EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
editoriale

Was ist mit mir geschehen? Kafka e il nostro secolo

di Florence Bancaud

ITA/FRA versione originale in fondo

 

Kafka, un visionario del nostro mondo?

E’ trascorso quasi un secolo dalla morte di Kafka, nel 1924, misconosciuto da vivo è oggi divenuto oggetto di un vero mito. Nel suo recente saggio dedicato a Kafka, Jean-Pierre Gaxie, sostiene che l’effetto Kafka si è protratto largamente oltre il suo secolo. Dunque, in cosa il presente è un secolo di Kafka? Kafka ha anticipato il nostro quotidiano?

Nel suo romanzo  Il Professore del Desiderio, Philip Roth dà vita ad un giovane professore di letteratura, David Kepesh, in visita a Praga; qui una guida ceca gli dice che anche le persone più modeste, che non hanno mai letto un rigo, di fronte ad un evento assurdo o il cui senso gli sfugge, dichiarano spontaneamente: è  kafkiano!

Ma come si caratterizza l’assurdo kafkiano? Questo aggettivo che evoca l’atmosfera assurda e derisoria delle opere di Kafka, designa un sentimento di angoscia, una situazione di estraneità e di malessere e suggerisce un universo in cui l’individuo è sommerso da una burocrazia labirintica, un sistema di cui non si comprendono gli ingranaggi.

Kafka descrive un mondo propriamente assurdo nel senso di Camus che, nel Mito di Sisifo, lo definisce come un sentimento improvviso dello spessore e della estraneità del mondo. Questa assurdità è anche quella del mondo in crisi dopo il 1918; le istituzioni totalizzanti e astratte che sono lo Stato ed il mercato conoscono uno sviluppo esponenziale e si sostituiscono alle strutture della Chiesa, della corporazione, della famiglia: l’individuo si trova annegato nella massa, il che accresce un sentimento di solitudine e di anonimato. La massa, scevra di uno spirito critico e di resistenza, è portata a obbedire ciecamente al potere impersonale e burocratico dello Stato, ciò accentua quello che Weber chiama il disincanto del mondo moderno. Il sacerdote di questa nuova religione di Stato ed è, secondo Weber, lo stereotipo di Kafka, il funzionario che si sottomette ciecamente alla razionalità della burocrazia la cui legge,  impenetrabile, trasforma i trasgressori in colpevoli.

Nei suoi racconti, Kafka annuncia questa era di massa: descrive dei personaggi che sembrano privi di ogni sentimento individuale, di ogni vita interiore. Per Marthe Robert, il personaggio kafkiano è un uomo senza qualità, senza passioni, senza interiorità. Questo personaggio banale, sprovvisto di autorità e potenza, è un uomo solitario, al margine. E’ in una situazione di estraneità nella sua famiglia, nella comunità, nel paese, ma anche colpevole, suo malgrado, come la vittima di un padre onnipotente. Il personaggio kafkiano vive in rapporto col mondo in una modalità di distanza e di estraneità. E’ spesso attaccato alla dura quotidianità da un evento inatteso che gli sconvolge l’esistenza e gli fa perdere tutti i punti di riferimento: ne’ L’america, Karl Rossmann  è fuggito dalla sua famiglia, nella Metamorfosi, Gregor Samsa è trasformato in una scarafaggio, nel Verdetto,  George Bendemann è condannato da suo padre, nel Processo, Joseph K., un funzionario integerrimo, vine arrestato un mattino senza sapere di quale colpa lo si accusi. Joseph viene in fine condannato e ucciso in virtù di una giustizia cieca, di un meccanismo burocratico autoritario e spietato.

Nel Castello, l’ultimo romanzo di Kafka, il protagonista principale, K., si vede arbitrariamente promosso agrimensore suo malgrado; ma non riesce mai ad incontrare il signore del castello il cui potere è tanto più inquietante perché invisibile e ne vengono contaminati tutti i suoi funzionari, che fanno regnare sul villaggio una paura diffusa.

Tutte queste figure kafkiane sono spesso poste di fronte all’inesplicabile, prigioniere di un sistema di dominazione patriarcale, di cui non comprendono la logica e le condanna all’erranza, allo stallo, alla ricerca infinita di un senso che sempre ci sfugge.

Kafka evoca la burocrazia reale del suo tempo, di cui ne svela, ante litteram, la meccanica del potere totalitario che, con la sua ideologia, il suo stato apparato, la burocrazia, la polizia segreta, il sistema servizi segreti, domina a terrorizza gli esseri umani dall’interno, impedendo loro la minima iniziativa e opinione individuale. Infine, rappresentando la morte di cui è vittima Joseph K. Alla fine del Il Processo, Kafka sembra profetizzare le modalità di esecuzioni arbitrarie e impersonali delle vittime del nazismo e dello stalinismo, imposte da un “nemico obiettivo”. Sterminato, non in virtù di una colpa dimostrata, ma in forza di un preteso “male” che incarnano e del danno che il loro status di stranieri, di marginali e di oppositori politici potrebbero rappresentare per il regime.

L’opera kafkiana resta dunque non solo attuale, ma di portata profetica per alcuni temi: l’onnipresenza dello Stato, il sentimento d’esclusione o l’angoscia di essere esclusi, la condanna al conformismo, la violenza perpetua della vita privata

Kafka li ha anticipati, facendo intravedere tutta l’inumanità o la negazione di sé di cui l’uomo è capace. Se l’opera di Kafka resta dunque profondamente moderna, è dunque, essenzialmente, perché tratta di temi universali e perché  parla di noi, si fa profeta dell’umano troppo umano. Questo è il motivo per il quale Kafka ci parla e ci parlerà sempre.

