EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2020, n. 3 - 4 anno V - ISSN 2531-7334
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Stimolare l’immaginazione creatrice

di Susi Panchetti

Il binomio infanzia-favole è presente in letteratura da alcuni secoli, conseguentemente alla scoperta, avvenuta nel Settecento, del valore della dimensione infantile. Da quel momento in poi il bambino non è più considerato un uomo in miniatura ma, finalmente, si pensa all’infanzia come a quella dimensione che ha peculiari caratteristiche rispetto all’età adulta.  Nel processo educativo che accompagnerà il bambino le favole iniziano a prendere una nuova veste.

Tutto inizia nel 1697 con la pubblicazione de I racconti di mamma Oca di Charles Perrault: si tratta di fiabe popolari che presentano una funzione pedagogica, come fossero depositarie di insegnamenti e di consigli per i ragazzi e per i giovani; questo è quanto riporta Flavia Bacchetti ne I bambini e la famiglia dell’Ottocento. Realtà e mito attraverso la letteratura per l’infanzia. Un ulteriore sviluppo per la letteratura infantile si avrà nell’Ottocento: la fiaba farà ritorno al  modello popolare orale, che inizierà ad essere trascritto. Questo secolo costruisce l’universo della letteratura infantile, proseguito poi nel Novecento con i suoi sottogeneri. Si crea così un mercato (grazie allo sviluppo dell’industria culturale) e viene delineata una “teoria”, la quale rimanda la nuova immagine sociale del bambino, meritevole di attenzione e cura, come da visione pedagogica.

Con favola si intende quel breve componimento narrativo, i cui attori sono esseri animati o cose inanimate; essa ha come fine il far comprendere facilmente un messaggio morale/etico. Accanto al termine favola sovente viene abbinato il lemma fiaba; anche la fiaba è una breve narrazione in prosa, ma con origine popolare, è tramandata oralmente di generazione in generazione con lo scopo di intrattenimento.

In letteratura, favola e fiaba sono differenti per genere, modalità narrative, luoghi e personaggi, tuttavia per il mondo infantile, sotto l’aspetto lessicale, risultano sinonimi ed entrambi i generi si integrano per conformare l’uomo, nel senso che la fiaba “mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità” (Bettelheim, 1977, p. 17) poiché “l’azione del narrare è condizione necessaria per comprendere gli eventi” (Mortari, 2013, p. 171). Nella fiaba si narra di esseri umani e fantastici quali fate, streghe, draghi, maghi, spiriti benefici e malefici come protagonisti; con un linguaggio popolare essa mette in scena storie senza tempo nè luogo dove i personaggi si trovano ad affrontare difficili situazioni.

Sia che si parli di fiaba tradizionale (che comprende centinaia di racconti ambientati nel mondo arabo e persiano: si pensi ad es. ad Aladino e la lampada magica), sia di quella d’autore (in cui si pone grande attenzione alla psicologia dei personaggi, come nelle opere di H.C. Andersen) oppure di fiabe moderne (si pensi a G. Rodari oppure a R. Piumini), ogni personaggio ricopre un ruolo ben preciso. Nelle fiabe si ritrovano in forma simbolica le incertezze, i limiti e le paure che l’essere umano incontra durante tutto il cammino della vita che cercherà di superare orientandosi verso un’esistenza lieta. Nella favola l’ambientazione è diversa: si tratta di un genere giocoso che ha come protagonisti gli animali, in situazioni paradossali; essi parlano e si comportano come esseri umani rappresentando i relativi vizi e virtù, dove il vero elemento che caratterizza la narrazione è la morale, cioè quell’insegnamento etico che si evince dal comportamento dei personaggi della storia.

Pochi anni fa il giornalista Massimo Gramellini si espresse con queste parole:

“Pollicino si è perduto. Le favole sono come i panda. Stanno scomparendo.

