EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

Arrendersi può essere una vittoria: riflessioni su un trauma.

di Claudio Fratesi

Pochi argomenti in psicologia sono stati trattati e discussi quanto il concetto di trauma, molto dell’impianto psicoanalitico poggia le basi sul tema del trauma e del blocco delle fasi di sviluppo sessuale.

Il trauma è definibile come un avvenimento improvviso o una situazione durevole nel tempo che modificano in maniera permanente la personalità di un individuo e di un’intera famiglia.

È possibile fare molte metafore sul concetto di trauma, personalmente preferisco quella del masso in mezzo al fiume, una grande pietra che ostacola il libro flusso della corrente, obbligando l’acqua a sbatterci contro e a fare percorsi anomali.

Possiamo anche definire il trauma come una ferita che non si rimargina ma che non sanguina, sarà la psicoterapia a riaprire la ferita e curarla,  una ferita che è anche una feritoia nell’anima della persona e attraverso di essa si può guardare dentro e scorgere ciò che la persona nasconde e protegge dallo sguardo altrui e anche dallo sguardo di sé stessa.

Ci sono traumi improvvisi, taluni devastanti, lutti terribili, inaccettabili, suicidi di persone care o incidenti di vario genere che spezzano il naturale fluire della vita e stravolgono gli equilibri di un sistema affettivo.

Ci sono traumi perpetrati nel tempo, sono eventi distruttivi che si insinuano nella storia di un essere umano e deformano la sua personalità, come uno scalpello che lentamente spacca la pietra, gli abusi fisici sessuali in ambito familiare  sono un esempio drammatico di questa tipologia di traumi.

Ci sono traumi indiretti, assistiti, in cui la persona non è coinvolta direttamente ma è immersa in un clima violento, si tratta di situazioni in cui si assiste alla sofferenza di un’altra persona senza avere la possibilità di intervenire, una gamma di situazioni molto ampia : dai figli che assistono all’umiliazione costante di uno dei genitori  fino ai professionisti della Salute esposti alla sofferenza altrui, diretta o raccontata dei loro assistiti.

E  c’è poi il trauma cronico, quello delle situazioni nelle quali le persone sono esposte a continue angherie senza avere la possibilità di tirarsi fuori o anche situazioni di anomalie comportamentali di uno dei componenti del sistema famiglia, che ‘obbliga’ tutti gli altri ad assumere comportamenti compiacenti che agli occhi di un estraneo della famiglia risultano folli.

 Ricordo la situazione di una ragazza di vent’anni che evidentemente stava attraversando le fasi di un esordio psicotico,  Lei obbligava tutti i famigliari a non sfuggire mai dalla sua vista, nessuno poteva passarle dietro la sedia quando lei era seduta e solo in casi eccezionali, dopo previa richiesta potevano recarsi nelle stanze fuori dalla sua vista.

Ci sono infine anche i traumi complessi, quelli situazioni poli traumatiche dove gravi difficoltà economiche e sociali si sommano a gravi deficit culturali e relazionali.

Come quelle famiglie che vivono nelle periferie degradate di grandi città, gruppi umani che convivono con la violenza sociale con la cultura del sopruso , un far west di giorni nostri.

Un aspetto da non sottovalutare è il fenomeno della abituazione, a volte ci si abitua a un trauma cronico, per il fatto di essere consueto diventa una situazione riconosciuta e addirittura strutturante di una famiglia ,ma non per questo il trauma cessa di causare danni.

Se la personalità è raffigurabile come la struttura di una casa allora i traumi minacciano i pilastri, sgretolano le fondazioni  e ne consegue che tutto quello che verrà aggiunto nella struttura di questa casa risulterà deformato anch’esso. 

Le reazioni al trauma  possono essere molteplici e contraddittorie ,non sono facili da scovare perché la persona le ha occultate, nella speranza di disinnescarle anche a sé stessa: la freddezza emotiva per esempio, l’incapacità variegata di strutturare relazioni, ansia, insicurezza, rabbia che si manifesta in molteplici modi, paure immotivate ecc.

