EXAGERE RIVISTA - gennaio - febbraio 2026, n. 1-2 anno XI - ISSN 2531-7334

Albert Camus e le sue vedove. Intervista a Elena Rui

di Gianfranco Brevetto

Albert Camus, premio Nobel della letteratura,  ci ha lasciati più di sessant’anni or sono a seguito di un incidente stradale. Nel pieno della sua attività, e a soli 47 anni, la sua vita si è improvvisamente chiusa complice una catena di casualità. Ed è a partire proprio da questo evento che la scrittrice Elena Rui ne ha sapientemente ricostruito, con un approfondito lavoro di ricerca sulle fonti, il suo rapporto con quelle donne che lo hanno accompagnato negli ultimi anni della sua esistenza. Vedove di Camus (L’Orma Editore) ci narra di questo aspetto molto spesso sottovalutato del grande scrittore francese.

-Lei inizia il suo volume dal momento dell’incidente, dai rottami dell’auto e dalla necessita di comunicare a Francine Faure il decesso del marito.  Un rapporto travagliato quello con Francine, ce lo può descrivere?

-Il rapporto fra Francine Faure e Albert Camus è stato travagliato come qualsiasi matrimonio che attraversa per vent’anni la vita di un artista. E forse la vita di qualsiasi essere umano. Francine è stata la seconda moglie di Albert Camus e lo ha quindi conosciuto dopo una delusione amorosa giovanile cocente che lo ha fortemente segnato. La guerra ha separato Francine e Albert per due anni durante i quali lui ha incontrato la sua amante storica, la grandissima attrice Maria Casares. Camus è stato infedele per tutta la vita, ha avuto numerose amanti, ma Francine era ossessionata dalla competizione con Maria Casares che sentiva come la sua vera antagonista. Donna affascinante e talentuosa, Francine Faure ha vissuto un po’ all’ombra del suo celebre marito di cui si è ritrovata a dover tutelare l’opera dopo la morte improvvisa.

 – Ultimamente si è molto sentito parlare della relazione con l’attrice Maria Casarès, soprattutto a seguito della pubblicazione delle numerose lettere che i due si sono scambiati. Un’attrice di grande fascino alla quale Camus aveva affidato la rappresentazione delle sue pièces teatrali. Chi era Maria Casarès?

-Maria Casares era una donna portentosa. È riuscita a diventare una delle più grandi interpreti teatrali francesi dell’epoca partendo da una condizione di rifugiata politica che non permetteva di presagire un tale successo. Quando è arrivata in Francia, a 14 anni , per fuggire la guerra civile spagnola, non parlava una sola parola di francese e a 20 anni era già stata scritturata da Marcel Herrand al teatro dei Mathurins. Ha avuto una carriera straordinaria. Era libera, e ha vissuto secondo la propria morale senza mai farsi condizionare dai dettami dell’epoca. È, delle quattro “vedove”, quella che ha avuto il rapporto più equilibrato con Albert Camus. La sua corrispondenza con lo scrittore è interessante a prescindere dagli apporti biografici, proprio per il pregio dello stile di entrambi. Era dotata di una grande ironia e nello stesso tempo incline alla malinconia, come Camus. La loro è stata una comunione profonda, basata su una complicità intellettuale molto forte, che ha resistito al declino inevitabile della passione. Li legava anche un’ammirazione artistica reciproca. Casares ha interpretato più di un ruolo scritto da Camus per lei.

– Lei si è inoltrata in quello che resta di molti documenti che riguardano la vita privata di Albert Camus. Che impressione le ha fatto trovarsi così prossima alla vita di un uomo che ci ha lasciato un’enorme eredità, ad un’intelligenza vivace e fuori da quello che oggi si chiamerebbe il mainstream?

-L’impressione che questa complessità vada raccontata e non spiegata. La polarizzazione di ogni dibattito ideologico tipica della nostra epoca non si presta a divulgare Camus senza tradirlo. Le contraddizioni di Camus sono più facili da narrare che da spiegare. E per fortuna il mio compito non è spiegare.

– Ritornando alle vedove, in effetti occorrerebbe aggiungerne un’altra con la quale Albert ha avuto un rapporto profondissimo: la madre. Orfano di guerra, Camus non ha certo avuto un’infanzia facile in Algeria, un paese che, nonostante le critiche, non ha mai abbandonato. Non trova?

