EXAGERE RIVISTA - Ottobre - Novembre - Dicembre 2022, n. 10-11-12 anno VII - ISSN 2531-7334

Delle Palme, il racconto del tempo che passa

di Gianfranco Brevetto

Il signor Delle Palme è il protagonista dell’omonimo racconto della scrittrice e traduttrice palermitana Luisa Stella. Una storia intrigante che non smette di interessare e porci davanti ai problemi della nostra esistenza..

– Il sig. Delle Palme potrebbe essere ognuno di noi, eppure ha qualcosa di diverso. Forse fa quello che ognuno di noi desidererebbe fare ma poi non fa. Appare mosso da una curiosità, mai morbosa, verso una bimba, poi una ragazza, sconosciuta della quale è testimone di alcuni eventi salienti della sua esistenza. Non so se gli accostamenti a La Nausea di Sartre siano voluti, certo non nei suoi risvolti perversi. Ma chi è Delle Palme?

-Alla domanda su una eventuale influenza de La Nausea di Sartre nella scrittura di Delle Palme risponderei che, pur non dubitando che il mio romanzo possa ingenerare suggestioni che parrebbero rinviare a quell’opera, in tutta sincerità io non ne ho mai avvertito l’influsso. Questo per svariati motivi. Il primo che mi viene in mente è che io lessi quel libro quando ero una liceale, e non ricordo di averlo mai riletto in seguito. A meno che, a mia insaputa, La Nausea non abbia lasciato sedimenti in un qualche recesso della mia mente.

Chi è Delle Palme…  Per uno scrittore è sempre difficile, nonché piuttosto rischioso, parlare di un proprio personaggio, com’è difficile dire da dove emerge e perché s’impone. Come che sia proverò a rispondere alla domanda, consapevole del fatto che quanto dirò non sarà che una mia riflessione, per molti versi a posteriori, sul personaggio, e consapevole pure del fatto che chiunque abbia letto o dovesse trovarsi a leggere questo romanzo ha il pieno diritto di pensarla diversamente e di vedervi tutt’altro. E dunque, chi è Matteo Delle Palme? È un uomo che, irrimediabilmente inappagato nella sua smania d’assoluto e di perfezione amorosa, si lascia vivere, abbandonando ogni forma di signoria sulla propria vita. Quando però s’imbatterà nella piccola Adele, i cui occhi sembrano denunciare dolore, fuga e assenza, in quegli occhi resterà impigliato, sino ad esserne ossessionato. Nascostamente la osserverà per interi lunghi anni, finché la bambina non diventerà donna. Non solo vaneggia di poterla proteggere (quasi magicamente, con la semplice devozione del suo sguardo) dal dolore che ha letto in lei, dolore nel quale forse si rispecchia, ma di lei, del suo esistere in una sorta di perenne distanza, vorrebbe raggiungere e penetrare il mistero – proposito, questo, alquanto velleitario, perché il mistero è, per l’appunto, ciò che si sottrae. Ad ogni modo, io credo che quella di Delle Palme, sia anche una storia d’iniziazione, cosa che, ricordo, mi diveniva sempre più chiara man mano che mi addentravo nel personaggio e nella sua vicenda. Iniziazione a che? Alla scrittura. E proverò a spiegarmi. Matteo insegue con lo sguardo Adele, e aspetta, aspetta che qualcosa accada, che qualcosa dell’enigmatica creatura si disveli. Il risultato dell’attesa è l’infittirsi del mistero, che, con la sparizione di Adele, sembra chiudersi in via definitiva. Ma è allora, dopo un periodo di disperazione confusa e smarrita, che Delle Palme andrà ad aprire le agende accumulate nel corso degli anni, agende nelle quali, talvolta, aveva sbarrato le date dei giorni in cui gli era riuscito di osservare, furtivamente e fortunosamente, Adele, e nelle quali, talvolta, aveva appuntato una o al massimo due parole. Il mistero, a questo punto, parrebbe coagularsi entro quelle pochissime parole, che lui prenderà a guardare, a osservare, come un tempo aveva osservato Adele. Ed è a partire da quelle parole stente che dovrà narrare la storia, il suo incontro col mistero (non va dimenticato che il romanzo è scritto in prima persona, da lui, Delle Palme). In un certo senso quel suo smanioso attendere Adele, seppure inconsapevolmente, è attesa della scrittura o, meglio, addita la scrittura che lo attende. Diciamo che un destino di scrittore lo aspetta al varco. E destino dello scrittore è l’incessante interrogazione, l’incessante tensione verso il mistero.