Ormai soltanto il 16% dei bambini fra i tre e gli otto anni – recita una ricerca inglese–si addormenta al suono di una storia raccontata dai genitori. Dieci anni fa erano ancora il 30%, trentanni fa il 75%. La deduzione inesorabile è che la prossima generazione avrà un’infanzia senza favole, se non nella versione transgenica offerta da computer e tv. Omissis (Gramellini).

Il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società, comincia con la storia dell’umanità, il racconto è là, come la vita.” (Barthes).

Questa citazione del linguista-semiologo francese Roland Barthes permette di avviare una breve riflessione sull’importanza della narrazione nella vita di noi tutti.

Le parole del giornalista Gramellini definiscono chiaramente ciò che sta accadendo in questi ultimi decenni. Affinchè le favole non scompaiano dalla vita di tutti i giorni, basta che i genitori non si celino dietro i fantasmi della stanchezza, della mancanza di tempo o di chissà quale altra scusa, ma si siedano accanto al lettino del figlio o figlia a raccontare Il gatto con gli stivali od altro, prendendo spunto dalla nostra tradizione che trabocca di alternative.

Questa era la prima lezione di vita che i bambini ascoltavano: le favole non dicono ai bambini che i draghi non esistono, quanto piuttosto che possono essere sconfitti. Il bambino “ha bisogno di soddisfazioni a livello fantastico”  (Bettelheim, 1977, p. 123) per essere capace di affrontare nuove sfide quotidiane. Forse sarebbe opportuno smettere di dare la colpa ora alla scuola, ora alla società? Le favole sono sempre lì a portata di mano: basta aver coraggio e riprendere il libro. Vinceremo così il timore di essere considerati illusi.

Come si può dare spiegazione a questo cambiamento educativo?

Viene di chiedersi se questa diversa modalità nell’agire non stia inficiando il processo educativo.

“Se è molto diffusa la coscienza che l’educazione è malata” scrive il filosofo-sociologo francese Edgar Morin ne “Insegnare a vivere” (Morin, 2015, p. 43), come in una sorta di “crisi”, allora “è necessario introdurre la crisi dell’educazione in un contesto critico più vasto”  (Morin, 2015, p. 44).

“Ogni azione, una volta intrapresa, tende a sfuggire alle intenzioni e alla volontà del suo attore per entrare in gioco di interazione e retroazione con l’ambiente (sociale o naturale) che può modificarne il corso, talvolta anche fino ad invertirlo” (Morin, 2015, p. 31).

“La parola crisi rinvia sempre a un sistema e alla sua organizzazione” (Morin, 2015, p. 46).

In ogni sistema si manifestano regolazioni in risposta ai processi di retroazione negativa che possono essere controbilanciate dallo sviluppo di forze innovatrici e/o creatrici. Tali forze possono trasformare il sistema stesso, rigenerarlo e portarlo ad una riorganizzazione meno complessa di prima (qualora la crisi si presentasse come regressiva), oppure permettere soluzioni nuove (nel  caso in cui  la crisi presentasse caratteristiche creative).

“La crisi dell’educazione deve essere dunque concepita nella sua propria complessità, che rinvia alla crisi della complessità sociale ed umana, crisi che essa traduce ed aggrava. Ma è l’educazione stessa che potrebbe apportare, se solo trovasse le forze rigeneratrici, il suo contributo specifico alla rigenerazione sociale e umana.”(Morin, 2015, p. 46).

Il filosofo francese mette in luce il bisogno di una riforma dell’educazione che permetta ad ognuno  di sviluppare al meglio la propria individualità, la relazione con gli altri e prepararsi ad affrontare l’incertezza.

Come riuscirci?

Affinchè il bambino sappia afferrare i misteri e le meraviglie dell’universo, di cui facciamo parte, occorre stimolare intelligentemente l’immaginazione creatrice del fanciullo per far sì che superi la comprensione e raggiunga una visione fantastica. Secondo Maria Montessori per educare il potenziale umano, per risvegliarne il suo l’interesse e far germogliare i semi della scienza, non occorreva altro che la fantasia. La chiave di tutto è proprio la fantasia, che dà all’essere umano la propensione per superare l’incertezza.

