EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
Kafka (22)

Sono davvero una bestia se la musica mi commuove tanto? Gregor Samsa nell’interpretazione psicologica di Antonio Fusco.

di Luigi Serrapica

Le molteplici interpretazioni de La metamorfosi[1], probabilmente il racconto più noto di Franz Kafka, rappresentano una letteratura nella letteratura e spaziano su vari argomenti. Il filone psicologico, a sua volta ricco di possibilità esplorative, ha avuto in Antonio Fusco un importante rappresentante: non solo per l’approfondita disamina che ha compiuto nel volume pubblicato nel 2010[2], ma anche per la varietà di spunti e suggestioni offerte. Antonio Fusco, docente all’Università di Cassino e scomparso a inizio del 2018, è stato professore ordinario di Psicologia dell’arte e della letteratura. Nella sua carriera ha pubblicato molti saggi ricchi di ipotesi interpretative su opere e personaggi di scrittori importanti della letteratura mondiale, mischiando alla fascinazione letteraria l’osservazione biografica degli scrittori presi in esame.

Il fulcro del racconto La metamorfosi, come è noto, è la trasformazione di Gregor Samsa, un comune commesso viaggiatore, in un insetto gigante. La trasformazione è orribile, non solo per l’aspetto che viene ad assumere l’uomo, insostenibile persino ai suoi familiari, ma anche perché essa non ha una motivazione apparente: Kafka non ne fornisce spiegazioni. Alla vista, il protagonista Gregor non è più un uomo, privato com’è delle fattezze umane, della facoltà di comunicare con i suoi simili, di nutrirsi come loro e di avere contatti interpersonali ‘normali’. Egli, tuttavia, diventa più umano a seguito della trasformazione che lo costringe a un lungo e approfondito soliloquio in cui ricerca le ragioni stesse per cui continuare a vivere. È paradossale, e questo è sottolineato da Fusco, come un essere mostruoso possa acuire le proprie capacità intellettive anziché regredire alla bestialità cui sembra condannato dal proprio corpo. Le facoltà più propriamente umane, rappresentate – anche nel linguaggio comune – dalla testa, non spariscono, anche se non sono rintracciabili all’esterno: nessuno può avvicinarsi a Gregor sperando di ottenere risposte a qualsivoglia interrogativo, perché – banalmente – egli non può più parlare.

«Nel racconto si parla spesso della testa, ma non si accenna mai a come sia fatta questa testa”[3]. Dal punto di vista dei familiari di Gregor, non esiste differenza fra la testa e il resto di un corpo in cui è impossibile riconoscere le fattezze, o anche solo degli indizi, della persona precedentemente amata: osservando quello che era stato il fratello e il figlio Gregor, i parenti del protagonista non hanno modo, e forse neppure la volontà, di cogliere il percorso interiore di chi gli sta davanti. È normale, dal momento che fra di loro sussiste una non comunicabilità slegata dai rapporti, comunque difficili – soprattutto fra padre e figlio – e dipendenti, invece, dall’impossibilità di Gregor a esprimersi con le parole. «È interessante notare come Gregor, divenuto insetto, conservi integro il proprio desiderio di comunicazione interumana»[4]: questo mostra come Gregor, pur vittima di un’incredibile e aberrante trasformazione, non si senta da meno dei suoi familiari e delle altre persone. Si sente parte del genere umano, pur sotto forma di insetto gigante, perché egli è in grado di pensare e di provare sentimenti: egli è uomo al di là della natura corporea, al di là di quello che percepiscono – spesso con orrore – gli individui che entrano in contatto con lui.

Lo stesso padre, da cui Gregor è distante a causa di un rapporto conflittuale e incline all’incomprensione, pur se tentato di colpirlo a morte – proprio come si farebbe con uno scarafaggio scorto dentro casa – sembra avere delle remore a compiere l’estremo gesto di togliere la vita a quell’essere in cui non ravvisa la presenza del proprio figlio: e nemmeno dopo averlo ferito con una mela scagliata con forza e rimasta incastrata nelle carni dell’essere, provocando una significativa menomazione nel corpo di Gregor, il padre è pronto a portare a termine il gesto iniziato con tanta violenza. Tant’è che la famiglia «forse anche per un senso di ‘colpevolezza’ diventa a questo punto più ‘umana’. Di fronte a un ex-figlio, trasformato in un essere totalmente diverso e reso ‘invalido’ dallo stesso padre, si sente il bisogno di riconsiderare il fatto che si tratta, pur sempre, del figlio e che, forse, sia il caso di farlo ‘partecipare’ in qualche modo alla ‘vita’ della famiglia»[5].

