EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
fisogni

Soft Revolution. La rivoluzione della leggerezza tra reale e digitale

di Primavera Fisogni

 

 

Premessa

Si deve probabilmente a Calvino, alle sue “Lezioni americane”[1], la fortuna dell’idea di leggerezza in questi ultimi decenni, almeno nel nostro Paese. Lo scrittore, in quell’opera pubblicata postuma nel 1988, prese posizione a favore delle ragioni della leggerezza contro la pesantezza, offrendo un’appassionata argomentazione di come ciò che è lieve esprima il sublime senso dell’incorporeo, il quale intreccia la storia della civiltà occidentale, a partire dai miti, nei termini di un valore. Ma se cambiamo prospettiva, pur restando tra i maggiori protagonisti del Novecento, per dirigerci al pensiero del filosofo e teologo Romano Guardini[2], ci rendiamo conto dell’ambiguità dei valori o dei contenuti di senso che consideriamo validi. Non c’è altezza che non possa sconfinare nell’altezzosità; non esiste profondità che non possa offrirsi come oscurità. Non c’è leggerezza, aggiungiamo, che accanto alla pulsione verso il cielo, non rimandi anche alla inconsistenza, alla fatuità, vale a dire a un ambito semantico connotato negativamente.

La tessitura ambigua del termine, non ancora sufficientemente dipanata dalla filosofia è il punto di partenza di questa indagine, che si propone di intercettare un profilo di leggerezza capace di andare oltre la tradizionale antitesi con la pesantezza. Per tentare una risposta, seppur parziale, saranno esaminate due espressioni in cui la parola, espressa dal termine inglese soft, si carica di valenze positive (in software) o di stereotipi svalutativi (in soft news). A condurci fuori dall’ambiguità, aprendo prospettive fruttuose perché impensate, sarà la dimensione onlife (Floridi, 2015), quel mondo-fra reale e digitale in fase di rapida colonizzazione da parte di ognuno di noi dove la leggerezza, l’approccio soft (nel senso di capacità di mediazione/relazione) si dà a vedere come la chiave di accesso/uscita dalla commistione di due differenti piani di realtà, interconnessi. Anzi, iper-connessi.

 

  1. Tra essere e avere

Fin da principio, esaminando la parola leggerezza, si capisce di avere a che fare con un termine decisamente pesante, almeno sul piano filosofico. Perché si tratta di una qualità degli enti, anzi della sua versione al quadrato, in quanto è di una “essenza” che stiamo trattando, muovendoci così dal piano della fisica (mettiamo un oggetto sulla bilancia, ad esempio una piuma) a quello della metafisica (non importa quanto pesa, ma il fatto che la leggerezza è costituzionalmente propria di quella piuma). Per quanto possiamo indicare il peso di una piuma non possiamo ulteriormente sondare una essenza.

E non fa differenza, si badi, se davanti a noi c’è un elefante di svariate tonnellate e un cardellino. Ad entrambi si potrà attribuire una certa “leggerezza”, sì anche all’elefante, mentre porta alla bocca una banana con la proboscide, ponendo la massima cura nel raccoglierla da terra e facendo in modo che non si spezzi. Se questo succede è proprio perché siamo di fronte a un termine essenziale, che si può predicare anche di enti robusti o enormemente pesanti.

