EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

Aggressività tra physis e cultura

di Giacomo Dallari

«L’uomo – scriveva Freud ne Il disagio della civiltà – non è una creatura mansueta»[1]. Pochi anni più tardi Erich Fromm, nella sua Anatomia della distruttività umana, scriveva che «soltanto l’uomo ha il gusto di distruggere la vita senza alcun motivo o obiettivo»[2]. Possono apparire due visioni simili, dai contenuti speculari, ma in realtà tra i due autori corre una differenza sostanziale: il primo arriva alla sua conclusione ritenendo che la mancanza di mansuetudine sia connaturata alla natura umana, un fatto istintivo e distintivo della nostra condizione; il secondo, quando si riferisce al gusto di distruggere, parla di una condizione generata dalle condizioni specifiche dell’esistenza umana e, soprattutto, della società in cui l’uomo vive.

Nel momento in cui ci riferiamo a concetti come quello di natura e di aggressività e del nesso che può o meno tenerle in una condizione di causalità, corriamo il rischio di ridurre la questione alle sole manifestazioni esterne dell’aggressività, al che cosa è piuttosto che al da dove proviene. Già nel 1968 lo psicanalista Anthony Storr ci aveva avvertito affermando che il termine aggressività «è una di quelle parole che tutti noi conosciamo, ma che è pur sempre difficile da definire […]. Finché non saremo riusciti a designare e a capire i vari aspetti del comportamento umano definibili con la generica voce del vocabolario aggressività, non potremo scartare il concetto che essa esprime»[3].

Le esigenze delle scienze dell’uomo di definire un concetto per meglio comprenderlo e per poterlo studiare, hanno prodotto alcune definizioni la cui sintesi potrebbe essere che l’aggressività sia un insieme di azioni intenzionalmente dirette a procurare un danno a qualcuno. Tuttavia, data la natura intrinsecamente interpretativa di un concetto simile, esso appare difficilmente incasellabile in una definizione univoca e onnicomprensiva, che lascia scoperti molti problemi. Se ci soffermiamo sul concetto di intenzionalità, per esempio, dobbiamo necessariamente ammettere che, se da una parte essa appare necessaria per stabilire se un’azione aggressiva è tale per volontà o per accidente, dall’altra appare notevolmente complicato entrare nella mente di qualcuno e coglierne le effettive motivazioni. Nella maggioranza dei casi, infatti, affermare che una serie di azioni siano state emesse da qualcuno volontariamente e intenzionalmente, è frutto di un percorso inferenziale di ricostruzione interpretativa che deve tener conto della situazione nel suo complesso.

Tra i problemi scoperti che riguardano l’analisi del concetto di aggressività rimane il difficile rapporto tra la natura e la cultura. Dalla filosofia alla psicanalisi, dalla psicanalisi alla psicologia sociale, dalla sociologia all’antropologia e dall’etologia fino alle neuroscienze, tutte le varie spiegazioni, pur schierandosi apertamente da una parte o dall’altra, non hanno potuto liberarsi definitivamente di uno dei due fattori. Dando per scontato sia la componente biologica che quella sociale e culturale, resta difficile comprendere fino a che punto una delle due componenti abbia una maggiore estensione rispetto all’altra e possa essere descritta come causa o conseguenza. Nessuna ipotesi, infatti, sia quella relativa all’esistenza di una sorta di gene aggressivo, sia quella di un ideale umano inteso come tabula rasa modellabile e influenzabile, appaiono sufficienti a garantire la completa conoscenza di un fenomeno complesso e articolato come quello di aggressività.

Potremo provare a percorrere i due sentieri che la concettualizzazione dell’aggressività ha preso nel corso del Novecento: da una parte un percorso che ha visto la natura umana come conditio sine qua non dell’aggressività, una sorta di normale reazione interna; dall’altra parte il precorso che ha visto nell’aggressività una conseguenza di una condizione, in una parola una reazione a qualcosa di esterno.