“La visione fantastica è completamente diversa dalla semplice percezione di un oggetto, perchè non ha limiti. Non solo la fantasia può viaggiare attraverso lo spazio infinito, ma anche attraverso il tempo infinito. -omissis- La coscienza dell’uomo nasce come una sfera fiammeggiante di fantasia.” (Montessori, 2007, pp. 28-29).

Lo stesso pedagogista Giacomo Cives analizzando “L’«educazione dilatatrice di Maria Montessori»”, riprende l’enunciato di Morin per avvalorare come l’educazione possa riuscire ad “insegnare ad attendersi l’inatteso, ad affrontare l’imprevedibilità del futuro che «si chiama incertezza»  (Morin, 2001, p.13)” (Cives, 2008, p. 142).

Quello che manca oggi è la consapevolezza di ciò che le favole rappresentano per la mente umana: non solo viene rafforzata la relazione fra il narratore ed il bambino in una sorta di sintonia emotiva ed affettiva, ma poiché ogni favola contiene uno specifico messaggio espresso in simboli, il pensiero può costruire strutture mentali legate alla conoscenza di sé ed ai concetti spazio-temporali  ed anche favorire lo sviluppo della memoria di lavoro (tenendo in mente le sequenze narrative) fino a ricomporre il significato completo del messaggio. Entrambi gli emisferi cerebrali vengono stimolati e sollecitati in questo processo.

“La maggior parte di noi non pensa al fatto che il nostro cervello sia composto di molte parti diverse, ciascuna delle quali svolge un compito differente dalle altre” (Siegel, 2011, pag. 16). La parte destra del nostro cervello elabora le emozioni e i ricordi autobiografici ma è la parte sinistra a dare loro un senso.

”Nei bambini piccoli c’è generalmente una dominanza dell’emisfero destro e non si è ancora affinata la capacità di usare la logica ed il linguaggio per esprimere le emozioni.” (Siegel, 2011, pag. 41).

La favola sviluppa la creatività (un po’ come avere a disposizione più soluzioni) ed è uno strumento educativo prezioso che rappresenta un punto di riferimento per la vita interiore del bambino e la sua relazione con l’adulto per dar voce alle sensazioni ed alle emozioni.

“I miti e le fiabe rispondono entrambi agli interrogativi eterni: qual è la vera natura del mondo? Come dovrò vivervi la mia vita?”  (Bettelheim, 1977, p. 47).

Il bambino ha bisogno di un’educazione morale realizzabile senza concetti astratti e con tutto ciò che possa apparire giusto e con significato riconoscibile. Nella favola non è importante tanto il contenuto esplicito, quanto il significato simbolico.

Le prime esperienze infantili risultano confusionarie in quanto il bambino cerca di dare un significato a ciò che avviene dentro e fuori di lui. Dalla psicoanalisi sappiamo che il simbolo è il risultato di proiezioni e identificazioni mentali successive; tenendo presente che le favole parlano ai bambini con un linguaggio simbolico, esse permettono di ridurre i loro conflitti interiori.

Lo scenario letterario del Terzo Millennio si apre con una presa d’atto sull’abbandono crescente dell’uso delle favole nell’infanzia, senza tener presente che la favola-fiaba si presta anche ad una lettura interculturale, come ponte letterario fra passato e presente, dove il carattere universale del testo fiabesco si colloca con giusto riconoscimento all’interno della letteratura per l’infanzia dato che ”la letteratura fiabesca è del tutto priva di stereotipi culturali” (Bruno, 2018, p. 49) basti pensare a “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepúlveda.

Per comprendere appieno questo cambio di direzione basta guardarsi intorno.

Da un lato l’universo delle tecnologie informatiche ha trovato nel gioco e nella fiaba degli alleati che hanno rappresentato nuove frontiere dell’editoria: prima con i videogame e poi con app sempre più sofisticate. Un sempre più vasto pubblico vuole essere protagonista di una storia narrata, tramite le tecniche informatiche, analogamente al sistema fiabesco tradizionale. La dimensione collettiva che i giochi di ruolo permettono di cogliere contiene non solo il significato profondo della partecipazione, ma anche la sperimentazione effettiva di ciò che significa condividere pratiche, emozioni, vissuti e storie (Antonazzi, 2019).

