EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Un fantasma familiare. L’impero di Costantino e la memoria di Massenzio

di Francesca Petrizzo

La memoria di Costantino è legata indissolubilmente alla Chiesa. Qualunque libro di scuola insegna che nel 313 diede la libertà di culto ai cristiani, liberandoli dalla paura della persecuzione e spianando la via alla cristianizzazione dell’impero. Perché Costantino, aggiungono i sussidiari, fu anche il primo imperatore cristiano.
Dietro a questa memoria elementare si può stendere come sfondo un’altrettanto comune illustrazione: quella della vittoria di Costantino contro il suo rivale Massenzio alla battaglia di Ponte Milvio. Dice la leggenda che Costantino abbia avuto un sogno alla vigilia della sua battaglia: una croce splendente e la profezia “sotto questo segno vincerai.”
Insomma, una storia semplice: Costantino, il primo imperatore cristiano, si converte in nome della battaglia, vince l’impero, e libera i cristiani.

Non è sorprendente che questa sia al tempo stesso una semplificazione e un inganno. La memoria di Costantino cristiano e vittorioso è una bella immagine; ma è anche un’illusione e un trionfo di propaganda che nascondono una memoria più difficile. E che rendono complicato ottenere una valutazione diversa di Massenzio, anche per quelli che vanno oltre i sussidiari. Costantino a Ponte Milvio non è solo una figurina di facile memorizzazione per i bambini: è anche la memoria scelta e accuratamente coltivata dall’imperatore stesso, e adottata da Chiesa e storici per i millesettecento anni che sono seguiti a quel giorno.
La memoria di Costantino con la sua croce esiste in funzione e condanna di un’altra memoria: quella di Massenzio, l’imperatore annegato nel Tevere quando il pontone di barche su cui tenta di fuggire da Costantino crolla.
Massenzio è stato imperatore per pochissimo: dal 306 al 312 dopo Cristo. È morto giovane, prima dei quarant’anni. Viene ricordato per il modo in cui è morto: come il simbolo del paganesimo sconfitto che cade di fronte al Cristianesimo che sorge. Nell’affresco raffaellita dei Musei Vaticani che raffigura il momento, Massenzio affonda nel fiume tanto pieno di cadaveri da parere una pozza. Costantino rampante lo guarda dall’alto del suo cavallo bianco, eroico, giovane e bellissimo. Non è un caso che i papi abbiano voluto immortalarlo così.
Né sono stati i soli papi a farsi portavoce di questa memoria. Il ricordo di Massenzio supremo sconfitto si propaga subito, appena Costantino diviene imperatore: lo si trova primo fra tutti negli scritti di Eusebio e Lattanzio, storici cristiani che si fanno portavoce del trionfo di Costantino, ma anche in Prassagora, storico pagano che dipinge la stessa storia: quella dell’imperatore rivale che perde e muore senza dignità.

Nelle parole dello storico vittoriano McGiffert, potremmo anche non fidarci di un cristiano, ma se un pagano lo conferma, dobbiamo credergli per forza.
Qui subito incontriamo la prima difficoltà nel parlare di Costantino e Massenzio: per quanto ci si sforzi di cercare una verità alternativa, la memoria costantiniana è fumo negli occhi ad ogni livello. Questo nonostante Massenzio, nei suoi sei brevi anni da imperatore, abbia fatto di tutto per far in modo che la sua memoria fosse preservata in modo diverso.
Massenzio fu l’ultimo degli imperatori romani ad aver fatto di Roma la sua capitale: figlio di Massimiano, uno dei tetrarchi, Massenzio non era un soldato come Costantino, ma un amministratore; un senatore di Roma acclamato dal suo popolo alla gloria imperiale. Un uomo che coprì la città di basiliche, monumenti, statue. Coniò monete con la dea Roma e la scritta: conservator urbis suae, preservatore della sua città. Massenzio si pose dall’inizio come l’imperatore dei romani, e questa fu la prima memoria che Costantino distrusse.
L’imperatore cristiano aggiunse a Roma solo due chiese: tutto il resto lo alienò dal suo predecessore. La basilica di Massenzio fu ridedicata a Costantino; la statua colossale di Costantino, originariamente dedicata a Massenzio, fu scolpita e cambiata per onorare il nuovo imperatore. Nuove monete, intenzionalmente simili a quelle di Massenzio, furono coniate: Costantino venne acclamato come liberator urbis suae, il liberatore della sua città, la cui vittoria venne onorata sull’arco di trionfo da lui costruito.
Costantino divenne imperatore a Roma marchiando la città che era stata di Massenzio; che Massenzio, secondo gli storici, aveva tartassato. Ma quello che gli storici denunciano di Massenzio, i furti, gli stupri, i rituali di magia nera, è solo uno stereotipo della storia romana; e quando l’imperatore Galerio aveva tentato di prendere Roma i romani stessi si erano rifiutati di aprirgli le porte. Quando i cristiani avevano quasi iniziato una rivolta civile in occasione di un’elezione papale, Massenzio, invece di perseguitarli, era intervenuto a mediare. Massenzio l’imperatore di Roma, lungi dall’essere un mostro, pare veramente essere stato, di nome e di fatto, il preservatore della sua città: e se nel 312 Milano era ormai il centro più importante d’Italia, la simbologia di Roma era ancora potente. Non è sorprendente che Costantino abbia voluto usurpare questa eredità.