La molteplicità delle reazioni dipende dalla storia personale di ogni individuo e dalla storia della famiglia nella quale appartiene, storia famigliare prima e dopo l’evento traumatico , non è possibile fare un quadro deterministico che individui una specifica reazione rispetto a uno specifico trauma.

Si tratta in ogni caso di adattamenti che gli individui adottano per raggiungere il miglior funzionamento possibile, cercano di occultare nella speranza di dimenticare o di normalizzare il più possibile quello che è accaduto o quello che sta accadendo, ma l’equilibrio è fragile e di fronte alle difficoltà e agli urti della vita emergeranno azioni sintomatiche.

Dietro a quei sintomi si nasconde la vera realtà affettiva, le vere emozioni congelate da un evento traumatico o da una situazione traumatica persistente. 

Una giovanissima donna, oggi madre di un bambino che cresce sano, quando aveva appena 14 anni. fu violentata da quella persona che lei riteneva fosse il suo fidanzato e che soprattutto l’amasse.

Lui diciottenne e lei quattordicenne ,insieme da pochi mesi ,l’atto violento fu consumato una sera di autunno, dentro l’auto del padre del ragazzo dentro, abusata prima con le mani e poi con il sesso completo, un abuso che fu una escalation di violenza.

Lucia, così chiameremo la ragazza, dovette correre al pronto soccorso per fermare l’emorragia vaginale.

I sanitari constatate le lacerazioni interne non ebbero dubbi nell’accertare ciò che era accaduto, la Legge fece il proprio corso e il ragazzo fu messo agli arresti domiciliari, il piccolo paese venne travolto dalla notizia sull’ accaduto e per un lungo tempo non si parlò d’altro.

Lucia al contrario di quanto si aspettasse non trovò conforto dai compaesani che al contrario presero le parti del ragazzo che era Figlio di un noto imprenditore della zona.

 Lucia fu etichettata come ragazza facile che aveva provocato il fidanzato e che addirittura voleva sfruttare la situazione per averne un guadagno economico.

Ma il dolore più grande Lucia lo ricevette dall’atteggiamento dei suoi genitori, suo padre, che il caso volle che fosse dipendente nell’azienda del padre del ragazzo abusatore, non ebbe mai parole di conforto per lei, scelse la linea del silenzio rabbioso per la risonanza pubblica di quello che era successo e soprattutto della denuncia che Lucia aveva fatto contro quel ragazzo.

La madre divenne severa e giudicante, repressiva nei confronti della figlia, soprattutto riguardo    all’abbigliamento e alle uscite della figlia, a casa di Lucia non si parlò più dell’accaduto e il silenzio colpevolizzante pervase l’ambiente familiare.

Con il tempo il silenzio familiare si tradusse in un silenzio interno nel vissuto della ragazza, Lucia  adottò un comportamento distaccato nelle relazioni , superficiale verso la vita delle amiche e per anni  condusse questo tipo di vita come  non le fosse successo niente, solo un atteggiamento freddo privo di emozioni che le impediva di costruire relazioni oltre il limite delle semplici compagnie scolastiche.

Verso il mondo maschile Lucia si fece la fama di essere una ragazza insensibile che non si innamorava mai e che abbandonava dopo pochi giorni i ragazzi che le si erano avvicinati.

Solo molto più tardi, intorno ai 23-24 anni improvvisi attacchi di panico indussero  Lucia a guardarsi dentro ed affrontare i suoi veri problemi.

“ho collezionato tante fregature con i ragazzi” “credo di poter dare solo sesso per farmi apprezzare”

“Tanto succede sempre qualcosa di brutto e io non gli parlo più” “nemmeno li guardo in faccia i ragazzi che sono stati con me”

La storia di Lucia è un mirabile esempio di come un evento traumatico possa spostare in questo caso per anni, ma in qualche altro caso anche per tutta la vita, l’asse delle relazioni che la persona traumatizzata stabilisce con gli altri e anche con sé stessa.

Lucia ha subito il trauma, ha subito violenza da un ragazzo che era entrato nella sua vita affettiva, un ragazzo al quale voleva bene e dal quale sperava di essere ricambiata, invece che sostegno ha ricevuto condanna, manifesta da parte della gente del luogo e sotterranea da parte dei genitori, pertanto l’evento traumatico non si era concluso nello spazio temporale dell’accaduto, ma si era espanso in una dimensione permanente.

