EXAGERE RIVISTA - marzo - aprile - 2026, n. 3-4 anno XI - ISSN 2531-7334

Tutta colpa del sole. Lo straniero di François Ozon tra fedeltà e impegno

di Lorenzo Giordani

I’m alive
I’m dead
I’m the stranger
Killing an Arab

(The Cure, Killing an Arab)

Dall’ormai lontana trasposizione del 1967 di Luchino Visconti nessuno aveva più  tentato di portare sullo schermo il celebre romanzo di Albert Camus Lo straniero (1942). Si è cimentato in questa vera e propria sfida il regista francese François Ozon pervadendo l’opera di quel gusto estetizzante e carico di eros che caratterizza i suoi lavori e che il bianco e nero è riuscito ad accentuare ed esaltare. A sedurre sono soprattutto i due protagonisti: Rebecca Marder (Marie) e Benjamin Voisin (Meursault) la cui alchimia e i cui corpi sprigionano a più riprese scene di grande sensualità che catturano e avvinghiano lo spettatore. La trama è tanta nota quanto essenziale. Il giovane impiegato Meursault vive ad Algeri conducendo una vita squallida e monotona finché un giorno, senza una ragione profonda, spara cinque colpi ad un arabo e lo uccide. Viene così arrestato e condannato a morte senza cercare neppure di giustificare il suo atto perché di fatto non ha alcuna giustificazione. Il film inizia in medias res quando Meursault entra in prigione e gli viene chiesto: “- Che cosa hai fatto? – Ho ucciso un arabo”, per poi ripercorrere con un ampio flashback gli scarni avvenimenti che lo hanno condotto a quel gesto. Il primo e più importante è senza dubbio rappresentato dalla morte della madre, a cui il protagonista sembra essere indifferente ed estraneo, tanto che, recandosi nell’ospizio dove è defunta, un anziano custode in procinto di aprire la bara gli chiede: “- Non la vuole vedere sua madre un’ultima volta? – No. – Perché? – Perché è inutile.” Tutto scivola addosso a Meursault la cui indifferenza si fa vera e propria categoria dell’anima e il cui straniamento è ancor più riflesso dai gesti e dalle parole degli altri personaggi che appaiono vuoti e convenzionali. Niente insomma lo coinvolge emotivamente. Ne sono ulteriori prove l’impassibilità di fronte al fidanzato della madre, che gli cade accanto durante il funerale perché spossato dal caldo e dal dolore per la perdita o il vicino di casa che inveisce e picchia brutalmente il suo cane senza che lui reagisca in alcun modo. Gli strappa un sorriso soltanto uno scarabeo che zampetta chissà dove e chissà perché su un muretto, mentre lui ne segue l’incomprensibile traiettoria fumando la sua consueta e immancabile sigaretta. Forse si riconosce in esso, nella sua apparente libertà, nella sua ostinata e insensata volontà di vivere priva dei miseri e pesanti pensieri umani, così come sembrerà riconoscersi nello scarafaggio che in un’altra scena tiene sul palmo della mano quando è in cella. Lo stesso apatico atteggiamento è rivolto anche a Marie, la giovane piena di vitalità a cui si lega solo per un puro desiderio corporeo, animalesco, senza che ci sia un vero abbandono al sentimento, alla dolcezza che la ragazza invece esprime nei suoi riguardi. Quello di Marie è infatti per Meursault solo un giovane seducente corpo di donna che soddisfa i suoi appetiti e i suoi istinti sessuali in un momento di apparente felicità da consumare sulla spiaggia algerina tra le brulicanti onde del mare e il sole abbagliante. Nel loro rapporto non c’è spazio per altro. Non a caso lei gli chiede, come sempre sono gli altri a porgli domande, a sollecitarlo: “ – Mi ami? – Non significa niente.” O ancora “ – Ti piacerebbe sposarmi? – Per me fa lo stesso.” Meursault è dunque diverso dagli altri perché è un uomo oltre le convenzioni della società in cui vive, è oltre i valori tradizionali, è un uomo che non sa fingere, non sa mentire, sa esprimere soltanto in maniera diretta il suo disagio e il suo pensiero attraverso brevi o brevissime