Ma c’è di più. Massenzio non era solo l’imperatore di Roma, la cui simbologia andava annientata perché Costantino trionfasse. Massenzio non era l’ultimo dei nemici dell’imperatore: Costantino continuò a combattere con Licinio finché la loro alleanza un anno dopo gli assicurò il potere. Né era Massenzio il persecutore dei cristiani: quello era Massimino, anch’egli sconfitto dopo la sua morte. Se da un lato si capisce che Costantino dovesse cancellare, almeno simbolicamente, Massenzio da Roma, dall’altro c’è da domandarsi il perché di tanto accanimento quando altri erano stati i nemici di Costantino, e altri quelli del cristianesimo da lui scelto.
La risposta sta, ancora una volta, nel guardare a Massenzio stesso: al fatto che nelle sue scelte, e nella sua vita, non era solo la rappresentazione ultima della tradizione romana a cui Costantino ambiva. Massenzio era un senatore romano acclamato imperatore dal popolo di Roma; e Costantino un generale provinciale acclamato dai suoi soldati a York. Ma Massenzio era anche il doppio di Costantino: suo c0gnato, suo zio, e la sua immagine allo specchio.
I tetrarchi, i quattro funzionari tra cui Diocleziano aveva diviso l’impero, erano una famiglia, e così i loro figli: Costantino aveva sposato la sorella di Massenzio, e Massenzio era il fratellastro della matrigna di Costantino. Ambedue avevano ottenuto la porpora irregolarmente: Costantino per acclamazione militare alla morte del padre, Costanzo, e Massenzio in forza della città di Roma. Ambedue erano giovani, ambiziosi, e abili; e la mancanza di legittimità di Massenzio era quella di Costantino. Guardando Massenzio e la sua ascesa, si vedono la forza e la debolezza di quella di Costantino: i tetrarchi e i loro figli erano tutti homines novi, gente senza nobiltà ma con molta abilità. Riunendo l’impero sotto il suo comando, Costantino voleva di più.
E così Costantino non solo sottrasse Roma a Massenzio, mettendo il suo marchio su ogni cosa che il suo predecessore aveva toccato. Costantino cercò anche di cancellarlo dalla dinastia imperiale.

L’imperatrice di Costantino cambiò nome, nascondendo la sua parentela; la madre di Massenzio giurò che suo figlio era il frutto di un adulterio con un soldato siriano; la memoria del padre di Massenzio, che Costantino aveva costretto ad uccidersi, fu celebrata in monete e poesie dall’imperatore; la moglie di Massenzio sparì, e suo figlio bambino, chiamato Romolo per riaffermare la volontà di Massenzio di essere il capostipite di una nuova dinastia romana, era morto già nel 313 in circostanze poco chiare.
Massenzio non era dunque solo il simbolo della romanità a cui Costantino non poteva ambire, ma anche il ricordo del fatto che Costantino stesso veniva dal nulla; e la cancellazione della sua memoria divenne sia un atto di riappropriazione dello splendore imperiale romano, e un regolamento di conti all’interno della famiglia tetrarchica.
E qui interviene la memoria cristiana. Perché dopotutto non ricordiamo Massenzio come il costruttore di basiliche, né come il figlio di un adulterio: lo ricordiamo come il pagano caduto di fronte all’avanzata del nuovo impero cristiano. E vediamo il luogo in cui questo cambio avviene: negli scritti di Eusebio. Nel suo primo racconto della morte di Massenzio, nella sua Historia, Eusebio lo tratta come uno qualunque degli avversari di Costantino: uno dei tanti sconfitti dell’ascesa imperiale, descritto con delitti fantasiosi classici della storia romana. Ma dieci anni dopo Eusebio scrive un’altra opera: la Vita Costantini, focalizzata, questa, sull’imperatore stesso. Ed è qui che troviamo il racconto che rende la memoria di Massenzio il pagano immortale; è qui che troviamo la testimonianza del sogno di Costantino, l’apparizione della croce mentre si prepara a combattere Massenzio. Che cosa è cambiato tra i due racconti? La parola di Costantino stesso. È l’imperatore, ci dice Eusebio, a confidargli il sogno avvenuto. È l’imperatore a raccontargli come sia stato Dio a indicare la necessità della vera religione per sconfiggere Massenzio.