-La madre di Camus è la prima vedova della sua vita, perché lo scrittore ha perso il padre durante la Prima guerra Mondiale, quando aveva meno di un anno. Non l’ho inclusa perché la mia intenzione era d’indagare un tipo preciso di lutto, diverso dalla perdita di un figlio, una tragedia contro natura. Catherine Sintès ha avuto appena il tempo di emanciparsi attraverso il matrimonio, per ricadere nuovamente, giovanissima, sotto la tutela materna. È ripiombata in un’esistenza asessuata, di donna bambina, che non si è mai interrotta, perché non le è mai stato consentito di rifarsi una vita. Era quasi sordomuta: una barriera fisica la separava, quindi, dai suoi figli e a questa si aggiungeva la barriera psicologica creata dall’onnipresenza della madre in casa. Camus è rimasto legato in modo straziante, perché carico di sensi di colpa, a questa madre che, a differenza sua, non è entrata nella Storia. È lo stesso legame colpevole che intrattiene con l’Algeria della sua infanzia.

– Lei ci ha riproposto nel suo bellissimo libro uno dei più grandi letterati europei del secolo scorso. Lucido e capace di analizzare la vita e la storia senza aver timore delle polemiche con i suoi contemporanei. Che messaggio può dare Albert Camus alle nuove generazioni?

-Quel Camus là, che non si cura delle polemiche dei contemporanei, oggi, ahimè, non è facile da proporre. Il suo punto di vista mi è chiaro e lo trovo filosoficamente coerente per quanto, come è giusto che sia, criticabile. Se non era semplice allora discutere della sua percezione della questione algerina, e in generale della Storia, direi che oggi lo è ancora meno. È vero anche che non sappiamo in che direzione sarebbe evoluta la sua visione del Mondo. Credo che il messaggio più incontrovertibile che Camus possa dare alle giovani generazioni venga dalla sua vita: dall’incredibile traiettoria che va dalla povertà e dall’analfabetismo al premio Nobel per la letteratura. È un percorso che parte dall’inconsapevolezza degli avi e arriva alla piena coscienza di sé della sua generazione. Era quello che voleva raccontare in Il primo uomo, il suo romanzo incompiuto. Lui non lo ha mai saputo, ma è riuscito nel suo intento.


Elena Rui

Le vedove di Camus

2025 , L’Orma Editore


Albert Camus et ses veuves. Entretien avec Elena Rui

par Gianfranco Brevetto

Albert Camus, prix Nobel de littérature, est décédé il y a plus de soixante ans des suites d’un accident de la route. Au sommet de sa gloire, à seulement 46 ans, sa vie s’est brutalement interrompue, conséquence d’un « malheureux » concours de circonstances. En partant de cet événement, Elena Rui, par des recherches approfondies, a reconstitué avec finesse sa relation avec les femmes qui l’ont accompagné dans les dernières années de sa vie. Vedove di Camus (L’Orma Editore) nous éclaire sur cet aspect souvent méconnu du grand écrivain français.

Vous commencez votre livre par l’accident, l’épave de la voiture et la nécessité d’annoncer à Francine Faure la mort de son mari. Sa relation avec Francine était tourmentée ; pouvez-vous nous la décrire ?

-La relation entre Francine Faure et Albert Camus était aussi tourmentée que dans n’importe quel mariage qui a traversé les vingt années de la vie d’un artiste. Et peut-être même de n’importe quel être humain. Francine était la seconde épouse d’Albert Camus, il l’a rencontrée après une profonde déception amoureuse de jeunesse qui l’a durablement marqué. La guerre a séparé Francine et Albert pendant deux ans, période durant laquelle il a rencontré sa maîtresse historique, l’immense actrice Maria Casarès. Camus fut infidèle toute sa vie et eut de nombreuses liaisons, mais Francine était obsédée par Maria Casarès, qu’elle considérait comme sa véritable rivale. Femme charmante et talentueuse, Francine Faure vécut quelque peu dans l’ombre de son célèbre époux, dont elle se retrouva à protéger l’œuvre après sa mort soudaine.

– On a beaucoup parlé ces derniers temps de sa relation avec l’actrice Maria Casarès, surtout après la publication de leur abondante correspondance. Actrice fascinante, à qui Camus avait confié l’interprétation de ses pièces. Qui était Maria Casarès ?

