EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2024, n. 3-4 anno IX - ISSN 2531-7334

Da Don Milani a De Mauro, l’analfabetismo ed il potere delle parole. Intervista a Vanessa Roghi

di Federica Biolzi

Ritornare su un testo come Lettera a una professoressa di don Milani è, anche a più di mezzo secolo dalla sua pubblicazione, porsi al centro dei grandi temi, non solo educativi ,che sono di persistente attualità.

La storica Vanessa Roghi con il suo La lettera Sovversiva, da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza Editore), ripercorre con don Milani i problemi di una scuola che, nonostante la presenza di grandi educatori, continua a bocciare nella scuola dell’obbligo.

Don Milani, soprattutto negli anni successivi alla sua morte, complice anche il clima politico, è spesso divenuto una bandiera ideologica. Nei fatti però in quegli anni si stava giocando, come lei mette in luce, un difficile rapporto tra la scuola  e la nascita e il consolidarsi della democrazia. Cosa stava accadendo?

Lettera a una professoressa esce nel 1967, quindi è davvero un libro che sembra fatto apposta per i ragazzi e le ragazze che in quell’anno e in quelli successivi occuperanno le scuole e le università. Ma leggerlo in questo modo è chiaramente un errore di prospettiva: un libro, infatti, non viene scritto per provocare una reazione ma per raccogliere esperienze e domande che nascono negli anni che ne precedono la pubblicazione.

Capire Lettera a una professoressa significa, allora, innanzitutto, guardare cosa è accaduto prima. Alla storia di don Lorenzo Milani, le sue origini borghesi, l’incontro con la povertà, l’analfabetismo, e poi le grandi trasformazioni della società italiana fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Mi riferisco all’emigrazione interna, che determina lo spopolamento di vaste aree di mezza montagna, che sono le stesse dove don Milani si trova a vivere dopo il 1954. E poi la riforma delle scuole medie del 1962 che risponde a una maggiore domanda di scolarizzazione della società a cento anni dall’Unità d’Italia.

Padre Ernesto Balducci, a proposito di alcune vicende vissute da don Milani a Calenzano ha detto, parafrasando Hegel, che quella cittadina Toscana doveva essere un modello inventato dalla astuzia di Dio perché, uno come don Milani, scoprisse se stesso e la propria vita. Potremmo aggiungere che la stessa Barbiana  sembrava star lì, esistere  in attesa di un sacerdote di quel calibro.  Mi perdoni il facile gioco di parole ma come, le parole del potere si sono trasformate, con lui, nel potere delle parole?

-Quando don Lorenzo Milani arriva a Barbiana, Barbiana è solo una canonica abbandonata. Infatti lui è disperato, lo scrive alla mamma. Non c’è nessuno, non c’è una scuola, non ci sono le fabbriche. Solo casupole sparse, e dentro contadini che vivono seguendo la vita dei campi e togliendo i figli da scuola il prima possibile. La mezzadria toscana, ancora fortemente radicata nelle campagne toscane per tutti gli anni Sessanta. Altro che boom economico. Infatti alla fine degli anni Sessanta dal monte Amiata, un’altra zona della Toscana ma più a sud, partirà una marcia della fame guidata da minatori e contadini in miseria. Balducci sull’Amiata c’era nato e sapeva bene cosa era la miseria, la fame, e la mancanza di istruzione dei suoi coetanei, una mancanza che lui aveva potuto colmare grazie al seminario. Era anche un poeta e fine intellettuale e quella cosa dell’astuzia di Dio è molto bella, ma in realtà sapeva bene che ovunque fosse andato don Milani quella scintilla avrebbe provato ad accenderla, perché a Calenzano, dove era stato fino a poco tempo prima, aveva scoperto la bellezza e l’importanza del fare scuola, e non avrebbe potuto smettere di farla. “È la pupilla destra del mio occhio destro. È funzionata quattro anni e quest’anno seguita addirittura anche d’estate perché ci vediamo ogni venerdì. È nata come scuola e lo è stata fino a poco fa. Ora è diventata qualcosa di più. Una specie di ditta, una società di mutuo incensamento, un partito, una comunità religiosa, una loggia massonica, un casino, un cenacolo d’apostoli. Insomma non mi riesce descrivertela bene è qualcosa di tutto questo e niente di tutto questo. […] Son tutti operai o contadini son iscritti a partiti e sindacati vari. Alcuni vengono completamente dall’altra sponda, altri vengono dall’altra ancora. Alcuni vivono in grazia di Dio, altri vivono in grazia di Satana, altri servono due padroni”.

