EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
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Zone di vulnerabilità sociale – Intervista a Lilian Mathieu

di Gianfranco Brevetto

(ITA/FRA testo originale in fondo)

Tutto ciò che comporta un allontanamento dalle regole morali o di funzionamento della società, una loro messa in causa, un loro sovvertimento, è inevitabilmente considerato disordine. A questo si è opposto un ordine pubblico, da mantenere e preservare. Ma non sempre è così. I movimenti di piazza, a partire dalla storia recente, spesso non sono stati sinonimi di sovvertimenti reali.  Ordine e disordine, dal punto di vista dei movimenti sociali,  rischiano di divenire categorie facenti parte di un bagaglio di riferimenti e di ideologie che non sono più applicabili all’analisi della complessità. Il tutto a detrimento delle povertà e delle precarietà esistenti e emergenti.

Il nostro interlocutore, Lilian Mathieu, sociologo del CNRS – Ecole normale supérieure di Lyon, ci ha aiutato a riflettere su questo tema.

–  I suoi studi riguardano spesso temi che sono ai margini della letteratura sociologica degli ultimi anni: i poveri, gli esclusi. Perché questa scelta? In cosa l’analisi di questi fenomeni ci può aiutare nella comprensione della modernità?

– Personalmente diffido, della nozione di esclusione, che non utilizzo nel mio lavoro. Come Robert Castel[1], credo che opporre gli esclusi agli inclusi impedisca di pensare a percorsi che portano dalla piena integrazione sociale, che oggi passa principalmente dal lavoro, all’estreme povertà e marginalità. La rappresentazione dominante dell’escluso é quella del senza fissa dimora, che mendica nella strada e si nutre nelle mense pubbliche. Ci sono sicuramente molte, e troppe, persone in questa situazione, ma ricordare solo i più poveri ed i marginali, conduce a dimenticare  quelle frazioni largamente più importanti della popolazione che sono socialmente indebolite dalla precarietà economica e dalla restrizione delle politiche sociali. Chi non ha accesso ad alloggi decenti (soprattutto nelle grandi città) perché il mercato degli affitti privati è inaccessibile per loro. Oppure chi – soprattutto donne – vede imporsi lavori a tempo parziale remunerati insufficientemente. Lavoratori interinali o a tempo indeterminato che non possono pensare al futuro. Anche Migranti in situazioni irregolare che trovano lavoro (nella ristorazione, nelle costruzioni, nei servizi alla persona, ecc.) con datori di lavoro che sanno che questi non possono permettersi di protestare a fronte di uno sfruttamento a volte brutale. Queste zone di vulnerabilità sociale, come le chiamava Castel, sono rivelatrici di un vero e proprio regresso di civilizzazione, mentre nel secondo dopoguerra si era assistito, con l’introduzione dello stato sociale, a una reale volontà di preservare l’integrazione sociale.

– Questi fenomeni sono rivelatori dei limiti della nostra società o sono necessari al suo funzionamento?

– Una logica globale di precarizzazione degli status e delle condizioni costituisce una pressione in grado di trasformare profondamente i rapporti sociali. In Francia la recente  “loi travail” difesa dal ministro El Khomri è stata, da questo punto di vista, significativa, perché pretende di lottare conto la disoccupazione mediante un indebolimento dei salariati di fronte alle esigenze dei datori di lavoro.

Precarietà e inquietudine delle quali si nutriranno, domani, le logiche di concorrenza esacerbata. Ne è un esempio il sospetto, favorito dall’estrema destra, che gli aiuti dei quali beneficiano alcuni (ad esempio i rifugiati) siano stati concessi a scapito di altri (i Francesi).  Per questo,  io mi guarderei bene dal considerare questa logica come fatale; altri tipi di organizzazioni sono possibili, e soprattutto urgenti! Delle indicazioni possono essere ricercate nelle iniziative a livello locale, comprese quelle in apparenza marginali, ad esempio quella a sostegno di difesa di intere zone  come quella, di Notre-Dame-des-Landes[2].

– Queste categorie di esclusi hanno una reale possibilità di uscita da questa esclusione tramite una rappresentanza politica o occorre passare attraverso forme di protesta più o meno organizzate?

–  Non occorre opporre le due cose, la difesa delle fasce di fragilità in seno alle istituzioni o attraverso i movimenti di protesta. Un certo numero di conquiste, sulla salute e sull’alloggio in  particolare, si sono imposte in pubblico grazie a  mobilitazioni determinate, ma hanno potuto avere degli sbocchi concreti solo perché sono state prese in carico politicamente da associazioni o partiti. Nei fatti, non è raro che leader   di movimenti sociali intraprendano una carriere politica o siano chiamati a ricoprire cariche nelle istituzioni. Quando accade, questi movimenti perdono, spesso, la loro radicalità ma non necessariamente la loro determinazione.

