EXAGERE RIVISTA - Maggio - Giugno 2024, n. 5-6 anno IX - ISSN 2531-7334

Capaci di restare. I giovani e le aree interne del nostro paese.

di Federica Biolzi

Il progetto di Riabitare l’Italia è nato tre anni fa, nell’alveo delle riflessioni e delle pratiche sviluppatesi in seno alla SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, coinvolgendo un gruppo ampio e diversificato di studiosi, progettisti, amministratori locali, cittadini a vario titolo impegnati sul tema delle diseguaglianze territoriali e delle politiche di coesione. Un recente studio mette in risalto come i giovani, in controtendenza con gli anni passati, abbiamo sviluppato l’idea di restare nelle aree rurali e montane del nostro paese. Andrea Membretti è uno degli studiosi che collabora con questo progetto.

Lei è tra i fondatori dell’associazione Riabitare lItalia, che si occupa della ricerca a favore delle aree interne, montane e marginalizzate del paese. Un argomento che forse, per lungo tempo, non è mai entrato tra le priorità politiche del nostro paese, attraverso interventi che non si limitassero a dichiarazioni d’intenti. Cosa vi ha spinto in questo progetto, per certi versi complesso?

-Il punto di partenza è stato il volume collettivo il cui titolo ha dato il nome poi alla nostra associazione, curato da Antonio De Rossi nel 2018: invertire lo sguardo sulle aree interne del Paese, guardare al centro dai margini, era e resta l’obiettivo principale della nostra azione, sia sul versante della ricerca, sia su quello della promozione del confronto pubblico e del pungolo alla messa in campo di interventi di governance innovativi.

Veniamo da decenni nei quali le aree rurali e montane – in particolare gli Appennini e le Alpi (che, ricordiamolo, costituiscono oltre la metà della superficie italiana) – sono state marginalizzate rispetto alla vita sociale, economica e politica nazionale. Questo è accaduto a causa di un mix di fattori e di processi, in parte legati all’industrializzazione e all’urbanizzazione del Paese (con il conseguente crollo demografico dei piccoli comuni interni, legato all’emigrazione di massa, all’invecchiamento della popolazione rimasta, al collasso delle economie tradizionali locali) e in parte accentuati da politiche di matrice assistenziale, quando non clientelare, incapaci di creare le condizioni per una tenuta o per un rilancio di questi territori, per il mantenimento di un loro statuto di autonomia rispetto alle dinamiche centripete delle grandi città di pianura o costiere. 

Riabitare l’Italia nasce dunque con l’obiettivo di costruire una narrazione alternativa rispetto a quella sino ad oggi dominante, che rappresenta le aree interne come naturalmente marginali (reificandone la posizione geografica), tendenzialmente non moderne (fissandone i caratteri socio-culturali sulla base di stereotipi urbani) e sostanzialmente al servizio delle aree metropolitane (dal punto di vista turistico-ricreativo, come per la fornitura di risorse naturali e ambientali).

La visione di cui ci facciamo portatori, insieme alla rete di realtà associative e istituzionali che andiamo costituendo in questi anni, è radicalmente opposta: le aree interne e montane sono per noi bacini di bio e socio diversità, laboratori di innovazione sociale e cooperativa, ambiti dove sperimentare nuove forme di radicamento e di “restanza”, specialmente guardando al futuro dei giovani: quei giovani che in modo autonomo e senza politiche di sostegno, proprio in questi anni sembrano considerare in modo nuovo e inatteso questi territori, come spazi di vita e di lavoro gratificanti oltre che sfidanti, in una relazione dialettica ancora tutta da costruire con i grandi centri urbani.

-Una frase mi ha particolarmente colpita. Nel volume si legge: “…nessuna politica potrà mai risultare efficace fintantoché non si modifichi in maniera radicale lapproccio culturale dominante nei confronti di questi territori. E questo cambiamento non può che passare, in primis, per i giovani.” Come fare?

