di Gianfranco Pecchinenda
Riflessioni a partire dal volume di Vittorio Gallese, Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina 2026
Il Sé e il digitale
In un’epoca in cui il dibattito sull’influenza delle tecnologie sulla nostra vita quotidiana sta assumendo una centralità crescente in molteplici ambiti del sociale – da quelli che interessano la ricerca accademica e scientifica a quelli politico-istituzionali, senza ovviamente trascurare il non meno importante e incessante dibattito che investe il “senso comune” – diventano sempre più indispensabili libri come quello proposto da Vittorio Gallese, dal titolo Il Sé digitale.
Attraverso la composizione di un quadro multidisciplinare complesso e dettagliato, strutturato intorno a un serrato dialogo critico tra neuroscienze, filosofia della mente, estetica e teoria dei media, l’autore ci propone in questo suo lavoro un’originale lettura delle trasformazioni della soggettività umana nell’epoca delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. L’insieme delle riflessioni esposte sottintendono tutte la necessità di riconoscere una continuità tra organismo biologico e protesi tecnologiche. Detto in altri termini, alla base di ogni possibile considerazione sull’uso delle tecnologie digitali, bisognerebbe sforzarsi, secondo Gallese, di mettere da parte ogni prospettiva essenzialista e dualistica che separi la dimensione fisica e biologica da quella tecnologica e digitale. In estrema sintesi, la distinzione tra “reale” e “virtuale” non avrebbe alcuna ragione di essere posta, in quanto evidentemente in contrasto con la natura stessa della nostra esperienza. Come non manca di ricordarci l’autore già nella sua introduzione, piuttosto che riferirsi a un soggetto che agisce nell’ambiente circostante servendosi di un oggetto tecnologico separato, sarebbe infatti più corretto considerare – sposando la nota teoria della simulazione incarnata – che le protesi tecnologiche utilizzate dai soggetti umani non potranno mai essere chiaramente distinte e separate dagli organismi biologici in cui i soggetti stesso sono “incarnati”.
L’ontofenomenologia incarnata
Rifacendoci più precisamente alle parole dello stesso autore, ci troveremmo attualmente al cospetto di un processo di trasformazione del soggetto umano, inestricabilmente legato all’emergere di “una nuova modalità dell’esperienza incarnata”, che egli definisce Sé digitale. Si tratta di un Sé – egli scrive – “che nasce non al di fuori del corpo, ma attraverso pratiche sensomotorie e affettive riconfigurate dalla mediazione algoritmica. A fianco dell’altro umano, ora sempre più mediato dagli schermi, compare un altro non umano, simulato e predittivo. L’intelligenza artificiale.” (p. 12).
Per comprendere al meglio la sua tesi, è necessario innanzitutto soffermarsi sul concetto di ontofenomenologia incarnata, che l’autore considera una vera e propria chiave critica per interpretare la nostra epoca. Si tratta – secondo la sua definizione – di una “struttura plastica e sensibile che rende possibile ogni forma di esperienza dotata di senso: non è il contenuto della soggettiva singolarità, ma la condizione dinamica della sua emersione e delle sue evoluzioni. In altre parole, non siamo già qualcuno prima di entrare in relazione con il mondo. È attraverso il corpo, i suoi movimenti e le sue risonanze affettive che diventiamo ciò che siamo” (pp. 17-18).
A partire da una tale definizione, diventa immediatamente evidente l’idea secondo cui, lungi dall’essere una negazione del corpo, il digitale possa essere letto come uno dei principali responsabili di una sua riconfigurazione, ovvero l’artefice di quello che Gallese definisce un regime di incarnazione mediale in cui il corpo entra in una nuova dimensione (legata al nuovo ambiente tecnologico), quella abitata dal Sé digitale (in cui l’organismo biologico si intreccia con il codice e l’aisthesis con l’algoritmo) e dall’altro algoritmico (un altro “altro”, che si affianca a quello tradizionale in carne e ossa, costituito da presenze mediate digitalmente: il volto nello schermo, la voce nel messaggio vocale, il corpo nello streaming). Si tratta di alterità, in questo caso, non più semplicemente mediate, ma anche artificialmente prodotte dagli algoritmi. “L’intelligenza artificiale generativa, sotto forma di chatbot conversazionali, avatar empatici o assistenti personalizzati – scrive ancora l’autore – non si limita a simulare presenza: diventa soggetto apparente di relazione. Non è un corpo carnale filtrato da uno schermo, ma un simulacro linguistico dell’alterità: un algoritmo addestrato a rispecchiarci, a rispondere, a comprenderci” (p. 19).
