di Lelia Plebani[1]
Per quanto possa sembrare assurdo, non è stato il Medio Evo ad entrare in conflitto con la magia, o, più in generale, con quelle pratiche border-line che vivono al confine tra il mondo fisico e la dimensione soprannaturale. A ricordarcelo è la cupa stagione dei processi per stregoneria che, almeno nel nostro Paese, costituiscono un fenomeno sospeso tra l’età umanistica e la vigilia dell’Illuminismo, tra la fine del XIV secolo e i primi decenni del XVII. E se, ad esserne vittime sono state soprattutto le donne, dai documenti si evince che anche gli uomini ne fecero le spese, sia pure in forma più marginale. Tra questi malcapitati, anche un abitante di Moltrasio, località sulla costa occidentale del lago di Como, scampato al rogo soltanto grazie alla testimonianza di alcuni contadini delle colline rivierasche – i fratelli Giacomo e Nicola Dotti di Rovenna e Agostino Della Torre di Stimianico[2].
La vicenda si svolge nell’inverno 1539. Secondo quanto risulta da un documento notarile oggi conservato all’Archivio di Stato di Como, stilato alla presenza di Benedetto Giovio, discendente della celeberrima famiglia di umanisti comaschi che annovera quel Paolo Giovio quale “inventore” dei moderni musei[3], nella secta strigiorum attiva in quel territorio c’era anche una figura maschile: Pietro Della Porta. A quanto risulta dagli atti, il collegio giudicante dà credito alla buona fede dell’imputato. I “compurgatores” chiamati ad esprimere un giudizio in fase processuale, non credono che che Pietro Della Porta abbia commesso gli abominii solitamente attribuiti alle streghe. Egli, infatti, non adoravit diabolum, facendo seccare le biade prima del raccolto, né fu riconosciuto autore di un oltraggio contro la Santa Croce, né risultò che commesso atti sessualmente riprovevoli durante il sabba (osculum infame a tergo), né, tanto meno, che avesse praticato il zogo del barilotto. Quest’ultima pratica (o “gioco”), ricorrente in processi per stregoneria, riuniva una serie di atti esecrabili, dall’omicidio rituale di un bambino molto piccolo, le cui ceneri venivano poi bollite nel vino caldo, bevanda che si riteneva fosse consumata durante i rituali diabolici.
Dai testi a nostra disposizione per ricostruire la persecuzione delle presunte “streghe” o “strie” in provincia di Como, ricaviamo anche una serie di dettagli burocratici relativi alle esecuzioni sommarie delle povere condannate. Nelle Ordinationes cittadine, ad esempio, abbiamo notizia di due mulieres per il cui rogo la cittadinanza fu chiamata a corrispondere 2 lire e 6 soldi imperiali. A cosa servivano, queste tasse? Per comprare la legna del falò (pro earum demeritis combustae fuerunt), cento fascine. Viene anche fatta menzione al grasso, materiale utilizzato – con ogni probabilità – per facilitare la combustione.
Purtroppo, di quella stagione terribile di repressione, restano ben pochi atti pubblici. Per quanto riguarda il territorio di Como – all’epoca la più vasta area diocesana del Paese – ciò si deve alla distruzione del convento di San Giovanni in Pedemonte (dove oggi ha sede l’omonima stazione FS), sede del tribunale dell’Inquisizione. Nel 1514 abbiamo la prima citazione di streghe comasche, con il termine strigiis attribuito a due donne. Secondo la tradizione, in Lombardia le prime donne a finire al rogo sono state Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, nel 1390, con l’accusa di essere eretiche relapsae, ovvero recidive. Il nobile cronista comasco-milanese Francesco Muralto, nei suoi “Annales” (1461-1520) fa menzione di trecento eretiche, sempre relapsae, nel 1514. Stregoneria ed eresia si intrecciano, sovrapponendosi, per circa due secoli.
Nel territorio comasco del Quattrocento, la figura della strega veniva percepita come un pericolo sociale multiforme, in cui la supposta adorazione del Maligno si intrecciava indissolubilmente con malefici rivolti a persone, animali e raccolti, sovrapponendosi a nefandezze come le eresie e l’infanticidio. Questa cupa realtà trova riscontro nei documenti dell’epoca, come nel caso di Margherita de Sacho, condannata per heretica pravitate nel 1493, o in quello di una donna di Dongo, giustiziata nel 1436 con l’accusa di aver bruciato il proprio figlioletto, fino alla vicenda di una donna comasca carcerata a metà secolo per un maleficio corporale.