A ben vedere, l’essenza di qualcosa è sì parte della cosa ma va ben al di là di essa, come avevano capito gli antichi egiziani già 4 mila anni fa. La parola šw indicava la piuma che la dea Maat teneva tra le mani ed esprimeva un concetto multicomprensivo, intraducibile (equilibrio, ordine cosmico, giustizia). Comunque sia, questo delicato ente serviva come metro per valutare la condotta tenuta dal defunto nel corso della vita. Nel rito della pesatura del cuore, primo approccio con l’Aldilà egizio, la leggerezza doveva vincere su tutto, perché al trapassato fosse garantita una continuità esistenziale. Non c’è tomba in cui il morto non sia uscito vittorioso da questa prova cruciale (anche lì la speranza era l’ultima a morire), ma quello che ci interessa è di mostrare come il pensiero egiziano antico abbia compreso un passaggio di impronta metafisica, importante per il nostro ragionamento. Vale a dire: la leggerezza “è” (in quanto essenza) oppure si “ha” leggerezza (come qualità delle cose più svariate, leggerissime o pesantissime). Il cuore del defunto, ovvero la sua intera vita biologica-terrena non è più leggero di una piuma, sul piano della fisica, tuttavia ha la leggerezza- šw in quanto condivide quel tratto essenziale, che esprime una serie di valori etici di primaria importanza.

Di frequente i due estremi – leggerezza/robustezza-pesantezza – venivano associati nelle raffigurazioni simboliche dell’oltretomba. Un esempio è nel sarcofago della sacerdotessa Isiuret (lett. Iside è grande) conservato al Museo Civico Archeologico “Giovio” di Como, su cui è dipinto il dio Shu (šw) sopra il pilastro djed (dd): la divinità dell’aria secca, espressione somma della leggerezza, svetta sul simbolo della robustezza, della consistenza “ossea” della vita, essendo quel segno la stilizzazione della colonna vertebrale. Che cosa significa? Diversamente da Calvino, che suggerisce di non interpretare il mito, ma semplicemente di mettersi in ascolto, la scrittura geroglifica è un inno al mistero che chiede di essere decifrato. Nel caso appena riferito, il messaggio trasmesso ai posteri da Isiuret è che leggerezza e robustezza/pesantezza intrattengono un legame inscindibile. E questa è anche la condizione perché vi sia la vita. Per certo, sul piano della metafisica l’essenza acquista pienamente senso – cioè è definibile – soltanto in relazione all’oggetto al quale primariamente si predica. Siccome leggero è l’opposto di pesante, la sua qualità essenziale sarà comprensibile sempre e soltanto in virtù di questa opposizione.

Il breve ragionamento ci porta a mettere in discussione il presupposto da cui muoveva il (pre)giudizio di Calvino: davvero, per salvare la leggerezza, dobbiamo separarla dalla pesantezza? È corretto difendere le ragioni della leggerezza come entità a se stante? A questo punto, possiamo avvicinarsi, alle due antitesi concettuali software-hardware e soft news-hard news, per verificare come l’idea di leggerezza presente in soft/leggero suggerisca anche un ulteriore percorso di senso.

 

  1. Software-Hardware e Internet delle cose

È certamente un fatto che il software sia una sorta di elemento animatore dei devices informatici, di un computer, ad esempio, o di un cellulare. Tuttavia basta che la tastiera non funzioni perché qualche goccia d’acqua l’ha mandata in tilt, perché il software manifesti la sua sostanziale inutilità, impedendo all’utente di scrivere qualsiasi cosa. Negli organismi viventi, anche quando una parte perde la propria funzionalità, i fondamentali dell’animazione consentono all’individuo – sia esso uomo, animale o pianta – di mantenere un certo grado di attività. Ma non è soltanto questo a mettere in discussione la priorità essenziale del software rispetto all’hardware. Pensiamo a “che cosa identifica” un notebook o uno smartphone: che cosa li rende riconoscibili? Non certo il sistema operativo, non “quello che non si vede” (algoritmi, funzioni, numeri), bensì l’oggetto materiale, in cui il design modella il carbonio o la plastica, l’acciaio e i led in modo più o meno accattivante. È dunque la “scatola” a farsi valutare, ancora prima delle sue reali funzioni, nonostante a queste però si guardi quando si decide l’acquisto di un prodotto ad alta tecnologia digitale.