Il testo si occupa pertanto di esplorare il modo in cui sistemi di intelligenza artificiale generativi producono volti, voci e simulacri affettivi sempre più prossimi alle modalità relazionali umane. Pur non possedendo un corpo biologico né una storia personale, queste entità digitali sfidano le categorie tradizionali di alterità e relazionalità, rendendo ambigue e nuovamente costituite le interazioni sociali nella mediasfera digitale.
Un altro degli obiettivi fondamentali del libro, infine, è quello di proporre l’idea di un’estetica radicale: una “politica del sentire” che valorizzi intensità, opacità e imprevedibilità dell’esperienza, contro la tendenza delle tecnologie digitali a semplificare e prevedere ogni aspetto dell’interazione umana.
Le Mediasfere e l’eredità mcluhaniana
Il concetto di mediasfera digitale cui si riferisce Gallese, può essere meglio compreso se lo consideriamo parte integrante di quel lungo percorso, molto studiato dalla sociologia dei media, che riguarda la storia dei cosiddetti ambienti tecno-culturali. Come è noto, una delle più celebri teorie sociologiche dei media è stata quella elaborata intorno alla metà del Novecento all’interno della Scuola di Toronto, che annovera tra i nomi più significativi autori come Arold Innis e, soprattutto, Marshall McLuhan. Si tratta di un modello teorico fondato, tra le altre cose, sul presupposto che i media non vadano considerati come dei semplici strumenticomunicativi. Al contrario, ogni nuova tecnologia della comunicazione andrebbe invece osservata innanzitutto per il suo ruolo determinante nel creare degli universi all’interno dei quali è possibile entrare, cioè dei veri e propri ambienti tecno-culturali nei quali le persone danno vita alle loro relazioni sociali.
McLuhan, evitando esplicitamente di considerare buone o cattive le tecnologie, partiva dall’idea per cui gli strumenti e le macchine presenti sulla terra sono solo estensioni delle estremità e dei sensi dell’uomo, ovvero, che una pala è un’estensione della mano, così come il telefono lo è dell’orecchio e la televisione lo è sia della vista che dell’orecchio. Ed è soprattutto attraverso questa strada che la tecnologia influisce sull’uomo e, in un certo senso, lo domina. È questo il motivo per cui egli sottolineava la necessità di conoscere approfonditamente le tecnologie di cui disponiamo, piuttosto che criticarle o giudicarle. Ciò che in genere si è verificato – sosteneva McLuhan – è che l’essere umano, animale capace di costruire strumenti quali il linguaggio, la scrittura, la stampa o la televisione, abbia dato origine, con il loro utilizzo, all’ampliamento di alcuni dei propri organi sensoriali, lasciando però al contempo deprivarsi degli altri sensi, lasciandosi in qualche modo “estraniare” da essi.
I media, in buona sostanza, andrebbero considerati come delle vere e proprie protesi tecnologiche in grado di determinare non solo le strutture organizzative di una società, ma anche e soprattutto le strutture psicologiche e sensoriali dei membri che storicamente ne fanno parte. In pratica, non sarebbe possibile studiare il comportamento umano senza considerare il contesto tecnologico di cui fa parte (che a sua volta determina un mutamento antropologico).
La posizione teorica generale di McLuhan può in tal senso essere senz’altro definita come una sorta di determinismo tecnologico. Vale a dire che le grandi innovazioni tecnologiche verificatesi nel corso della storia dell’umanità avrebbero avuto, per questo autore, un ruolo determinante nell’influenzare l’organizzazione sociale e psico-sensoriale degli esseri umani nelle loro rispettive epoche.
Per spiegare tale tesi, McLuhan è giunto a sostenere che ogni mutamento sociale verificatosi nella storia dell’umanità, sarebbe stato determinato da un cambiamento tecnologico nei modi di comunicare più che nei “contenuti” della comunicazione stessa. Nel suo celebre volume intitolato Galassia Gutenberg, ad esempio, egli sosteneva che l’invenzione della stampa avrebbe modellato la cultura dell’Europa occidentale, tra il 1500 e il 1900, influenzando soprattutto il sistema sensoriale dei suoi membri. L’invenzione della stampa, che può essere considerata l’ultima estensione della conoscenza fonetica, avrebbe distrutto il cosiddetto ordine tribale. Questo nuovo medium, ripetibile, lineare e uniforme, inteso come un’estensione o protesi antropologica, avrebbe modellato e trasformato l’ordine sociale e psico-sensoriale degli individui al punto tale da determinare la nascita di fenomeni estremamente diversi ed eterogenei come il nazionalismo, la Riforma, la catena di montaggio e la Rivoluzione Industriale, o anche concetti come quelli di causalità e razionalità, la visione newtoniana e cartesiana dell’Universo, la prospettiva in campo artistico, o anche la cronologia narrativa in letteratura.