Il destino di altre sfortunate, come Agnese, moglie di tale Zanetti di Albate, alle porte della città di Como, rimane avvolto nel mistero in assenza di atti processuali, sebbene sia certo che la sua esistenza si sia conclusa tragicamente il 22 dicembre 1480. In questo clima di sospetto, gli amministratori comunali traducevano il dramma della stregoneria in una pura questione di bilancio: tra guerre e carestie, il costo della legna per i roghi lievitò vertiginosamente in pochi anni, passando dalle due lire e sei soldi imperiali necessari per giustiziare due condannate nel 1481 alle otto lire richieste nel 1483. Il debito pubblico si spingeva persino a contrarre prestiti presso banchieri ebrei pur di finanziare l’esecuzione di una donna a Moltrasio, a dimostrazione di come l’impegno contro il demoniaco fosse considerato una priorità ineludibile.
Il terrore che le streghe ispiravano nelle comunità lariane era tale da spingere interi centri, come Germasino, a riunirsi in assemblea per implorare l’intervento del vescovo, del suo vicario o dell’inquisitore affinché agissero con severità contro le presenze eretiche del luogo. È facile immaginare che, al crepuscolo, il ritorno dei pastori con il bestiame fosse segnato dall’eco di suoni sinistri, interpretati dalla credenza popolare come i richiami arcani — il cifolum o lo scigurellum. Eppure, dietro la fredda burocrazia dei registri comunali e la perentoria formula del fiat bulletas, che autorizzava il pagamento per il carnefice, si perde l’eco dell’indicibile sofferenza umana patita da queste donne.
Dagli esempi mostrati, la condanna per stregoneria non faceva luce su precisi rituali magici, ma li lasciava intravedere dietro comportamenti non socialmente consoni, in esistenze non integrate con il contesto sociale. La dimensione montana o rurale di queste vite “ai margini”, la loro competenza nelle pratiche curative naturali, mediante erbe, portava a favoleggiare atti di incontrollata e incontrollabile spregiudicatezza (sabba, pratiche erotiche) o addirittura delittuosi (specialmente infanticidi).
L’iconografia della strega come vecchia rugosa e deforme non emerge in modo nitido dai documenti storici, ma affonda le proprie radici in un’epoca ben più remota, quando la parola vetula identificava un gruppo sociale riconosciuto e rispettato: quello delle anziane esperte. Ne troviamo traccia nella vicenda di Ildegarda di Bingen (1098-1179), la benedettina tedesca proclamata Dottore della Chiesa. Visionaria autrice del Liber Scivias e del Liber divinarum operarum, Ildegarda si sforzò di proclamare l’unità tra anima e corpo, universo e Dio, in una missione profetica perfettamente coerente con i suoi tempi. La tradizione narra che, durante gli esorcismi, il demonio la schernisse chiamandola “Scrumpilgardis”, la rugosa; eppure, figure della sua statura diverranno sempre più rare.
Con il passare dei secoli, le vetulae subiscono una metamorfosi sociale, trasformandosi da vecchine sagge in vecchiacce pericolose, per la pulsione spirituale non controllabile. Il rogo di Sibilla e Pierina a Milano, nel 1390, segna simbolicamente la nascita della strega e la distruzione di quell’ordine della “lungimiranza” femminile teorizzato da Luisa Muraro[4].
Ma se le ultime donne condannate e bruciate come streghe a Milano furono Angela dell’Acqua e Maria de’ Restelli, giustiziate insieme il 10 giugno 1620 in Piazza Vetra, la presenza di “streghe” o “vecchine curatrici” ha continuato a persistere nei territori rurali e, ancora di più in quelli montani[5]. In questo caso, più dei documenti scritti, contano le tradizioni orali, nelle quali si stratificano episodi dai contorni leggendari, ancora ampiamente diffuse attorno alla metà del Novecento. Entrano qui alcuni ricordi personali, che reputo tuttavia significativi, in una riflessione sulla pervasività del “magico” nella vita quotidiana.
