EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2023, n. 1-2 anno VIII - ISSN 2531-7334

Un passatempo dell’età barocca. La rappresentazione della totalità nel presepe napoletano

di Gianfranco Brevetto

E’ la nascita per eccellenza quella rappresentata nel presepe. Una scena che ha assunto particolari caratteristiche e significati nella Napoli del ‘700. Marino Niola e Elisabetta Moro, docenti di antropologia, ne hanno mirabilmente descritto e analizzato storia e significati nel loro volume Il presepe, edito da Il Mulino.

– Professor Niola, nel vostro pregevole testo lei parla del presepe come di una grande utopia o bugia di un mondo in pace con se stesso, esso appare un mondo domesticato e personalizzato. Alla fine il presepe rischia di essere altro rispetto alla rappresentazione religiosa, cosa è divenuto allora?

– Il presepe nasce come rappresentazione religiosa con San Francesco nel 1223, quindi siamo nell’ottocentesimo anniversario, la notte di natale a Greccio. Esso è un fenomeno essenzialmente religioso anche se in uno spirito divulgativo, che è tipico dell’ordine francescano. Per inciso, credo che i domenicani non avrebbero mai fatto un presepe perché sono i custodi dell’astrattezza del dogma. Francesco ha questa idea geniale di vestire i pastori di Greccio con i panni della sacra famiglia, ci mette il bue e l’asinello, mette in  scena il dogma dell’incarnazione trasformandolo quasi in un gioco. Un dogma è di più di facile spiegazione una volta rappresentato concretamente. Un’autorevole testimonianza del presepe di Francesco si ritrova nell’affresco di Giotto nella basilica superiore ad Assisi. Presepi successivi, quelli rinascimentali, non sono dei presepi come l’immaginiamo noi adesso, sono delle natività, dei gruppi con la natività, c’è il nucleo sacro, tutto lì. Il vero cambiamento il presepe lo ha, quando arriva a Napoli e incontra umori e colori di una citta-mondo cosmopolita sovraffollata che, tra ‘600 e ‘700, insieme a Parigi, è la città più grande d’Europa, e tra le più grandi del mondo. Il presepe abbandona la Palestina e tutto si trasferisce nella città del golfo, densamente popolata, con tutti i suoi personaggi, con tutti i suoi mestieri. In un miscuglio di umanità diverse, c’è di tutto, trafficanti, prostitute, femminelli. I cibi sono ovviamente quelli napoletani, comprese le salsicce appese che è un sublime anacronismo. Le salsicce, nel mondo ebraico da cui proviene Gesù, non ci sarebbero potute essere. Ma a Napoli, le salsicce, soprattutto coi friarielli, sono in must e tanto basta. 

– Nel suo argomentare, lei riprende una definizione di Fausto Nicolini quando ci dice che il presepe è un passatempo creato dall’età barocca e perfezionata da quella rococò. In questa frase è presente tutta la complessità e la ridondanza alla quale accennava prima. L’architettura barocca poi è già, di per sé, una rappresentazione di una scena teatrale. Ma, al di là delle suggestioni, quanto c’è di reale in questa definizione?

– Molto, Nicolini era una persona finissima e scrive un libro che, secondo me, è il libro più intelligente sul presepe perché, effettivamente, questa rappresentazione ha un’anima barocca che è il teatro. Senza il teatro non si capisce cosa è il barocco e, anche se qualche storico dell’arte e della letteratura si ostina a non capirlo, quello che anima tutta la compagine culturale barocca è la scena. Persino la letteratura barocca è teatro, in questo senso il presepe è la buona novella che diventa teatro, che sale sulle scene. Proprio a conclusione dell’età barocca noi abbiamo quel capolavoro che è la Cantata dei pastori, scritta non a caso da un personaggio chiave come lui. Perrucci non è solo un uomo di lettere ma è un uomo di teatro, tant’è vero che a lui dobbiamo uno dei più importanti trattati dell’arte rappresentativa, in cui troviamo in nuce i lazzi della storia dell’arte che poi diventano quelli cinematografici di Totò e così via.

– Riflettevo su Natale in casa Cupiello, uno dei capolavori di Eduardo De Filippo, in cui il presepe rappresenta un vero e proprio teatro nel teatro, dalla sua costruzione alla drammatica distruzione finale.

– In Natale in casa Cupiello, Eduardo è geniale e implacabile, quasi sadico,  ti fa assistere alla distruzione di questa scena nella scena e ti fa assistere quindi alla distruzione dell’illusione. Se il teatro è essenzialmente illusione, Eduardo ti mostra come questo si costruisce nel momento in cui decostruisce la realtà, la manda in frantumi. Luca Cupiello è uno che si aggrappa con le unghie e con i denti a questa illusione pur di salvare la sua idea del mondo in pace con se stesso e che è contraddetta dal conflitto familiare. Da questo punto di vista, la domanda ti piace il presepe è una specie di algoritmo della mutazione, Eduardo si aggrappa al presepe perché non vuole affrontare la realtà.

-Professoressa Moro, nel presepe  napoletano, come lei ci dice nel libro, il popolo assedia la sacra famiglia. Come questa situazione insolita, insieme alle altre non meno improbabili, è stata, all’epoca, presentata e spiegata agli autorevoli viaggiatori dei Grand Tour?