Dopo aver affermato il dualismo delle pulsioni di vita e di morte nell’opera L’Io e l’Es del 1922, Freud riprende il concetto di aggressività nel libro, già precedentemente citato, Il disagio della civiltà del 1929, aggiungendo una rielaborazione concettuale in chiave psicologica e sociale. Il tema principale dell’opera è il conflitto tra l’individuo e la società, quindi tra le forze pulsionali e le istituzioni sociali. Tra le principali fonti di sofferenza umana troviamo proprio i desideri dell’uomo che, però, si scontrano inevitabilmente con le istituzioni e con le regole sociali. La società, quindi, ha un obiettivo primario e strutturale: estinguere la violenza e condurre l’uomo ad un progressivo processo di incivilimento. Sia chiaro, per Freud questo processo ha portato dei benefici che prima erano pressoché inimmaginabili attraverso un percorso grazie al quale le energie negative sono state deviate verso mete positive e socialmente accettabili, come l’attività produttiva, il lavoro artistico e scientifico, la bellezza, l’ordine e, più in generale, lo sviluppo delle attività psichiche più elevate. Tra queste energie, però, non ci sono solo quelle positive, ma vi è anche l’aggressività che Freud non esita a considerarla una delle più alte minacce allo sviluppo della civiltà. «L’esistenza di questa tendenza all’aggressività – scrive ancora ne Il disagio della civiltà – è il fattore che turba i nostri rapporti con il prossimo e obbliga la civiltà a un grande dispendio di forze. Per via di questa ostilità primaria, la società incivilita è continuamente minacciata di distruzione»[4].

Se l’aggressività umana è innata, significa affermare che essa è di fatto incancellabile, una condizione stabile e immutabile. Quali sono allora gli strumenti che ha la società per difendersi da questa minaccia perennemente quiescente?  La risposta di Freud è lapidaria: il progresso a un prezzo salato e la moneta con cui si paga è la felicità. La civiltà deve spendere le sue energie nel trasformare l’istinto aggressivo in coscienza morale, attraverso l’istituzione del senso di colpa che attenua nell’individuo quel desiderio di esprimere all’esterno il suo naturale impulso distruttivo. In questo senso, la condizione umana appare a Freud sotto una luce pessimistica: la lotta tra gli istinti e la cultura, ovvero tra le tendenze pulsionali e i divieti, genera frustrazione e inibisce i comportamenti che trasformano le componenti libidiche in nevrosi e i comportamenti aggressivi in senso di colpa. «Questo conflitto – scrive Freud – si accende appena gli uomini sono posti nella necessità di vivere insieme […] Dato che la società obbedisce ad una spinta interna che le ordina di unire gli uomini in una massa collegata intimamente, essa può raggiungere tale meta solo per via di un sempre crescente rafforzamento del senso di colpa»[5].

Come affermato all’inizio, anche lo psicanalista tedesco Erich Fromm arriva alla conclusione che l’uomo possa manifestare la sua aggressività senza una reale motivazione di fondo: secondo l’autore tedesco, infatti, l’uomo è l’unico che trae soddisfazione dai suoi atti crudeli. Ma in lui, a differenza di Freud, non vi è alcuna ragione per considerare tutto questo come la conseguenza di un istinto innato. Fromm sostiene la necessità di fare una distinzione tra due forme di aggressività differenti che caratterizzano l’agire umano: un’aggressività che definisce benigna e una che, al contrario, definisce maligna. La prima, quella benigna, sarebbe programmata geneticamente in risposta a minacce che mettono a repentaglio la vita. Per questo motivo avrebbe anche una caratterizzazione adattiva e potrebbe essere paragonata ad una sorta di reattività vitale. L’aggressività maligna, al contrario, non ha le caratteristiche degli istinti e non possiede un valore adattivo. Essa è una peculiarità esclusiva dell’uomo che si origina dalle condizioni di vita dell’esistenza, una caratteristica, quindi, derivata socialmente e dannosa per l’intero tessuto sociale.

Se da una parte l’etologia aveva descritto l’aggressività come un istinto difensivo, dall’altro non aveva colto l’aspetto crudele dell’aggressività, cioè il suo essere, come l’ha definita lo stesso Fromm, «una delle possibili risposte radicate nell’esistenza umana che si origina dall’interazione di varie condizioni sociali con i bisogni esistenziali dell’uomo»[6].

È nella dialettica psiche – società che Fromm ricerca le possibili risposte sull’origine dell’aggressività, arrivando a descrivere la distruttività manifesta dell’uomo come una delle passioni radicate nel suo carattere. Il carattere però, diversamente dagli istinti, si costituisce successivamente rispetto alla natura come risposta ad esigenze esistenziali. La logica di Fromm è chiara: più una specie è evoluta, più è bassa la presenza di schemi comportamentali istintuali. L’uomo, infatti, è dotato di strumenti superiori rispetto agli animali ed è in grado di riconoscersi come individuo. Per sopravvivere è costretto a soddisfare i suoi bisogni fondamentali e per fare ciò sono sufficienti i suoi istinti, ma per essere realmente felice ha bisogno di strutture ben più articolate. In questo modo, man mano che risolve i propri problemi esistenziali, scopre alcune passioni dannose: amore, odio, sadismo, solidarietà, distruttività, ecc. «Studiando il comportamento umano – scrive a questo proposito Fromm –  scopriamo che il desiderio di soddisfare fame e sesso costituisce solo una piccola parte delle motivazioni umane. Le maggiori motivazioni sono le passioni razionali e irrazionali; le tensioni d’amore, tenerezza, solidarietà, libertà e verità, come la pulsione a controllare, sottomettere, distruggere; narcisismo, avidità, invidia, ambizione […]. Se motivate da queste passioni, le persone rischiano la vita. Qualora non riescano a conseguire l’oggetto dei loro desideri, possono arrivare al suicidio, ma non si ammazzano per mancanza di soddisfazione sessuale o perché muoiono di fame»[7].

