EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
mastroianni

Vagare nel mare della leggerezza.

di Annibale Fanali

CALDER

Nel 1983 ho visitato, per caso, a Torino, in occasione di un congresso di psichiatri democratici, una mostra di Calder, l’ultima sua grande mostra antologica in Italia, allestita a palazzo Vela (anche la location è casualmente allusiva?). Rimasi colpito dalla leggerezza delle sue sculture. Un’emozione mi prese nel veder vibrare nell’aria quei piccoli frammenti di metallo colorato, che si muovevano al semplice passaggio del mio corpo. E una specie di frenesia mi spingeva non tanto a soffermarmi su ogni singola scultura (un nome davvero improprio per questo tipo di allestimento) quanto a muovermi da una “scultura” all’altra. Le sculture sono i mobiles, piani sfere, nuclei sospesi in aria, così battezzati da Duchamp, per indicare la magia di questi piccoli oggetti danzanti. Sono sculture senza apparente peso, ma non senza consistenza.

A Torino quel giorno, non so se influenzato da quell’esperienza, intervenni nel dibattito portando una ventata di leggerezza. Sostenevo allora le ragioni di un servizio psichiatrico “diffuso”, differente dal paradigma, allora dominante nel nostro mondo, del servizio “forte” degli epigoni di Basaglia a Trieste: un pensiero sì illuminato, ma anche molto incentrato sulle strutture e troppo pesante per i miei gusti. Io ero invece a favore di un pensiero “morbido”, dialogico e nello stesso tempo polifonico, interdisciplinare, in grado di accettare la pluralità dei punti vista e il continuo sovrapporsi di voci diverse, di diverse coscienze, delle quali nessuna domina o accoglie definitivamente in sé le altre, annullandole, come avviene nelle forme espressive del linguaggio monologico. Un pensiero che ricerca, anche se non senza fatica, la propria consistenza nella tessitura di relazioni “fortemente” intersoggettive

In “Son le tue orme la via” Varela nel parlare dei mobiles dice: “Immaginate con l’occhio e l’orecchio della vostra mente, un mobile, con sottili pezzi di vetro che ciondolano come foglie dai rami, i quali a loro volta pendono da altri rami e così via. Ogni folata di vento li farà tintinnare, mentre l’intera struttura modifica la propria posizione, la velocità, la torsione dei rami, eccetera. Chiaramente il suono che il mobile produce non è determinato o istruito dal vento o dalla leggera spinta che potreste avergli impresso. Il modo in cui risuona ha più a che fare con i … tipi di configurazioni strutturali che assume quando riceve una perturbazione o uno squilibrio. Ogni mobile avrà una melodia e un tono tipici, adeguati alla sua costituzione”. È ovvio, in altre parole, che per capire le configurazioni sonore che ascoltiamo, ci rivolgiamo alla natura dei pezzi di vetro che tintinnano e non al vento che li muove.

Emergono dal frammento citato una serie significativa di concetti, sui quali si è ampiamente dibattuto non solo in ambito sistemico, come determinismo ed accoppiamento strutturale, autonomia e chiusura dei sistemi, “melodia e risonanza”, “perturbazione”, “interazione istruttiva”, “plasticità”.

In seguito ad un input il mobile reagisce con una configurazione strutturale tipica, che non dipende interamente dall’input, ma dalla sua struttura: non c’è niente di più chiaro per esprimere il “determinismo strutturale”.  È la struttura di un oggetto che ne determina il comportamento stabilendo quali sono le interazioni a cui può partecipare, quali sono gli eventi nel suo ambiente con cui può interagire e come sì comporterà in ciascuna di queste interazioni. È questo anche il senso dell’”accoppiamento strutturale” possibile solo in presenza di compatibilità e di affinità. È necessario inoltre ricordare che la struttura non è qualcosa di statico. Essa si modifica con ciascuna interazione a cui partecipa. In questo senso parliamo di “plasticità” e di autonomia dei sistemi.