Come è noto, le innovazioni tecnologiche fondamentali considerate dallo studioso canadese sarebbero principalmente riassumibili nell’invenzione dell’alfabeto fonetico (che avrebbe dato inizio al predominio della vista, in contrapposizione al mondo prevalentemente auditivo e tattile proprio dell’epoca tribale); nella diffusione della scrittura seguita all’invenzione della stampa (che avrebbe accelerato il processo messo in moto in precedenza, fornendogli un carattere esplosivo); nell’invenzione del telegrafo (che, nel 1844, avrebbe dato il via all’epoca che ha condotto all’elettronica, restaurando il vecchio equilibrio sensoriale di carattere tribale). Non a caso McLuhan parlerà a tal proposito di neo-tribalismo e di ri-tribalizzazione, concetti che molti suoi epigoni hanno in seguito ripreso per analizzare l’attuale processo di digitalizzazione che caratterizza i nuovi media e l’emergere del cosiddetto Villaggio Globale.
Ogni epoca, pertanto, da quella del tribalismo pre-alfabetico a quello che avrebbe preceduto la fase storica attuale (sfociata nell’epoca del Sé digitale cui si riferisce anche Gallese), sarebbero tutte state determinate da una diversa tecnologia che ne rappresenterebbe il motore e ne configurerebbe la forma.
La Galassia Omeostatica
Tali teorie mcluhaniane si fondano su un’idea che sembrerebbe sposarsi molto bene con le attuali prospettive neuroscientifiche riferite al modello omeostatico che governerebbe oggi la sopravvivenza della nostra specie. Ogni organismo umano, sosteneva infatti McLuhan, sopravvive grazie al mantenimento di un equilibrio funzionale fondato sulla prevalenza di uno dei suoi organi di senso, il quale gli garantisce di potersi orientare nel modo più efficace all’interno dell’ambiente in cui si muove.
In una celebre intervista rilasciata alla rivista Playboy nell’oramai lontano 1969 McLuhan dichiarava, anticipando un tema che mi sembra pienamente in linea con le questioni sollevate anche nel libro di Gallese, che «oggi, nell’era elettronica della comunicazione istantanea, credo che la nostra sopravvivenza – o quanto meno la nostra felicità e il nostro comfort – dipendano dalla comprensione della natura del nostro nuovo ambiente, perché a differenza delle trasformazioni ambientali precedenti, i media elettronici costituiscono una trasformazione totale e quasi istantanea della cultura, dei valori e degli atteggiamenti».
L’uomo tribale, ovvero l’uomo prima dell’invenzione dell’alfabeto, era un essere che viveva in un ambiente in cui tutti i sensi erano simultanei e in equilibrio reciproco, un mondo chiuso, con una cultura orale strutturata da un dominante senso uditivo della vita. Dato che il mezzo di comunicazione era la parola, la distribuzione della conoscenza tra una persona ed un’altra era simile. Azione e reazione erano simultanee, senza separazione. Lo spazio in cui essi si muovevano era essenzialmente acustico, senza centro né margini, molto meno analitico e lineare dello spazio visuale. Si trattava, insomma, di un mondo perfettamente adeguato ad una visione unificata, magica e iconografica della realtà. Nel mondo tribale i sensi del tatto, del gusto e dell’udito avevano un’importanza molto elevata, che venne frantumata dall’assimilazione dell’alfabeto fonetico. L’equilibrio sensoriale caratteristico di una tale cultura si disgregherà a partire dal momento in cui comincerà a predominare il senso della vista. Lo spazio acustico della percezione simultanea di tutti i sensi, organico e integrale, si infrangerà progressivamente per dar luogo ad uno spazio pittorico, razionale e uniforme. Per McLuhan, i nostri stessi concetti occidentali relativi allo spazio e al tempo deriverebbero tutti dall’ambiente creato dalla scoperta della scrittura fonetica. Come sosteneva in Galassia Gutenberg, infatti, «l’alfabeto fonetico, attribuendo un significato astratto al suono e trasponendo i suoni ad un codice visivo, ha fatto sì che gli uomini si potessero vedere sottomessi ad un’esperienza che li andava trasformando».