Gli uomini, inoltre, hanno bisogno di avere qualcosa in cui credere, uno schema che li orienti. Possono essere passioni, religioni, un’ideologia, la magia o la scienza, tutti interessi che mettono radice e stimolano alla ricerca di altri interessi. Ma da cosa dipende tutto questo? La risposta di Fromm, proprio come quella di Freud, è altrettanto lapidaria: la radice di tutto questo è da ricercare nei fattori sociali. Attenzione però, quando Fromm parla di fattori sociali e della loro influenza nelle nostre condotte, non si riferisce al semplice condizionamento di comportamentista memoria, ma ad una vera e propria interazione attiva tra le esigenze esistenziali dell’uomo e le circostanze in cui si trova, siano esse storiche, sociali o culturali. E quali possono essere le condizioni per ridurre l’aggressività veicolata socialmente? Proprio perché è il frutto di determinate condizioni sociali e culturali, l’unico modo di frenare l’aggressività è intervenire sui fattori che la generano tramite radicali cambiamenti politici e sociali. È indispensabile, prosegue Fromm, «fornire una vita dignitosa a tutti gli uomini, rendendo impossibile e soprattutto indesiderabile il predominio di un gruppo su un altro […], eliminare la miseria, la monotonia e la noia […]. Per questo non basta semplicemente migliorare le condizioni materiali, ma sono indispensabili drastici cambiamenti nell’organizzazione sociale, che trasformino l’orientamento verso il controllo, la proprietà e il potere in un orientamento verso la vita: da avere e accumulare ad essere e condividere».

Quando si ha a che fare con la natura umana, soprattutto nel momento in cui si cerca di comprenderne un suo aspetto peculiare, si ha sempre l’impressione che selezionare una serie di fattori, renda plausibile la propria spiegazione e la giustifichi tout court. Il rischio, però, è quello che qualcosa sfugga all’impianto teorico globale di riferimento, come se ci fosse qualcosa che manca o che è di troppo. Esistono, infatti, forme diverse di aggressività, alcune delle quali, oggi, socialmente accettate, ma nonostante questo appare sempre difficile considerare un ragionamento concluso e definito, tantomeno definitivo. Occorre infatti tener presente che dare un peso eccessivo ad una determinata posizione o teoria, rischia di allontanarci dalla questione di fondo, impedendoci di comprendere i meccanismi con cui, tutti i giorni della nostra vita, costruiamo relazioni con gli altri. Un’eccessiva enfasi sulle posizioni generalmente innatiste, infatti, può condurre alla deresponsabilizzazione delle forze sociali, politiche, economiche ed educative che, attraverso un banale “non possiamo farci nulla”, può giungere all’inattività o, peggio ancora, alla giustificazione. Allo stesso modo, però, se è legittimo escludere una posizione così estrema, è altrettanto rischioso ignorare ed escludere che ci possa essere una qualche predisposizione innata all’atteggiamento aggressivo. Il rischio, anche in questa circostanza, è quello di riferirci ad un oggetto di studio ideale, ma non necessariamente reale.

 

Bibliografia

  • Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 1975.
  • Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino, 1971.
  • Storr, L’aggressività nell’uomo, De Donato, Bari, 1968.
  • Si veda anche, come introduzione al tema dell’aggressività, il libro di K.R. Scherer, P. Abeles e S. Ficher, Aggressività umana e conflitto, Zanichelli, Bologna, 1981.
  • Per un approfondimento si consiglia C. Vogel, Anatomia del male. Natura e cultura dell’aggressività, Garzanti, Milano, 1991.
  • Per un approfondimento si consiglia, M. Pighizzi e S. Spagnolello, La ricerca e il pensiero. Collana di filosofia e scienze sociali, Editrice San Marco, Bergamo, 2006.

 

[1] S. Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino, 1971, p.38.

[2] E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 1975, p.57.

[3] A. Storr, L’aggressività nell’uomo, De Donato, Bari, 1968, p.103.

[4] S. Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino, 1971, p.79.

[5] S. Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino, 1971, p.82.

[6] E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 1975, p.34.

[7] E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 1975, p.112.

 

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