EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
jaouen exponet

Un trionfo di teschi. Intervista ai Maestri costruttori del Carnevale di Viareggio

di Luigi Serrapica

Mario Tobino, psichiatra, scrittore e intellettuale viareggino del secolo scorso, definisce il carnevale della sua città come una festa nata «dal popolo, da questo nutrito, abbeverato; un Carnevale sincerissimo, spontaneo, capace di elargire speranza ad ogni essere umano»[1].

Anima dell’evento sono i ventidue carri che sfilano sulla “passeggiata” del lungomare viareggino, realizzati da altrettanti Maestri della cartapesta: ogni anno, i “carristi” elaborano un bozzetto del carro che viene presentato l’estate precedente al Carnevale. Nei mesi successivi, presso gli appositi hangar ospitati alle porte della città versiliese, gli artisti sviluppano la loro idea e la concretizzano costruendo un carro ogni anno diverso. Il tema varia, ma spesso gli artisti ricorrono alla figura del ‘mostro’ per esprimere un proprio messaggio: tre di loro, durante l’edizione del 2018, hanno realizzato progetti ‘mostruosi’, popolati di scheletri e di creature inumane che richiamano l’orrido e fanno ampio riferimento alla cultura popolare dei film dell’orrore.

Abbiamo avuto modo di intervistare i tre realizzatori che nel 2018 hanno guardato alla mostruosità per definire il proprio lavoro: Umberto Cinquini, vincitore assieme al fratello Stefano dell’ultima edizione del Carnevale, ha proposto un carro intitolato “Papaveri rossi” in cui erano raffigurati alcuni dei più sanguinari dittatori della storia: in primo piano, un Adolf Hitler intento a svelare un teschio sotto il proprio reale volto. «La guerra può avere tante maschere, ma una sola faccia: la morte. Sono passati cento anni dalla guerra più atroce e sanguinosa combattuta dall’uomo, ma ancora i Papaveri Rossi – simboli dei caduti di tutte le guerre – sbocciano sui campi di battaglia»[2]. Carlo Lombardi, invece, attraverso “Fumo negli occhi” ha puntato il dito sui rischi collegati al tabagismo, costruendo uno scheletro intento a fumare seduto su un mucchio di cicche di sigarette. Infine, Franco Malfatti ha realizzato un carro, intitolato “Lo spaventapasseri”, in cui predominano i simbolismi: per difendere un campo di grano, che sta a significare il potere economico, un contadino costruisce uno spaventapasseri vestito come una membro delle SS naziste[3]. Impettito al centro del terreno, tra le spighe che si agitano al vento, uno scheletro si erge a osservare l’Europa, e soprattutto i Paesi più deboli, col fine di intimorirli[4].

Ognuno di loro ha utilizzato la mostruosità per veicolare un messaggio diverso, pacifista o salutista. Segno di un’epoca – quella attuale – in cui la paura è la cifra che pare caratterizzare la società e la vita occidentale: presso la politica, che brandisce paure ataviche del popolo, ritorcendogliele contro, richiamando ai rischi della globalizzazione, dell’immigrazione, dell’economia. In cui la paura sembra pervadere i rapporti fra i popoli e fra le diplomazie mondiali a causa del terrorismo, ultima frontiera dello scontro di culture che smettono di parlarsi per lanciarsi reciprocamente bombe e attacchi suicidi.

Un’epoca in cui la paura sembra essere l’ultima risorsa per richiamare a stili di vita sani, da ricercare non per il proprio benessere, ma per evitare sofferenze: si vedano, per esempio, le campagne shoccanti connesse ai rischi del tabagismo impresse sui pacchetti di sigarette. Ma la paura e il mostruoso rappresentano anche un segno della cultura popolare, e la cinematografia vi fa ampio ricorso producendo e promuovendo serie televisive incentrate sulla guerra fra umani e zombie (come nella serie tv The Walking Dead, densa di psicologismi e di significati reconditi) o presso i videogiochi sempre più realistici dove l’horror e lo splatter parlano ai teenager un linguaggio orrido ma allo stesso tempo irresistibile, ancorché incomprensibile alla generazione dei loro padri.

