EXAGERE RIVISTA - maggio-giugno-luglio - 2026, n. 5-6-7 anno XI - ISSN 2531-7334

Civitacampomarano o del basso stato fragile di noi altri

di Marinella Ciamarra

Il seguente articolo, così come un estratto delle foto scattate qui riportate, è il frutto delle riflessioni derivanti dal Corso di Alta Formazione Fotografica svoltosi dal mese di ottobre 2025 fino ad aprile 2026 a Civitacampomarano con i fotografi Dario Coletti, Monica Bulaj, Nausicaa Giulia Bianchi, Francesco Comello, al quale quattro fotografi (Nicla Sisto, Marinella Ciamarra,  Giovanni Rosa, Paolo Scarano) hanno avuto accesso per selezione nazionale di un bando pubblico con fondi europei volto alla riqualificazione del territorio. Ogni fotografo, nel proprio portfolio, ha rappresentato come ha vissuto e sentito il luogo ospitante.

Questo il fotoreportage di Marinella Ciamarra.

In Molise, a circa 40 km dal capoluogo, su un crinale di arenaria, incastonato negli Appennini e che guarda fino all’Adriatico, c’è un piccolo paesino di poco meno di trecento di abitanti.

È il paese natale, allora nel Regno di Napoli, di Vincenzo Cuoco, uno dei protagonisti della Rivoluzione napoletana del 1799, storico, giurista, economista, saggista e politico, che ricevette una prima istruzione proprio nel vivace ambiente illuministico del paese natìo, animato dalla famiglia Pepe e che tra i parenti ebbe come cugino diretto il non meno illustre Gabriele Pepe, uno dei precursori dell’Unità d’Italia e del Risorgimento, membro dell’Accademia dei Georgofili, socio al circolo Viesseux di Firenze, collaboratore dell’Antologia e autore di varie opere di carattere storico e letterario.

Dal multiforme ingegno  e profonda analisi geo-politica, Cuoco individua già agli inizi dell’Ottocento quello che sarà forse il più grave dramma del Risorgimento italiano e che tanto peserà sulla storia dell’Italia unita e che – ahinoi – continua a pesare sino ai giorni nostri: la frattura tra classi dirigenti e istanze popolari; tra gli intellettuali che guidarono la Rivoluzione e la popolazione che se ne sentì sostanzialmente estranea e che seppe riconoscerla per quel che essa era: un regime imposto dall’interesse di una potenza straniera.

Dall’animo fortemente preromantico, influenzato da Giambattista Vico e anticipatore di molte istanze manzoniane, Vincenzo Cuoco contribuirà non poco a forgiare quella che ancora oggi è la linfa di Civitacampomarano: l’idea che ogni popolo possiede un’anima, una lingua ed una cultura irripetibili, che vanno comprese nel loro sviluppo storico concreto.

Queste idee persistono ancora oggi a Civita incastonate, però, in un contesto più complesso, che da un lato abbraccia il nuovo, dall’altro lo respinge.

Il nuovo comprende due anime: la prima è quella nomade, che fa a capo al concetto di migrazione che dalla notte dei tempi è insito nel DNA dell’essere umano.

L’uomo, da sempre, migra, incurante dei confini che altri uomini nel corso del tempo hanno cercato di costruire, trasformando quei confini in filo spinato, in posti di blocco, in torrette militari, in lunghi muri del pianto, in decreti sicurezza, in aberrazioni di continuo pronunciate da politicanti scioccamente ottusi.

Le migrazioni non si fermano. Perché sono il futuro.

Ed il futuro arriva a Civita in questa prima forma, con spiriti – e  corpi – migranti che animano il posto, che danno vita ad attività, come quella della marocchina Kadija, che gestisce uno dei bar del paese, o della viennese Mamma Gudrun, con le figlie Delia ed Elena, che gestiscono l’altro bar del paese, il “Mozart 2.0” in una gestione tutta creativamente al femminile.

Oppure, ancora, il belga Jose intenzionato ad aprire a Civita un “centro per europei stanchi”, oppure la scandinava Reja e tanti tanti altri stranieri che hanno scelto di arrivare…e di restare.

Questa prima anima contrasta con quella di chi è saldamente ancorato alla propria terra e ad andarsene non ci pensa proprio, perché ha qui le proprie radici, forti, che furono dei padri e dei padri dei padri.

Come Luigi con il suo cane Enea, settantenne che viaggia leggendo le avventure di Ulisse, di cui conosce a memoria la trama e i personaggi, e recita senza sbagliare un endecasillabo i versi leopardiani, indomito lavoratore ancorato ai suoi princìpi, ai suoi giudizi e alla sua fede, lui, chierichetto zelante della messa domenicale spesso svolta da un prete africano.