L’idea del software come espressione di un nucleo immateriale, e della sua “leggerezza” materica, ci rimanda alla teoria cartesiana della ghiandola pineale come sede dell’anima[3], da intendersi come una sorta di valvola immateriale collocata alla base del cranio. Nulla di più materialmente individuabile, dunque, nonostante la volatilità assoluta del principio animatore, proprio come il software all’interno dell’hardware. In tutti e due i casi ciò che è leggerezza viene imprigionato nella pesantezza: soltanto in questa dinamica il “soft” esprime appieno i propri poteri.

  • C’è una dimensione ulteriore per la leggerezza?

Certamente sì. Se ripensiamo alla visione egiziana antica, la posizione di šw era sopra il pilastro djed, ad indicare la separazione dei piani come la cifra più autentica dell’essere vivente: qui la leggerezza trascende la pesantezza, non la guida; ed è in questo rapporto di superamento – sulla base di una relazione – che le qualità appartenenti alla leggerezza (immaterialità, levità, superiorità) esprimono il meglio di loro stesse.

  • È dunque la relazione il livello della leggerezza che supera l’ambiguità con il suo opposto, la pesantezza.

Un esempio viene dall’intelligenza umana e, per analogia, quella delle macchine, o IoT (Internet of the Things). Quando sdrammatizziamo o risolviamo in modo ironico una situazione non ne riduciamo la portata, tuttavia le imprimiamo una certa leggerezza. La tragedia della politica italiana dei nostri tempi non si può dire che abbia alcunché di leggero, tuttavia la satira riesce ad alleggerirne l’impatto, senza far perdere di un milligrammo la sua pesantezza. A che fattore misterioso si deve l’alchimia? All’acume dell’intelligenza, capace di trascendere la contingenza (la realtà politica) ricavandone materia volatile (i tratti emergenti della stupidità o della banalità) da enfatizzare per mostrarne il sostanziale vuoto, il gonfiore retorico. Anche nel fenomeno IoT troviamo un suggestivo esempio di leggerezza come esito di relazione, in questo caso tra gli oggetti. Per IoT si intende la rete di rapporti, basati su calcoli matematici e tecnologia digitale, che intesse la domotica.

A livello concreto: ci sono applicazioni che, dallo smartphone, ci consentono di avviare il riscaldamento, di far funzionare gli elettrodomestici o di far dialogare i nostri oggetti tra loro o con esseri animati. Se il cane è da solo a casa, a nutrirlo ci pensa una ciotola programmata a riconoscerne il profilo. Giunta una certa ora, corrispondente al momento della cena di Fido, ecco che la ciotola si riempie di crocchette… Pur essendo in presenza di un software e di un hardware, in questo genere di situazioni non c’è nulla di comparabile al computer, con i suoi programmi di scrittura imprigionati dentro un contenitore. La leggerezza, nel caso dell’Internet delle cose trascende il software, per configurarsi come l’esito della relazione tra più elementi: la App, la ciotola, il mio smartphone, Fido passato intenzionalmente davanti alla ciotola perché affamato. Come si vede da questi pochi cenni, gli sviluppi tecnologici ci portano molto oltre il contrasto leggerezza/pesantezza portato a tema da Calvino a proposito del mondo informatico. Tuttavia, questo slancio futuribile esprime, in termini filosofici, un ritorno alle origini della civiltà umana, all’intuizione egizia della leggerezza come un principio di trascendenza costituzionalmente in rapporto con la vita concreta, una relazione.

 

  1. Soft news-Hard news e social news

Tra le prime regole che si insegnavano alla scuola di giornalismo quando ancora non esistevano i social network, c’era la distinzione tra le notizie sulla base della loro consistenza: leggere e pesanti. Le prime – si diceva – si riferiscono, ad esempio, al gossip delle celebrities o alla vita privata dei personaggi pubblici, alla moda e agli stili di vita, mentre le seconde hanno a che fare con l’urgenza dell’attualità, l’agenda politica o con l’economia.