Lucia era diventata la cattiva persona , quella che aveva provocato il povero ragazzo e colei  che addirittura voleva estorcere denaro al malcapitato.

Lucia non ha avuto la forza di lottare contro tutti ed ha cercato nella finzione la pace, ha ritirato la denuncia esposta contro l’ex fidanzato e ha finto di condurre una vita normale.

Ma l’evento traumatico aveva modificato le relazioni familiari, le relazioni amicali e anche l’idea che aveva di sé stessa, tutto nel silenzio colpevole e nella negazione come difesa psicologica fino al giorno che l’irruzione di un attacco di panico ha scompaginato le carte ,dopo oltre sei anni. L’equilibrio inautentico e instabile di Lucia crollò dolorosamente e fu costretta ad aggirare le sue difese psicologiche ed affrontare le vere paure poiché la sua principale difesa psicologica, la negazione direbbe Freud, non reggeva più.

 Lucia per anni senza averne piena consapevolezza ha recitato il ruolo imposto dalla comunità e anche dalla sua famiglia, il ruolo di ragazza superficiale fingendo con tutti e con sé stessa di non dare importanza alle relazioni che cercava di avere con i ragazzi che le piacevano e con le persone in generale.

Puniva i ragazzi con la freddezza e il distacco emotivo e intanto covava rabbia perché in fondo era lei che si sentiva quella che veniva maltrattata. 

Era evidente in questi comportamenti la grande rabbia che covava interiormente Lucia ,rabbia contro i ragazzi ma anche rabbia contro i genitori e verso sé stessa.

Il trauma subito  perpetuato nel tempo a causa dei comportamenti familiari e sociali ingenerava una rabbia crescente, punitiva per tutti, verso ragazzi, verso i genitori con i quali intratteneva relazioni superficiali e distaccate e verso sé stessa “ Pensavo di poter dare solo sesso per farmi apprezzare”

E di fatto era lei stessa che abbandonava in forma preventiva per evitare di subire un nuovo abbandono, la componente immanente in ogni trauma e la rabbia, spesso non elaborata, vissuta nelle reazioni intime e contro sé stessi. Vittima e carnefice riunite in un’unica realtà psicologica. 

Oggi Lucia è madre di un bel bambino che cresce sano, convive da alcuni anni con un ragazzo che ha voglia di costruire insieme a lei, una lunga psicoterapia l’ha aiutata a reindirizzare le sue rabbie e ad affrontare le relazioni che erano diventate tossiche, in primis quelle con i suoi genitori.

Ha preferito allontanarsi dal piccolo paese dove viveva, si è ricostruita una vita basandosi su una rassegnazione che però ha il sapore di una vittoria.

Ci sono rassegnazioni molto dolorose che perpetuano il trauma ma ci sono anche rassegnazioni frutto dell’intelligenza e della volontà di voler superare gli ostacoli e progredire nella vita.

Rassegnazione rispetto la pochezza umana di coloro che le hanno dato la colpa di quanto era successo rassegnazione per la incapacità dei genitori di stabilire con lei un rapporto di mutua fiducia e solida alleanza.

Rassegnazione anche verso sé stessa  per non aver avuto la forza iniziale di ‘prendere il toro per le corna’ e combattere a viso aperto.

In ultimo c’è da dire, e sarà oggetto di un mio prossimo approfondimento, che quando una persona è sottoposta a un potere soverchiante, di qualunque natura, ed è accusata da questo potere di aver fatto qualcosa di sbagliato o di essere una persona sbagliata, avviene spesso un meccanismo psicologico molto particolare, la persona cognitivamente è ben consapevole di non aver compiuto il fatto e di non essere la brutta persona che le dicono di essere ma a livello emotivo inizia a provare le emozioni congrue come se avesse compiuto il fatto della quale è accusata.

Il giudizio potente infonde contenuti emotivi scollegati dalla realtà vissuta, infatti anche nell’elaborazione di un lutto o di un trauma avviene quasi sempre una fase di scissione tra la realtà cognitiva e il contenuto affettivo emotivo.

                                                                                    

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