EXAGERE RIVISTA - agosto-settembre-ottobre - 2026, n. 8-9-10 anno XI - ISSN 2531-7334

Eredità narrative. Letteratura e sociologia della famiglia

Maria Pecchinenda

Noi uomini siamo sempre irretiti in storie. A ogni storia appartiene un individuo irretito in essa. La storia e l’essere-irretito si co-appartengono così strettamente da non poter essere separati l’uno dall’altra, probabilmente, nemmeno nel pensiero.

Wilhelm Schapp

Prima di noi: genealogia, ereditarietà e famiglia

Prima ancora di poter prendere coscienza della propria singola identità, ogni essere umano riceve, unitamente ad un suo patrimonio fisico e biologico, una serie di beni materiali, un nome, una lingua, una memoria, una posizione sociale e un insieme di aspettative elaborate dalla famiglia che si occuperà della sua socializzazione. Egli riceve, in sostanza, oltre ad un corpo organico, sia un’eredità di carattere materiale (oggetti, proprietà, denaro) sia un’eredità immateriale che, inevitabilmente, dovrà ritrasmettere in seguito a chi gli sopravviverà.

Posta in questi termini, la parola eredità serve dunque ad indicare il processo attraverso cui qualcosa che apparteneva a qualcuno vissuto nel passato, viene trasmessa a qualcuno che vive nel presente per poi essere successivamente ritrasmessa a qualcun altro che vivrà in futuro.

Tale processo ereditario, tuttavia, non riguarda soltanto tali questioni materiali e immateriali così agevolmente oggettivabili, ma anche molto altro. Si tratta, in effetti, di un fenomeno particolarmente articolato e complesso.

Schematizzando, è possibile individuare almeno tre grandi modalità di comunicazione intergenerazionale che caratterizzano ogni processo ereditario.La prima è quella biologica, legata alla trasmissione genetica dei caratteri. La seconda riguarda i fenomeni epigenetici, attraverso i quali l’ambiente e le condizioni di vita possono influenzare la regolazione dell’espressione genica (si tratta tuttavia di un campo di ricerca relativamente recente e in grande espansione, rispetto al quale occorre evitare interpretazioni semplicistiche dell’idea di una “memoria biologica” trasmessa automaticamente dai genitori ai figli). La terza è costituita dalla più generale trasmissione sociale, istituzionale e culturale: i beni materiali che ci vengono assegnati attraverso un diritto istituzionalizzato e tutto ciò che apprendiamo dalla famiglia e dall’ambiente (le condizioni economiche e socioculturali, in particolare), nonché dall’educazione e dalla socializzazione.

A queste modalità se ne può aggiungere tuttavia una quarta, più specifica ma assai significativa dal punto di vista sociologico: la cosiddetta eredità narrativa. Non ereditiamo infatti soltanto ciò che i nostri predecessori sono stati o hanno prodotto, ma anche il racconto che essi hanno elaborato su sé stessi. La memoria familiare, i miti genealogici, i traumi (più o meno consapevolmente trasmessi), le immagini degli antenati e persino le aspettative che una famiglia proietta sui propri discendenti, costituiscono in tal senso forme molto concrete di eredità.

In tale prospettiva l’eredità rappresenta una delle forme fondamentali attraverso cui il passato continua ad agire nel presente e nel futuro di coloro che lo ricevono. Come giustamente sosteneva Maurice Halbwachs, infatti, è sempre opportuno distinguere un passato oggettivo, catalogabile e archiviabile, da un passato più difficilmente definibile in base a categorie precise, ma che tuttavia resta in qualche modo “vivo” attraverso la trasmissione intergenerazionale. È questo, probabilmente, il tipo di eredità che maggiormente influisce sulla costituzione dei cosiddetti “quadri sociali” della memoria, in modi più sfumati e difficili da interpretare, ma certamente più influenti nell’esperienza di chi ne è portatore diretto.