-Maria Casarès était une femme prodigieuse. Elle parvint à devenir l’une des plus grandes comédiennes françaises de son temps, partant d’un statut de réfugiée politique qui ne laissait rien présager d’un tel succès. Arrivée en France à l’âge de 14 ans, fuyant la guerre civile espagnole, elle ne parlait pas un mot de français et, à 20 ans, elle était déjà engagée par Marcel Herrand au Théâtre des Mathurins. Elle a eu une carrière extraordinaire. Libre, elle vécut selon sa propre morale, sans jamais se laisser influencer par les diktats de son temps. Des quatre « veuves », c’est celle qui entretint le rapport le plus équilibré avec Albert Camus. Sa correspondance avec l’écrivain est intéressante au-delà des apports biographiques, précisément en raison de la richesse de leurs styles respectifs. Elle était capable de beaucoup d’ironie et, comme Camus, encline à la mélancolie. Leur connivence était profonde, basée sur une très forte complicité intellectuelle qui résista à l’inévitable déclin de la passion. Une admiration artistique mutuelle les unissait également. Casarès interpréta plusieurs rôles écrits par Camus pour elle.

Vous avez exploré les nombreux documents qui nous sont parvenus concernant la vie privée d’Albert Camus. Quel effet cela vous a-t-il fait de traverser de si près la vie d’un homme qui nous a laissé un héritage immense, doué d’une intelligence vive en marge de ce que l’on appellerait aujourd’hui le mainstream ?

-L’impression que cette complexité a besoin d’être racontée, pas expliquée. La polarisation de tout débat idéologique, si caractéristique de notre époque, ne permet pas l’évocation de l’œuvre de Camus sans la trahir. Les contradictions de Camus sont plus faciles à narrer qu’à expliquer. Et heureusement, mon rôle n’est pas d’expliquer.

Pour en revenir aux veuves, il serait pertinent d’en ajouter une autre avec laquelle Albert entretenait une relation très profonde : sa mère. Orphelin de guerre, Camus n’a certainement pas eu une enfance facile en Algérie, un pays qu’il n’a jamais abandonné malgré les critiques. Vous ne trouvez pas ?

-La mère de Camus est la première veuve de sa vie, car l’écrivain a perdu son père pendant la Première Guerre mondiale alors qu’il avait moins d’un an. Je ne l’ai pas incluse car mon intention était d’explorer un deuil d’une nature particulière, différent de la perte d’un enfant, tragédie contre nature. Catherine Sintès eut à peine le temps de s’émanciper par le mariage pour revenir, très jeune, sous la tutelle maternelle. Elle revint à une existence asexuée, celle d’une femme-enfant, qui ne prit jamais fin car on ne lui permit jamais de reconstruire sa vie. Elle était presque sourde et muette : et séparée de ses enfants par une barrière physique, à laquelle s’ajoutait la barrière psychologique créée par l’omniprésence de sa propre mère au sein du foyer. Traversé par la culpabilité, Camus est resté attaché de manière déchirante à cette mère qui, contrairement à lui, n’est pas entrée dans l’histoire. C’est le même lien coupable qu’il entretient avec l’Algérie de son enfance.

– Dans votre remarquable ouvrage, vous évoquez l’un des plus grands écrivains européens du siècle dernier. Brillant et capable d’analyser la vie et l’histoire sans craindre la controverse avec ses contemporains. Quel message Albert Camus peut-il adresser aux jeunes générations ? 

-Ce Camus, indifférent aux controverses de ses contemporains, est, hélas, difficile à évoquer aujourd’hui. Son point de vue m’apparaît clair et philosophiquement cohérent, même s’il est, à juste titre, critiquable. S’il n’était à l’époque pas aisé de discuter de sa perception de la question algérienne et de l’histoire en général, je dirais que c’est encore plus difficile aujourd’hui. Il est vrai aussi que nous ignorons comment sa vision du monde aurait évolué. Je crois que le message le plus incontestable que Camus puisse transmettre aux jeunes générations vient de sa vie : son incroyable parcours, de la pauvreté et de l’illettrisme, jusqu’au prix Nobel de littérature. C’est un parcours qui débute par l’ignorance de soi qui caractérise ses ancêtres et aboutit à la pleine conscience de sa génération. C’est ce qu’il voulait transmettre dans Le Premier Homme, son roman inachevé. Il ne le sut jamais, mais il y parvint.