A ben guardare, si tratta di una classificazione molto aleatoria. Perché una storia sentimentale clandestina ha potuto portare un presidente americano davanti alla Corte Suprema (Caso Lewinski-Clinton, 1998) con buone possibilità di impeachment, mentre dalle varie Conferenze sul clima degli ultimi anni non è uscito nulla di veramente risolutivo, a fronte delle catastrofi ambientali in atto. Da ultimo, non dimentichiamo che piccoli fattori locali possono produrre un “effetto farfalla” con l’esito di un terremoto in ambito finanziario (Tangentopoli, nel ’92, incominciò dalla denuncia dell’ex moglie di Mario Chiesa per il mancato assegno di mantenimento del figlio). Quanto alla moda o allo stile del design, tradizionalmente guardati come serbatoio di soft news, bisogna considerare che sono i settori manifatturieri trainanti dell’economia italiana e ogni sfilata o evento di settore (ad esempio il Salone del Mobile di Milano) si riflette in modo assai “pesante” sul mercato, in termini di punti di Prodotto interno lordo (Pil).

Per quanto siano labili i confini tra i due ambiti di notiziabilità soft/hard, questa distinzione è interessante perché assegna una certa leggerezza e un’altrettanta pesantezza ai contenuti dell’informazione. Originatasi nel mondo anglosassone, la bipartizione assegna alle soft news un tratto emergente che non si riferisce principalmente alla “inconsistenza” della materia, quanto piuttosto alla rapporto con il mercato (le soft news vengono anche chiamate market-centered news[4]). Alle hard news appartiene, invece, un profilo pubblico, di elevato interesse sociale. Va notato che l’idea di leggerezza delle soft news rinvia alla relazione: qualcosa di trascendente, di etereo, di invisibile. A rendere notiziabile quei contenuti è appunto la possibilità di riconoscersi nelle vite di altri o nelle suggestioni della moda, del design, dell’arte.

Paradossalmente ciò che depotenzia il valore di questi contenuti è la componente più elevata/sofisticata della leggerezza. E, in un certo senso, anche la più vicina all’interesse delle persone. Non è un caso che, nella crisi dei mezzi di informazione, sempre più orientati verso piattaforme digitali e sempre meno cartacei, non solo assistiamo all’aumento delle sezioni di soft-news – i vari inserti di buone notizie, di moda, life-style, arredamento – ma anche all’ “alleggerimento” delle hard news mediante narrative più inclini a raccontare i protagonisti o le “storie” (si pensi soltanto all’inserto economico del Corriere della Sera o alle stesse pagine di attualità di la Repubblica). Che questo significhi la morte dell’informazione pubblica o la “femminilizzazione” del giornalismo, si può discutere. Quello che ci interessa è di mostrare come la percezione negativa o non pienamente positiva della leggerezza nell’informazione sia agli antipodi di quella rilevata nel precedente paragrafo, a proposito della civiltà digitale, sempre più orientata – come in IoT / Internet of the Things – ad enfatizzare la tessitura trascendente, invisibile dei rapporti che si instaurano tra diversi livelli di realtà. Non è un caso, come si è visto, che lo spazio delle “soft news” o la contaminazione delle “hard news” in versione soft sia uno dei fenomeni di maggior salienza degli ultimi anni.

 

  1. Nell’Onlife il futuro è soft

La nostra rapida indagine sulla leggerezza ha portato a mettere in discussione una serie di idee comunemente accolte rispetto a questo termine essenziale. Da un lato abbiamo constatato che non è possibile prendere la parte della leggerezza come valore assoluto (da ab-solutus, sciolto) contro la pesantezza, perché si tratta di un concetto che si forgia ed esiste proprio sulla base di quella opposizione. Successivamente abbiamo rilevato che la leggerezza non è “qualcosa”, ma “in” qualcosa e che il suo specifico sta nella relazione.