Riprendendo il filosofo tedesco Wilhelm Schapp già citato in esergo, ogni individuo nasce all’interno di una storia che non ha scelto e che, almeno in parte, continuerà a vivere anche attraverso di lui. Tale legame con la storia in cui ogni essere umano è narrativamente “irretito”, è tuttavia talmente solido da renderlo praticamente inestricabile.

Eredità e Ereditarietà: il contributo della letteratura

Come spesso accade negli studi sociologici, la letteratura può costituire uno strumento di ricerca assai prezioso per poter analizzare processi sociali che interessano fenomeni particolarmente complessi. Quello del rapporto tra famiglia, eredità sociale e ereditarietà biologica costituisce evidentemente uno di questi casi. Si tratta, nello specifico, di approfondire una problematica che, attraverso strade diverse, hanno provato ad affrontare alcuni tra i più importanti scrittori della letteratura occidentale. Tra questi, spiccano per originalità e spessore analitico Thomas Mann e Émile Zola, in particolare con I Buddenbrook e il ciclo dei Rougon-Macquart.

Nei due casi la famiglia non costituisce semplicemente lo scenario nel quale si svolgono le vicende individuali dei protagonisti, ma diventa una vera e propria struttura sociale di trasmissione del complesso processo ereditario. Il riferimento a questi due casi, tuttavia, mi è utile per esemplificare due modelli emblematici di una concezione dell’ereditarietà profondamente diversa. In Thomas Mann, ciò che viene trasmessa è soprattutto una posizione nel mondo: un patrimonio economico e simbolico, un nome, un sistema di valori, una memoria familiare, un insieme di obblighi e di aspettative. In Émile Zola, invece, la genealogia viene sottoposta a una sorta di esperimento narrativo nel quale l’eredità biologica diventa uno dei principali strumenti attraverso cui spiegare la continuità e la trasformazione dei caratteri individuali.

Ritengo che il confronto possa essere considerato particolarmente significativo in quanto i due autori, pur appartenendo ad aree culturali diverse della modernità europea, sembrano condividere una medesima inquietudine relativa al peso dell’ereditarietà sulla formazione del nostro senso di identità, provando a rispondere a uno dei quesiti fondamentali che ritroviamo sullo sfondo del processo di individualizzazione che ha interessato la società occidentale moderna nel suo complesso: quello della scelta e della responsabilità personale nell’ambito dei singoli percorsi esistenziali.

I Buddenbrook e la cartella di cuoio

Pubblicato nel 1901, I Buddenbrook racconta nell’arco di quattro generazioni la decadenza di una famiglia mercantile di Lubecca. Già il sottotitolo del romanzo – decadenza di una famiglia – può essere considerato indicativo del senso che l’autore ha inteso fornire al percorso seguito dagli eventi narrati: il vero protagonista del romanzo non è soltanto uno dei suoi membri, ma la continuità – e, come si comprenderà procedendo nella lettura – la discontinuità – di una genealogia tradizionale.

La famiglia Buddenbrook ha inizialmente tutte le caratteristiche necessarie alla propria riproduzione. Possiede un’impresa, un enorme capitale, una reputazione, una casa, un nome. Ma possiede soprattutto una concezione condivisa dell’esistenza. Il successo economico e la rispettabilità sociale sono inseparabili da una precisa idea del comportamento: disciplina, autocontrollo, senso del dovere, capacità di subordinare il desiderio individuale alla continuità della famiglia.

L’eredità, dunque, precede l’erede.

Essere un Buddenbrook significa essere già “irretiti”, fin dalla nascita, in una storia ereditata e, soprattutto, essere chiamati a continuarla. La successione economica coincide con una successione morale: il figlio deve ricevere non soltanto i beni del padre, ma anche la responsabilità di conservarli e accrescerli. La crisi della famiglia nasce quando questa trasmissione comincerà ad incepparsi. La decadenza economica e quella familiare procederanno di pari passo, e gli episodi legati alla successione, al patrimonio e alla difesa del nome costituiranno alcuni dei momenti attraverso cui l’autore elaborerà la storia del progressivo indebolimento della famiglia.