– Oggi, i movimenti di protesta esprimono una reale volontà di cambiamento sociale?

– Ogni movimento sociale comporta un rapporto conflittuale ad un certo livello della società, che si vuole orientare in un senso diverso . Per questo, occorre diffidare dell’immagine spontaneamente progressista che si vuole accollare ai movimenti sociali. Uno dei movimenti sociali più ampi di questi ultimi anni è stato la Manif pour tous[3], che si opponeva al matrimonio delle coppie dello stesso sesso. Voler tornare ad uno stadio anteriore della società, è anche sostenere un cambiamento sociale, in questo caso in un senso propriamente reazionario.

-Perché questi movimenti sono definiti come disordine sociale? A cosa serve questo disordine?

-La concezione  dei movimenti sociali come anomalie o disfunzionamento sociale è superata. Le mobilitazioni di protesta fanno oramai parte integrante del paesaggio democratico, sono pienamente legittime e il fatto che  gli ambienti sociali favoriti o conservatori vi facciano ricorso (la Manif pour Tous ne è un buon esempio) lo attesta. Ciò  non impedisce ai governi indeboliti dai movimenti di vasta entità di tentare di squalificarli incoraggiando, quando non suscitando, turbamenti o violenze. Ma si tratta in questo caso di strategia politiche di deterioramento più che una rimessa in causa della legittimità della protesta collettiva stessa.

– Lei si è anche interessato alla prostituzione. Questo fenomeno è stato, nei secoli, tollerato o represso. In cosa è funzionale alla nostra società?

– Non credo che sia molto pertinente, dal punto di vista sociologico, ridurre un fenomeno alla sua funzione sociale – ammesso che ne abbia una ed una sola. Mi sembra più interessante studiare le logiche che generano e consolidano questi fenomeni. Nel caso della prostituzione, ho cercato di mostrare che questa è per alcune persone un modo di far fronte alla vulnerabilità che richiamavo prima: vendere delle prestazioni sessuali è uno degli ultimo modi per guadagnare qualcosa quando i proventi del lavoro o della protezione sociale diventano inaccessibili. Dal punto di vista dei clienti, ci sono logiche differenti che presiedono alla domanda, maggiormente inerenti ai rapporti di genere e alle norme sessuali nella nostra società.

 

(Trad. G. Brevetto)

 

***

 

– Vos études se penchent sur un thème souvent à l’écart des ouvrages sociologiques des dernières années : les démunis, les exclus. Pourquoi ce choix ? En quoi l’analyse de ces phénomènes peut-elle nous aider dans la  compréhension de la modernité ?

Je me méfie un peu de la notion d’« exclusion », que je n’utilise pas dans mon travail. Comme Robert Castel[4], je crois qu’opposer les « exclus » et les « inclus » empêche de penser les cheminements qui mènent de la pleine intégration sociale, qui aujourd’hui encore passe principalement par le travail, aux extrêmes pauvreté et marginalité. La représentation dominante de l’« exclu » est celle du sans domicile fixe, qui mendie dans la rue et se nourrit dans les soupes populaire. Il y a bien sûr beaucoup, et trop, de gens dans cette situation mais ne retenir qu’eux éclipse des fractions largement plus importantes de la population qui sont socialement fragilisées à la fois par la précarité économique et par la restriction des politiques sociales. Des gens qui n’ont pas accès à un habitat décent (surtout dans les grandes villes) car le marché du logement privé est trop cher pour eux. Des personnes — spécialement des femmes — qui se voient imposer des emplois à temps partiel insuffisamment rémunérateurs pour joindre les deux bouts. Des travailleurs qui enchaînent des missions d’interim ou des contrats à durée déterminée, qui sont soumis à l’aléatoire des nécessités du marché du travail et qui ne peuvent se projeter dans l’avenir. Des migrants en situation irrégulière, aussi, qui trouvent à s’embaucher (dans la restauration, le bâtiment, les services à la personne, etc.) mais dont leurs employeurs savent qu’ils ne peuvent se permettre de protester contre une exploitation parfois brutale. Ces « zones de vulnérabilité sociale », comme les appelait Castel, sont révélatrices d’un véritable recul civilisationnel alors que l’après-Seconde Guerre mondiale avait assisté, avec la mise en place de l’Etat social, à une réelle volonté de préservation de l’intégration sociale.

– Sont-ils les révélateurs des limites de notre société ou sont-ils nécessaires à son fonctionnement ?