Il suo è il racconto del tempo che passa, senza che apparentemente cambi nulla nel rapporto tra i due protagonisti, Delle Palme e Adele. Perché questo racconto sospeso?

-Sì, è vero, è il racconto del tempo che passa. Quello che lei dice mi fa venire in mente Nicola Chiaromonte, il quale asseriva che protagonista del romanzo è il tempo, che nel romanzo il personaggio è l’essere cui accade in vario modo il passare del tempo. Qui, per certo, il tempo passa, ma nulla cambia nel rapporto tra i due protagonisti, per il semplice motivo che un vero rapporto non esiste, non essendoci reciprocità, nulla sapendo Adele di quello sguardo che la segue ossessivamente. Tutto accade nella mente del protagonista, il cui tempo è quello dell’attesa, di per sé sospensione. E, sospeso, il tempo rimane sino alla fine, a indicare, io penso, i giorni o i mesi o gli anni, in cui Matteo Delle Palme dovrà fare i conti col linguaggio, e patirlo, e trovare in esso una possibilità di uscita dal caos e dalla palude della sofferenza – per raccontare del suo aggirarsi attorno al mistero.

 Nei bei volumi che ha pubblicato, compie un percorso interessante, anche in campo teatrale. Si tratta di testi frutto di un’articolata riflessione. Crede che esistano degli autori di riferimento nel panorama italiano e internazionale?

-Devo innanzitutto dire che il mio rapporto attivo col teatro è nato in modo del tutto casuale. Per molti anni, infatti, io ho scritto esclusivamente narrativa. Il teatro m’interessava, lo leggevo o lo frequentavo da spettatrice. Nient’altro. Poi accadde che Licia Maglietta adattasse e portasse in scena un mio racconto. Poco tempo dopo una casa editrice mi commissionò un racconto per un’antologia. Lo scrissi. Qualcuno mi disse che anche quel testo si sarebbe prestato a una messinscena. Cominciai allora a riflettere su questo aspetto della mia scrittura, aspetto che, come pareva, di tanto in tanto faceva capolino. Pensai quindi, non senza titubanza, di scrivere qualcosa che, dichiaratamente, fosse destinato al teatro. Il che significò andare più a fondo nella riflessione sul teatro e la scrittura teatrale. Un conto è avere scritto, per puro caso, dei testi potenzialmente teatrali, un conto è pensare e decidere di scriverne. Chiaramente, m’imbattei subito nelle differenze che corrono tra scrittura narrativa e scrittura teatrale. La prima cosa sulla quale mi trovai a riflettere fu la vitalità del teatro. La contiguità tra vita e teatro è davvero impressionante. Pensiamo a quella frase di Pirandello: “… il teatro, prima d’essere una forma tradizionale della letteratura, è un’espressione naturale della vita”. Se si scrive per il teatro si entra immediatamente nel mondo, nella comunicazione. Il teatro presuppone una coralità alla quale non si sfugge, della quale si deve tener conto già mentre si scrive. Sulle prime questo mi procurò inquietudine e un certo disagio, avendo io scritto sempre dentro la più assoluta desertificazione, potrei dire dentro e attraverso una sorta di processo di calcinazione della realtà. Ora, con la scrittura teatrale, una disposizione di questo genere è impensabile. C’è sempre, nella scrittura, credo, un bisogno di comunicazione, ma quando si scrive narrativa quel bisogno può, almeno provvisoriamente, restare latente – cosa che il teatro non consente, perché c’immette senza mezzi termini in un rapporto con gli altri. Ad ogni modo, non senza stupore, presto superai il disagio e presi ad andare dalla narrativa al teatro e viceversa. Intanto, a cascata, seguivano molte altre considerazioni. Comunque, mi fermerei qui.

