EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Teratologie

di Pascal Neveu

(ITA/FRA versione originale in fondo)

 

Siamo sempre mostri di qualcuno!

Ci hanno affascinato per secoli, come inscritti nel nostro inconscio.

Il mostro di Loch Ness,  la donna con la barba o anche il Leviatano.  I mostri popolano la nostra immaginazione. Mostri, creature ibride e altri animali terrificanti vivono ancora nelle storie e negli incubi degli uomini. Ma c’è una parte della realtà in queste leggende?

Ma cos’è un mostro e cos’è la mostruosità? Come vive nel nostro inconscio? Cosa ricordare?

Secondo la definizione, un mostro è una persona (o una creatura) il cui aspetto e il comportamento sono sorprendenti, perché sono al di fuori delle “norme” della società.

Un mostro (il “mostro”) viene analizzato e riconosciuto come un avvertimento divino. È colui che mostra, ma etimologicamente il mostro è colui che avverte che mette in guardia (dal latino mŏnēre) .

Più specificamente, il mostro si riferisce a qualcosa di pauroso ma anche di affascinante che riguarda gli uomini. Il mostro riguarda la morale, ci affascina. Ci dice l’improbabile, l’inatteso, la parte sorprendente della nostra storia.

Questo è un motivo per cui molti ricercatori, che lavorano sui mostri, si sono concentrati sulla ricerca dello sviluppo degli embrioni. Infatti le loro origini rimangono misteriose. I ricercatori hanno quindi esaminato la possibile genealogia di alcune di queste creature nella storia naturale. Di qui l’unione tra l’umano e il mostro.

Il mostro ci parla da sempre.

Dall’antichità al Medioevo, il mostro era qualcosa di favoloso prima di diventare, all’epoca dei Lumi, un oggetto scientifico da analizzare. Fino alla rivoluzione scientifica, il mostro era un “animale” inviato dagli dei.

Aristotele e Plinio il Vecchio descrivono i mostri come appartenenti a un altro mondo, popolato dai barbari.

Occorrerà attendere il XVIII secolo,  con Diderot, Etienne Geoffroy Saint-Hilaire e Stephen Wolff (nella sua Scienza dei Mostri) per pensare alle malformazioni (un dito in più, il piede torto, il labbro leporino) e aprire il campo alla teratologia (scienza delle anomalie dell’organizzazioni anatomiche, congenite e ereditarie, degli esseri viventi).

Diventa una questione di anomalia e malformazione e non più di mostruosità. Una questione di genetica e di malformazioni, ma anche di giudizio popolare nel considerare il singolo, mostro.

Quale serial killer criminale o pedofilo non viene paragonato o qualificato come mostro?

Atti evidentemente riprovevoli. Ma chi costruisce questi mostri? Chi li giudica? La nostra società.

Jean Cocteau realizza il film “La bella e la bestia”, in un universo spaventoso. La bestia è il mostro, ma è l’amore che sublima il nostro sguardo e catalizza questa trasmutazione.

E Quasimodo in Notre Dame de Paris?  Victor Hugo ha il talento visionario di narrarci di una corte dei miracoli : Esmeralda, una migrante dei nostri giorni,  Frollo, uno psuedo-alchimista che lavora sulla sua avidità e il suo ego,  piuttosto che sull’ essere e l’amore di sé . Citiamolo direttamente : “Si trovò, fra tutte quelle carcasse orrende, due scheletri. Uno era quello di una donna, aveva ancora un paio di brandelli  di tessuto di un abito che doveva essere  bianco e, intorno al collo, una collana con grani di adrézarach con una piccola borsa di seta decorata con vetro verde, che era aperta e vuota. Questi oggetti erano così inutili che il boia probabilmente non li ha voluti. L’altro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era uno scheletro di un uomo. Aveva la colonna vertebrale deviata tra le scapole e una gamba più corta dell’altra. Ma non vi era alcuna rottura delle vertebre nel collo (…) quando cercarono di staccarlo dallo scheletro che teneva stretto, si ridusse in polvere.

Chi è il mostro? Il boia, Frollo, Quasimodo?

I mostri hanno sempre affascinato artisti che sanno come sublimare i tormenti dell’anima.

Hieronymus Bosch, Goya, Bacon, Brueghel il vecchio, dipingono la mostruosità per metterci in guardia, attraverso il prisma religioso e l’opposizione tra l’inferno e il paradiso.

Autori come Dante, La Fontaine, Edgar Allan Poe, Maupassant, poi Bram Stoker, Maurice Dantec, Lovecraft, Stephen King, affrontando ugualmente il tema del mostro. Ma anche il cinema con Cronenberg, Del Toro, Lynch, Burton.