-Le politiche calate sulle aree interne in queste decenni, con l’eccezione della SNAI, sono tutte figlie, come dicevo, di un approccio ambivalente ma che si basa sull’idea che questi territori siano di per se stessi deboli, mancanti, che difettino di qualcosa rispetto alle città e alle aree della pianura industrializzata: mancanti di capacità innovative, di energie culturali, di senso dell’impresa, di aspirazione ad emergere. Deboli, per posizione geografica, lontananza dai centri economico-politici, familismo e comunitarismo anti moderni, riottosità al cambiamento espressa dai loro abitanti.

Per compensare queste mancanze presunte, l’ambivalenza delle politiche in campo si manifesta in una oscillazione tra la logica assistenziale (connotata dai finanziamenti a pioggia e infiltrata dagli interessi particolari delle élite locali) e quella competitiva (oggi alla base di iniziative volte a far gareggiare tra loro le aree interne rispetto all’ottenimento di fondi mirati, nelle intenzioni, a innescare processi di sviluppo virtuosi, come è il caso del “bando borghi”).

Noi, al contrario, siamo convinti che si debba ripartire da una visione radicalmente diversa, promuovendo un cambiamento di prospettiva che metta al centro proprio i giovani, attraverso quelle che definiamo come “politiche di capacitazione”. Come emerge dai dati nazionali che abbiamo raccolto tramite la nostra recente indagine sulle ragazze e sui ragazzi residenti in aree interne (pubblicata qualche settimana fa nel volume “Voglia di restare”), si va delineando infatti un’importante volontà di “restanza” da parte dei giovani, ovvero il desiderio di rimanere a vivere nei propri paesi e nelle proprie valli non per mancanza di alternative ma perché convinti che in questi territori siano migliori la qualità della vita, l’ambiente naturale, le relazioni sociali, specialmente rispetto ai contesti urbani e metropolitani; e che ci siano anche opportunità di realizzarsi a livello professionale, spesso in rapporto all’iniziativa individuale o anche cooperativa, alla micro-impresa rurale, alle forme di lavoro innovativo nei servizi.

Al contempo, le ragazze e i ragazzi che sono rimasti a vivere nelle aree interne esprimono bisogni non certo di tipo assistenziale ma, appunto, di supporto al proprio empowerment, allo sviluppo delle proprie capacità e aspirazioni. Credito agevolato e micro-credito, fiscalità premiale, accompagnamento all’impresa, formazione specifica e place-based (a partire dal settore agro-silvo-pastorale), accesso a bandi e opportunità nazionali ed europee, networking: dalla nostra ricerca emerge un capitale socio-territoriale ricco e variegato, rappresentato da giovani che non chiedono elemosine né cercano favori ma piuttosto meritano che i loro diritti di cittadinanza siano considerati al pari di quelli dei loro coetanei che vivono nelle grandi città. 

Per parte nostra, come associazione abbiamo avviato due progetti in questa direzione, che rappresentano a nostro avviso delle piste da seguire verso la capacitazione giovanile nelle aree marginalizzate: una scuola di formazione per giovani pastori, basata nel nord-ovest del paese (Lombardia e Piemonte), e la costituzione di un “hub” di montagna, per erogare servizi di accompagnamento alla “restanza”, attualmente in fase di partenza al sud (in Abruzzo).

-Al centro del volume appaiono due poli apparentemente alternativi e inconciliabili: partire e restare. Il mobility bias, ovvero un «pregiudizio sulla mobilità», è un interessante concetto attraverso il quale si comprende come “lo spostarsi – in tutte le sue forme, compresa la migrazione – sia la norma, il dover essere, e il restare invece una deviazione da essa.”  La ricerca da voi condotta mette in luce come i giovani intervistati esprimano una volontà di restanza, accompagnata dallo sviluppo di una capability to stay. Che cosa sta cambiando?

-Il “pregiudizio della mobilità” è proprio uno degli stereotipi sulle aree interne che la nostra ricerca ha cercato di mettere in discussione. Questa idea che dalle aree interne si possa (e si debba) solo andare via, che l’emigrazione sia l’unica strategia vincente per i giovani, unitamente alla convinzione speculare che a rimanere siano i meno coraggiosi, i meno dotati, quelli che non hanno studiato abbastanza o che non hanno saputo mettersi in gioco, lasciando il proprio paese. Quasi appunto che l’atto del rimanere sia una forma di devianza sociale, mentre la mobilità rappresenti la norma, o addirittura il “dover essere” del mondo contemporaneo”. 