asserzioni. Ancora una volta sono illuminanti per comprendere la psicologia del personaggio i dialoghi con Marie: “ – È una cosa seria il matrimonio. – No, io non credo.” oppure: “ – Avresti accettato la stessa proposta da un’altra donna se fossi legato a lei? – Sì”. Questo modus vivendi è riproposto non solo nei rapporti familiari e amorosi ma anche in quelli lavorativi per cui Meursault è privo di ispirazioni e di prospettive. Alla proposta di trasferirsi a Parigi da parte del suo direttore per poter così cambiare vita risponde: “Cambiare vita non credo che sia possibile e poi tutte le vite si equivalgono”. Da ultimo, anche nel forzato dialogo con il cappellano del carcere, che prova a farlo redimere e convertire alla fede, Meursault ha un sussulto e irrompe in un’aspra invettiva, solo in apparenza rivolta al prete stesso, le cui “certezze non valgono un capello di donna”, ma che in realtà è rivolta all’umanità intera: “Niente, niente ha importanza […] tutta questa vita è assurda […]” scandita dal ripetuto e martellante “Che importa? […] Che importa?” che introduce una serie di interrogative disperate ma lucidissime. Alla convenzionalità della società e ad un sistema valoriale di fatto svuotato e privo di senso in cui gli uomini credono solo di facciata, Meursault contrappone quindi la sincerità, la verità, o meglio, la sua verità, la sua rassegnata presa di coscienza che di fatto smaschera la realtà e le false e ingannevoli illusioni umane: dall’amore, alla giustizia, fino alla fede. Assurdi e stranianti non sono dunque il pensiero e l’atteggiamento di Meursault ma al contrario il falso rapporto che gli altri hanno con la realtà, con l’esistenza. Il personaggio camusiano è incapace di fingere, si esprime con totale libertà e in questo la sua apparente passività è pura ribellione che sconcerta il mondo degli uomini. Per questo appare come straniero in quanto altro, diverso, fuori dal contesto, estraneo. Ozon non compie dunque stravolgimenti nella trama restando fedele al romanzo e riuscendo così a rappresentare mirabilmente il contenuto e il messaggio dell’opera di Camus. Ma se nel romanzo Meursault è straniero all’esistenza tout court aldilà del dato storico-culturale, nel film, Ozon sembra invece voler restringere il campo anche alla specifica condizione degli algerini nativi, agli indigènes, che di fatto dopo la colonizzazione francese si sono sentiti stranieri nel proprio paese perché privati della propria libertà e degli stessi diritti dei coloni. In filigrana si snoda lungo tutta la pellicola questo tema facendo da cornice alla vicenda camusiana e aggiungendo dunque una nota innovativa nella narrazione. Non a caso le immagini iniziali del film sono tratte da un cinegiornale d’archivio in cui si inneggia ai trionfali risultati e alle magnifiche sorti e progressive dell’Algeria francesizzata dopo il 1830 facendo da controcanto alla realtà quotidiana in cui gli indigeni non si sentono più a casa loro e non possono che guardare al futuro con un certo spaesamento. Ecco infatti che nel finale della pellicola la camera indugia sullo sguardo attonito e incerto di Djamila, la sorella del giovane arabo ucciso da Meursault, mentre visita la tomba del fratello a cui nessuno si è di fatto interessato durante il processo, perché l’interesse della comunità francese era tutta rivolta alle vacue elucubrazioni morali sul caso del protagonista. Viene dunque da chiedersi insieme ad Ozon: non c’è alcuna speranza per l’umanità? Siamo davvero “tutti colpevoli e tutti condannati”? Non è forse opportuno riflettere, guardare in profondità l’esistenza e non arrendersi all’idea che sia casualmente tutta “colpa del sole”?


Titolo: Lo straniero (L’étranger)

Regia: Francois Ozon

Anno: 2025

uscito in Italia il 2 aprile 2026

Durata: 122’Bianco e Nero / Giallo-Drammatico

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