Il mostro affascina e ci parla in un modo strano, semplicemente perché parla solo di noi stessi!

Tutti ci siamo nutriti del  male, dell’oggetto malvagio che è il mostro, come descritto da Mélanie Klein.

La medusa, la gorgona, il lupo mannaro, gli Yeti, gli zombi, sono solo proiezioni della nostra interiorità e del mostro interiore.

Ad esempio, crediamo che mostri leggendari che possano fare incursioni nel nostro presente, come lo spaventoso Chupacabra, che, secondo voci, è stato avvistato per la prima volta solo venti anni fa, in America centrale. Degno della serie televisiva Rosswell!

Il mostro ci riporta a interrogarci sulla nostra vita o sulla nostra morte ma anche sulla morte a metà.

È quindi un rivelatore della nostra esistenza e della nostra finitezza.

Il mostro non è solo bellezza e bruttezza (come Umberto Eco è riuscito a scrivere attraverso due sue bellissime opere). Lui è lo specchio di ciò che siamo.

Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più bello del reame?

Il bello è il giusto

Il giusto è il vero.

La verità è ciò che io sono.

Inoltre, cosa ci dice il fatto che restiamo affascinati e ci facciamo prendere dalla trama delle storie dei mostri, che non smettiamo mai di leggere, guardare nei dipinti  o al cinema?

Partiamo dall’idea che io sono un mostro.

Il mostro che si confronta all’Ideale dell’Io e all’Io Ideale.

L’Io pensato dai miei genitori e dalla società che pensano che io debba essere il meglio, in conformità  con le aspettative sociali  e con lo sguardo amorevole dei miei genitori.

E io, il modo in cui penso a me stesso, un “essere”, un divenire, che si pensa nella sua libertà di essere e di diventare.

Chi è Elephant Man?

Il mostro.

Un mostro che alla fine diventerà un dandy, che si ucciderà perché vuole essere un uomo normale. Joseph Merrill avrà quest’ ultimo pensiero “Nulla muore mai! ”

Anche lui fa parte di quegli esseri umani esposti nei musei di Medicina, nei musei di Storia Naturale. Come si sono esposti i siamesi, i deformi, gli informi, i diversi nei circhi del XIX secolo.

In questi giorni ho preso parte ad una trasmissione televisiva in cui una giovane donna, il cui volto è deformato dalla nascita, è venuta a testimoniare della sua vita 6 mesi dopo la sua apparizione in uno show. Questa giovane donna è radiosa, si è innamorata e ha firmato, grazie alla sua voce, dei contratti come cantante.

Alcuni anni fa, una casa editrice mi ha chiesto di scrivere un libro sullo stesso argomento.

Il mostro che gira il pollice per ordinare la morte al Colosseo, quello che gira un video durante un incidente fatale in autostrada o Hannibal Lecter, ma anche chi guarda film dell’orrore con apoteosi come SAW.

Chi è il mostro e dov’è il mostruoso?

Il film francese Martyr  mostra ciò che di più mostruoso siamo e possiamo fare nell’ unico interrogativo permanente: cosa proviamo al momento della morte? E cosa c’è dopo la morte?

Il mostro è noi stessi di fronte a questo interrogarci sulla vita e sulla morte.

Non ci sarebbe il dott. Frankenstein, divenuto la musa del transumanesimo, nessun Dracula che vuole vivere per sempre, né il Leviatano che pensa il Giudizio Universale, né altri esseri diabolici.

Il mostro non è pensato che in una riflessione metafisica ed esistenziale: “l’orgoglio”!

Quello di pensarsi più potenti, belli e intelligenti, di un altro che si considera mostro.

Siamo tutti mostri di un altro.

Victor Hugo ha scritto “Il prodigio e il mostro hanno le stesse radici”.

Hugo è un Uomo Illustre sepolto nel Pantheon.

Scrivere sul mostro e la mostruosità è un lavoro collettivo mostruoso, sicuramente eccitante … ma che non dovrebbe farci dimenticare l’essenziale: di fronte a questo immaginario mostruoso noi non siamo solo in grado di pensare ma purtroppo anche di creare. Contro di noi.

Ordo ab chao : tocca a noi pensare il non finito.

L’incompiuto siamo noi, consapevoli del mostro che possiamo essere.

 

(trad. G. Brevetto)

On est toujours le monstre de quelqu’un !

 

Ils nous fascinent depuis des siècles, comme inscrits dans notre inconscient.