Eppure i giovani “restanti” che abbiamo intervistato rivelano livelli di istruzione simili a quelli dei loro coetanei delle aree metropolitane e non sembrano mancare di determinazione o di coraggio rispetto alle proprie scelte. Non solo, tante e tanti hanno avuto esperienze anche lunghe di soggiorno all’estero, per studio o per lavoro, laddove la mobilità quotidiana fa parte della loro vita, come necessità ma anche come scelta, in rapporto alla posizione geografica e ai collegamenti dei propri paesi di residenza.

Dunque queste ragazze e questi ragazzi ci mostrano la possibilità concreta di non emigrare, senza perciò vivere una condizione di residualità marginale e di immobilità forzosa: piuttosto, si mostrano in molti casi “capaci di restare”, a cavallo tra dimensione locale ed extra locale, tra reti corte di prossimità e reti lunghe di relazioni a distanza. Certo, questa (ancora fragile) capability to stay va sostenuta, accompagnata, valorizzata: restare in modo consapevole deve essere una scelta praticabile, a fronte appunto di politiche che su questa decisione e su questa aspirazione investano in modo coraggioso.

La domanda seguente è anche consequenziale: Come tradurre in pratica queste prospettive, con quali interventi concreti?

-Come dicevo prima, servono interventi di capacitazione, dei giovani così come dei territori interni in cui essi vivono. Non abbiamo bisogno di “bombe di denaro” pubblico (o privato) lanciate su alcuni “borghi”, a tutto svantaggio delle dinamiche cooperative e di coesione sociale. Piuttosto bisogna ricucire i territori, rimettere in relazione le città con le aree interne, costruire politiche metromontane e di area vasta. Le risorse vanno impiegate per connettere, non per dividere e frammentare.

-Ci sorge, in ultimo un dubbio, che alla base di tante scelte compiuto dalle generazioni, soprattutto passate, vi sia una visione, anche ideologica, più che culturale, basata su antitesi come centro-periferia, centralità- delocalizzazione. Evidentemente legata ad un’economia di tipo industriale. In che modo, una diversa sensibilità verso i problemi ecologici, le nuove tecnologie e, in ultimo l’epidemia Covid 19,  stanno mettendo in crisi questa visione? 

-Sicuramente questa visione dicotomica centro-periferia, a cui si collega l’antitesi già discussa tra partire e restare, è figlia di un’epoca che sembra al tramonto: questo non significa che non continuino le dinamiche – globali come nazionali – di agglomerazione (produttiva, residenziale, dei servizi, …) e di concentrazione spaziale. Ma nel contempo assistiamo a processi di segno inverso: la pandemia ha contribuito a dare maggiore visibilità a fenomeni come quello del “ritorno alla terra” o dei neo montanari e dei neo rurali, che erano in corso già da anni e che evidenziano una inedita attrattività delle aree interne (e della montagna innanzitutto) per diverse categorie di persone che in esse vedono possibilità di vita ben diverse da quelle offerte dalle grandi città. 

Le scelte di “restanza” o di ritorno/neo popolamento in questi territori sono in parte anche rese possibili dalle nuove tecnologie digitali ma tutto sommato il fenomeno dello smart working è ancora decisamente minoritario: sono piuttosto gli orizzonti di valore e di vita (legati appunto alla dimensione ecologica, alla sostenibilità, al recupero delle relazioni di prossimità, alla rivalutazione della sobrietà..) il principale fattore di attrazione è il capitale su cui investire per il futuro. Un futuro che non sembra oggi andare solo e per forza nella direzione dell’inurbamento di massa ma in cui si aprono spiragli per una diversa organizzazione sociale, proprio a partire dalla redistribuzione delle persone e delle attività nello spazio e nei territori.

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Voglia di Restare

Indagine sui giovani nell’Italia dei paesi

A cura di Andrea Membretti, Stefania Leone, Sabrina Lucatelli, Daniela Storti, Giulia Urso

2023 Donzelli editore 

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