Nella psicoterapia sulla base di tutto questo cade la pretesa di agire sull’altro attraverso input istruttivi, secondo un modello input-output intesi come stimolo-risposta, in senso puramente meccanico. La risposta implica sempre un principio di complessità, secondo il quale ogni possibile cambiamento deve essere inteso come rielaborazione dell’esperienza del paziente determinata dal paziente stesso e non dal terapeuta, la cui funzione, non certo irrilevante, è quella di generare perturbazioni che possono innescare la riorganizzazione mentale del proprio paziente, senza mai determinarla del tutto. Per questa ragione il concetto di interazione istruttiva è un’illusione.

Ricordati terapeuta (questo è un passaggio etico) che l’altro non è un oggetto nelle tue mani, non è un passivo e “banale” recettore dei tuoi input.

Una ulteriore precisazione: la plasticità è diadica ed è il derivato di un processo di reciprocità. Coinvolge perciò anche il terapeuta.

 

MUSICALITA’

Ora un rapido flash sulla musicalità e sulla risonanza, sempre riferite alla reciprocità. Il “tintinnio” del mobile è la sua voce. Una voce viva e corporea, unica e irripetibile, che non si può tenere sotto controllo, come vorrebbe il re del “Sotto il sole giaguaro” di Italo Calvino. Il tintinnio nel suo delicato e “leggero” manifestarsi come presenza potrebbe però cadere nel vuoto, come inutile suono.  Ed anche la parola che ha una sua musicalità, può subire lo stesso destino. Non a caso Bachtin ha parlato di “nudo cadavere della parola”. Ma questo non accade alla parola dialogica, dice Maria Zambrano in “Chiari del bosco”, “la parola fatta per essere consumata senza logorarsi. E che se parte verso l’alto non si perde di vista, e se fugge verso il confine dell’orizzonte non svanisce, né fa naufragio. E che se discende fino a nascondersi dentro la terra continua a palpitarvi, come seme.”

Il suono, come la parola, per non morire ha bisogno di essere colto (come evento) ed accolto nel pensiero di un altro che ad esso risponde con altri suoni. “Due note si dondolano nel cielo sopra una nuvola… come due rondini volano in alto veloci verso il sole, sembrano stelle quando si fa sera”, come in una canzone di Mina degli anni Sessanta. Il suono deve trovare una capacità di sincronizzazione, e di armonizzazione, un investimento e un coinvolgimento nella relazione, una messa in gioco. In questo modo si possono creare risonanze come effetto di vibrazioni che entrano in sintonia. Nella tecnica musicale sono le corde che in alcuni strumenti vibrano per simpatia, cioè vibrano delle vibrazioni di altre corde.

Ricordati terapeuta che nella relazione si può vibrare insieme in questi stati di risonanza.  E si può anche, in quella che potremmo chiamare “estetica” della terapia, metacomunicare su di essa.

 

LA MAGIA DELLE NUVOLE

Mauro Mancia in “Percorsi” parla della leggerezza come sottrazione di peso. “Io credo che l’analista debba alleggerire la struttura della personalità del suo paziente e rendere meno pesanti le sue difese e istanze psichiche che ostacolano il suo relazionarsi con gli altri.”

Questo bisogno di sottrazione è centrale nella lezione americana sulla leggerezza di Calvino: “Ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.

Anche io ho vissuto questa esperienza di sottrazione. Penso al peso delle strutture pietrificate e pietrificanti come il manicomio, nel quale ho mosso i miei primi passi di psichiatra nel corso di tutti gli anni Settanta. Una sottrazione, il cui carattere decostruttivo ha portato, nel tempo lungo del lavoro antistituzionale, ad un loro totale dissolvimento. Abbiamo operato sulle “ali” del sogno e dell’immaginazione, passando dal mondo della realtà (“il mondo è così, non può essere diverso”) al mondo della possibilità (il mondo è così, ma noi possiamo cambiarlo), fino a toccare l’utopia dell’impossibilità: se mi avessero detto allora quando oltrepassai il confine della normalità per entrare nel mondo della follia, che il manicomio sarebbe scomparso, avrei senza alcun dubbio risposto: “Ma come è possibile? Siamo pazzi?”.