Sostituendo l’orecchio con l’occhio, l’emergente “uomo tipografico” si doterà inevitabilmente di una percezione più “precisa” della vita, in grado di “rompere” con le precedenti caratteristiche tribali, dato il suo processo di formazione individualistico, specializzato e razionale: questo essere umano foneticamente illuminato, sarà in grado di rompere i rapporti con il suo ambiente sociale, strappandolo dal suo coinvolgimento e consentendogli di diventare artefice di un progressivo processo di separazione e distacco individualistico (Norbert Elias).
Un tale periodo tipografico comincerà infine il suo tracollo con l’avvento dei media elettronici: «la Galassia Gutenberg – scriverà ancora McLuhan – sta venendo eclissata dalla costellazione Marconi. L’Età Moderna è l’età dei nuovi mezzi elettronici, che formano ambienti e culture antitetiche alla società meccanica di consumo derivata dalla stampa».
Sempre all’interno della stessa intervista citata in precedenza, lo stesso McLuhan si preoccupava inoltre di sottolineare il manifestarsi di una divisione sempre più netta tra quella cultura alfabetica che è propria della scuola e il nuovo ambiente elettrico generato, all’epoca (ricordo che eravamo solo alla fine anni Sessanta), dalla televisione. «Il bambino televisivo – egli sosteneva – trova difficile, se non impossibile, adattarsi agli obiettivi frammentati e visivi del nostro sistema educativo, dopo che tutti i suoi sensi sono stati coinvolti dai media elettronici; egli ha ora bisogno di coinvolgimento in profondità, non di distacco lineare e di pattern sequenziali e uniformi. Ma, improvvisamente e senza preparazione, è strappato dal freddo e inclusivo grembo della televisione ed è esposto – dentro una vasta struttura burocratica di corsi e di crediti – al medium caldo della stampa».
Mi piace notare che se una tale analisi del grande studioso canadese poteva essere considerata plausibile oltre cinquant’anni fa, a maggior ragione sembrerebbe esserlo oggi, in un ambiente tecnologico dove occupano un ruolo sempre più centrale i nuovi e avvolgenti media digitali di cui stiamo discutendo.
Ontologia regionale, nicchie ecomediali e Universi Simbolici
Lasciando da parte il grande lascito mcluhaniano, di cui ho ritenuto opportuno sottolineare l’evidente linea di continuità che mi sembra di scorgere con il lavoro di Vittorio Gallese, c’è un ultimo concetto discusso nel Sé digitale – quello di ontologia regionale – sul quale mi piacerebbe, infine, richiamare l’attenzione.
“L’idea che questo libro intende proporre – scrive Gallese – è che l’ontofenomenologiaincarnata sia la condizione dinamica di possibilità di ogni ontologia particolare o “regionale”. Con questo termine – “ontologia regionale” – intendiamo qui una configurazione storicamente e culturalmente situata di ciò che viene assunto come reale, sensato, evidente. Si tratta di modi di abitare il mondo che si esprimono attraverso pratiche, istituzioni, oggetti e soprattutto mediazioni. In questo senso ogni tecnologia, dal linguaggio ai touchscreen, non è mai solo un mezzo per comunicare o agire, ma anche un dispositivo ontologico, cioè un filtro che definisce cosa può essere visto, detto, toccato, sentito. Le tecnologie costituiscono dei regimi aisthesici, forme storiche di organizzazione sensibile dell’esperienza” (p. 82).
Le ontologie regionali sarebbero dunque il risultato di queste mediazioni: prodotti di nicchie ecomediali (Michele Cometa), cioè «ambienti tecno-simbolici che plasmano la percezione e il senso dell’essere».
Anche in questo caso, nei concetti mobilitati dall’autore sembra emergere un’elaborazione originale – anche, e forse soprattutto, in chiave neuroscientifica – di un insieme di riflessioni riconducibili a un itinerario critico multidisciplinare e storicamente ben radicato. Entro tale orizzonte, è possibile riconoscere una comune matrice socio-fenomenologica, articolata intorno all’assunto secondo cui l’essere umano, al pari della “realtà” sociale che abita, non può mai essere concepito come un dato esterno, autonomo o indipendente dalle interazioni che ne rendono possibile la costituzione. Si tratta, piuttosto, di processi che si danno sempre collettivamente e all’interno di una dinamica complessa, nella quale organismi umani, ambienti tecnologici e immaginario collettivo si co-determinano reciprocamente, configurandosi al tempo stesso come condizioni di possibilità ed esiti di un incessante movimento dialettico.
Vittorio Gallese,
Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica,
Raffaello Cortina 2026