La prima parte di questo straordinario capolavoro prende spunto da un evento emblematico: una grande festa organizzata in occasione dell’inaugurazione della nuova casa della famiglia, che ha luogo nel mese di ottobre del 1835. Il protagonista di questa fase iniziale è il già anziano capofamiglia Johann, che fa gli onori di casa insieme alla moglie. Tuttavia, fin da subito, ci si rende conto che il suo primogenito Thomas costituisce forse l’elemento più importante e drammatico in grado di simboleggiare la tensione tra antico e moderno che l’autore intende mettere in evidenza. Egli assume pienamente il compito di continuare la tradizione, ma proprio questa identificazione con il destino familiare finirà per consumarlo. Thomas non è semplicemente un uomo d’affari: è colui che deve rappresentare il nome dei Buddenbrook. La sua identità personale tende così a coincidere con una funzione socialmente ereditata.

Il problema, tuttavia, è che nessuna trasmissione intergenerazionale può mai essere perfetta. Ogni generazione modifica, seppur leggermente, ciò che riceve. Ogni erede è contemporaneamente conservatore e trasformatore. Anche quando cerca di mantenere intatta la tradizione, egli la sottopone inevitabilmente a un mutamento. E questo sarà particolarmente vero – come ovviamente non mancherà di mettere bene in evidenza l’autore tedesco – in un periodo di profonde trasformazioni storico-sociali come quelle che si manifesteranno in Europa a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

Se la descrizione di alcuni momenti chiave dell’esistenza di Thomas servirà a rendere manifeste le prime incrinature nel processo di trasmissione intergenerazionale, esse si trasformeranno in delle crepe sempre più profonde con la comparsa di suo figlio Hanno, uno dei personaggi a mio parere più significativi della letteratura occidentale moderna.

Hanno (diminutivo di «Johann», come il bisnonno fondatore dell’azienda, nome dinastico che viene mantenuto nella successione maschile della famiglia) è l’erede designato della famiglia. Il romanzo sottolinea più volte la figura del «piccolo Johann» come di colui che dovrebbe raccogliere e farsi carico dell’eredità di un’intera stirpe. Ma Hanno è anche colui che sembra meno adatto a diventarlo. La sua sensibilità musicale, la sua fragilità, la sua distanza dal mondo commerciale e la sua difficoltà a riconoscersi nei valori che il padre si sforza in tutti i modi (ma sempre invano) di trasmettergli, rendono evidente la contraddizione contenuta nella nozione stessa di eredità.

Egli è stato generato per continuare una storia, ma non possiede il desiderio di farlo.

Il paradosso è radicale: l’ultimo Buddenbrook eredita tutto ciò che dovrebbe permettergli di perpetrare la famiglia, tranne il carattere e la volontà per farlo.

Nel corso delle settecento e più pagine del romanzo, ricorrono qua e là delle descrizioni che potrebbero essere considerate delle vere e proprie metafore in grado di sintetizzare magistralmente il processo che sto cercando di descrivere. Mi soffermerò su una di queste, che riguarda una cartella di cuoio.

Nel descrivere alcuni episodi, lungo l’intero arco della narrazione, vediamo apparire di tanto in tanto un riferimento a tale cartella. Si tratta di un prezioso oggetto, contenente dei fascicoli in cui, di generazione in generazione, i diversi capofamiglia hanno annotato gli eventi più importanti della loro genealogia: dal matrimonio del più antico capostipite fino al presente.

La prima volta in cui vediamo apparire tale fondamentale oggetto (ripeto, a mio avviso una vera e propria metafora del significato culturale di un’eredità familiare) è all’inizio della seconda parte del romanzo, in occasione della nascita della primogenita di Thomas Buddenbrook (sorella maggiore di Hanno). Vediamo così il giovane padre mentre si accomoda al suo grande scrittoio bruno, sotto la finestra, il cui coperchio curvo era ribaltato mediante un ingegnoso meccanismo, per scrivervi con ardore quanto segue: Oggi, 14 aprile 1838, alle sei del mattino, la mia cara consorte Elisabeth, nata Kröger, con l’aiuto benevolo di Dio, ha dato felicemente alla luce una bambina cui al santo battesimo sarà imposto il nome di Clara. Sì, il Signore l’ha aiutata quantunque, secondo il dottor Grabow, la nascita sia stata lievemente prematura e precedentemente non tutto sia andato in piena regola.