Nel mito, Perseo, per non farsi pietrificare, decapita Medusa, volando sulle ali dei suoi magici calzari viaggiando sulla nuvola, sostenuto dal vento. La nuvola è al centro anche del pensiero di Michel Serres in Hermes V: I suoi passaggi vanno dal cristallo alla nuvola, alla fiamma. Il cristallo, l’espressione emblematica dei solidi, analogo alla pietra, che la rappresenta nella sua forma più esteticamente equilibrata, deve essere decostruito. L’aspirazione è epistemologica, dato che i nostri concetti sono stati formati ad immagine dei solidi, costanti, stabili e consistenti, volumi duri dai bordi levigati e ben distinti. Poiché l’escluso nel mondo dei solidi è il fluttuante e il composito, Serres parla di fluidità e di fluidificazione come momenti necessari per entrare nel mondo delle sfumature e degli sconfinamenti. Lo sviluppo di questo processo è la “liquidità” che diventa però in Bauman l’emblema negativo della postmodernità.

Ma arrivati a questo punto c’è bisogno, per aumentare la complessità di questa mia descrizione, di almeno un’altra puntualizzazione, di un altro flash.

 

PAUL VALERY E LE RAGIONI DEL PESO

“Il faut etre léger comme l’oiseau et non comme la plume”, dice Paul Valery, che Italo Calvino cita in “Lighteness” la sua prima delle Lezioni americane.  Per non essere in balia del vento, per saper imprimere nel volo una direzione e per non precipitare la sola leggerezza non basta. C’è bisogno anche del peso. Peso e leggerezza sono quindi, in questa accezione, due facce ricorsive, dialoganti e non dualisticamente separate, di una stessa medaglia. Lo dice in modo esemplarmente chiaro Italo Calvino: “La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e con l’abbandono al caso”.

Questa frase ha in psicoterapia un significato ben preciso: se indispensabile per i nostri processi di crescita e di liberazione dalla sofferenza c’è il bisogno di esplorazione, e quindi di leggerezza, è altrettanto vero che non si può esplorare senza il raggiungimento di una stabilità e di un equilibrio e il poter contare su una base sicura, solida, su cui tornare in caso di necessità. Faccio notare che anche Calder nella sua produzione artistica ha alternato ai mobiles, sculture immobili in cui «bisogna camminarvi intorno o passarci in mezzo». Ed è ancora un artista, Jean Arp a suggerire il nome di Stabiles. Il terapeuta svolge in questo senso una funzione transitoria di sostegno importante: è un solido ancoraggio.

Un altro aspetto da considerare è il riferimento alla storia e alle origini. Se per esplorare contiamo sulle ali, non possiamo certo dimenticare le radici, che fanno da sfondo alla nostra vita. Anche gli uccelli nelle loro migrazioni hanno bisogno di riferimenti e di appoggi, per poi tornare al nido nel quale sono cresciuti.  Anche Hermes, il dio dell’esplorazione, ha come suo punto di riferimento Hestia, la dea delle radici e del focolare domestico. Se Hermes è il messaggero, il dio sempre pronto a ripartire, che rappresenta il mutamento di stato, le transizioni, i contatti, Hestia è simbolo e pegno di fissità, di immutabilità, di permanenza.

Anche le ali e le radici sono quindi due facce complementari di una stessa medaglia. Sarebbe un errore separarle e metterle in contrapposizione.  Le ali, senza le radici, come sostiene Tagliagambe in “Le radici e le ali dell’identità”, mancando della capacità di orientamento nel mondo che esse promuovono, rischiano di trasformare ogni persona nella impulsiva e presuntuosa colomba dì cui parla Kant, nella Critica della ragion pura: “La colomba leggera, mentre nel libero volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto di aria.” Purtroppo, la colomba ignora che è proprio grazie alla resistenza dell’aria che può permettersi di volare. Ritenendo l’aria un ostacolo incorre in un tragico errore, perché, come è noto, non è possibile volare nel vuoto. Ma anche le radici senza ali diventano un freno, un ostacolo allo sviluppo, poiché perdono il potere che le radici, tutte le radici, dovrebbero avere: quello di trasmettere la vita e di farla crescere. Richiamando a sé con eccessiva forza, e assorbendo troppe energie, finiscono per soffocare e far rinsecchire i rami che dovrebbero invece dare impulso e vitalità.