D’altro canto, i mass-media audiovisivi hanno riposizionato il fiabesco in pianta stabile dentro la programmazione dei palinsesti, sostituendo così i genitori nel raccontare le favole.

La favola-fiaba non è più l’unico motore del racconto: accanto ad essa si collocano l’avventura, il mito e la leggenda, che si sono trasformati col digitale.

Il vero nocciolo della questione è che i narratori di questo millennio si sono cimentati in riscritture, rifacimenti, trasposizioni ed intrecci prendendo spunto dagli archetipi classici, reinterpretandoli per giungere ad un nuovo medium letterario. Si tratta di un medium che abbraccia nuove tematiche, alla riscoperta delle varie culture come strumento per ottenere un’educazione multiculturale.

Il cambiamento dei canoni estetici e la nascita di avanguardie più variegate hanno rappresentato il terreno fertile per lo sviluppo di figure estetiche e professionali, ad es. l’illustratore per l’infanzia, capace di dar un nuovo volto alle storie per i bambini usando il linguaggio della modernità e abbandonando tutti gli stereotipi letterari obsoleti. Personalità come Leo Lionni, Bruno Munari o Eric Carle, nati nell’alveo delle avanguardie estetiche novecentesche, si sono reinventati in qualità di autori e illustratori per l’infanzia, facendo tesoro delle loro competenze artistiche maturate.

Tutto ciò è stato attuato grazie anche all’operazione compiuta nel 1928 dallo studioso di folklore russo Vladimir Propp, che propone una descrizione sistematica delle fiabe di magia (Ricciardi, 2010, p. 43). Propp per approfondire quale sia la funzione della favola ci dice che “bisogna chiarire in che cosa essa consista” (Propp, 1966, p. 9).

Questo studioso russo, che è stato in grado di estrapolare dai racconti popolari la tipologia della struttura narrativa, termina la sua opera chiedendosi se è lecito porre la questione sugli schemi delle fiabe distinguendoli da quelle delle favole. Egli aveva un dubbio sulle generazioni future e sul fatto che le stesse, quando sarebbero riuscite ad apprendere questo approfondimento, lo avrebbero trovato lontano anni luce tanto da non tenerne di conto. In un certo senso Propp è stato antesignano di quanto sta accadendo oggi.

Viene spontaneo chiedersi quale sia la validità della favola sull’educazione infantile. L’arte di raccontar favole e fiabe è un grande strumento per avvicinare e mettere in relazione generazioni diverse, trasmettere valori ed accompagnare la costruzione dell’identità.

Durante l’infanzia i bambini imparano a riconoscere i ruoli all’interno della famiglia e iniziano a capire le regole della vita sociale. La favola offre una sceneggiatura ottimale per l’inconscio favorendo il prezioso contatto con gli aspetti incerti e ambivalenti della realtà. Le favole mettono in scena rappresentazioni di sé spesso inesplorate, offrono sguardi sull’esistenza, si costituiscono come metaforica rappresentazione della propria identità (Bernardi).

Leggere libri permette ai bambini di conoscere il mondo che li circonda ma anche di entrare in contatto con il proprio mondo interiore. Le ricerche di psicologia sociale confermano che gli stereotipi di genere iniziano a radicarsi nei bambini e nelle bambine già dai primissimi anni di vita. “Ecco perché lasciarli liberi di immaginar altre storie è rilevante” (ingenere.it).

Un’attuale ricerca scientifica, gestita dal dipartimento FISSUF dell’Università degli Studi di Perugia, mira ad accertare gli effetti di un certo tipo di lettura: quella ad alta voce. Nella fattispecie tale ricerca sta verificando le abilità di lettura e gli interessi che si allineano in preadolescenza o in adolescenza, i quali sono in stretta connessione con le esperienze di lettura dell’età infantile.