La più autentica leggerezza digitale, in altri termini, non sta nel software (Calvino) – la parte immateriale dell’hardware – quanto nella rete di rapporti che si sviluppano nel dialogo tra sistemi operativi e oggetti, come sta verificandosi nell’Internet delle cose. Questo slancio di relazione si trova anche nelle soft news, contenuti informativi facenti parte del dominio relazionale, le quali patiscono una percezione di minore notiziabilità rispetto alle hard news, ma si impongono nei social network. Si noti che i “social” (Facebook, Instagram, Twitter i principali) e l’Internet delle cose (IoT) appartengono a un mondo virtuale ulteriore rispetto ai new media degli anni Ottanta (Personal computer) e del Duemila (iPod, iPad, smartphone). È proprio a questa ulteriorità che ci conduce il nostro ragionamento. In breve:

  • la leggerezza si candida ad essere la modalità espressiva caratteristica della dimensione che viviamo nel nostro presente, sintetizzata nel/dal termine onlife, per questo si può parlare di soft-revolution[5].

Coniato dal professor Luciano Floridi, filosofo italiano con cattedra a Oxford, coordinatore di The Onlife Manifesto (2015), il nuovo paradigma antropologico onlife unisce due piani, quello della realtà quotidiana delle cose in cui ci troviamo immersi (life) e il dominio digitale (online). In breve, Floridi e altri studiosi sostengono che i due piani sono ormai impregnati l’uno dell’altro, quale conseguenza del mondo iperconnesso nel quale ci troviamo. Nelle sue conferenze pubbliche, il docente di Oxford si serve di un’immagine particolarmente efficace, per indicare il contesto attuale, detto la “Società delle mangrovie”: al pari delle piante tropicali, il cui habitat è tra acqua dolce/acqua salata, tra ambiente liquido e terrestre, così noi siamo a metà strada tra offline e online, tra le cose “reali” e un piano virtuale, digitale, non certo meno “reale”.

Impossibile prescindere dal livello digitale; se anche non siamo “social”, è un fatto che almeno parti della nostra vita – della telefonia, del Comune, di Internet, della telecamere di sorveglianza dei negozi e così via – fanno parte di archivi digitali. L’esito più macroscopico di questo mescolamento di life e online, è di essere di qua e di là, consumatori e produttori, individuali e collettivi. La modalità del taglia-e-incolla (cut and paste) proprio del digitale entra nella quotidianità di ognuno. Un esempio? Pensiamo all’informazione: ognuno la fa da sé, a misura dei propri interessi, attingendo al web, inoltrando qualche post su WhatsApp per la condivisione, commentando su Twitter o diventando reporter su Youtube. La crisi dei mass-media, a partire dai giornali cartacei, è l’esito di questo speciale potere. Nell’onlife si deve ri-tarare tutto, non soltanto il modo di fare informazione. Metafisica e ontologia vanno aggiornate. Perché la presenza non è più soltanto fisica, né lo spazio è soltanto quello territoriale. Una conseguenza epocale riguarda l’eversione. Lo sviluppo del cyber terrorismo non è una questione di “lupi solitari”: di fatto chiunque può fare il proprio cut and paste nel solco del jihadismo o di qualsiasi altro profilo eversiva.

Con ogni probabilità, l’esito più macroscopico innescato dall’onlife che abbraccia tutte queste situazioni si può ridurre a un fenomeno: il venir meno della separazione netta tra privato e pubblico[6]. Un problema di grande rilevanza, che siamo chiamati ad affrontare attraverso regole e modalità di azione rispettose degli spazi personali, intimi, esclusivi della persona[7]. È a questo punto che possiamo ritornare alla leggerezza, come chiave di volta del presente iperconnesso, segnato dal passaggio continuo dal dominio reale a quello digitale. Pensiamo ai ragazzi che usano i social in modo spregiudicato, senza porsi il problema di ferire la sensibilità dei compagni: una battuta su Instagram o Facebook può corrispondere a sberleffi, azioni offensive, persino violenza nello spazio pubblico reale, ad esempio quello della scuola. Ecco che, in un simile ambiente, occorre una bussola capace di orientare tra l’una e l’altra dimensione. Uno strumento concettuale sufficientemente astratto ma altrettanto sensibile per afferrare i due piani, concretamente e virtualmente esperibili. Non basta la competenza tecnica, né sono sufficienti le regole codificate. La leggerezza trova qui il suo spazio di elezione.

