EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

Fotografare: quando l’Ego va in scena. Intervista a Silvia Camporesi

di Gianfranco Brevetto

La storia della fotografia è concentrata nel corso degli ultimi centocinquanta anni. Si è sviluppata parallelamente alle novità che si sono succedute nei campi della meccanica, dell’ottica, della chimica, e non ultimo, dell’elettronica e lo sviluppo di microprocessori.

Una serie di passaggi che hanno profondamente segnato il modo in cui noi cerchiamo di riprodurre e conservare la realtà che ci circonda. Negli ultimi anni, questi processi sembrano aver conosciuto un’importante accelerazione con l’introduzione della digitalizzazione, degli smartphone e ora, dell’intelligenza artificiale, i cui sviluppi futuri sembrano ancora non tutti prevedibili.

Silvia Camporesi, una dei maggiori nomi della fotografia contemporanea, è  ora presente in libreria, per le edizioni Einaudi, con un volume che fa riflettere e di fornisce interessanti chiavi di lettura in materia e il cui titolo è Una foto è una foto è una foto.

Cominciamo con la domanda che sembrerebbe alla base di ogni discorso sulla fotografia e con la quale lei dà inizio al suo scritto: cosa è la fotografia? O meglio, di cosa parliamo quando parliamo di fotografia?

-La fotografia oggi è diventata qualcosa di connotato dalla sovrabbondanza e dalla pervasività. Un numero pressoché incalcolabile di fotografie viene scattato ogni giorno, in 24 ore più di quante ne siano state prodotte in tutto il secolo 1900 e molte di queste condivise nella rete. Quindi è molto difficile dire cosa sia oggi la fotografia se non si definisce bene il campo di applicazione, se parliamo di prodotti professionali o amatoriali. Inoltre oggi si è assottigliata la differenza fra professionisti e amatori grazie alle disponibilità offerte dalla tecnica, ai costi ridotti delle attrezzature e alla facilità d’uso di macchine internamente complesse. Bisogna fare chiarezza in relazione al campo in cui vediamo le immagini. Se parlo di fotografia documentaria richiedo la verità, se parlo di fotografia artistica non ho regole, se parlo di fotografia social devo capire che cosa sto guardando ogni volta. Possiamo dire però che è stata qualcosa di grande, un’invenzione che ha cambiato il modo di guardare, di dipingere e di pensare.

Lei ci ricorda che la fotografia dai suoi esordi “ha vissuto tre innovazioni fondamentali […]: l’introduzione del negativo, il passaggio dall’analogico al digitale e l’avvento dell’intelligenza artificiale”. Con quali conseguenze importanti in termini di semantica e di funzione?

-L’avvento del digitale ha smaterializzato le immagini rendendole più fruibili e più versatili: in sostanza le ha portate dove sono ora, nel mondo della digital society. Però non ne ha cambiato in fondo la semantica, al netto delle possibili manipolazioni, anche una fotografia digitale corrisponde ad un referente che si trova nella realtà. L’intelligenza artificiale, da questo punto di vista, ha complicato molto le cose, perché non ho più un referente reale, e perché per esistere un’immagine ha bisogno solo di un comando dato ad una macchina (che si nutre, nel suo processo, di milioni di immagini di riferimento). Il risultato è qualcosa con cui ancora dobbiamo prendere dimestichezza, utilissima per esempio nella pubblicità, perché permette di risparmiare tempo e denaro evitando costosi set con altrettanto costose modelle; ma cosa ne è della verità in ambiti in cui essa è richiesta? Pensiamo a quante foto false di personaggi famosi sono state generate e che hanno destabilizzato il mondo per il tempo in cui si è creduto fossero vere. Siamo solo all’inizio di questo uso, è certo che si arriverà ad una sofisticazione delle immagini sempre più alta e questo sempre più “avvelenerà il pozzo” (per citare Fred Ritchin ne “L’occhio sintetico”) della verità. Voglio però chiarire che nel mio testo non ci sono mai giudizi di valore, né pensieri nostalgici, piuttosto un’analisi lucida di dati di fatto, numeri.