Come ogni ricerca scientifica che si rispetti, nei training di lettura narrativa sono stati inseriti il gruppo sperimentale (costituito da un determinato target: età o classe di riferimento) ed il gruppo di controllo; entrambi sono stati misurati attraverso batterie di test ed altro. Il gruppo sperimentale dovrà essere esposto quotidianamente alla lettura ad alta voce, per un periodo minimo di 40 giorni consecutivi. Al termine, quando i due gruppi sono messi di nuovo a confronto, in quello sperimentale la lettura ad alta voce ha determinato un vero e proprio potenziamento generale del bambino/ragazzo. In conclusione, dall’indagine è emerso che vi sono

“molte dimensioni interessanti sulle quali la lettura ad alta voce è in grado di agire:

  • la dimensione emotiva, ovvero la capacità di riconoscere le proprie e le altrui emozioni;
  • la mentalizzazione e il punto di vista (la capacità di prevedere/riconoscere gli stati mentali degli altri, la capacità di assumere un punto di vista differente dal proprio);
  • l’empatia, intesa come la capacità di vivere emozioni e sensazioni relative a una situazione come se fossimo l’altro (senza dimenticare che non lo siamo);
  • le funzioni cognitive di base (attenzione, simultaneità, pianificazione e successione);
  • le capacità di ragionamento critico;
  • un contributo importante allo sviluppo dell’identità personale e alla proiezione di se stessi nel futuro (e dunque le abilità progettuali, la definizione di obiettivi, ecc.);
  • le abilità e competenze relative alla comprensione del testo (comprese quelle richieste dai test INVALSI).”

(Batini, 2019 p. 14)

Perchè leggere? “Perchè è uno strumento importante per lo sviluppo linguistico, affettivo, emotivo, simbolico, cognitivo, relazionale. La lettura è uno stimolo per l’immaginazione.” (Nidi d’infanzia, 2020, p.33) La narrazione aiuta a connettere passato e presente, ad immaginare il futuro e a capire che le persone agiscono in base a scopi, progetti, valori e legami. Per questi motivi, l’esperienza letteraria può contribuire anche all’accettazione o al rifiuto dei ruoli tradizionali.

“La narrazione è preferibile alla lettura perché permette una maggiore flessibilità” (Bettelheim, 1977, p. 147) e ciascun narratore nel raccontare la storia può sopprimere od aggiungere degli elementi per arricchirla di significati per se stesso e per l’ascoltatore.

Nel corso degli ultimi decenni – scriveva qualche anno fa Franco Cambi – omissis – il narrativo è stato sottoposto ad un’analisi sottile e complessa -omissis-  che ha attivato una ricerca –omissis- intorno al valore ed alla funzione del narrare dal punto di vista psicologico, sociologico e counicativo -omissis- tutti aspetti che fanno del narrare un’attività primaria e fondamentale e permanenti della mente. Attività centrale, poi, in ogni «cucciolo d’uomo», come in ogni cultura e civiltà, e che dobbiamo, per via educativa, presidiare e coltivare come un paradigma formativo della mente e, pertanto, dobbiamo anche mantenere al centro di ogni processo educativo -omissis. Poi il narrare nutre proprio l’attività simbolica della mente” (Cambi, 2010, pp. 49-50-51).

Umberto Galimberti in una intervista recente afferma:

L’affabulazione consente al bambino di reggere dati di realtà impressionanti o drammatici”  (Galimberti, 2003).

Allora alla favola bisogna riconoscere quel valore che non è soltanto quello inteso come una specifica forma di linguaggio espressivo utile a far crescere i bambini, ma piuttosto quello di  potenziare in loro la capacità di parlare dei propri vissuti interiori.

Quando la favola mette in scena il tema della morte che approda ad un tempo ritrovato dove l’incontro con l’ignoto, la durezza delle prove da affrontare e il viaggio producono una specie di incantesimo liberatorio che evoca emozioni per chi le legge e chi le ascolta.

