EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

Derrida: Marx e il pericolo della rimozione

di Gianfranco Brevetto

E’ in tempi non più storicamente sospetti, il 1993, quando Jacques Derrida decide di impegnarsi in una approfondita analisi incentrata su Carlo Marx. L’occasione è una conferenza all’Università della California, pronunciata il 22 e il 23 aprile di quell’anno, nell’ambito di un convegno internazionale dal titolo Dove va il marxismo? Whither the marxism? Il carattere ambiguo della parola whither/wither, dà occasione a Derrida per  riflettere sul marxismo. Il marxismo sta andando (whither) o sta deperendo (wither)?

In questa nuova edizione, apparsa di recente per Cortina Editore, la versione originale appare riveduta con alcune correzioni e impreziosita da un colloquio , avuto un anno più tardi, con Étienne Balibar.

Ed è appunto da questo dialogo che traiamo spunto per mettere in evidenza aspetti alcuni salienti di quest’opera.

Il primo febbraio 1994, in un incontro organizzato presso il Collège international de Philosophie, in occasione della presentazione di Spettri di Marx Derrida si confrontò con Étienne Balibar, filosofo francese allievo di Althusser e oggi professore emerito all’Università di Nanterre, e Patrice Loraux, anche lui filosofo tutt’ora vivente. Si trattava di due interlocutori particolarmente esperti di Marx e dei marxismi.

Balibar, in quel frangente, si dichiarò d’accordo con Derrida nel non considerare il marxismo nella sola declinazione al singolare e nella necessità di tener conto dell’esistenza di più marxismi. 

Se Marx è morto (tra le altre, celebre la battuta attribuita a  Woody Allen che l’avrebbe mutuata da Ionesco) non si dovrebbe, piuttosto, parlare di spettri? Di presenze evocate e inquietanti? Dell’apparizione dell’inapparente, come ci suggerisce Derrida nel suo testo?.

Torniamo a Balibar, questi pone a Derrida una domanda articolata e concreta su cinque punti. Senza entrare nei particolari della stessa, ci interessa qui mettere in luce ciò che Derrida stesso dice del suo libro.

Questo semplice libro su Marx è anche- benché espliciti cose che lavorano in me da tempo – un gesto politico e strategico che si inscrive nella congiuntura attuale. Se ho scritto su Marx, ora, è anche perché il nome di Marx – non la filosofia o la politica marxista o il marxismo, ma proprio il nome di Marx – mi pare che attualmente in Francia, in Europa e nel mondo, sia oggetto di una tale “rimozione” che mi è parso il miglior analizzatore di ciò che succedendo nel mondo e in politica. (pag .229)

Salvare il nome di Marx da questa rimozione, da questa fretta acceleratrice di un mondo che è sempre, irrimediabilmente, post qualcosa. Soprattutto nei grandi capovolgimenti avvenuti nell’Europa di inizia anni ’90. Salvare i nome di Marx è solo qualcosa di apparentemente affettivo o di nostalgico? 

Torniamo a Derrida, questa volta nell’esordio del suo libro, dove ci spiega:

Se mi accingo a parlare lungamente di fantasmi, cioè di alcuni altri che non sono presenti, né viventi nel presente, né nostri né in noi, è in nome della giustizia. Della giustizia laddove ancora non é, non ancora qui, dove non è più, cioè non più presente, e non sarà mai, non più della legge, riducibile al diritto. ( pag. 5)

E più avanti, anche temporalmente, concetto ripreso nella risposta a Balibar: Questa distinzione tra il diritto e la giustizia […] si riferisce ad un concetto di giustizia che non solo si riduce alla distribuzione, alla restituzione, alla sanzione, ma presuppone nel suo stesso sorgere lo scarto, la dissoluzione, la non-aggiunta. La non-aggiunta che non è solo ciò che apre l’appello alla giustizia, ma ciò che non deve mai fermarsi.

Un concetto di giustizia che non riducibile ad altro, a differenza del diritto. E questa non riducibilità nel pensiero di Derrida, teorico della decostruzione assume un significato particolare.

La giustizia presuppone nel suo stesso sorgere uno scarto, non è possibile alcun rinvio, alcun differimento, meccanismo che è alla base della filosofia derridiana. 

La giustizia per il nostro autore costituisce un’eccezione ed è, indecostruibile. A differenza del diritto.

Non indecostruibile come una pietra, come la pietra di una fondazione che si sottrae a qualsiasi decostruzione possibile – troppo solida per essere decostruibile – ma perché, a essere indecostruibile è il movimento stesso della sua decostruzione (pag. 231)

Si parla di fantasmi in nome della giustizia. Di spettri. Non avevo riletto da anni il Manifesto del partito comunista, ci confessa Derrida. A cominciare dal suo celeberrimo incipit: Uno spettro s’aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Come nell’Amleto tutto inizia dall’apparizione di uno spettro, dall’attesa della sua apparizione. 

Nel 1993, anno della Conferenza, il marxismo, quello incarnato nel potere e negli eccessi di alcuni stati, appariva definitivamente tramontato. Se uno spettro sembra tramontare, lo spirito che muove questo spettro può continuare a riproporsi, essere presente  al di là delle sue aberranti concretizzazioni storiche. 

Per quelli delle mia generazione – ci dice Derrida – che hanno sempre criticato il comunismo sovietico a partire da posizioni non conservatrici,  la domanda dove va il marxismo era già stata posta a partire dagli eventi tragici degli anni ’50. (Pag. 23)

Resta, però, da fare i conti con lo spirito che anima oggi questi spettri e con gli spettri di una indecostrituibile giustizia.


Jacques Derrida

Spettri di Marx

Raffaello Cortina Editore (Nuova edizione 2025)

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