadavere.

La religione cristiana non ha nessun rapporto con l’anima, perché è una religione del corpo, dell’incarnazione. Nel cristianesimo, Dio si fa uomo e quindi la trascendenza viene accantonata, a differenza dell’islamismo o dell’ebraismo, cioè delle altre religioni monoteiste.

Per questo motivo, nelle chiese cristiane troviamo l’iconografia dei corpi, mentre nelle moschee e nelle sinagoghe troviamo le scritte bibliche o coraniche, ma non le immagini.

– E il corpo?

– Il corpo[3] costituisce lo strumento della redenzione,  crocifissione, resurrezione, tutto quanto è corporeo. Quando Paolo di Tarso va ad Atene dopo la Resurrezione  di Cristo,  ad annunciare ai cristiani che sarebbero risorti, si legge, negli Atti degli Apostoli al cap. 17, che : “alcuni risero, altri gli dissero: questa storia non la crediamo, la racconterai un’altra volta”[4]. Agostino, furbacchione, ha rubato a Platone il dualismo anima e corpo, che lo stesso Platone aveva introdotto per garantire una conoscenza universale valida per tutti, cioè la scienza. Iscrivendola nella categoria della salvezza, che aveva studiato bene, e ha stabilito che l’anima è il luogo  (in interioritate e inimatae habitat deus, habitat Christus, habitat veritas) in cui senti la parola di Dio[5].

Per cui i corpi degradano, ma le anime rimangono. Contraddicendo l’atto di fede cattolica, i cristiani  non dicono: credo nella mortalità dell’anima, ma dicono: credo nella resurrezione del corpo.

Saltando mille anni arriviamo a Cartesio, che dice che la conoscenza del corpo, non deriva dal fatto che noi lo sentiamo, lo viviamo, ma deriva dalla descrizione che la res-cogitans e le sue idee chiare e distinte fanno  del suo corpo. Queste idee chiare e distinte sono le leggi della fisica, in cui il corpo va descritto  nella modalità della fisica. In questo modo, Cartesio, produce un’idea del corpo che noi  possiamo qualificare come idea dell’organismo. Questo modo di pensare costituisce poi, il fondamento della scienza medica, alla quale non interessa il corpo, ma la sommatoria dei suoi organi.

– Si può recuperare una nozione di corpo? E in quali termini?

Noi abbiamo incominciato a pensare che il corpo fosse quello indicato da Cartesio e dai medici, cioè il corpo come organismo. Dobbiamo aspettare la fenomenologia, corrente filosofica del ‘900, con Husserl che  sostiene che l’organismo non è il corpo. Il mio corpo appartiene al mondo della vita, vive degli stimoli che riceve dall’esterno, risponde a questi stimoli ed è impegnato in un mondo. E’ al mondo, avendo un mondo, questo è il nostro corpo.

Le persone però continuano a pensare che il corpo sia l’organismo, in realtà il linguaggio potrebbe essere anche una spia semantica che contraddice questa dimensione perché io non dico:  “ho un corpo stanco”, ma dico “sono stanco”, perfetta coincidenza tra io e corpo. Quando ci si ammala, avviene però una scissione. Mentre nella condizione di salute c’è un ottimo rapporto tra corpo e mondo, il mondo è il mio referente corporeo, quando ci si ammala il mondo sparisce ed il suo posto viene occupato dal proprio organismo, con una scissione similare a quella dello schizofrenico. Il quale sente il suo corpo come una cosa separata dal suo io.  Si  può recuperare una nozione di corpo? Sì, però a condizione che la psicologia smetta di parlare di psiche. La psiche non è altro che il rapporto corpo-mondo. Enfatizzarla, fa comodo a tutti ed è difficile estirparla.

– Mito e logos sono strumenti della conoscenza sin dall’antichità. Secondo lei,  sono ancora attuali e ci possono essere di aiuto ?