Dopo tre pagine, Thomas conclude con un Amen.

Successivamente, nel corso della narrazione la stessa cartella sarà ripresa da altri membri della famiglia, per darne lettura, o dallo stesso Thomas per aggiungere altri episodi “fondanti”.

Quando ad esempio, cento pagine dopo, la secondogenita Tony (diminutivo di Antonia) leggerà il suo contenuto, troverà che le cose che leggeva erano perlopiù semplici e a lei già note; ma ciascuno degli scriventi aveva preso dal suo predecessore uno stile solenne, senza esagerazioni, uno stile da cronaca che procedeva istintivamente per accenni e donde risultava il rispetto discreto, e perciò tanto più dignitoso, di una famiglia per sé stessa, per la tradizione e per la storia (…). La rispettosa importanza con cui vi erano trattati anche gli avvenimenti più modesti riguardanti la storia della famiglia le diede da pensare. Si appoggiò ai gomiti e lesse con crescente abbandono, con serietà e con orgoglio.

In breve, in quella cartella di cuoio, ogni membro della famiglia poteva ritrovare annotate con precisione gli eventi che avevano caratterizzato i momenti più importanti da situare alle origini della propria biografia. Attraverso tali riferimenti, soprattutto nei momenti di incertezza o di fronte a esitazioni di vario genere (che nome dare a un proprio figlio, scegliere se fare o meno un determinato investimento, oppure se sposare o meno un certo pretendente, come nel caso di Tony), ognuno poteva ritrovare in quelle righe un orientamento: il senso e il significato (ereditato) da attribuire alla propria decisione.

Un giorno, Hanno – ancora ragazzino – entra furtivamente nello studio del padre e comincia a curiosare tra i fascicoli della cartella. I suoi sguardi – scrive l’autore – passarono sopra tutti quei nomi incolonnati e affiancati fino ad incontrare con piacere anche il proprio nome sotto quello dei suoi genitori. Poi si rizzò, prese con gesti lenti la riga e la penna, pose la riga sotto il suo nome e fece scorrere ancora una volta lo sguardo su tutto quel groviglio genealogico: dopo di che, con aria tranquilla e con accuratezza spensierata, macchinalmente e trasognato, con la penna d’oro tracciò due belle righe parallele attraverso tutto il foglio, tenendo la riga di sopra un po’ più grossa dell’altra, come si doveva fare su ogni pagina del suo quaderno di aritmetica. Poi esaminò l’opera sua reclinando un po’ la testa, e si allontanò. Dopo pranzo il padre lo chiamò e corrugando le sopracciglia lo redarguì aspramente (…). Che ti viene in mente? Che cosa ti prende? Rispondi! Perché questa monelleria? (…). Il ragazzo, ritraendosi e portando una mano alla guancia, balbettò:

“Credevo… credevo… non dovesse seguire altro”.

Hanno, con estrema naturalezza, attesta con questa frase la realizzazione di un fenomeno epocale: lo smarrimento del senso e del significato dell’idea di futuro. “Io sono l’ultimo!”. “Dopo di me, non ci sarà niente e nessun altro”.

Con la descrizione di questo episodio ho cioè l’impressione che Thomas Mann riesca a sintetizzare in modo difficilmente eguagliabile la nascita di un atteggiamento che, nei decenni a venire, comincerà a caratterizzare l’individuo occidentale moderno: l’atrofizzazione della memoria, la cosiddetta presentificazione e la conseguente trasformazione del significato culturale del concetto di eredità familiare.