Gregor è sempre più disumanizzato da chi lo circonda: quelli che considera i suoi affetti, e verso i quali prova un senso di colpa per la sopraggiunta incapacità di contribuire economicamente al bilancio domestico, non sono in grado di capire quanto di umano sia rimasto in lui e quanto profondi siano i suoi sentimenti. Quando – nel tentativo di offrire alla ‘bestia’ una stanza adeguata al suo nuovo stato – la sorella Rita elimina tutto il mobilio dalla camera di Gregor, acuisce seppur involontariamente la ‘disumanizzazione’ del fratello: ciò che arredava quel locale contribuiva a tenere ancorato Gregor alla sua precedente vita da Homo sapiens, prestandogli anche soccorso e appiglio di fronte all’ineluttabile condizione mostruosa in cui versa.

Di più, quella persona che era stata quando aveva le normali fattezze umane, era abbrutito da un lavoro – quello di commesso viaggiatore – ripetitivo e poco stimolante: «Che differenza passa tra un insetto intelligente ed emotivo e un uomo reificato da un lavoro piatto e squallido?»[6], domanda Fusco. Non sfugge, qui, l’ironia derivante dal fatto che Gregor-umano non è stato propriamente uomo quanto lo è divenuto dal momento della sua trasformazione in Gregor-insetto. Praticando la via dei detti popolari, verrebbe spontaneo il riferimento a “l’apparenza inganna”: Gregor non è amabile, non più, a seguito della metamorfosi che lo ha reso ripugnante alla vista, ma lo sarebbe – se potesse parlare – perché ha avuto modo di affacciarsi al mondo dei suoi sentimenti e di colorarli con un’empatia razionale degna di una persona saggia.

L’esempio di questa ironica contraddizione si esplica, per esempio, nel rapporto di Gregor con la musica, mai particolarmente apprezzata quando ancora era, almeno visivamente, un essere umano. Del resto, quanto tempo un commesso viaggiatore del primo Novecento avrebbe potuto dedicare alla melomania, se continuamente sollecitato dal proprio datore di lavoro a produrre guadagni? Poco, evidentemente. Siamo nuovamente di fronte alla ‘reificazione’ di cui Gregor-umano è vittima quando riveste i panni del commesso viaggiatore: senza stimoli culturali, o quanto meno intellettuali, Gregor si inaridisce, anche se non abbastanza da perdere completamente la propria sensibilità. Un moto di affetto fraterno lo conduce, prima della metamorfosi, a progettare di pagare l’iscrizione al Conservatorio della talentuosa sorella Rita, suonatrice di violino.

Sarà proprio il suono del violino di Rita, tuttavia, a condurre il nuovo Gregor – orribile ma sensibile – al pericolo che ne anticiperà la fine tragica. Una sera, come non succedeva da tempo, Rita comincia a suonare il violino alla presenza di tre pensionanti (accolti in casa per rimpinguare il bilancio familiare, essendo venuti meno i guadagni di Gregor): i tre uomini, mediocri, incolti, capaci di coltivare solo il proprio apparire estetico ma di certo non la propria interiorità umana, non solo ascoltano Rita suonare, ma la invitano anche a proseguire il concerto nella loro stanza. Una pura cortesia, dato che in breve dimostreranno aperto disinteresse per l’arte di Rita. Kafka descrive l’insensibilità dei tre ospiti descrivendo il modo in cui disturbano la ragazza (avvicinandosi troppo allo spartito musicale) o in cui fumano il sigaro: ma la reazione più interessante è proprio quella di Gregor. Ormai l’ex-uomo è ridotto molto male, dal punto di vista fisico: si è ‘lasciato andare’, non pratica nemmeno più quella sorta di auto-pulizia cui si era dedicato nei primi tempi della trasformazione. Soffre, anche per i postumi della ferita causata dalla mela scagliatagli contro dal padre.