Il mito è una conoscenza attraverso immagini e quindi i miti sono molto persuasivi, più di quanto non siano i concetti.  Il logos invece è una struttura razionale che non cattura i sottofondi della nostra anima, nel senso che la nostra psiche si nutre di immagini non di concetti. Sotto questo profilo più che ai trattati di psicologia ci dobbiamo riferire, ad esempio, ai romanzieri e ai poeti. Io non posso esprimermi concettualmente in ambito psichico. Nell’ambito psichico ho bisogno di immagini, di miti, di figure e di scenari  che non sono concettuali.  I concetti catturano  la parte razionale, tralasciando tutta l’altra parte.

– Dall’antichità le cose sono cambiate, gli scenari che abbiamo davanti sono molto diversi. Tecnica e neuroscienze sono questi i  nuovi  miti?

Le neuroscienze sono una ripresa di Cartesio, trovare l’anima nel cervello. Esse possono dire in generale che cos’è una depressione, ma non possono dire nulla della mia depressione che è diversa dalla tua e da quella dell’altro. Ci può arrivare la parola, non la neuroscienza.

Per quanto riguarda la tecnica, qui dobbiamo distinguere. La tecnica non è l’insieme degli strumenti come tecnologia. La tecnica è una cosa ben più severa che consiste nel fatto di aver instaurato una razionalità rigorosissima per raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi. La razionalità tecnica fa sì che tu uomo funzioni solamente se rispondi agli attributi e alle categorie della tecnica: l’ efficienza e la produttività. Tutto il resto non interessa alla tecnica, e siccome la tecnica non è più uno strumento nelle mani dell’uomo, ma è la forma del mondo, gli uomini sono diventati funzionari e apparati tecnici che devono seguire i criteri di razionalità, sia che lavorino alla catena di montaggio, sia che lavorino in uno studio legale.

La tecnica è quindi divenuta la forma dell’operare umano, con l’esclusione radicale di tutte le forme irrazionali. Quindi esclusione dell’amore, del dolore, della fantasia dell’immaginazione, ciò non le interessa ed andrà  progressivamente sempre più depauperandosi. A volte poi si assiste ad una riduzione del concetto di responsabilità, in un apparato dove tu devi rispondere solo alle condizioni ed alle azioni già descritte e prescritte dall’apparato stesso, una responsabilità verso i superiori, ma non una responsabilità rispetto alle conseguenze delle tue azioni. Non dimentichiamo poi che oggi la nostra capacità di fare è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere e noi ci stiamo muovendo sempre più a mosca cieca. Dice Heidegger[6]: “ Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante  è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento  del mondo. Di gran lunga più inquietante  è che non siamo ancora capaci di raggiungere attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca.[7].

 

(l’intervista è stata realizzata nell’ambito di Coscienza Festival,  Berceto,  luglio 2017)

 

[1] Iperuranio, termine utilizzato da Platone per descrivere il “luogo sopra il cielo” o “sopra il cosmo”. Un piano metafisico di realtà, quello delle idee, contemplato dall’anima nel suo momento più alto. Platone ne parla mediante le immagini del mito nel Fedro (247 c-e). da dizionario filosofico Treccani on-line

[2] “Legarono in ceppi i suoi piedi, in catene venne la sua nèfesh ”, salmo 105 vers.18

[3] Galimberti U., (1983). Il Corpo, Milano, Feltrinelli Editore.

[4] Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta», da Bibbia Cei, Atti degli Apostoli cap.17 versetto 32

[5] Cfr. Galimberti U., (prima edizione Settembre 2016). Il mistero della bellezza, Napoli-Salerno, Orthoes Editore (in collana Festival)   

[6] M.Heiddeger. L’abbandono (1953), p.36, tradotto e pubblicato da Il Nuovo Melangolo nella collana Opuscula

[7] Cfr. Galimberti U.,(2002),  Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica. Milano, Feltrinelli Editore

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