E poi c’è Alfia, che tesse reti tra gli abitanti nuovi e vecchi, animatrice instancabile tra cento attività e che ha fatto la scelta consapevole di restare per contribuire alla vita del paese.

E c’è Antonio, con i suoi B&B da sogno, ci sono i piccoli commercianti del borgo e c’è la signora dell’alimentari che nutre a suon di panini con cibo locale i turisti che non si fermano ai due ristoranti del posto, sempre pieni, sempre allegri, sempre amorevoli nel coccolare i clienti, grazie spesso a camerieri di eccezione come Angelomaria, che con estro artistico serve ai tavoli e nel tempo libero dipinge quadri.

E poi la signora Mariarosaria, che attingendo a ricette di generazioni, nel suo locale un po’ forno, un po’ pasticceria, sforna l’ ciell’, i dolci tipici con il mosto cotto.

Mosto, amore e fantasia, forse conditi anche da buon vino, o dalla birra del bar Mozart, ma anche il delizioso cous cous di Kadija, sono un po’ la cura di questi abitanti che non mollano.

Che resistono.

Perché non è vero che il Molise non esiste. Il Molise resiste.

Il writer Biancoshock ce lo dice nero su bianco. Nero su pietra.

Quella pietra su cui si erge il paese, maestoso ma così duramente fragile.

Calanchi, strapiombi, abissi, gole profonde segnano l’anima del paese e allo stesso tempo la lacerano, la graffiano, gettando su di essa una luce sinistra e fortemente intrisa di un senso di precarietà che spaventa.

Metafora di esistenze sospese, Civita fa sentire il peso della nostra  fragilità, inconsapevoli pedine di una Natura indifferente alle esistenze, ancorati a certezze illusorie che ora ci sono, domani chissà.

….A queste piagge/ Venga colui che d’esaltar con lode/ Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto/ E’ il gener nostro in cura/ All’amante natura. E la possanza/ Qui con giusta misura/ Anco estimar potrà dell’uman seme,/ Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/ Con lieve moto in un momento annulla/ In parte, e può con moti/ Poco men lievi ancor subitamente/ Annichilare in tutto.

La Natura, crudele nutrice, quando l’uomo meno se lo aspetta, con una scossa impercettibile distrugge in parte e può con scosse sempre più forti – o con frane, per aggiornare Leopardi – annientare del tutto un territorio.

Lungo i calanchi e le gole abissali su cui si erge Civita, vi è incisa l’illusione antropocentrica dell’uomo che si illude di dominare, così piccolo e fragile, di fronte all’infinita vastità dell’Universo e di fronte ad una Natura potente e gigantesca. Seppur struggentemente bella.

Eppure, come in Leopardi l’odorosa ginestra rappresenta la vita che resiste ad ogni costo, al deserto, alla potenza devastante della Natura, anche in Civita gli abitanti hanno il loro fiore salvifico.

Come per Leopardi la poesia-ginestra continua a spandere il suo profumo nonostante il Vesuvio che incombe, per i Civitesi l’Arte, con i suoi colori, è di conforto alla precarietà delle esistenze.

E le unisce di fronte alle avversità.

E veniamo dunque alla seconda anima di quel nuovo di cui si diceva.

La prima è quella nomade.

La seconda è quella artistica.

Perché Civita non è solo spopolamento dell’Appennino, carenza demografica, fatica di restare.

Non è solo assenza o silenzio. I problemi restano certo: invecchiamento, spopolamento, crolli di abitazioni, servizi da potenziare, connessione Internet da stabilizzare. Tuttavia le criticità non hanno prestato il fianco al cemento e alla speculazione, ma hanno aperto la strada ad una idea tanto bella quanto semplice: invitare artisti da tutto il mondo a dipingere sui muri delle case abbandonate.

L’anima nomade si fonde con quella artistica in un caleidoscopio di colori.

Nasce così nel 2016 il Cvtà Street Fest: nella prima edizione sette artisti iniziano a dipingere muri e porte di case, nelle edizioni successive il Festival si amplia, partecipa Chef Rubio, si apre allo street food, arrivano le tv ed i giornali e  visitatori da ogni parte del mondo.

Regista e direttrice incontrastata dell’evento, nonché essa stessa artista, è la romana Alice Pasquini, che riscopre le sue origini civitesi. Artista visiva, scenografa e illustratrice, Alicè è tra le poche donne affermate a livello internazionale nel panorama della street art contemporanea.

I suoi murales raccontano emozioni, relazioni umane e storie femminili, lontane dagli stereotipi.

Le sue opere sono presenti in centinaia di città del mondo: New York, Berlino, Londra, Roma, Barcellona, Oslo, Amsterdam, Sydney, Buenos Aires e molte altre, tra spazi pubblici, gallerie e musei. Alicè  ha esposto in sedi come la Saatchi Gallery di Londra, il MACRO di Roma, l’Espace Pierre Cardin di Parigi, e l’Ambasciata Americana a Roma.