Negli ultimi anni si sta assistendo a una diffusione esponenziale delle immagini dovuta ai social e all’utilizzo degli smartphone che oramai hanno caratteristiche, in alcuni casi, simili se non superiori a molti apparecchi fotografici. Vi è una vera e propria mania del ritrarre e dell’autoritrarsi spesso portata anche a conseguenze estreme e pericolose. A cosa stiamo assistendo?

-Assistiamo ad una messa in scena del nostro innato egocentrismo. La fotografia ruota intorno a noi, quotidianamente, la usiamo nei social per raccontare la parte migliore di noi (basti pensare ai filtri ormai automatici di molte fotocamere di cellulari che migliorano automaticamente i nostri volti, senza che noi lo chiediamo). La disponibilità di un cellulare con fotocamera incorporata rende ogni nostra giornata fotografabile e penso che il rapporto in certi casi si inverta pericolosamente: cerchiamo luoghi ed esperienze che funzionino bene in fotografia, per poi poter condividere tutto sui social e aspettare i riscontri degli altri che ci guardano. Anche il rapporto con le opere d’arte si è modificato, non andiamo più nei musei per provare l’esperienza estetica di guardare un quadro, ma per fotografarci di spalle ad esso, per dimostrare di essere stati lì. E’ cambiata la direzione del nostro sguardo, inevitabilmente condizionata dalla fotografia.

Nel suo libro ci racconta un aneddoto significativo che ha come protagonista sua figlia Giuni la quale le ha fatto notare: “ Mamma, le arance si mangiano, non si fotografano”. Argutissima annotazione che, non so perché, mi ha riportato al “Ceci n’est pas une pipe” del quadro di Magritte che raffigura appunto una pipa.  L’arancia è un’arancia e non è fatta per essere fotografata, la pipa dipinta non è più una pipa. Cosa lega queste due validissime considerazioni?

-E’ vero, mia figlia mi ha ricordato seccamente lo stato ontologico delle arance: frutta da mangiare e non soggetti da fotografare. E con ciò ha messo in luce il nostro bisogno di fotografare, sempre e ovunque, perché è facile farlo e non farlo sembra farci perdere qualcosa. E’ come se vivessimo in questo eterno dilemma: vivere l’esperienza o fotografare l’esperienza? Non ci fidiamo più così tanto della nostra memoria e deleghiamo ai giga di un piccolo strumento rettangolare la funzione di registrazione di quel che viviamo. Ma quanto di noi riguardano quello che hanno fotografato? Quanti archiviano, mettono in salvo? Viene in mente l’incipit spiazzante del libro del premio Nobel Annie Ernaux: “tutte le immagini scompariranno..”.

Andiamo costruendo, complice anche il pressoché illimitato spazio di archiviazione, un enorme archivio di immagini, per la maggior parte di qualità molto discutibile se non di cattivo gusto. Le trasmetteremo ai posteri, ammesso che questi ultimi saranno in grado di leggere i formati dei files che utilizziamo oggi. Se queste sono le premesse, non è difficile pensare che tutto questo materiale verrà in qualche modo  distrutto o dimenticato in qualche server non più utilizzato. Quanto e come, secondo lei, la fotografia contribuirà a costruire il nostro lascito a chi verrà dopo di noi?

-Io credo che, come sempre, sia necessario dividere fra immagini amatoriali e immagini autoriali. Credo che delle prime, nel tempo, rimarrà solo una lunga scia, perché vanno considerate come fenomeno nel suo complesso, un flusso inarrestabile; mentre sono le seconde, le fotografie d’autore, che continueranno a raccontarci la nostra storia, a dirci a che punto è l’umanità.

Silvia Camporesi

Una foto è una foto è una foto

2025 Einaudi editore

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