Une logique globale de précarisation des statuts et des conditions constitue effectivement une pression à même de transformer profondément les rapports sociaux. En France, la récente « loi travail » défendue par la ministre El Khomri était de ce point de vue significative puisqu’elle entendait lutter contre le chômage par une fragilisation des salariés devant les exigences des employeurs. La précarité et l’inquiétude sur ce quoi demain sera fait nourrissent des logiques de concurrence exacerbées, comme on le voit dans la suspicion, entretenue par l’extrême droite, que les secours dont bénéficient les uns (par exemple les réfugiés) seraient octroyés au détriment des autres (les Français). Pour autant, je me garderai bien de considérer cette logique comme fatale ; d’autres modes d’organisation sociale sont possibles, et surtout urgents ! Des pistes peuvent être recherchées dans les initiatives locales, y compris en apparence marginales, comme ce qui s’invente dans les zones à défendre telle celle de Notre-Dame-des-Landes.

– Ces catégories d’exclus ont-elles une réelle possibilité de sortir de cette exclusion par le biais d’une représentation politique ou faut-il passer à travers des formes de protestation plus ou moins organisée ?

Il n’y a pas lieu d’opposer les deux, la défense des intérêts des couches les plus fragiles au sein des institutions ou au travers de mouvements protestataires. Un certain nombre d’avancées, sur la santé ou sur le logement notamment, ont d’abord surgi dans l’espace public grâce à des mobilisations déterminées mais elles n’ont pu déboucher sur des dispositifs concrets que parce qu’elles ont été relayées politiquement par des associations ou des partis. De fait, il n’est pas rare que des animateurs de mouvements sociaux entament une carrière politique ou soient appelés à occuper des responsabilités dans des institutions. Lorsque cela arrive, ils perdent souvent de leur radicalité mais pas nécessairement leur détermination à faire avancer la lutte contre la pauvreté.

– Les mouvements de protestation d’aujourd’hui expriment-ils une réelle volonté de changement social ?
Tout mouvement social engage un rapport conflictuel à un certain état de la société, qu’il s’agit d’orienter dans un sens différent. Pour autant, il faut se méfier de l’image spontanément « progressiste » qu’on tend à accoler aux mouvements sociaux. L’un des mouvements français les plus amples de ces dernières années a été la « Manif pour tous », opposée à l’ouverture du mariage aux couples de même sexe. Vouloir en revenir à un état antérieur de la société, c’est aussi plaider pour un changement social, en l’occurrence dans une démarche proprement réactionnaire.

– Pourquoi ces mouvements sont-ils définis comme du désordre social ? A quoi sert ce désordre ?
La conception des mouvements sociaux comme anomalies ou dysfonctionnements sociaux est révolue. Les mobilisations protestataires font désormais partie intégrante du paysage démocratique, elles sont pleinement légitimes et le fait qu’y compris des milieux sociaux favorisés ou conservateurs y aient recours (là encore, la « Manif pour tous » est un bon exemple) en atteste. Ce qui n’empêche pas les gouvernements fragilisés par des mouvements d’ampleur de tenter de les disqualifier en encourageant, quand ce n’est pas en suscitant, des perturbations et des violences. Mais il s’agit alors de stratégies politiques de pourrissement plus que d’une remise en cause de la légitimité de la protestation collective en elle-même.

Vous vous êtes intéressé aussi à la prostitution. Ce phénomène a été pendant des siècles toléré ou réprimé, en quoi est-il fonctionnel à notre société ?

Je ne crois pas qu’il soit très pertinent du point de vue sociologique de réduire un phénomène à sa « fonction » sociale — pour autant qu’il en ait une et une seule. Il me semble plus intéressant d’étudier les logiques qui engendrent et entretiennent ces phénomènes. Dans le cas de la prostitution, j’ai essayé de montrer qu’elle est pour certaines personnes une manière de faire face à la vulnérabilité que j’évoquais plus haut : vendre des prestations sexuelles est un des derniers moyens de gagner de l’argent lorsque les revenus du travail ou de la protection sociale sont inaccessibles. Du côté des clients, ce sont d’autres logiques qui président à la demande, davantage inhérentes aux rapports de genre et aux normes sexuelles dans nos sociétés.

 

[1] cfr. Robert Castel, Les métamorphoses de la question sociale, Paris, Fayard, 1995.

[2] Dal 2012 un movimento di cittadini si oppone alla costruzione di un nuovo aeroporto a Notre-Dame-des-Landes, in Loira Atlantica, che porterebbe alla distruzione di zone umide tutelate. Da registrare, recentemente, anche un intesse di alcuni candidati alle presidenziali a questo conflitto (NdT).

[3] Associazione nata nel 2012 in Francia, ha consorelle  anche in altri paesi, tra cui l’Italia (NdT).

[4] Robert Castel, Les métamorphoses de la question sociale, Paris, Fayard, 1995.

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