– Intanto questi grandi viaggiatori europei venivano a Napoli per vedere due attrazioni, il Vesuvio e il presepe. Tutti andavano obbligatoriamente a vedere il presepe, presenti in tutte le case e palazzi, impiegando diversi giorni. A quei tempi, i presepi erano visibili dall’Avvento al Carnevale. Costituiscono dei pezzi artistici dentro i quali la città si rispecchia, i viaggiatori stranieri erano particolarmente colpiti da Napoli perché era una delle capitali europee dove il popolo era più popolo delle altre città e, soprattutto, era più proporzionalmente presente. Se noi pensiamo che all’Unità d’Italia, a fronte di una città di mezzo milione di abitanti, 300 mila sono plebei, capiamo che molti decenni prima la popolazione di questi lazzaroni doveva essere di proporzioni maggiori. Ai viaggiatori del Grand Tour, interessa molto cosa fanno questi lazzaroni , come vivono, cosa credono.  Ma anche il devozionismo del popolo napoletano perché è un devozionismo miracolistico. Vengono anche  a vedere i vari prodigi di sangue presenti sul territorio, a quell’epoca si contano addirittura 300 eventi miracolistici legati al sangue . Nell’epoca dei lumi, avere ancor una città come Napoli, gigantesca, dove la razionalista iper-illuminista non trova spazio nel buio del suo ventre, diventa un elemento quasi esotico.

– E’ una differenza che è stata anche la fortuna di questa città, ne ha costituito la sua identità.

– Questa differenza di Napoli all’interno dell’Europa interessa moltissimo, il presepe ne diventa una sorta di miniatura di questa esperienza, soprattutto nel ‘700 i pastori hanno la fisionomia della gente del tempo, in tutto anche nelle malattie. Per noi leggere le testimonianze dei viaggiatori stranieri  è interessantissimo, sono una fonte etnografica straordinaria perché riescono a cogliere particolari che l’autoctono dà per scontati. Walter Benjamin, con la sua compagna, scrivono di Napoli e del presepe come una miniaturizzazione di quella città porosa. Benjamin  dice che quello che il presepe napoletano riesce a dire è la verità della vita, riuscendo a mettere la storia dentro il mito. Per questo il presepe non va preso con superficialità, il presepe non è un fenomeno religioso ma una rappresentazione collettiva. La cifra simbolica del presepe sta proprio nella miniaturizzazione che ha come caratteristica principale quella di rendere rappresentabile la realtà.  Gli artisti che si sono occupati del presepe sono nomi importantissimi come Giuseppe Sammartino, l’autore del Cristo velato.

-Diciamo che erano anche degli artigiani che seguivano i gusti europei, come per esempio la moda dell’orientalismo..

– I magi sono parenti del pascià del Ratto dal serraglio di Mozart, o del servo del flauto magico. D’ altra parte l’esotismo della Galilea diventa l’esotismo di Napoli. Anche oggi quando vengono aggiunti al presepe personaggi contemporanei provenienti da culture e costumi diversi. All’epoca venivano riprodotti anche i variegati e variopinti cortei che seguivano gli ambasciatori che si presentavano nella capitale partenopea. La cronaca entra nel presepe sin dal ‘700 e non è solo una moda attuale.

-Il legame tra il presepe e il teatro, è fortissima. Soprattutto perché nascita del presepe napoletano e nascita della commedia dell’arte si consumano nello stesso periodo. E mi riferisco alla Cantata dei pastori, ad esempio.  

Si tratta dell’ultimo teatro rituale e viene portato avanti riraccontandolo, aggiornandolo, diventando rito. La genialità è consistita nel mettere due persone comuni come Razzullo e Sarchiapone, dentro a questa rappresentazione teatrale, nel tempo gli spazi comici di questi personaggi si sono, via via, dilatati. Sono in fondo due poveri cristi che fanno nascere Cristo perché s’impegnano nel difendere la sacra famiglia dai diavoli. In questa opera teatrale, c’è una grande morale detta attraverso la comicità. Renato Simoni racconta di aver visto una cantata dei pastori al Mercadante negli anni ’50. Da critico teatrale resta stupefatto, per lui era bellissimo vedere persone comuni improvvisarsi sacra famiglia, vedere l’arte popolare mettere in scena la Buona Novella che è, in ultima analisi, la storia delle storie nell’Occidente. 

– In fondo Napoli ha sempre funzionato da incubatrice di culture, assimilandole, rielaborandole e restituendocele.

Occorre dire che Napoli ha una grande dimestichezza col mito, vi sono città invece che lo hanno espunto, cancellato, facendone solo un business. Napoli continua ad amare il racconto, le narrazione, il mito, raccontare il mito è raccontare la propria identità. I napoletani si chiamano ancora partenopei in ricordo della sirena Partenope che l’ha fondata. In buona parte della cultura occidentale si è pensato che la ragione dovesse sopprimere il mito, come una sorta del pensiero prelogico. In questa visione evoluzionistica del pensiero, Napoli dovrebbe essere più arretrata di altre città. In realtà si tratta di una grande stupidaggine, era già chiaro a Platone nel Protagora. Qui il grande filosofo ci dice che qualunque cosa si può raccontare secondo il logos o il mythos, ma con il mythos è più bello. Ovviamente i napoletani, amando il bello, raccontano con il mythos.  Per contro la ragione, in realtà, oggi, va continuamente a chiedere al mito quando non sa come fondarsi. Anche nel caso di Napoli, dietro a quello che può sembrare folklore vi è una grande cultura.


Marino Niola, Elisabetta Moro

Il Presepe

Il Mulino, 2022

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