di Gianfranco Brevetto
Non si fa fatica ad annoverare Silvio D’Arzo tra i grandi della letteratura italiana del secolo scorso. Non si fa fatica ad ammettere che per diventare tale non è necessario far scorrere fiumi d’inchiostro. E nessuno sforzo va fatto per capire che la letteratura ha le sue leggi, proprie, che ci restituiscono nomi e storie integri a distanza di molto tempo.
Ringraziamo il professor Silvano Petrosino, filosofo di caratura internazionale, per questa preziosa riflessione.
–Perché questo piccolo racconto di un autore dalla vita molto breve è riuscito a destare tutto questo interesse nel corso dei decenni?
-Si può rispondere alla sua domanda soffermandosi sul contenuto del racconto o sulla sua scrittura. Per quanto riguarda il contenuto, è chiaro ch’esso affronta un tema estremamente spinoso, soprattutto in quegli anni, un tema poco romanzesco come quello relativo alla volontà di porre fine alla propria vita; ma, a mio avviso, è l’altro elemento a rivelarsi decisivo: una scrittura lineare, che non cade nella trappola, visto il tema in oggetto, dell’enfasi e della lotta per i diritti. In queste pagine il discorso procede calmo e placido, rendendo la banalità, o se si vuole la mediocrità, una cifra della meraviglia del quotidiano.
– Qualcosa che sembrerebbe anche legata al vissuto dell’autore.
– In effetti, quello narrato da D’Arzo non è solo un paesaggio fisico, è anche spirituale. Ovviamente l’Autore deve aver vissuto questo sentimento di abbandono e di insignificanza che non è riconducibile solo ad una solitudine di natura fisica. I personaggi di questa storia, che si svolge in un piccolo paese di montagna, sono tutti “personaggi minimi”.
-Nella sua nota di lettura lei fa notare che in questo racconto non succede nulla, è un racconto sostanzialmente senza una trama, se non questo dialogo, questa richiesta da parte di questa anziana. Un prete che poi non risponde, o almeno si trova spiazzato. Eppure, si tratta di poco, della richiesta di un’eccezione.
-Sarebbe un errore, ed è un grande merito dell’Autore il non averlo commesso, pensare che la richiesta di Zelinda Icci sia riconducibile all’affermazione di un diritto, e di conseguenza di un universale, cioè al diritto per tutti di porre fine alla propria vita. L’anziana pone la questione solo in relazione alla propria unicità. A me sembra sia questo, in ultima istanza, il tema al centro del racconto: l’unicità della propria vita, ed è esattamente a questo livello che il sacerdote fallisce. In un primo momento egli ha creduto di poter rispondere all’interrogativo della vecchia servendosi della “parole universali” del catechismo, ma poi riconosce, è il segno di una sua interiore sensibilità e grandezza d’animo, di aver fallito, riconosce di non essere stato all’altezza della “parola dell’unico”. Questi temi, quello dell’unicità e di una parola in grado di renderle onore (come parlare dell’unico e come parlare all’unico?), sono temi dal punto di vista filosofico estremamente complessi (vale la pena ricordare ciò che afferma Aristotele: l’unico non si dà scienza).
– La vecchia chiede solo se fosse possibile finire un po’ prima la propria esistenza…
– Ed è questo interessante. Emerge il dolore, la sofferenza unica della singola persona. Lei non elabora una teoria del dolore, e neppure chiede al sacerdote di elaborala al suo posto; esprime solo, ma questo “solo” è suo il “tutto”, il problema della propria stanchezza, di quello che lei percepisce come l’inutilità stessa della sua vita. In questo senso il prete riconosce di aver mancato. Poteva dire una parola che non ha detto; ma, per l’appunto, quel è la parola all’altezza dell’unicità? Io trovo solo una risposta a questa domanda che però non è si trova nel racconto di D’Arzo. Ne La leggenda il grande inquisitore di Dostoevskij, dopo il lungo dove dopo tutto il monologo del Cardinale, Gesù non risponde, non parla, o meglio “parla” con quell’unica parola che è un bacio sulle labbra del deluso Cardinale. Si tratta di una parola che è un gesto, di una parola che parla agendo.
– D’altra parte, qualsiasi cosa avrebbe detto sarebbe stata, fuori luogo, inadeguata.
– Sì, qualsiasi risposta sarebbe stata inadeguata. A questo livello, a livello del dolore unico dell’unico, non si può far altro che agire, che condividere, che amare.
– Abbiamo a che fare con il suicidio che Camus indicava come il problema filosofico per eccellenza. Al cospetto del quale in primis il prete dimostra di essere inadeguato e forse lo siamo tutti noi.
– Per quanto può valere il mio parere, non credo che il suicidio sia mai lecito, vale a dire sia sostenibile in nome di una legge. Al tempo stesso, di fronte ad una persona che si suicida, a quella singola persona che mette fine alla propria vita, non vi può essere nessun giudizio. Qui ritorna in scena, drammaticamente, il tema dell’unicità: nessuno può pretendere di conoscere le ragioni più profonde che hanno condotto quella singola persona ad un gesto così drammatico. Un tempo la Chiesa cattolica non amministrava i sacramenti al defunto che si è suicidato; oggi, per fortuna, non avviene più così. Siamo di fronte a un mistero che va rispettato proprio perché è tale.
– La vecchia, comunque, si pone da un punto di vista dell’appartenenza alla Chiesa, lei chiede un permesso al prete per potersi suicidare, vi è un aspetto etico.
– Questo è un punto molto bello e interessante del racconto. E’ come se Zelinda chiedesse un permesso, è come se avesse bisogno di quel permesso; evidentemente si può mettere fine alla propria vita senza chiedere il permesso a nessuno (oggi lo si ripete spesso: “la vita è mia e ne faccio quello che voglio”), ma questa non è la sua posizione. Io sento nelle sue parole rivolte al sacerdote l’umanissima invocazione che chiede, che prega: “lasciami andare, permettimi di andare, aiutami ad andare”. A me sembra che il tema del suicido non debba e non possa oscurare il senso di questo appello e del legame ch’esso testimonia; in fondo, sebbene la vecchia sia sola, essa in verità non lo è totalmente, parla al sacerdote e attende da lui una qualche impossibile parola.
Silvio D’Arzo
Casa d’altri
nota di lettura di Silvano Petrosino
2020, Marietti 1820