Albert Camus and His Widows: Interview with Elena Rui

by Gianfranco Brevetto

Albert Camus, Nobel Prize winner for literature, passed away over sixty years ago following a car accident. At the height of his career, and at just 47 years old, his life suddenly ended, thanks to a series of coincidences. It is from this event that writer Elena Rui, through in-depth research into sources, has expertly reconstructed his relationship with the women who accompanied him in the final years of his life. Vedove di Camus (L’Orma Editore) tells us about this often overlooked aspect of the great French writer.

You begin your book with the moment of the accident, the wreckage of the car, and the need to inform Francine Faure of her husband’s death. Your relationship with Francine was a troubled one; can you describe it to us?

The relationship between Francine Faure and Albert Camus was as turbulent as any marriage that spans the twenty years of an artist’s life. And perhaps the life of any human being. Francine was Albert Camus’s second wife, meeting him after a bitter disappointment in his youth that deeply affected him. The war separated Francine and Albert for two years, during which he met his longtime lover, the great actress Maria Casares. Camus was unfaithful throughout his life and had numerous lovers, but Francine was obsessed with competing with Maria Casares, whom she felt was her true rival. A charming and talented woman, Francine Faure lived somewhat in the shadow of her famous husband, whose work she found herself protecting after his sudden death.

– There has been much talk lately of his relationship with the actress Maria Casarès, especially following the publication of the numerous letters the two exchanged. A fascinating actress, Camus had entrusted the staging of his plays to. Who was Maria Casarès?

Maria Casarès was a prodigious woman. She succeeded in becoming one of the greatest French stage performers of the time, starting from a political refugee status that did not allow one to foresee such success. When she arrived in France at the age of 14, fleeing the Spanish Civil War, she did not speak a word of French, and at 20 she had already been signed by Marcel Herrand at the Théâtre des Mathurins. She had an extraordinary career. She was free, and lived according to her own morals without ever being influenced by the dictates of the time. Of the four “widows,” she is the one who had the most balanced relationship with Albert Camus. Her correspondence with the writer is interesting, regardless of the biographical contributions, precisely because of the value of their mutual styles. She was gifted with great irony and at the same time inclined to melancholy, like Camus. Theirs was a profound communion, based on a very strong intellectual complicity, which resisted the inevitable decline of passion. They were also bound by mutual artistic admiration. Casares played more than one role written by Camus for her.

You’ve delved into the many surviving documents concerning Albert Camus’s private life. What impression did it make on you to find yourself so close to the life of a man who left us an enormous legacy, a lively intelligence outside of what today would be called the mainstream?

The impression that this complexity needs to be told, not explained. The polarization of every ideological debate, typical of our era, does not lend itself to disseminating Camus without betraying him. Camus’s contradictions are easier to narrate than to explain. And fortunately, my job is not to explain.

Returning to widows, it would be worth adding another with whom Albert had a very deep relationship: his mother. A war orphan, Camus certainly didn’t have an easy childhood in Algeria, a country he, despite criticism, never abandoned. Don’t you think?

Camus’s mother is the first widow of his life, as the writer lost his father during the First World War when he was less than a year old. I didn’t include it because my intention was to explore a specific type of grief, different from the loss of a child, an unnatural tragedy. Catherine Sintès barely had time to emancipate herself through marriage before falling back, at a very young age, under maternal tutelage. She fell back into an asexual existence, that of a child-woman, which never ended because she was never allowed to rebuild her life. She was almost deaf and dumb: a physical barrier separated her from her children, and to this was added the psychological barrier created by her mother’s omnipresence in the home. Camus remained heartbreakingly tied, burdened with guilt, to this mother who, unlike him, did not enter history. It is the same guilty bond he maintains with the Algeria of his childhood.

– In your beautiful book, you have brought to us once again one of the greatest European writers of the last century. Clear-sighted and capable of analyzing life and history without fear of controversy with his contemporaries. What message can Albert Camus give to the younger generations?

That Camus, who doesn’t care about the controversies of his contemporaries, is, alas, not easy to convey today. His point of view is clear to me, and I find it philosophically coherent, even if, as is right, it is open to criticism. If it wasn’t easy then to discuss his perception of the Algerian question, and of history in general, I’d say it is even less so today. It’s also true that we don’t know in which direction his worldview would have evolved. I believe the most incontrovertible message Camus can give to the younger generations comes from his life: from his incredible trajectory from poverty and illiteracy to the Nobel Prize for Literature. It’s a journey that begins with the unawareness of his ancestors and reaches the full self-awareness of his generation. This is what he wanted to convey in The First Man, his unfinished novel. He never knew it, but he succeeded.

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