Nel dominio onlife, dove prima degli oggetti contano i rapporti, si impone l’esigenza di approcci “soft”, ovvero ad alto tasso di apertura relazionale, autenticamente in grado di porre un limite al pubblico quando rischia di interferire con il privato o al digitale quando rischia di soverchiare il reale.[8]

Poiché le parole sono tutto per capirsi, qui “soft” esprime la capacità di relazione, mediazione, costante e sensibile attenzione all’interesse della libertà individuale, ma nel rispetto della condivisione di contenuti, ambiti, esperienze di tutti. Ben altro dal prefisso di software, in cui si esprimeva un concetto di rarefatta immaterialità. La relazione, cos’è, in fondo, se non la dinamica più fruttuosa – sul piano personale – per instaurare un dialogo efficace la sfera privata e quella pubblica? L’era iperconnessa in cui ci troviamo immersi ci consegna, dunque, un’esigenza di leggerezza nei termini appena esplorati, sospesa tra la modalità soft propria del digitale (trascendente il piano reale e quello virtuale) e quella concretamente personale del rapporto tra un Io e un Tu. Siamo lontanissimi dalla visione del computer, del software e dell’hardware di calviniana memoria, dove il primo guida e il secondo si fa condurre.

Eppure, se riflettiamo, siamo invitati a tornare alle radici essenziali del concetto di leggerezza come trascendenza (la nozione egiziana di šw), presupposto di ogni interazione comunicativa. Nell’era onlife, che cos’è  propriamente soft? Non un oggetto, non qualcosa come il software, da inserire in un hardware: per quanto immateriale, si richiede un sostrato (disco fisso, sistema operativo, chiavetta Usb, nanomateriali). Il massimo della leggerezza è offerto, ad esempio, dal design. Che non è, in primo luogo, il segno che dà forma a una sedia o a uno smartphone, come generalmente siamo abituati a pensare, anche se la funzione è la stessa. Il design – modalità con cui plasmiamo le idee – è chiamato a misurarsi, sempre di più, con interfaccia, modalità digitali di comunicazione, applicazioni digitali-interattive della domotica o di qualsiasi altro ambito di relazione. In altri termini, è a un design capace di stare a metà tra reale e virtuale che dobbiamo guardare, anche perché – secondo il grande creativo Philippe Starck, la smaterializzazione porta a un declino della progettazione tradizionale[9]. Niente di futuribile: questo tipo di design all’insegna della leggerezza – soft – è ormai parte dell’esperienza di ognuno. Pensiamo ai display che invitano a rallentare la velocità sulle autostrade o sulle arterie stradali ad elevata intensità viabilistica. Non sono la stessa cosa delle norme del codice della strada: quelle sono hard-rules, regole dure, nel senso di rigorosamente codificate, scritte in modo da non poter sgarrare. Il messaggio da uno schermo, i segnali luminosi di allerta, eventuali input sonori – per i quali il design conta almeno quanto i contenuti – entrano “in relazione” con chi guida, toccano le corde emozionali private/individuali per un esito dalla ricaduta pubblica.