Lo storico cristiano, in altre parole, crede che Massenzio sia il peggiore tra i nemici di Costantino perché Costantino stesso glielo dice.
Naturalmente né Costantino né Eusebio stesso, nel momento in cui la Vita immortalava l’imperatore come eroe cristiano, e lo zio e cognato come l’avversario più insidioso contro cui l’aiuto di Dio stesso era necessario, poteva sapere quanto successo avrebbe avuto quell’immagine. Costantino non aveva lasciato nulla al caso: aveva cancellato Massenzio dalla memoria dinastica e quella romana. La memoria cristiana era solo un altro fronte della sua battaglia contro l’uomo troppo simile a lui per permettere al suo ricordo di sopravvivere intatto. Ma il Cristianesimo, dopo e anche grazie a Costantino, trionfò; l’uomo che aveva assicurato la libertà di culto e presieduto ai concili divenne il capostipite dell’impero della Croce. E al momento di scegliere un’immagine per il trionfo del cristianesimo costantiniano, la sconfitta di Massenzio era il simbolo perfetto: glorioso e splendido, ben diverso dal sommesso battesimo ricevuto solo in punto di morte dall’imperatore. L’opera di Eusebio, rafforzata dalla storia, fu la più potente delle armi di Costantino contro il suo predecessore.
Tutta la storia di Costantino e Massenzio è giocata sul filo della memoria: lo sforzo di Massenzio di preservarla, coprendo Roma di monumenti e seppellendo le insegne imperiali per nasconderle prima di andare in battaglia, e lo sforzo di Costantino per cancellarla. Costantino ha senz’altro trionfato: nella memoria popolare Massenzio sarà sempre l’imperatore pagano annegato di fronte alla Croce. Ma osservando più da vicino, al di là della propaganda e della finzione che ci impediscono di metterlo a fuoco in modo chiaro, intravvediamo un altro Massenzio: il fantasma familiare il cui ricordo perseguitava Costantino, lo zio, cognato, ultimo imperatore di Roma a Roma, i cui trionfi, vittorie, e debolezze riflettevano e minavano quelle di Costantino stesso. Costantino ha trionfato: ma il suo è stato un trionfo postumo. Nell’ossessione propagandistica costantiniana per cancellare Massenzio ad ogni costo, possiamo identificare il rifiuto pertinace dell’imperatore romano di rimanere nel fiume in cui era caduto, e scomparire.

Fonti Primarie

Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica: volume 1, a cura di F. Migliore, trad. di F. Migliore e S. Borzi, Collana Testi patristici n.30 (Città Nuova, 2001)
Eusebio di Cesarea., Vita di Costantino. A cura di Laura Franco. Testo greco a fronte, introd. di Laura Franco, Collana Classici greci e latini (Milano: BUR 2009)
Fozio, Biblioteca, transl. G.Compagnoni (Milano, 1836)
Lattanzio, Come muoiono i persecutori, introduzione, traduzione e note a cura di Mario Spinelli (Roma: Città Nuova, 2004)

Fonti secondarie

Amerise, Marilena, Il battesimo di Costantino il Grande : storia di una scomoda eredità (Stuttgart : F. Steiner, 2005)
Barnes, Timothy David, Constantine : dynasty, religion and power in the later Roman Empire (Malden, MA: Wiley-Blackwell, 2011)
Cullhed, Mats, Conservator urbis suae : studies in the politics and propaganda of the emperor Maxentius (Stockholm, 1994)
Kerr, L.; Carruthers, M., A Topography of Death: the buildings of the emperor Maxentius on the Via Appia, Rome, Theoretical Roman archaeology conference; Glasgow, Scotland, 24-33 (Oxford; Oxbow; c2002)
Marlowe, Elizabeth, Liberator urbis suae : Constantine and the ghost of Maxentius, from Ewald, Björn C. and Noreña, Carlos F., The emperor and Rome : space, representation, and ritual (Cambridge: Cambridge University Press, 2010)
Odahl, Charles M. , Constantine and the Christian empire (London : Routledge, c2010)
Rees, Roger, Diocletian and the tetrarchy (Edinburgh: Edinburgh University Press, c2004)
Van Dam, Raymond, Remembering Constantine at the Milvian Bridge, (Cambridge: Cambridge University Press, 2011)
Varner, Eric R., Mutilation and transformation : damnatio memoriae and Roman imperial portraiture, Leiden ; Boston : Brill, 2004

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