L’altro libro decisivo nella vita di don Milani , Esperienze pastorali, è il libretto rosso di una generazione, come lei lo definisce. La cosa che  tra le tante  si coglie in questo libro è la capacità di analisi sociologia senza sconti che per primo don Milani propone. E con tutte le conseguenze che ne sono o derivate o derivano in una chiesa che, fino a pochi anni prima, girava le spalle ai fedeli quando celebrava messa. Cosa ha significato Esperienze Pastorali?

-Esperienze pastorali è un libro che esce nel 1958 e racchiude i primi dieci anni di “lavoro” del prete don Lorenzo Milani. Bisogna ricordare che sono gli anni nei quali forte è l’influenza delle inchieste sociali che vengono dalla Francia e che sono fatte anche dai preti operai. Don Milani nel 1945 ha tradotto assieme ad altri seminaristi tra cui Silvano Piovanelli, futuro arcivescovo e cardinale di Firenze France, pays de mission, di Henri Godin e Yvan Daniel. 

Il libro di 477 pagine, esce con l’imprimatur del cardinale di Firenze Elia Dalla Costa, malgrado questo dopo poco tempo viene ritirato dal commercio perché il suo furore è ritenuto inopportuno. Esperienze pastorali è una etnografia della parrocchia e della sua vita come non è mai stata fatta prima. 

Il provvedimento del Sant’Uffizio ovviamente trasforma il libro in un vero e proprio oggetto di culto, tutti conoscono adesso il prete di Barbiana. Lo recensiscono Elémire Zolla, Ignazio Silone, Tommaso Fiore (La via giusta per un prete, «Clizia», febbraio 1959), Anna Maria Ortese (Natale con don Milani, «Italia domani», gennaio 1959), Luciano Bianciardi. Come si può leggere nel meridiano dn Milani: “Proprio Bianciardi nel suo Don Milani al rogo, oltre a individuare nell’opera «pagine di grande pregio letterario» e a chiedersi «con quale diritto» il Sant’Uffizio ne vietasse la lettura, la vendita e la ristampa, definisce Esperienze pastorali «un libro intelligente, articolato, vivace, tenuto su da un rigore evangelico insolito dalle nostre parti, rigore che ne costituisce l’ossatura, e forse anche il limite. Libro frammentario e disperso solo in apparenza: libro collettivo» («Critica sociale», 5 gennaio 1959). 

Insomma, il provvedimento, lungi dal far scomparire il libro dalla circolazione, lo rende un oggetto mitologico e ricercato che si può comprare di nascosto nel retro di alcune librerie.

Veniamo ai problemi pedagogici che pongono le posizioni di don Milani. Comunque si possa guardare ai suoi insegnamenti in questo campo, il suo pensiero era e resta divisivo. Quali sono state le problematiche e le polemiche che nei primi anni si verificarono e che ancora persistono irrisolte?

-La domanda è molto complessa e richiederebbe uno spazio ben maggiore di quello che abbiamo qui. Su questo argomento ho provato a scrivere non solo La lettera sovversiva ma anche Il passero coraggioso. Cipì, Mario Lodi e la scuola democratica (Laterza 2022) un libro che affronta la domanda più importante lasciata aperta dall’esperienza di Barbiana e cioè: il modello don Milani è riproducibile? Alla fine questa è stata la critica più importante. Quella che ha osservato come tutto si reggesse sul carisma del prete e come dunque fosse irripetibile.  Le critiche al libro arrivano subito. I primi attacchi alla Lettera, lo ha ricostruito in modo perfetto Valentina Oldano nei suoi studi, si manifestano quando il Priore è ancora in vita (morirà infatti il 26 giugno 1967). L’8 giugno a Milano, durante la presentazione del saggio, una professoressa attacca duramente il testo e definisce i ragazzi di Barbiana “plagiati dal prete”, chiamandoli per tutta la sera “poverini”.