Il fatto davvero importante, in questo discorso sulla leggerezza – la dimensione soft della società onlife è che i cambiamenti più radicali, ad esempio nei comportamenti, non saranno prodotti da hard-rules bensì da approcci soft, per l’appunto, alla quotidianità[10]. Prendiamo il caso dell’acquisizione spregiudicata dei contenuti digitali della rete, delle fotografie, ad esempio. In molti siti  – da cui è possibile scaricare gratuitamente – si apre una “finestra di dialogo” che ricorda come non vi sia alcun obbligo di citare la fonte, però si fa notare come questo sia un comportamento rispettoso verso gli autori. I quali sono visualizzati, mediante una piccola foto, come per renderli presenti e profondamente “reali” in quella cornice virtuale. Queste finestre sono presenti anche nei siti web che offrono servizi: una lavanderia digitale, ad esempio. Pur svolgendosi tutto attraverso una applicazione, il servizio comunica nelle modalità tipiche di un commesso in carne e ossa, al bancone: si informa su come sta il cliente, scambia qualche parola di circostanza per metterlo a proprio agio, prima di entrare tecnicamente nel merito dell’operazione (prendere nota dei dati del cliente, per ritirare e riconsegnare la biancheria). Il design, e specialmente la sua applicazione “responsabile”  all’interazione comunicativa può diventare la chiave soft agli atteggiamenti quotidiani e alla condotta morale («First, design may aim to encourage the change of social behaviour»[11]). Mostrare in tutte le occasioni possibili che agire da bulli dequalifica nella percezione del gruppo dei pari – tra i giovanissimi – non può che alimentare buone pratiche, quanto meno per la marginalizzazione a cui porta la non accettazione di una norma condivisa. Si badi: non vengono meno le hard-rules – le leggi penali e civili –; a cambiare, in una prospettiva soft, consona alla società iperconnessa, sono piuttosto le strategie comunicative che, per poter essere efficaci, devono misurarsi con un contesto sospeso tra immateriale (mondo digitale) e pesante (concretamente esperibile con i cinque sensi)

 

[1] I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Garzanti, 1988. Calvino venne invitato, nel 1985, a tenere una serie di conferenze all’Università di Harvard, nell’ambito delle “Poetry Lectures”, poi pubblicate in Six Memos for the Next Millennium, Cambridge, Harvard University Press, 1988.

[2] R. Guardini, Mondo e persona, Brescia, Morcelliana, 2002. Per la fenomenologia dei valori a partire dal bambino molto piccolo, rinvio al mio saggio P. Fisogni,                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Il candore, Firenze, Maremmi, 2013.

[3] R. Cartesio,  Meditazioni metafisiche, Rusconi, Milano, 1998.

[4] L. Mills-Brown, “Soft news-Journalism” in Encyclopedia Britannica, www.britannica.com

[5] Il neologismo è mio.

[6]L. Floridi, ed., The Onlife Manifesto. Being Human in an Hyperconnected Era, Dodrecth, New York, London, Springer, 2015. «The distinction between public and private has often been grasped in spatial and oppositional terms: the home versus the agora, the private company versus the public institution, the private collection vs. the public library, and so forth. The deployment of ICTs has escalated the blurring of the distinction when expressed in spatial and dualistic terms. The Internet is an important extension of the public space, even when operated and owned by private actors. The notions of fragmented publics, of third spaces, and of commons, and the increased focus on use at the expense of ownership all challenge our current understanding of the public-private distinction», pag. 10-11.

[7] «Nevertheless, we consider this distinction between private and public to be more relevant than ever. Today, the private is associated with intimacy, autonomy, and shelter from the public gaze, while the public is seen as the realm of exposure, transparency and accountability. This may suggest that duty and control are on the side of the public, and freedom is on the side of the private. This view blinds us to the shortcomings of the private and to the affordances of the public, where the latter are also constituents of a good life». Ibidem, pag. 10.

[8] «We believe that everybody needs both shelter from the public gaze and exposure. The public sphere should foster a range of interactions and engagements that incorporate an empowering opacity of the self, the need for self-expression, the performance of identity, the chance to reinvent oneself, as well as the generosity of deliberate forgetfulness», ibidem, pag. 11.

[9] Dichiarazione fatta nell’intervista, a mia firma, in uscita sul magazine bilingue Salone del Mobile del quotidiano La Provincia di Como, aprile 2019.

[10] «First, design may aim to encourage the change of social behaviour». U. Pagallo, “Good Onlife Governance: On Law, Spontaneous Orders, and Design, The Onlife Manifesto, pag. 172.

[11] Ibidem.

 

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