Ricordiamo che la psicoanalisi riconosce alla fiaba quella “forza trainante per il superamento della coppia simbolica madre-bambino e per la maturazione della sessualità. – Come rileva l’autrice – le fiabe sono a favore dello sviluppo, spingono alla trasformazione, alla crescita, non accettano situazioni sclerotizzate, che difendono dalla paura del cambiamento. L’emblematico “c’era una volta” introduce la narrazione tranquillizzando chi ascolta che l’evento raccontato non fa parte del nostro tempo e allo stesso tempo suggerisce il privilegio di venirne a conoscenza. Il riferimento al contributo winnicottiano è quanto mai calzante e pone l’accento sull’ascolto, che si libera all’interno di uno spazio condiviso di una relazione e consente la distinzione tra realtà e fantasia” (Bruno, 2016).

Secondo Jerome Bruner (Ammanniti, 1991) la favola permette anche lo sviluppo del cosiddetto “pensiero narrativo” rappresentato da quella abilità cognitiva attraverso cui le persone strutturano la propria esistenza e le danno significato; in questo modo, esso “è la forma del racconto, quel mezzo attraverso il quale l’uomo riesce ad organizzare la sua esperienza e l’interpretazione degli avvenimenti, strutturandoli nell’aspetto delle storie, delle giustificazioni, del mito”  (criticamentepsi.it)

Nella nostra attualità al posto di Cappuccetto Rosso o Aladino troviamo altri protagonisti. Uno fra i beniamini più amati del pubblico infantile è Bing, costruito sulla base degli scritti illustrati da Ted Dewan Bing Bunny. I produttori britannici (Acamar Films) hanno creato dai racconti di Dewan degli episodi di animazione, ciascuno di pochi minuti, che ruotano attorno a Bing, appunto.

Questo protagonista è un coniglietto in età prescolare che, con l’aiuto del suo sostituto genitore (alias tutor) di nome Flop (un animaletto di pezza), affronta quotidianamente tante piccole difficoltà riuscendo sempre a superarle.

Il pubblico infantile che segue la serie viene catturato dalle immagini accattivanti per identificarsi nell’egocentrismo del protagonista.

Al termine di ciascun episodio il tutor ripete sempre che “è una cosa da Bing”, come se la conquista e l’aver superato la “sfida” fossero così scontata. In realtà è paradossale prendere atto che Bing sia circondato da adulti rappresentati da pupazzi di pezza che compiono azioni quotidiane di normalità, che non esprimono emozioni e nemmeno provano a dare il nome ai sentimenti degli stati d’animo che potrebbero scaturire e che per ogni difficoltà incontrata c’è subito la soluzione a portata di mano, senza passare dall’attesa, né tanto meno dalla frustrazione del non riuscirci ed accettare un insuccesso. Insomma Bing non prova mai quella sana frustrazione che invece serve al bambino per gestire la propria regolazione emotiva, quello che per gli adulti si definisce self-control.

La diretta conseguenza a tutto ciò può essere che una volta diventati grandi non riescano più a fare sogni, a non prendere idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante o da quello non pensato, o forse, a non riuscire a creare qualcosa  per sé.

In questa globalizzazione in cui il domani non è un’opportunità, ma sembra piuttosto una minaccia, sognare diventa complicato ed allora, i nonni che raccontavano le favole, i quali avevano vissuto epoche concretamente più ardue, “regalavano” storie declinate al futuro cariche di ottimismo e di fiducia.

Il nostro presente, al contrario, è paralizzato da un’apparente libertà, fatta di sfuggenti opportunità e vaghi desideri, dove riuscire a raccontare una storia a un bambino significa fare davvero uno sforzo di ottimismo. Per assurdo potrebbero essere proprio i nostri bambini a dirci come andrà a finire.

 

Riferimenti bibliografici

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Gramellini M., Buongiorno, in La Stampa, rubrica sull’attualittà edita fino al 2017; il testo completo si può trovare su http://www.schule.suedtirol.it/pi/downloads/pollicino.pdf

https://www.criticamentepsi.it/unipi/articolo/la-fiaba-come-valore-e-strumento-educativo

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