Scrive Oldano: “Poverini, mi fate pena” ripeteva. Nei dialoghi con don Milani, il mattino dopo quando ascoltarono la registrazione fatta per lui dai ragazzi, quell’insegnante sarebbe stata scherzosamente chiamata da loro come la “prof poverini”. Si tratta di Rita Calderini, allora segretaria del CNADSI, il Comitato Nazionale dell’Associazione per la Difesa della Scuola Italiana e curatrice dell’opuscolo che uscì nel ’68 per conto di tale gruppo, No alla “Lettera” di Barbiana: le ragioni del nostro totale dissenso. 

Anche la Professoressa ricorderà di lì a poco la serata milanese ribadendo il suo dissenso alla Lettera. Lo farà nel novembre del 1967 in un articolo dal titolo già esplicito: “Falsi profeti”:  

Proprio per questi ragazzi, due volte sfortunati, nell’essere nati in ambienti oscuri e disagiati e nell’essere caduti nelle mani di Don Milani e compagni, per di più adulati, carezzati e vezzeggiati in funzione di «buon selvaggio» dalla irresponsabile borghesia filo sinistra e dalle complicità politiche più segrete, proprio per loro protestai vibratamente al dibattito dell’8 giugno 1967 alla Corsia dei Servi di Milano e dissi che non così si risolve il problema scolastico dei diseredati, creando ignoranti e presuntuosi ribelli, rivoluzionari in pectore, fanatici esclusivisti, violenti e desolati distruttori di un mondo al quale non saprebbero poi sostituire nulla di valido. Il problema  ha una sola onesta soluzione: quella che costa più tempo e più denaro, ma l’unica vera: l’organizzazione cioè di una scuola seria che raggiunga tutti, una scuola plurima, severa, differenziata, esigente, che dia molto, ma pretenda molto; a tempo pieno là dove sia necessario; con insegnanti severamente selezionati, con attrezzature e assistenza adeguata, con selezione che guardi rigidamente soltanto ai meriti e collochi in una vasta gamma di possibilità scolastiche ciascuno nella classe e nel corso che fa per lui. L’abbiamo pensato  penosamente la sera dell’8 giugno 1967 al vedere una dirigente dell’UCIIM e un esponente della scuola laica milanese avvilirsi ad accettare, con la solita «umiltà», a senso unico, il verbo riformistico dei rozzi, afasici, fanatici ragazzotti di Barbiana. […] E poiché nella serata dell’8 giugno 1967 qualcuno pensò bene di collocare Don Lorenzo MILANI, allora ancora vivente, nel novero dei «profeti» chiuderemo qui ritornando al principio: «li riconoscerete dai loro frutti». I frutti in questo caso smascherano nel modo migliore i falsi profeti. Vediamo come in questo testo siano contenuti tutti quelli che diventeranno i temi ricorrenti nella critica al testo di Barbiana riassumibili in una chiarissima opzione: per educare i rozzi occorre una scuola selettiva, altrimenti non imparano. 

In ultimo, lei è una storica ed attenta conoscitrice di don Milani , cosa resta oggi del lavoro e dell’eredità di questo grande sacerdote?  Prendiamo spunto dal suo libro: don Milani è santo, santino o impostore?

-Sono due domande diverse. Oggi di don Milani resta forte la richiesta di fondo, cioè portare gli ultimi al centro della polis, della vita civile, e questo si può fare solo con la scuola, senza lasciare nessuno indietro.

Per qualcuno don Milani è stato un Santo, altri hanno notato come sia stato trasformato in un santino. Poi ci sono quelli che lo considerano un impostore e non sono pochi. Per me non è nessuno di questi tre modi di descriverlo. E’ stato una persona che con tanti difetti e contraddizioni ha cercato di fare sulla terra quello che riteneva fosse il suo compito di essere umano e cristiano e credo che l’abbia fatto al meglio.

Tornano in mente le parole scritte da don Milani ai giudici nel 1965. «A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)» .


Vanessa Roghi

La Lettera sovversiva. 

Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole.  

Laterza Editore 2017

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