Tutto nasce da una email che Ylenia Carelli, la presidente della Proloco di Civitacampomarano, le invia dopo aver visto un servizio su di lei. Ma in realtà Alicè era già legata a quel paese: suo nonno, il medico del paese, e sua madre, sono nati lì. Anche sua nonna è molisana, nata a Trivento e Alice e Ylenia che, ignara, aveva inviato la mail, scoprono che il nonno di Ylenia accompagnava spesso  quello Alicè a trovare la futura moglie  a Trivento, in sella ad un cavallo.

Connessioni, insomma. Ritorno alle origini. Racconto. Narrazione. Testo. Nel senso etimologico di textus, trama, tessuto. Come i fili si intrecciano per creare una stoffa, così le parole – in questo caso le immagini ed i colori – si legano insieme per formare un testo che dà senso ad un contesto.

È arte contestuale, appunto.

La fantasia dell’artista si muove dentro degli spunti e degli elementi di qualcos’altro, lì dove c’è una storia. Un muro con una scritta vecchia e quasi cancellata conserva il passaggio di colori: questo ispira l’artista a fare un proprio intervento che tiene in considerazione quei colori lì, dove si trova il muro, la storia del quartiere. Questo non necessariamente a scopo narrativo, ma come punto di partenza per fare un lavoro che non potrebbe esistere in un altro luogo. In questo senso contestuale.

Ai murales, di writers  provenienti da ogni dove, come David de la Mano dall’Uruguay, Alex Senna dal Brasile, Nespoon dalla Polonia, Jan Vormann dalla Germania, Add Fuel dal Portogallo, Martin Whatson dalla Norvegia, e poi gli italiani: Biancoshock, Icks, Uno, Gola Hundun e tanti altri… ai murales, si aggiungono eventi, sempre contestuali, installazioni, workshop legati alla tradizione, concerti, cinema, insomma, eventi che provano a coinvolgere tutta la comunità, cercando di valorizzare un’economia alternativa basata sullo scambio, sull’accoglienza, sulla tradizione, aprendo le case, facendo cucinare le signore, creando legami e relazioni.

Tuttavia quella di Civita non è sempre una comunità semplice e così aperta come potrebbe sembrare. Com’è giusto che sia, forse. Soprattutto gli anziani tendono a custodire gelosamente il passato e la tradizione, a guardarsi da chi non si conosce, a coltivare l’orgoglio e il pregiudizio, anche. Talvolta il sospetto. Perché non è mai facile avere a che fare con il diverso, con il nuovo, con l’altro da sé. Specie se hai tanti anni sulle spalle. Di bambini ce ne sono pochi a Civita. La scuola è chiusa, inacessibile, popolata di fantasmi del passato quando le mani della maestra Giuliana scorrevano il registro per chiamare Giovanni, Luigi, Luca, Teresa, Maria che ora di anni ne hanno tanti, e li vivono lontano lontano da quel tempo e dal quel luogo in cui la campanella suonava puntuale ad ogni ora, ad ogni ricreazione, ad ogni ingresso, ad ogni fine anno…

Ha il sapore dell’alternarsi delle stagioni, Civita, di quella ciclicità della natura che sa di autentico, sotto l’occhio sornione del maschio più anziano del paese, quel Castello Angioino che si erge maestoso nella parte alta del paese, su una collina di arenaria già in precedenza occupata da un insediamento sannitico. L’antico gigante che domina le vite passate e presenti degli abitanti e degli animali del paese, domina il paesaggio mozzafiato che dipinge tetri presagi da un lato, timide speranze dall’altro, di chi sa che la lotta contro la Natura è ìmpari, ma nonostante questo, o forse proprio per questo, occorre non cedere al senso di precarietà, allo sgretolamento che rende fragili, cadùchi, ma anche fortemente perseveranti nel rinsaldare i legami.

Per resistere. Per guardare al passato con nostalgia ma anche al futuro con apprensione e speranza. Radicati ad un terreno forse destinato a franare, ma ancorato al presente e al desiderio che forse un giorno quella campanella suonerà di nuovo, il lucchetto del cancello si aprirà e i bambini torneranno in carne ed ossa a far impazzire le bidelle Carmela e Giovanna e a fare l’albero di natale ma anche a festeggiare la fine del ramadan.

Perchè l’integrazione è l’unico futuro che resta in questi tempi bui. Che a giugno con il Civtà si colorano di arcobaleno. Ma poi la festa passa. E resta il silenzio. E i ricordi avvolti dalla nebbia.

Ma anche legami nuovi.

E ginestre che spandono il loro profumo nonostante tutto.

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