De Frankenstein au monstre du Loch Ness, en passant par la femme à barbe ou bien encore le Léviathan… les monstres peuplent notre imaginaire. Les monstres, créatures hybrides et autres animaux terrifiants peuplent depuis toujours les contes et les cauchemars des hommes. Y a-t-il une part de réalité dans ces légendes ?

Mais qu’est ce qu’un monstre et qu’est ce que la monstruosité ? Comment habite-t-il notre inconscient ? Qu’en retenir ?

Selon sa définition, un monstre est un individu (ou une créature) dont l’apparence et le comportement, étonne car il se situe en dehors des « normes » d’une société.

Un monstre (le « monstrum »), est analysé et reconnu comme pouvant se révéler être un avertissement divin. Il est celui qui montre (du latin monstrare)… mais étymologiquement le monstre est moins celui qui montre (du latin monere) que celui qui avertit, qui met en garde.

Plus précisément, le monstre désigne l’effrayant mais aussi le fascinant qui concerne les hommes. Le monstre touche à la morale et fascine et nous apprend que l’improbable, l’inattendu et le surprenant font partie de notre histoire.

C’est la raison pour laquelle de nombreux chercheurs travaillant sur les monstres se sont concentrés sur la recherche concernant le développement de l’embryon.

Car leurs origines demeurent mystérieuses. Des chercheurs se sont donc ainsi penchés sur la possible généalogie de certaines de ces créatures dans l’histoire naturelle.

Et donc de l’union entre humain et monstre.

Ce monstre nous parle depuis toujours.

De l’antiquité au Moyen-Âge, le monstre relevait du fabuleux avant de devenir, lors du siècle des lumières un objet scientifique à analyser.

Car jusqu’à la révolution scientifique, le monstre était un être « animal » envoyé par les Dieux.

Aristote, Pline l’Ancien décrivent les monstres comme appartenant à un autre monde, peuplant les barbares.

Il faudra attendre le 18ème siècle avec Diderot, Etienne Geoffroy Saint-Hilaire et Etienne Wolff (dans sa Science des Monstres) afin de penser les malformations (doigt supplémentaire, pied-bot, bec de lièvre) et ouvrir le champ de la tératologie (science des anomalies de l’organisation anatomique, congénitale et héréditaire, des êtres vivants).

Il devient alors question d’anomalie et de malformation et non plus de monstruosité.

Il devient alors de ce qui relève de la génétique et malformation, et du jugement populaire… de traiter un individu de monstre.

Quel criminel serial killer ou pédophile n’est pas assimilé au qualificatif de monstre ?

Bien évidemment ces actes restent condamnables.

Mais qui construit ces monstres ? Qui les juge ? Notre société.

Quand Jean Cocteau réalise ce sublime film « La belle et la Bête », dans un univers qui pourrait rassembler l’effroi. La bête est le monstre… et c’est l’amour qui sublime notre regard et catalyse cette transmutation.

Et que dire de Quasimodo dans Notre Dame de Paris ? Victor Hugo a le talent visionnaire de nous narrer la cour des miracles… de nous parler d’une Esmeralda qui serait une migrante de nos jours… d’un Frollo pseudo alchimiste qui ne parvient à travailler que sur sa cupidité et son égo, plutôt que l’être humain et l’amour de soi… Alors qu’il ponctue son œuvre par ces mots : « On trouva parmi toutes ces carcasses hideuses ces deux squelettes, qui était celui d’une femme, avait encore quelques lambeaux de robe d’une étoffe qui avait été blanche, et on voyait autour de son cou un collier de grains d’adrézarach avec un petit sachet de soie, orné de verroterie verte, qui était ouverte et vide. Ces objets avaient si peu de valeur que le bourreau sans doute n’en avait pas voulu. L’autre, qui tenait celui-ci étroitement embrassé, était un squelette d’homme. On remarqua qu’il avait la colonne vertébrale déviée, la tête dans les omoplates, et une jambe plus courte que l’autre. Il n’avait d’ailleurs aucune rupture de vertèbre à la nuque (…) Quand on voulut le détacher du squelette qu’il embrassait, il tomba en poussière. »

Qui est le monstre ? Le bourreau, Frollo, Quasimodo ?

Les monstres ont toujours fasciné les artistes qui savent sublimer les tourments de l’âme.

Jérôme Bosch, Goya, Bacon, Brueghel l’ancien… peignent la monstruosité afin de nous alerter, via le prisme religieux et l’opposition entre l’enfer et le paradis.