Nel prosieguo del romanzo, la successiva morte di Hanno (avvenuta drammaticamente a soli quindici anni), dopo la morte del padre Thomas e lo scioglimento della ditta, renderà questa contraddizione definitiva.

Con questo personaggio si interromperà la linea maschile della famiglia Buddenbrook e tutto ciò che avrebbe dovuto garantirne la continuità diventa invece il luogo della sua conclusione. La morte di Hanno costituirà infatti la frattura della continuità genealogica che porterà a compimento il processo di decadenza che Mann intendeva rappresentare, suggerendo inoltre come l’eredità non sia mai semplicemente un deposito che si trasmette intatto da una generazione all’altra, quanto piuttosto un processo fondato su una relazione instabile fra passato, presente e futuro.

I Rougon-Macquart e La fêlure héréditaire

Émile Zola, padre di una corrente letteraria che, come è noto, tendeva a spiegare i comportamenti umani sulla base dell’ambiente storico ed ereditario, darà alle stampe nel 1890 un romanzo (La Bestia umana, parte del celebre ciclo dei Rougon-Macquart) in cui il protagonista, dopo aver cercato di violentare e strangolare una donna, giustificava tale comportamento usando le seguenti parole: Giunse a pensare di stare pagando per gli altri, per i padri, per i nonni che avevano bevuto, per quella generazione di ubriaconi da cui aveva ereditato il sangue viziato, un lento avvelenamento, una ferocia che lo trasformava in un lupo che sbrana le donne nell’oscurità dei boschi.

In questa, come in molte altre opere tipiche del naturalismo, veniva sviluppata la tesi secondo cui la condotta umana può talvolta essere dettata da pulsioni incontrollabili, inconsapevoli e, soprattutto, legate ad una vera e propria fêlure héréditaire. Si trattava di romanzi sperimentali che, sappiamo, ambivano ad elevare la letteratura e ogni discorso sull’uomo al rango delle scienze positive.

Nell’ambito dell’intero ciclo dei Rougon-Macquart, Zola prova in sostanza ad elaborare una riflessione esplicitamente orientata proprio verso il problema dell’ereditarietà di cui stiamo discutendo. Il ciclo, composto da venti romanzi pubblicati fra il 1871 e il 1893, è sottotitolato Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire.

L’accostamento fra “naturale” e “sociale” è, ai nostri fini, particolarmente significativo: Zola intende infatti osservare al contempo sia il funzionamento dell’ereditarietà fisiologica sia quella legata all’ambiente nel quale gli individui vivono. La famiglia diventa così una sorta di vero e proprio laboratorio sociologico e narrativo. I membri delle diverse generazioni vengono collocati in questi romanzi all’interno di ambienti sociali differenti, assumono professioni diverse, entrano in conflitto con istituzioni e condizioni storiche di vario genere. Allo stesso tempo, però, essi sembrano portare con sé qualcosa che proviene dalla loro stessa genealogia. L’ereditarietà “naturale” diventa così una forza che collega personaggi apparentemente lontani.

Zola lo dichiara esplicitamente già nella prefazione a La Fortune des Rougon, quando sostiene di voler seguire il rapporto fra “temperamento” e “ambiente”, provando ad individuare il “filo” che collega un individuo all’altro. L’ereditarietà – egli scrive – è sottoposta a determinate leggi.

Il suo progetto è dunque dichiaratamente sostenuto da una sorta di ambizione conoscitiva: utilizzare la letteratura per osservare e rappresentare alcuni dei meccanismi che, secondo la scienza del tempo, determinano il comportamento umano. Ed è proprio intorno a questo punto che a mio parere è possibile integrare il suo lavoro con quello di Thomas Mann, sottolineandone ovviamente anche alcune significative differenze.

I Rougon-Macquart portano con sé una genealogia fisiologica e patologica, in cui è evidente l’idea che ogni genealogia tenda a risolversi in una sua sottostante biologia, così come nei Buddenbrook gli aspetti genealogici si possono comprendere e spiegare con riferimento ad aspetti prevalentemente economici, religiosi, morali e più generalmente culturali.