Quanto agli autori di riferimento di cui mi chiede… Be’, senza dubbio, alcuni autori per me sono stati fondamentali, direi fondanti, e per certo mi hanno aiutato a individuare la strada su cui incamminarmi. Strindberg, Beckett, Bernhard e, neanche a dirlo, Pirandello… per citarne alcuni. Ovviamente, poi c’è da capire quanto si sia degni di percorrere la strada che ci è parso d’intravedere. Amare certi grandi autori non ci dice nulla su un nostro eventuale valore di scrittori.

L’editoria italiana, oggi,  non favorisce certamente una parte della scrittura letteraria nel nostro paese, anche se di buona e ottima qualità. Qual è la sua esperienza in questo campo?

Che dire? Io non so quanto valore abbia quello che ho scritto sin qui, per certo so soltanto che mi era necessario, potrei dire vitale, scriverlo. Ho pubblicato il mio primo romanzo, Delle Palme per l’appunto, con una piccola casa editrice romana diretta da una poetessa, in seguito alcuni racconti con Cronopio. Poi, per anni, niente. Probabilmente perché, come lei sa, io facevo il medico, attività molto faticosa oltre che molto coinvolgente. Il mio tempo libero era davvero esiguo e lo dedicavo quasi interamente alla scrittura. Da un lato mancavano le occasioni che potessero portarmi a pubblicare, dall’altro io non pensavo d’impiegare il poco tempo a mia disposizione nella promozione di quello che scrivevo. Anche se, a pensarci bene, su insistenza di alcuni amici, non so più quando, mandai via mail qualcosa di mio a due o tre case editrici; non ricordo più quali fossero, ma erano abbastanza importanti; non ricevetti mai risposta, né so se quei file vennero mai aperti. Ma non mi lamento. Detesto un certo genere di lamentazioni. Comunque, la cosiddetta autopromozione m’intristisce da sempre. Non so, non credo che riuscirei a lottare veramente per un mio scritto. D’altronde, quando ho smesso di fare il medico e sono stata molto più libera, sa cosa ho pensato? Ho pensato di rinunciare per sempre a pubblicare. Anche se per uno scrittore è piuttosto dura non pubblicare, sia perché un’opera scritta diventa compiuta se ha dei lettori (fossero pure soltanto dieci), sia perché anche lo scrittore più riservato e schivo è abitato da un desiderio di comunicazione, sia perché il testo non pubblicato – non espulso – finisce col diventare un assillo e rischia d’inchiodare l’autore a un personaggio o a un’idea. E probabilmente io non avrei più pubblicato, se non fossero entrate in campo le Edizionidellassenza. Con loro, per incanto, tutto si è rimesso in moto. Ad ogni modo, fermo restando le mie personali incertezze o perplessità su quello che ho scritto, ritengo che, in effetti, c’è un certo tipo di scrittura che fatica a venire alla luce, che forse non vedrà mai la luce. Che dire? Diciamo che un po’ troppo spesso l’opera scritta viene trattata alla stregua di una qualunque mercanzia. Pazienza.

– Per ritornare al suo bel volume. All’interno della narrazione fai un’interessante puntualizzazione: l’evidenza ci invade, ci annichilisce, la sua luce brucia il linguaggio.  Perché abbiamo bisogno di evidenze?

Be’, in quella frase Delle Palme allude al momento in cui è stato abbrancato da una drammatica evidenza, quella della sua condizione di umana fragilità e di umano smarrimento. Ecco, ci sono momenti, nelle nostre vite, in cui veniamo assaltati da terribili evidenze – quella della solitudine nella malattia, ad esempio, o quella della morte che per certo sta da qualche parte ad attenderci, o quella della misera condizione umana in genere… E forse sì, forse è necessario che quei momenti ci ghermiscano, perché rimettono le cose al loro posto, facendo piazza pulita di tante ridicole illusioni e liberandoci dalla vanità. Ma non penso che si possa resistere troppo a lungo entro quelle evidenze, altrimenti, davvero, ammutoliremmo. È un bene che alcune evidenze arretrino, che si facciano da parte. Così, giusto per dirne una… come potremmo vivere e talvolta gioire e talvolta ridere, se a ogni nostro respiro si accompagnasse la certezza della morte? No, no, sarebbe impossibile. Nel quotidiano abbiamo bisogno d’essere accompagnati da un certo grado d’ottundimento o, se vogliamo, d’oblio.


Luisa Stella

Delle Palme

Edizionidellassenza 2020

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