Eppure, la mostruosità nel Carnevale non è solo un fenomeno degli ultimi tempi. Ancora Tobino, appassionato cantore della propria terra d’origine, celebrò in un suo scritto l’edizione del 1926 del Carnevale di Viareggio – rendendola sintesi del senso di quella festa[5]. Nella sua descrizione, egli fa riferimento a una canzone scritta e musicata appositamente per accompagnare un carro di quella edizione e rimasta celebre a Viareggio, tanto da essere riproposta ogni anno ai ‘corsi mascherati’ dei carri. L’autore della canzone, Curzio Caprili, descrive l’orribile scena immaginata e vissuta da un brillo frequentatore delle feste legate al Carnevale: «Tu sogni e ti par di essere nell’inferno/portato a volo da tremendi draghi/e invece sei nel crudo dell’inverno/e i creditori aspettano che tu paghi»[6]. Animali mostruosi, «che si snodavano sopra la folla, spalancavano le ganasce, vomitavano vampe di fuoco e fumo»[7], prodotto dell’immaginazione annebbiata dai bagordi di un giovanotto, sazio di tutti i piaceri della vita terrena. Al termine del carnevale, quando le feste sbiadivano nel ricordo, l’uomo restava solo con le proprie difficoltà economiche e con i creditori che reclamavano attenzione: «Sì, sarebbe stato bello, sarebbe stato giusto che anche lui avesse diritto alla gioia, alla spensieratezza, al trionfo dell’anarchica gioventù; ma lui era povero, doveva mettersi a lavorare, non c’era altra soluzione»[8].

I “mostri” del Carnevale, che siano figli dell’ebbrezza o parti delle ansie dell’epoca, restano un veicolo denso di significati. Parlano agli occhi degli spettatori, certo, ma anche al loro animo, al primordiale senso umano che coglie nell’immediatezza delle immagini sensazioni forti che risulterebbero annacquate se descritte a parole.

I vostri carri propongono degli scheletri e i figuranti a terra sono mascherati da mostri inquietanti. Come mai questo ricorso al ‘mostro’?

Umberto Cinquini I mostri si prestano alle nostre esigenze comunicative, anche se bisogna ammettere che il rischio è di inflazionarne il senso. Quando lavoro a un carro cerco un modo per colpire il pubblico, fargli arrivare un ‘cazzotto’ allo stomaco per suscitare emozioni forti. Questo è il compito dell’artista, altrimenti non si differenzierebbe dall’artigiano.

Carlo Lombardi Il costruttore tiene conto di due aspetti, la trasmissione di un messaggio e l’effetto che il carro trasmette. Si punta allo stupore, sia dei bambini che degli adulti: i mostri sono utili a suscitare questa sensazione, se poi essa diventa portatrice di un messaggio tanto meglio. Per il 2019, personalmente, vorrei che il mio carro portasse avanti una denuncia sociale, combinandola però a qualcosa di inquietante, qualcosa che in un certo senso faccia paura. Mostruosità, sorpresa e paura: attraverso questi elementi vorrei trasmettere un messaggio che arrivi diretto, altrimenti il senso dell’intero carro risulterebbe annacquato.

Franco Malfatti Il mostro suscita una doppia sensazione, un contrasto che crea un brivido, un’emozione forte. Nella vita, tutto ha un suo doppio: il mostro è il rovescio della medaglia del quotidiano, un rovescio che comunque attira tutti gli uomini. Basti pensare agli incidenti stradali, quando capita di imbattersi in un evento del genere tutti i passanti rallentano per guardare: è uno ‘spettacolo’ mostruoso a cui nessuno rinuncia. Ma il ‘mostro’, per essere arte, deve essere anche poetico, per questo motivo un incidente non può essere artistico. L’obiettivo è rifuggire la banalità, arrivare al cuore del pubblico: alla base, però, devono esserci le idee, altrimenti mettere in scena un mostro o un teschio è fine a se stesso.

Avete tutti parlato del rapporto con il pubblico, elemento certo essenziale di uno spettacolo. Ma cosa spaventa il pubblico? E quanto conta la reazione del pubblico per i carristi?