(trad. G. Brevetto)

Kafka, visionnaire de notre monde ?

 

Voici presque un siècle que Kafka est mort, en 1924, et s’il a été quasi méconnu de son vivant, il est aujourd’hui devenu l’objet d’un véritable mythe. Dans un récent essai consacré à Kafka, Jean-Pierre Gaxie l’effet Kafka déborde largement son siècle. En quoi vivons-nous donc toujours dans le siècle de Kafka ? Et en quoi Kafka a-t-il anticipé notre monde ?

Dans son roman Professeur de désir, Philip Roth met en scène un jeune professeur de littérature, David Kepesh, en visite à Prague ; un guide tchèque lui déclare que même les gens de la rue qui n’en ont jamais lu une ligne, confrontés à un événement absurde ou dont le sens leur échappe, déclarent spontanément « C’est du Kafka. » Mais comment se caractérise l’absurde « kafkaïen » ? Cet adjectif, qui évoque l’atmosphère absurde et dérisoire des œuvres de Kafka, désigne un sentiment d’angoisse, une situation d’étrangeté et de malaise et suggère un univers où l’individu est submergé par une bureaucratie labyrinthique ou un système dont il ne comprend pas les rouages.

Kafka décrit un monde proprement absurde au sens de Camus qui,  dans le Mythe de Sisyphe, définit l’absurde comme le sentiment soudain de l’épaisseur et de l’étrangeté du monde. Cette absurdité est aussi celle d’un monde en crise après 1918 ; les institutions totalisantes et abstraites que sont l’Etat et le marché connaissent un développement exponentiel et se substituent aux structures de l’église, de la corporation, de la famille : l’individu se trouve noyé dans la masse, ce qui accroît son sentiment de solitude et d’anonymat. La masse, dépourvue d’esprit critique et de résistance, est amenée à obéir aveuglément au pouvoir impersonnel et bureaucratique de l’Etat, ce qui accentue ce que Weber appelle le désenchantement du monde moderne. Et le prêtre de cette nouvelle religion de l’Etat est selon Weber le personnage-type de Kafka, le fonctionnaire qui se soumet aveuglément à la rationalité de la bureaucratie dont la loi impénétrable transforme tout contrevenant en coupable qui s’ignore.

Dans ses récits, Kafka annonce cette ère des masses : il décrit des personnages qui semblent privés de tout sentiment individuel, de toute vie intérieure. Pour Marthe Robert, le personnage kafkéen est un homme sans qualités, sans passions, sans intériorité. Ce personnage banal, dépourvu d’autorité et de puissance, est un homme solitaire, en marge. Il est en situation soit d’étranger dans sa famille, sa communauté, son village, soit de coupable malgré lui, soit de victime d’un père tout puissant. Ce personnage vit son rapport au monde sur le mode de la distance et de l’étrangeté. Il est soudain arraché à sa vie quotidienne par un événement inattendu qui bouleverse son existence et lui fait perdre tous ses repères : dans l’Amérique, Karl Rossmann est chassé de sa famille, dans la Métamorphose, Grégoire Samsa est métamorphosé en vermine, dans le Verdict, Georges Bendemann est condamné par son père, dans le Procès, Joseph K, un fonctionnaire bien discipliné, est arrêté un matin sans savoir de quelle faute on l’accuse : il est finalement condamné et exécuté en vertu d’une justice aveugle et d’une machinerie bureaucratique autoritaire et impitoyable. Dans le Château, le dernier roman de Kafka, le protagoniste principal, K., se voit arbitrairement promu arpenteur malgré lui ; il ne parvient jamais à rencontrer le seigneur du château dont le pouvoir est d’autant plus inquiétant qu’il est invisible et contamine tous les fonctionnaires du château, qui font régner sur le village une peur diffuse. Toutes ces figures kafkéennes sont soudain placées face à l’inexplicable, prisonnières d’un système de domination patriarcale qui leur échappe et dont elles ne comprennent pas la logique et condamnées à l’errance, au piétinement, à la quête sans fin d’un sens qui toujours se dérobe.

Mais Kafka évoque moins la bureaucratie réelle de son temps qu’il ne démonte avant la lettre la mécanique du pouvoir totalitaire qui, par son idéologie, son appareil d’état, sa bureaucratie, sa police secrète, son système d’espionnage permanent, domine et terrorise les êtres humains de l’intérieur, leur interdisant la moindre initiative et opinion individuelle. Enfin, en mettant en scène le meurtre dont est victime Joseph K à la fin du Procès, Kafka semble prophétiser le mode d’exécution arbitraire et impersonnel des victimes du nazisme et du stalinisme, taxées d’ « ennemis objectifs » et exterminées non pour une faute avérée, mais en vertu du prétendu « mal » qu’elles incarnent ou du danger que leur statut d’étranger, de marginal ou d’opposant politique pourrait représenter pour le régime en place.

L’oeuvre kafkéen reste donc non seulement d’actualité, mais a une portée prophétique: l’omniprésence de l’état, le sentiment l’exclusion ou l’angoisse d’être exclu, la condamnation au conformisme, le viol perpétuel de la vie intime, Kafka les a anticipés, faisant entrevoir toute l’inhumanité ou la négation de soi dont l’homme est capable. Si l’oeuvre de Kafka reste donc profondément moderne, c’est donc essentiellement parce qu’elle traite de thèmes universels et qu’il nous parle de nous, se fait le prophète de l’humain trop humain. C’est pourquoi Kafka nous parle et nous parlera toujours.

 

 

 

 

Share this Post!
error: Content is protected !!