Eppure, quando percepisce il suono del violino, Gregor se ne sente attratto: «Era davvero una bestia se la musica lo commuoveva tanto? Gli sembrava che gli si schiudesse una via, verso un nutrimento sconosciuto e sempre desiderato». Ecco il culmine della trasformazione: da uomo arido e superficiale, diventa insetto dalle elevate capacità sentimentali, emotive e razionali. Capacità che lo portano a essere parte di una ristretta famiglia umana, oppure, detto altrimenti, a essere compiutamente un uomo. Ironicamente e, si potrebbe dire, kafkianamente, ciò avviene quando Gregor non ha più le fattezze umane e soprattutto quando il cerchio della sua vita sta per chiudersi attorno a lui.

Gregor, infatti, esce dalla propria tana nonostante la propria crescente debolezza fisica, spinto appunto dalla sua nuova capacità emotiva: accortosi in qualche modo dell’insulsaggine dei tre ascoltatori di Rita, vorrebbe condurla in camera sua per permetterle di continuare a suonare il violino per un pubblico in grado di apprezzarla realmente, ovvero per lui – in nome di un affetto fraterno ora reso più acuto. Egli si precipita nella stanza dei pensionanti, senza però considerarne la possibile reazione: gli uomini, arrabbiati per la presenza di Gregor, minacciano azioni legali e se ne vanno senza pagare i padroni di casa per il servizio ricevuto. La famiglia Samsa rimane sola con il proprio fardello, un difficile bilancio domestico da addomesticare e un’ingombrante presenza priva di utilità da gestire: l’unica soluzione, l’unica via di fuga che si presenta ai familiari di Gregor è quella di ‘liberarsi’ dell’insetto, percepito ormai da tutti come incapace di comprendere gli altri uomini. La ‘bestia’, però, comprende e si ritira nella tana in cui – nella notte – morirà: «Poi il suo capo senza volere si chinò e debolmente gli sfuggì dalle narici il suo ultimo respiro»[7].

Gregor, divenuto bestia orripilante ma sensibile, muore lasciando libera la sua famiglia di tornare al punto di partenza, una ricerca di stabilità economica e una felicità superficiale quasi del tutto priva di pensiero. La deformità fisica di Gregor, unico elemento di giudizio con il quale il mondo ha saputo rapportarsi all’insetto, sparisce senza nemmeno la dignità di un funerale, o di una commemorazione: il problema è risolto perché non è più visibile. Sparito il corpo di Gregor – trattato con irrispettosa sufficienza da una domestica rude – sparisce anche la speranza di scorgere una seppur lieve pietas degli uomini con braccia e gambe: sono proprie le braccia e le gambe di una persona a offendere il corpo senza vita di Gregor. Una persona che lavora, che – insomma – esegue il compito assegnatole: una persona la cui vista non offende lo sguardo e pazienza se è totalmente insensibile di fronte a ciò che resta di Gregor.

Il dramma è tutto qui: tra aspetto esteriore e morale interiore non sussiste alcuna correlazione diretta, ma per il protagonista del racconto non vi è modo di dimostrarlo. Gregor Samsa diventa propriamente un uomo quando cessa di esserlo esteriormente, mentre – al contrario – l’humanitas della domestica non esiste nonostante alla vista ella sia umana fino in fondo. Dietro l’apparente normalità fisica, financo la bellezza esteriore, può nascondersi l’orrore dell’assenza della morale o della pietas.

Il dramma letterario, pochi decenni dopo la pubblicazione del racconto, trova un tragico riscontro nella Storia. Non troppo lontano dalla Boemia – patria di Kafka – altri uomini ‘normali’ accantoneranno la propria humanitas per “eseguire gli ordini” e renderanno possibile il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

[1] F. Kafka, La metamorfosi e altri racconti, Mondadori, Milano, 1970.

[2] A. Fusco, Analisi psicologica de La metamorfosi di Franz Kafka, Teseo, Firenze, 2010.

[3] Ivi, p. 66.

[4] Ivi, p. 15.

[5] Ivi, p. 42.

[6] Ivi, p. 9.

[7] F. Kafka, La metamorfosi e altri racconti, cit., p. 79.

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