U. C. La gente di Viareggio ama il Carnevale e ci si immedesima, cercandovi della spensieratezza. Ma la nostra ricerca di una reazione emotiva presso il pubblico non si può fermare solo perché qualcuno viene scioccato da quello che proponiamo: certo, bisogna evitare tanto la banalità quanto ogni forma di eccesso altrimenti si finisce nel ridicolo. In definitiva, il Carnevale non può essere gioia e allegria: è piuttosto un rovesciamento, un tempo di libertà in cui ciascuno può togliersi la maschera ed essere ciò che si è davvero. Allo stesso modo in cui il personaggio del nostro carro, un gigantesco Hitler, si disvela mostrando il proprio reale volto, ovvero la morte, al pari di tutti gli altri sanguinari dittatori che abbiamo rappresentato.

C.L. Le grandi dimensioni dei carri incutono soggezione. Penso a un mio lavoro di qualche anno fa, un fossile di tirannosauro lungo 36 metri: poteva spaventare, ma allo stesso tempo attirava lo sguardo. Allo stesso modo ha funzionato un altro lavoro che portai al Carnevale, questa volta con una finalità ambientalista: lo squalo che veniva fuori dal carro – complice anche l’immaginario cinematografico – spaventava e restava impresso specialmente fra i bambini. Ricordo che molti dei più piccoli fra gli spettatori si nascondevano il viso, ma allo stesso tempo sbirciavano, perché lo spettacolo diverte e coinvolge. Il Carnevale a Viareggio è argomento di discussione, anche nelle scuole: capita che gli insegnanti chiedano agli alunni di parlare di ciò che vedono ai corsi mascherati, ed è lì che l’impressione che lascia un carro può venire articolata e permettere al messaggio che intendiamo trasmettere di emergere. Il rapporto con il pubblico è un aspetto davvero gratificante, specialmente se pensiamo che al Carnevale assistono anche 100mila persone tra il pubblico.

F. M. La reazione del pubblico, per me, è importantissima. Ma non è tutta nel carro, nella sua ‘speventevolezza’: è tutto l’insieme che concorre a suscitare l’emozione. Parlo di scelte musicali, di coreografie, di scenografie. Il mostro può anche semplicemente essere evocato senza essere rappresentato, ma deve comunque dare la sensazione di essere presente, di essere prossimo. Sembra di parlare di un videoclip, perché anche con i carri bisogna toccare le giuste corde emotive nel brevissimo tempo di un passaggio tra la folla. E quando colpisci il pubblico è una soddisfazione, capisci di aver centrato l’obiettivo.

I soggetti che avete scelto di rappresentare non rispecchiano i tipici canoni carnascialeschi. Come siete arrivati a decidere proprio quel soggetto?

U. C. La nostra idea è partita da una vignetta satirica, in cui un leader politico italiano di sinistra si levava la maschera con il proprio volto per scoprire il volto di un altro leader, di destra. Abbiamo deciso di rappresentare un mostro, certo: ma esso è la coscienza di tutti i popoli. L’uomo tende a uccidere chi occupa lo spazio vicino al proprio ‘spazio vitale’. La morte scheletrica che abbiamo costruito potrebbe avere la faccia di un qualsiasi politico dei nostri giorni, la cui cifra sembra essere quella del populismo che altro non è che una forma di pigrizia della mente. A chi ritiene che il Carnevale dovrebbe essere solo gioia e allegria io rispondo: quelli sono i compleanni. Nella storia, il Carnevale è sempre stato un momento di rovesciamento, in cui il matto del villaggio poteva prendere il posto del principe: finito il Carnevale, però, quel matto poteva finire al rogo o impiccato. Altro che allegria: la questione, più che del brutto o del bello, è far capire la dignità di chi lavora ai carri.