Les auteurs tels que Dante, La Fontaine, Edgar Allan Poe, Maupassant… puis Bram Stoker… Maurice Dantec, Lovecraft, Stephen King… aborderont également le thème du monstre. Quand ce n’est pas au cinéma Cronenberg, Del Toro, Lynch, Burton…

Le monstre fascine et nous parle étrangement.

Tout simplement parce qu’il ne parle que de nous même !

Nous avons tous biberonné au sein du mauvais, du mauvais objet qui est le monstre, comme le décrit Mélanie Klein.

La méduse, la gorgone, le loup-garou, le Yetti, les zombies… ne sont que des projections de notre intériorité et du monstre intérieur.

Nous sommes par exemple « croyants » de monstres de légende qui peuvent faire des incursions dans notre présent, tel l’effrayant chupacabra, qui, selon la rumeur, aurait été aperçu pour la première fois il y a une vingtaine d’années seulement, en Amérique centrale… digne de l’affaire Rosswell !

A chaque fois le monstre nous ramène à un questionnement sur notre vivance ou notre mort voire demi-mort.

Il est donc un révélateur sur notre propre existence et notre finitude.

Le monstre n’est pas que beauté et laideur (comme Umberto Eco a pu l’écrire à travers deux très beaux ouvrages). Il est le miroir de ce que nous sommes.

« Miroir, mon beau miroir, dis-moi qui est la plus belle ! »

Le beau est le juste.

Le juste est le vrai.

Le vrai est ce que je suis.

Aussi, notre fascination et notre intrigue face aux monstres que nous ne cessons lire et regarder au sein d’œuvres picturales ou cinématographiques nous dit quoi ?

Partons de l’idée que Je suis un monstre.

Le monstre qui se confronte à l’Idéal du Moi et au Moi Idéal.

Le Moi pensé par mes parents et la société qui pensent de moi le plus beau que je dois être, en conformité avec l’attente sociale, le regard aimant de mes parents…

Et moi, la façon dont je me pense comme être, un « étant », un devenu, qui se pense dans sa liberté d’être et de devenir.

Qui est Elephant Man ?

Le monstre.

Un monstre ??? Qui finalement deviendra un dandy … qui se donnera la mort se voulant un homme normal. Joseph Merrill aura cette dernière pensée « Rien ne meurt jamais ! »

Il fait partie de ces êtres humains exposés dans les musées de Médecine, dans les Museum d’histoire Naturelle…

Comme on exposait les siamois, les difformes, les informes… les différents… dans les cirques au 19ème siècle.

J’enregistrais ces derniers jours une émission télé où une jeune femme, dont le visage est difforme depuis sa naissance est venue témoigner de sa vie 6 mois après son passage dans l’émission. Cette jeune femme est rayonnante, et devenue amoureuse avec en plus des contrats de chanteuse grâce à sa voix.

Il y a quelques années, une maison d’édition me demandait d’écrire un livre sur un même sujet.

Outre le monstre qui tourne le pouce afin de  d’ordonner la mort au Colisée, mais également celui qui tourne une vidéo lors d’un accident mortel sur l’autoroute, mais penser à qui est Hannibal Lecter…

 

Et qui regarde les films d’horreur avec l’apothéose comme SAW ?

Qui est le monstre et où le monstrueux ?

Il est un film français… Martyr… qui montre le plus monstrueux de ce que nous sommes et pouvons faire… dans un seul questionnement permanent : que ressentons-nous au moment de la mort ? Et quid après la mort ?

Car le monstre c’est nous même face à ce questionnement sur la vie et la mort.

Il n’existerait pas de Dr Frankenstein, devenu l’égérie du transhumanisme, ni de Dracula qui se veut vivre éternellement, ni le Léviathan pensant le jugement dernier, ni autres  êtres diaboliques.

Le monstre ne se pense que dans une réflexion métaphysique et existentielle : « l’orgueil » !

Celui de se penser plus puissant, beau et élevé que cet autre qu’il considère comme un monstre.

Nous sommes tous les monstres d’un autre.

Victor Hugo écrivait « Le prodige et le monstre ont les mêmes racines ».

Il est un Grand Homme enterré au Panthéon.

Ecrire sur le monstre et la monstruosité et un ouvrage collectif monstrueux, certes passionnant… mais qui ne doit pas nous faire oublier l’essentiel : nous face à cet imaginaire monstrueux que nous sommes capables non seulement de penser mais hélas de créer…. Contre nous.

Ordo ab chao… à nous de penser l’inachevé.

L’inachevé, c’est nous… en ayant conscience du monstre que nous pouvons être.

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