Naturalmente non si tratta di una distinzione netta e assoluta. Zola non riduce l’individuo alla sola biologia: il suo progetto, come abbiamo già ricordato, è al contempo “naturale e sociale”; l’ambiente costituisce infatti una delle componenti fondamentali del suo dispositivo naturalista. Allo stesso modo, nei Buddenbrook il corpo, la malattia, la fragilità e le predisposizioni individuali hanno una presenza tutt’altro che trascurabile, come evidenzia con chiarezza, tra l’altro, proprio l’irrecuperabile carattere artistico, romantico e fragile di Hanno (ereditato di sana pianta dalla madre musicista).

Ciò che cambia, però, è soprattutto il modo di concepire il rapporto fra individuo e genealogia.

Eredità e destino

Una delle differenze più significative tra questi due grandi scrittori, almeno dal punto di vista della questione dell’ereditarietà, può forse essere formulata attraverso il concetto di destino. Zola, infatti, sembra individuare nell’ereditarietà una forma moderna, scientificamente legittimata, della tradizionale idea di destino di derivazione religiosa. Il comportamento del singolo individuo non appare completamente libero, perché dentro di lui agiscono sempre disposizioni che provengono dalla sua eredità “naturale” (il sangue). L’ambiente e la cultura possono certo modificare, accelerare o riorientare queste disposizioni, ma non riusciranno mai ad eliminare del tutto il peso della storia biologica sottostante.

Dal canto suo, Mann, come abbiamo già precedentemente notato, non costruisce una teoria analoga dell’ereditarietà. Il suo interesse si concentra piuttosto sui modi attraverso cui una storia familiare si trasforma in esperienza individuale: il destino dei singoli rappresentanti della famiglia Buddenbrook non è determinato dal sangue, non è inscritto nei geni ereditati, ma si annida in un imperscrutabile progetto divino che si manifesta innanzitutto nelle aspettative socialmente condivise, categorizzate e trasmesse attraverso l’imitazione e l’educazione. Esso è fondamentalmente inscritto nel cognome, nella casa, nella ditta, nei rituali familiari, nel modo di parlare e di comportarsi. È presente nelle scelte matrimoniali, nella concezione del successo, nel rapporto con il denaro e, soprattutto, nell’imperativo assoluto del valore imprescindibile della continuità familiare.

In termini sociologici, si potrebbe dire che l’eredità viene trasformata in una “predisposizione”.

A tal proposito potrebbe fornirci una possibile chiave di lettura il concetto di habitus proposto dal sociologo francese Pierre Bourdieu: ciò che una famiglia trasmette non è soltanto un insieme di risorse esteriori, ma schemi di percezione e di comportamento che vengono progressivamente incorporati dagli individui. Il sociale diventa così qualcosa che si deposita nel corpo e nella sensibilità dei singoli, fino ad assumere l’apparenza della spontaneità.

Si tratta di una distinzione decisiva: non si eredità solo ciò che possediamo in quanto famiglia o gruppo, ereditiamo soprattutto ciò che ci appare “naturale” e scontato possedere (o continuare a possedere).

In questa prospettiva è possibile notare come la distanza fra Zola e Mann tenda in qualche modo a ridursi. L’ereditarietà biologica e l’eredità sociale, pur restando concettualmente differenti, finiscono per costituire una medesima esperienza fondamentale: l’individuo si trova a dover riprodurre, indipendentemente dalla possibilità di scelta personale, condizioni che gli sono state trasmesse direttamente attraverso una memoria che egli è costretto a condividere e alla quale appartiene; una storia in cui la sua identità affondava già (da sempre!) le sue solide radici; un passato di cui, in un modo o nell’altro, egli faceva già parte.

Il tema dell’eredità e della genealogia diventa così una delle forme narrative attraverso cui la modernità ha cercato di rappresentare i limiti della libertà individuale.

Share this Post!
error: Content is protected !!