C. L. Nel nostro lavoro ci possono essere due possibilità: o si parte da un messaggio che si vuole trasmettere e poi si decide cosa rappresentare, oppure si parte da un soggetto preciso e ci si cuce addosso un significato. Nel caso del 2018, avevo intenzione di parlare dei rischi collegati al tabagismo: ecco perché ho scelto uno scheletro intento a fumare, circondato da cicche di sigarette. È chiaro, spesso le scelte artistiche non vanno a incrociare il favore del pubblico o il gusto della giuria, però è nostro compito sperimentare modi nuovi di comunicare con il pubblico. Il Carnevale resta una festa, ma lo spazio per riflettere c’è: non farlo, significherebbe ridurlo a un parco divertimenti come ne esistono molti. Una volta l’obiettivo dei carristi era di stupire il pubblico e forse era più facile riuscirvi: oggi, quando siamo abituati al 3D, ai videogiochi, agli effetti speciali del cinema sempre più realistici, stupire diventa difficile. Ecco perché bisogna pensare all’evoluzione del Carnevale, che – ripeto – è occasione di svago, ma può offrire spunti di riflessione individuale.

F. M. Avevo in mente la scena finale del celebre film Il gladiatore, quella in cui il protagonista si muove in un campo di grano che rappresenta i Campi Elisi: mi attirava la forza poetica di quell’uomo che accarezza le spighe dorate. Ho cercato di riprodurre quella sensazione, con quello spaventapasseri mostruoso che si erge nel grano. È vero, il Carnevale sta cambiando e i carri non ripropongono più soltanto temi ridanciani: nel passato aveva la formula di una festa, ora è più orientato verso uno spettacolo che coinvolge tutti e cerca di investire tutti i sensi. Tra i carristi c’è chi sta preparando il futuro, consapevole però di non incontrare il favore di tutto il pubblico.

In conclusione, sembra di poter vedere dal lavoro di questi artisti il tentativo di mettere in scena un’evoluzione del concetto stesso di ‘mostro’: da fenomeno “contro natura”, ad aspetto prossimo della vita quotidiana di ciascuno di noi. I mostri sono tra noi, pervadono le nostre vite: il ‘mostro’ del vizio, a cui allude il carro di Lombardi, il ‘mostro’ dell’economia e del protezionismo, che non sono solo elementi teorici, ma espressioni che si concretizzano nelle politiche nazionali che si riverberano a loro volta sulle vite singole dei cittadini. ‘Mostro’ non è più solo l’ignoto: ormai, il ‘mostro’ è noto, è anche celebre in taluni casi, se consideriamo i truci fatti di cronaca nera di cui i notiziari sono farciti.

Diventa compito della satira, e in questo giace il senso della sua evoluzione, rendere intellegibile quello che già appartiene alle nostre vite: non farlo, ignorare questo aspetto, come sembra suggerire Malfatti, significa lasciare nell’ombra il rovescio della medaglia della vita, il suo lato oscuro. Ridere delle proprie paure, evitando la sguaiatezza, diventa un modo per dominare i mostri e per far cadere le maschere.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. VV., Cento anni di Carnevale, Giardini, Pisa, 1973.
  2. VV., Il Carnevale di Viareggio, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1988.

M. Tobino, Sulla spiaggia e di là dal molo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 196

[1] M. Tobino, L’inimitabile Carnevale di Viareggio, in AA. VV., Il Carnevale di Viareggio, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1988, p. 12.

[2] http://viareggio.ilcarnevale.com/programma-eventi/carri-di-prima-categoria-2018/carri-di-prima-categoria/, consultato il 12 marzo 2018.

[3] Cfr. http://viareggio.ilcarnevale.com/programma-eventi/carri-di-prima-categoria-2018/carri-di-seconda-categoria/, consultato il 12 marzo 2018.

[4] Sembra esserci un legame fra le figure di guerra e di morte proposte da Cinquini e Malfatti con le descrizioni di  J. R. R. Tolkien delle orde di Orchi (ancora una volta, dei mostri) che, a loro volta, simboleggiavano gli sterminati eserciti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

[5] Cfr. M. Tobino, Andasti, o giovinastro, al gran veglione, in M. Tobino, Sulla spiaggia e di là dal molo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1966, pp. 243-251.

[6] Ivi, p. 243.

[7] Ivi, p. 245.

[8] Ivi, p. 250.

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