 

ALCUNI FLASH SUL TERAPEUTA

Il terapeuta, nella dimensione della leggerezza, è alla costante ricerca di una struttura plastica ed agile, grazie alla quale può muoversi in più direzioni, politropicamente. È un terapeuta che non si cristallizza su un solo metodo o su un solo contesto e che sa accogliere la diversità, senza rifiutarla pregiudizialmente. È un terapeuta “gentile” che crede nella persuasione non nella forza e che sostiene il valore della comunicazione e della reciprocità, in quanto considera il paziente e il suo contesto di riferimento come soggetti e non oggetti di un intervento. Il suo negativo è il terapeuta rigido, coerente all’eccesso, “ordinato”, non creativo, schematico, sempre bisognoso di cliché, che evita di inoltrarsi oltre i confini del noto e che riconduce tutto ciò che è ignoto al noto. Pensare di ridurre metodicamente l’ignoto al noto significa ritenere di avere in mano le chiavi dell’universo e di conoscere la formula del “vero” sapere per costruire un orizzonte dove l’accento cade soltanto su “un”. Significa elaborare un progetto di conoscenza il cui obiettivo è di ridurre il tutto, che è molteplicità, varietà, alterità, all’uno. Ma l’uomo non è “unus”, dice Cacciari in “Arcipelago”, “l’uomo è molti ed ospita in sé in numerosi doppi… che non si dispongono secondo pacifiche e prevedibili successioni cronologiche, ma risuonano insieme, sulla stessa scena”.  Mi torna in mente una poesia di Pessoa: “La mia anima è una misteriosa orchestra; Non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: Corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.”

Il terapeuta nella sua leggerezza è come il vento: è un perturbatore potenziale che porta novità e “caos” nel sistema con cui entra in contatto. Egli può rompere un equilibrio, innescare una crisi, creare un nuovo ordine, stimolare un nuovo equilibrio. Ma sicuramente, ad ogni contatto, ogni paziente risponderà ai suoi input con la sua musica e con le sue vibrazioni. Senza dimenticare che non tutti gli input sono efficaci, in quanto il paziente è influenzato solo da quegli stimoli che la sua struttura in quel dato momento ammette e che in tal modo specifica. Ma anche il terapeuta ha la propria struttura. L’armonia non è quindi né da una parte né dall’altra. È nella musica che insieme potranno creare suonando e risuonando, attraverso continui aggiustamenti delle loro reciproche dissonanze, lungo il complesso percorso della terapia.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

  1. Bachtin, Voprosy literatury i estetiki, Izdatel’stvo, 1975 (Trad. it. Estetica e romanzo, Torino, Einaudi, 1979)
  2. Cacciari, Arcipelago, Milano, Adelphi, 1997
  3. Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Garzanti, 1988
  4. Mancia, Percorsi. Psicoanalisi contemporanea. Bollati Boringhieri, Torino, 1995
  5. Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, Milano, Feltrinelli, 2013
  6. Sérres, Hermès V. Le passage du Nord-Ouest, Les Editions de Minuit, Paris, 1980. (Tr. It. Passaggio a Nord Ovest, Parma, Pratiche, 1984)

Tagliagambe Silvano, “Le radici e le ali dell’identità”, Pluriverso 3, 1997

  1. Valery, citato in I. Calvino, 1988.
  2. Varela, “Son le tue orme la via” in Thompson Irwin, Ecologia e autonomia, Milano, Feltrinelli
  3. Zambrano, Claros del bosche, Fundacion Maria Zambrano 1977 (Trad. it. Chiari del bosco, Milano, Bruno Mondadori, 2004)

1988

 

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