Sono nata nel 1938. Durante la mia infanzia, nel Bresciano, di frequente mio padre narrava storie di cui egli stesso aveva appreso negli anni della giovinezza sulle montagne bergamasche, dove si radicava la propria famiglia[6]. Una di queste riguardava un’anziana che, sul letto di morte, dopo aver ricevuto i sacramenti, si mostrava inquieta, ripetendo: «Non posso morire, finché non riesco a lasciare i miei poteri a qualcuno». Senza particolare stupore, il sacerdote, la tranquillizzava, suggerendole di “lasciare” a un oggetto di casa quelle misteriose prerogative. Mio padre raccontava che, all’improvviso, la scopa di saggina presso il camino, nell’angusta abitazione della donna, prese a muoversi, come se venisse manipolata da un’entità invisibile. Schizzando via dalla porta, la scopa si diresse verso il corso di un fiume.
Negli anni Quaranta si verificò un episodio inquietante nella proprietà agricola della mia mamma, al Duomo di Rovato, sempre nel Bresciano, di cui fu testimone lei stessa. Era pomeriggio, subito dopo pranzo. L’orario del riposo, per i proprietari della tenuta, così come i lavoranti che risiedevano nelle pertinenze del complesso, detti famigli. Uno di loro, adolescente, si trovava nel Brolo, lo spazio di prato cintato da alberi da frutto e, ad un certo punto, si mise a urlare, richiamando i residenti. La prima ad arrivare fu la mia mamma, all’epoca una giovane sposa, trasferitasi nella proprietà di famiglia con il marito e due figli piccoli. Nel racconto che, sempre, con lucidità, ho sentito ripetere, quel ragazzo veniva preso a sassate in modo misterioso: le pietre arrivavano dal cielo e il suo corpo si riempiva di lividi. Alla domanda, della mia mamma: «Chi siete, venite fuori!» nessuno si fece avanti. Con prontezza, valutando il carattere presumibilmente soprannaturale, la mamma invitò il giovane dipendente a fare il segno della croce. Immediatamente il fenomeno si interruppe. Mentre prestava soccorso al famiglio, apprese che il ragazzo aveva trovato una scatoletta con della crema, che aveva spalmato sul corpo.
Una terza vicenda è quella della “settimina”, figura presente nei paesi bresciani almeno fino al termine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Si trattava di donne che, all’epoca della persecuzione delle streghe, avrebbero quanto meno destato sospetti. Tra loro, una di nome Useppa (Giuseppa) aveva un legame con la mia famiglia, da parte di madre. A lei si rivolgevano le persone con qualche problema personale, oppure relativo alla vita agreste (bestiame, raccolti). La sua arte, per così dire, consisteva nella preghiera. Riceveva le persone in una specie di antro, con una candela perennemente accesa. Al termine delle litanie, solitamente “segnava” (tracciava il segno della Croce) la fronte di chi le chiedeva un aiuto.
Magia, superstizione, folklore, tradizioni curative antichissime. Tutti questi ingredienti confluiscono negli episodi narrati, quale portato di una cultura popolare in cui la “magia”, al di là di qualsiasi definizione possibile, conviveva quasi senza conflitti con la vita di tutti i giorni.
[1] Scrittrice e poetessa di Cernobbio (Co).
[2] A questa vicenda, in particolare, si ispira il racconto Le bacche del Bisbino, vincitore del II premio del concorso letterario Strii de Ruena 2025, di Lelia Plebani.
[3] I ritratti degli Uomini illustri erano un’attrazione del “musaeum” di Paolo Giovio, presso la villa ora scomparsa in località Borgovico, a Como, le cui copie diedero vita alla prima pinacoteca della Galleria degli Uffizi.
[4] Muraro, L. (2006). La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, Milano, La Tartaruga.
[5] Mura Benati, I. (2014). In volo con Diana. Il simbolismo delle streghe, Balerna, Edizioni Ulivo
[6] Si tratta di un territorio di cui sono noti episodi drammatici di “caccia alle streghe”. Si legga il romanzo Streghe. “Siano vive messe al foco et brusate” (Mimesis, 2021) , in cui Andreina Franco-Loiri Locatelli si ispira a un episodio storicamente attestato, nel 1518, accaduto a Pisogne, in Val Camonica.